Silvio Berlusconi Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/silvio-berlusconi/ Mon, 19 Jun 2023 08:57:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 L’importanza di Forza Italia per la tenuta della maggioranza https://www.openpolis.it/limportanza-di-forza-italia-per-la-tenuta-della-maggioranza/ Wed, 21 Jun 2023 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=261015 Con la scomparsa di Silvio Berlusconi in molti si stanno interrogando su quale sarà il futuro di Forza Italia. Ciò che è certo è che i voti azzurri sono importanti per la tenuta dell’alleanza di governo. Eventuali defezioni infatti potrebbero rivelarsi molto pesanti.

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Sono passati pochi giorni dalla scomparsa di Silvio Berlusconi e già in molti si stanno interrogando su cosa accadrà al suo “impero” adesso. Dal punto di vista politico, Berlusconi era considerato da analisti e addetti ai lavori anche un fondamentale collante tra le varie anime che compongono il centrodestra. Inoltre, pur ridimensionata a livello elettorale nell’ultimo decennio, Forza Italia rimane uno dei 3 architravi della maggioranza di governo. Per questo sarà molto importante capire quali saranno le sorti del partito di cui Berlusconi non solo era leader indiscusso ma anche grande creditore e finanziatore.

Nell’immediato, l’attuale vice presidente del consiglio e ministro degli esteri Antonio Tajani dovrebbe essere nominato presidente pro-tempore in attesa del congresso che dovrà stabilire quale sarà il futuro del partito. Tuttavia negli ultimi giorni molti media hanno riportato indiscrezioni secondo cui vi sarebbero malumori tra gli azzurri e sarebbe già in atto una lotta per la leadership. In molti hanno ipotizzato che, qualora i dissidi interni non dovessero essere ricomposti, potremmo assistere anche a una diaspora. Con alcuni esponenti che potrebbero migrare verso altre forze di centrodestra oppure confluire in schieramenti che attualmente non fanno parte della maggioranza, come Italia viva.

Oggi è impossibile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi. Ciò che è certo però è che i voti degli azzurri sono molto importanti, se non decisivi, in parlamento per assicurare la tenuta dell’attuale coalizione di governo.

61 i parlamentari di Forza Italia (di cui 44 alla camera e 17 al senato). 

Difficilmente l’attuale esecutivo potrebbe andare avanti senza il loro appoggio. Discorso simile può essere fatto anche per quanto riguarda l’iter legislativo. I voti di Forza Italia infatti sono fondamentali in tutte le commissioni per assicurare alla coalizione di centrodestra la maggioranza assoluta. Una loro defezione renderebbe molto più complessa l’approvazione delle norme in discussione.

I numeri di Forza Italia in aula

Per valutare l’importanza di Forza Italia nei rapporti tra le forze attualmente al governo partiamo dall’analisi degli equilibri nelle aule di camera e senato. Come abbiamo anticipato, attualmente i seggi occupati dagli azzurri sono 61 in totale e rappresentano il 10,1% del parlamento.

Com’è possibile vedere anche degli emicicli qui sotto, il ruolo degli azzurri è molto importante in entrambe le camere. A Montecitorio infatti sommando insieme Fratelli d’Italia, Lega e Noi moderati si arriva a 194 seggi. Un dato inferiore di 7 voti rispetto alla maggioranza assoluta di 201 (cioè il 50%+1 dei componenti l’aula). I 44 voti dei deputati azzurri garantiscono attualmente un discreto margine rispetto a questa soglia.

Al senato ci troviamo di fronte a una situazione simile. Qui infatti la maggioranza assoluta, considerando anche i senatori a vita, si raggiunge con 103 voti. E anche in questo caso i voti di Forza Italia diventano decisivi per raggiungere questo traguardo. Senza i 17 senatori azzurri la coalizione di governo si fermerebbe infatti a 98.

Nella maggioranza sono considerati gli appartenenti ai gruppi di Fratelli d’Italia, Lega e Noi moderati. Il gruppo misto è considerato a parte data la sua natura eterogenea. I parlamentari appartenenti a tutti gli altri gruppi sono invece classificati all’opposizione. Al momento il seggio di Silvio Berlusconi al senato è vacante e non può essere assegnato automaticamente a Forza Italia poiché, essendo stato eletto nei collegi uninominali, per la sua sostituzione saranno necessarie le elezioni suppletive.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Giugno 2023)

C’è da dire che sono rare le occasioni in cui è richiesta la maggioranza assoluta per l’approvazione di un provvedimento. È il caso ad esempio delle votazioni sulle leggi costituzionali e di revisione costituzionale. In genere invece è sufficiente la maggioranza relativa, cioè il voto favorevole della metà più uno dei presenti in aula al momento dello scrutinio.

I voti di Forza Italia sono importanti anche perché non sempre tutti i parlamentari sono presenti in aula.

Tale numero, evidentemente, non è fisso ma varia a seconda dei presenti ed è inferiore rispetto alla soglia richiesta per la maggioranza assoluta. Considerando questo elemento l’apporto di Forza Italia potrebbe apparire meno rilevante ai fini della tenuta della maggioranza. Tuttavia occorre precisare che, come abbiamo raccontato in questo articolo, spesso gli esponenti della maggioranza non riescono a garantire una presenza continuativa in aula. O perché ricoprono incarichi nel governo o per altri motivi. Di conseguenza il numero di voti che la maggioranza è riuscita a racimolare per approvare le proposte di legge in alcuni casi è stato molto basso.

Ci sono state addirittura delle circostanze in cui la maggioranza è riuscita a far approvare dei provvedimenti solo grazie alla contemporanea assenza di molti esponenti delle opposizioni. Assenze che hanno contribuito ad abbassare la soglia della maggioranza relativa. In questo contesto quindi, l’eventuale defezione degli esponenti di Forza Italia – o anche solo di una parte di essi – potrebbe rendere le cose molto più complicate per l’alleanza di centrodestra.

I numeri di Forza Italia nelle commissioni

Detto della situazione nelle aule di camera e senato, vediamo qual è il peso di Forza Italia nelle varie commissioni. Assemblee che svolgono un ruolo fondamentale nell’iter che porta all’approvazione delle leggi.

È in questi organi che si svolge la maggior parte del lavoro sugli emendamenti, in cui si cercano convergenze politiche e in cui il dibattito entra realmente nel merito delle questioni.
Vai a “Cosa sono le commissioni parlamentari e perché sono importanti”

Premettendo che vale per le commissioni ciò che abbiamo già detto a proposito delle assemblee plenarie – cioè che non sempre è necessaria la maggioranza assoluta – la situazione in questo ambito è comunque più complessa. I numeri più ridotti di questi che potremmo definire come dei parlamenti in miniatura fanno sì che anche solo la mancanza di pochi voti possa essere decisiva per l’approvazione o meno di un provvedimento.

In nessuna commissione il centrodestra raggiunge la maggioranza assoluta senza Forza Italia.

Tale dinamica, come vedremo, è particolarmente rilevante in senato. Dove, a causa del taglio dei parlamentari, non solo i componenti delle singole commissioni sono molti di meno rispetto alla camera ma anche le commissioni stesse sono un numero inferiore e, allo stesso tempo, è più ampio lo spettro di temi che ognuna di essere è chiamata a trattare.

Alla camera le situazioni più complesse sono nelle commissioni affari costituzionali, bilancio, finanze, cultura, lavoro e agricoltura. In questi casi il margine rispetto alla maggioranza assoluta è di 2 voti nelle commissioni bilancio e agricoltura e di uno nelle altre. Parallelamente gli esponenti azzurri sono 4 nelle 2 commissioni sopracitate e 3 nelle altre.

Il margine dei voti rispetto alla maggioranza assoluta (50%+1 degli appartenenti alla commissione) è calcolato considerando i seggi occupati da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati e serve a capire l’importanza dell’apporto azzurro nelle varie commissioni. Al momento il seggio di Silvio Berlusconi al senato è vacante e non può essere assegnato automaticamente a Forza Italia poiché, essendo stato eletto nei collegi uninominali, per la sua sostituzione saranno necessarie le elezioni suppletive.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Giugno 2023)

A palazzo Madama invece sono 6 le commissioni (ambiente e lavori pubblici, bilancio, cultura, esteri e difesa, finanze e tesoro e giustizia) in cui i voti dell’attuale alleanza di centrodestra coincidono con la maggioranza assoluta. In queste aule cioè già adesso il margine è pari a 0. In queste commissioni i rappresentanti di Forza Italia sono 1 o 2. Una loro eventuale defezione quindi potrebbe essere molto problematica.

Tra i casi più complessi in assoluto vi è probabilmente quello della commissione giustizia del senato. Qui infatti, considerando che l’unica esponente del gruppo misto (Ilaria Cucchi) appartiene all’opposizione, non solo il margine è pari a 0 rispetto alla maggioranza assoluta, ma si registra anche un solo voto di scarto rispetto all’opposizione. In questa commissione c’è un solo componente azzurro, ovvero Pierantonio Zanettin. In casi estremi, il venir meno anche solo di questo unico voto rischierebbe di determinare uno stallo dei lavori.

I presidenti di commissione di Forza Italia

Un ultimo elemento interessante da analizzare riguarda le posizioni chiave all’interno delle commissioni. Nelle dinamiche parlamentari infatti non tutti i deputati e i senatori hanno la stessa importanza. Chi ricopre una posizione chiave ha un ruolo decisivo nel dirigere i lavori parlamentari e quindi portare avanti le proprie istanze e quelle del proprio partito.

Abbiamo già detto che la gran parte del lavoro sui progetti di legge avviene all’interno delle commissioni. Di conseguenza, sapere chi ricopre questi incarichi è molto importante per capire chi sono i parlamentari politicamente più rilevanti.

Tra le posizioni chiave ci sono quelle di presidente, vicepresidente, segretario e capogruppo di commissione.
Vai a “Quali sono i ruoli chiave del parlamento”

Un altro ruolo molto importante è quello del relatore. Questa figura però cambia al variare del provvedimento in esame. L’incarico più rilevante in assoluto nell’ambito delle commissioni è quello di presidente. Da questo punto di vista possiamo osservare che Forza Italia esprime 5 presidenze di commissione sulle 24 totali, di cui 3 alla camera e 2 al senato. Fratelli d’Italia è il partito che in totale ne esprime di più (12) seguito dalla Lega (7).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 16 Novembre 2022)

Nello specifico i presidenti azzurri sono: 

Si tratta di commissioni molto importanti. Per cui eventuali rotture politiche che possano portare alcuni degli esponenti di Fi verso altri lidi, financo ad uscire dall’attuale compagine di maggioranza, potrebbero rappresentare un problema per la coalizione di governo, soprattutto in questi ambiti.

C’è da dire a questo proposito che i regolamenti di camera (articolo 20) e senato (articolo 21) prevedono la possibilità di modificare la composizione delle commissioni dopo il primo biennio di legislatura. Manca ancora molto tempo però prima di questo passaggio. E la convivenza, in caso di dissidi politici, potrebbe diventare molto difficile.

Foto: Camera dei deputati

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Silvio Berlusconi e la politica italiana https://www.openpolis.it/silvio-berlusconi-e-la-politica-italiana/ Thu, 15 Jun 2023 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=261090 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vedi le nostre elaborazioni su Silvio Berlusconi e l’approfondimento “Con il governo Meloni […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vedi le nostre elaborazioni su Silvio Berlusconi e l’approfondimento “Con il governo Meloni pochi voti di fiducia ma più decisivi“.

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le volte in cui Berlusconi ha ricevuto l’incarico di formare un governo dal capo dello stato. Al di là di tutte le considerazioni di merito che si possono fare, indubbiamente Silvio Berlusconi è stato uno degli esponenti che ha maggiormente influenzato la storia politica (e non solo) del nostro paese fin dalla sua discesa in campo nel 1994. Un’influenza che si ritrova anche nei numeri. Parliamo infatti di uno dei politici che ha ricevuto più incarichi per formare un governo, superato solo da Andreotti (7), Fanfani (6), Moro e Rumor (5). Vai al grafico.

3.342

i giorni trascorsi da Silvio Berlusconi a palazzo Chigi. Si tratta del valore più alto in assoluto dall’entrata in vigore della costituzione. Berlusconi ha rivestito quindi l’incarico di presidente del consiglio per più tempo di altri politici di primissimo piano come Giulio Andreotti (2.679 giorni) e Aldo Moro (2.278 giorni). Berlusconi è stato anche alla guida dei due singoli esecutivi più longevi della storia repubblicana: rispettivamente il Berlusconi II (1.413 giorni) e il Berlusconi IV (1.288 giorni). Da notare infine che Berlusconi è stato anche il secondo politico che ha passato più giorni consecutivi a palazzo Chigi (1.802) tra il suo secondo e terzo esecutivo. Solo De Gasperi, all’inizio del periodo repubblicano ha fatto di più (1.912 giorni consecutivi). Vai al grafico.

10,1%

il peso di Forza Italia in parlamento. Sia alla camera (dove i deputati azzurri sono 44) che al senato (17) i voti di Forza Italia sono fondamentali per la tenuta della maggioranza. Senza infatti il governo Meloni non avrebbe i numeri per andare avanti. Vai all’approfondimento.

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le questioni di fiducia poste dal governo Meloni. Si tratta di un numero ancora relativamente basso. Infatti solo i governi Letta (10) e Conte I (15) ne hanno poste di meno. Se invece consideriamo il dato relativo al numero medio di questioni di fiducia poste al mese l’attuale esecutivo sale al quinto posto insieme al governo Renzi. Vai all’articolo.

50%

il rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate durante il governo Meloni. Il numero relativamente ridotto di fiducie poste è anche legato alle poche leggi approvate dall’inizio della legislatura (32). In questo caso quindi è vero che i voti di fiducia sono pochi in valori assoluti ma pesano di più rispetto a quanto fatto dai governi precedenti. Considerando questo indicatore il governo Meloni sale al primo posto. Al secondo troviamo il governo Monti (45,13%) mentre al terzo c’è il governo Draghi (37,41%). Vai all’articolo.

Ascolta il nostro podcast su radio radicale

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Quanto sono presenti in aula i parlamentari https://www.openpolis.it/quanto-i-parlamentari-sono-presenti-in-aula/ Wed, 22 Mar 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=238496 Sono passati 6 mesi dall'insediamento delle nuove camere. Facciamo un primo punto sul livello di partecipazione dei parlamentari. Il tasso medio di presenza in aula è abbastanza alto ma non mancano casi di assenteismo.

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Il tema della partecipazione degli eletti in parlamento ai lavori delle rispettive camere riscuote sempre grande attenzione agli occhi dell’opinione pubblica. Sebbene infatti l’attività politica non si svolga solamente in aula, occorre sempre ricordare che la presenza, oltre a essere prevista dai regolamenti di camera e senato, è anche un dovere connesso all’impegno che richiede l’assunzione di una carica pubblica. Chi ha ricevuto un incarico di rappresentanza da parte dei cittadini infatti, al di là del compenso garantito da risorse pubbliche, dovrebbe prendere questo ruolo con grande senso di responsabilità.

I Senatori hanno il dovere di partecipare alle sedute dell’Assemblea e ai lavori delle Commissioni.

Sono passati ormai 6 mesi dall’inizio della XIX legislatura e questo può essere un buon momento per fare un primo punto sul tasso di presenza di deputati e senatori. In generale, il livello medio di partecipazione in aula è abbastanza alto ma non mancano i casi di esponenti particolarmente assenteisti. Inoltre, allargando il quadro, il 21% circa degli eletti fa registrare un tasso di partecipazione inferiore al 60%.

75,25% il tasso di partecipazione medio alle votazioni del parlamento.

È particolarmente importate tenere sotto controllo questi dati almeno per due ragioni. A seguito del taglio dei parlamentari infatti una scarsa presenza in aula può comportare alcuni problemi. Da un lato, un rischio politico per la maggioranza: non avere i numeri per approvare i provvedimenti. Dall’altro, soprattutto al senato, che non siano presenti abbastanza esponenti per assicurare il corretto funzionamento dei vari organi interni (commissioni, giunte, comitati) che compongono il parlamento.

Come si conteggiano le presenze

Per valutare il tasso di presenza in aula è possibile conteggiare la partecipazione di deputati e senatori alle varie votazioni che si svolgono nel corso della seduta. Non è detto infatti che un parlamentare sia presente per tutto il tempo. In questo modo quindi si ha un’indicazione più accurata dell’effettiva attività svolta in aula.

La maggior parte delle votazioni avviene in forma elettronica ed è quindi possibile recuperare i dati di ogni singolo scrutinio. Ci sono però alcune situazioni in cui il voto non è registrato, o perché segreto o perché l’aula sceglie di votare con metodi diversi da quello elettronico (ad esempio per alzata di mano). In alcuni di questi casi, i dati sono comunque messi a disposizione dalle strutture di camera e senato.

Quando queste informazioni non sono disponibili, per i passaggi rilevanti (come ad esempio le votazioni sulle questioni di fiducia) le abbiamo raccolte manualmente. Un’operazione di questo tipo però non è possibile per i lavori nelle commissioni. In questo caso infatti non ci sono obblighi di trasparenza. Non stiamo parlando quindi del 100% delle votazioni ma comunque le informazioni disponibili ci restituiscono un quadro sufficientemente accurato del livello di partecipazione.

1.767 le votazioni che abbiamo monitorato dall’inizio della legislatura. Queste si dividono tra 1.043 alla camera e 724 al senato.

Prima di approfondire l’analisi infine occorre specificare che non tutte le assenze sono uguali. In alcuni casi queste sono giustificate per motivi di salute in altri ancora possono avere un significato politico. C’è poi il delicato tema delle missioni parlamentari. In questo caso il politico non partecipa al voto perché è occupato in altre attività istituzionali. Rientra in questa fattispecie ad esempio chi ricopre incarichi di governo. L’assenza del parlamentare in missione è quindi giustificata e non viene conteggiata ai fini del raggiungimento del numero legale.

Se non adoperate correttamente, le missioni possono mascherare casi di assenteismo.

Tuttavia questo strumento negli anni ha mostrato diverse zone d’ombra nella sua applicazione. Infatti non sono solo gli esponenti del governo a poterne usufruire e non sempre sono note le motivazioni della missione. Per questo per valutare il livello di partecipazione in aula abbiamo scelto di concentrarci sulle sole presenze. Intendendo quindi sia le assenze che le missioni come “mancata partecipazione al voto” e, di conseguenza, ai lavori del parlamento.

Le tendenze nei primi mesi della XIX legislatura

Mediamente possiamo osservare che il tasso di partecipazione è più alto al senato rispetto alla camera. A palazzo Madama infatti la media delle presenze si attesta al 78,7% mentre a Montecitorio il dato scende al 74%. Ciò, tra l’altro, nonostante la presenza dei 6 senatori a vita che hanno un tasso di presenza molto basso e contribuiscono quindi ad abbassare la media. Si tratta di una dinamica che avevamo rilevato anche nella precedente legislatura. In quel caso tale tendenza era attribuibile alla maggioranza risicata su cui in particolare il governo Conte II poteva fare affidamento in quest’aula.

I senatori sono mediamente più presenti dei deputati.

Anche se abbiamo visto come i numeri della coalizione al governo non siano poi così solidi a palazzo Madama, la motivazione stavolta è probabilmente diversa. Il taglio dei parlamentari ha impattato maggiormente sui senatori, rimasti solamente in 200. È probabile quindi che gli esponenti di questo ramo siano portati a partecipare mediamente di più ai lavori d’aula non solo per assicurare i numeri alla maggioranza ma anche semplicemente per garantire il corretto funzionamento di tutte le strutture interne.

Al di là di questo dato generale comunque è interessante notare che la maggioranza dei parlamentari riporta un tasso di partecipazione piuttosto elevato. In 398 infatti (253 deputati e 145 senatori) fanno registrare un livello di presenza alle votazioni compreso tra il 75% e il 100%. Ci sono però 126 esponenti (circa il 21%) con un tasso di partecipazione inferiore al 60%. Addirittura troviamo 22 deputati e 15 senatori che rientrano nella fascia compresa tra lo 0% e il 15%.

37 i parlamentari con un tasso di partecipazione compreso tra lo 0 e il 15%.

È bene specificare che tra i 126 parlamentari meno presenti, 21 ricoprono incarichi di governo. Come già detto in molti casi questi, come altri parlamentari, sono considerati “in missione”. In quanto non presenti, comunque, non contribuiscono ai lavori delle camere.

Leader di partito ed esponenti del governo

I parlamentari che fanno parte dell’esecutivo sono 46 in totale (27 deputati e 19 senatori). Tra questi, i più presenti in aula sono il sottosegretario alle infrastrutture Tullio Ferrante (Forza Italia, 60%), il ministro della pubblica amministrazione Paolo Zangrillo (Fi, 53,5%) e la sottosegretaria alla cultura Lucia Borgonzoni (Lega, 50,3%).

21,3% il tasso medio di presenza in aula dei parlamentari con incarichi di governo. 

Tra i meno presenti invece il ministro degli esteri Antonio Tajani (Fi, 0,2%), il sottosegretario alle infrastrutture Edoardo Rixi (Lega, 0,3%) e quello all’economia Federico Freni (Lega, 2,5%). Da notare che anche la stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni risulta eletta alla camera (Fratelli d’Italia, 1,34%). Sarebbe però insolito che chi ricopre questo ruolo partecipi alle sedute dell’aula se non per rendere conto del proprio operato come guida dell’esecutivo.

Un altro elemento interessante da passare in rassegna è quello della presenza in aula dei diversi leader di partito. Così come chi fa parte del governo anche gli esponenti di punta delle varie forze politiche, per motivi diversi, sono spesso impegnati fuori dalle aule per iniziative sui territori. Chiaramente in questo caso la differenza tra chi è al governo e chi all’opposizione emerge nettamente.

Tra i leader di partito, oltre a chi ha incarichi di governo, sono molto assenti Berlusconi, Lupi e Calenda.

Tra i più presenti in aula infatti troviamo il leader dei Verdi Angelo Bonelli (83%). Seguono quello di Sinistra italiana Nicola Fratoianni (74,5%) e quello del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (65,2%). La neo segretaria del Pd Elly Schlein si colloca al 53,7% mentre Matteo Renzi di Italia viva fa registrare il 41,7%. Maurizio Lupi di Noi moderati si attesta al 24%.

Tra i meno presenti infine troviamo il segretario della Lega Matteo Salvini (che però è anche ministro delle infrastrutture) che fa registrare un tasso di partecipazione del 14,9%. Seguono il segretario di Azione Carlo Calenda (11,2%) e il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi (0,55%). In entrambi i casi risulta molto elevato il dato sulle missioni (rispettivamente 77% e 89%).

I parlamentari meno presenti in aula

Detto degli esponenti principali, andiamo a vedere quali sono gli altri parlamentari che hanno partecipato di meno ai lavori dell’aula. Prima di proseguire occorre ribadire che il livello di partecipazione in questa prima fase della legislatura è stato mediamente alto. Inoltre siamo solo alle prime fasi dell’attività parlamentare. Per avere dati più solidi occorrerà aspettare ancora alcuni mesi.

Tra i parlamentari più assenti molti sono del centrodestra.

Fatte queste premesse è comunque interessante osservare che come ci sia un nutrito gruppo di parlamentari che presenta un tasso di presenza in aula particolarmente basso. E tra questi ci sono molti nomi noti anche al grande pubblico. Il deputato meno presente in assoluto è lo storico leader della Lega Umberto Bossi (0,38% di partecipazione alle votazioni) le cui precarie condizioni di salute però sono note. Troviamo poi l’imprenditore Antonio Angelucci anch’egli eletto in quota Lega (1,44%), Marta Fascina (Fi, 1,73%) e Giulio Tremonti (Fdi, 7,5% presidente della commissione esteri e spesso in missione). Rientra in questa suddivisione anche Michela Vittoria Brambilla (storica esponente di Forza Italia che ha recentemente aderito a Noi moderati) con il 24% circa di presenza alle votazioni.

Dal conteggio sono stati esclusi i senatori a vita, i presidenti e vicepresidenti di camera e senato e chi ricopre incarichi di governo.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)

Al senato invece, oltre ai già citati Calenda e Berlusconi, un altro nome noto con un tasso di partecipazione modesto è quello dell’ex ministra Giulia Bongiorno (Lega, 30,4%). Anche in questo caso è molto alta la percentuale di missioni.

Il livello dei partecipazione dei gruppi

Un ultimo elemento da analizzare riguarda il livello di partecipazione ai lavori parlamentari in base al gruppo di appartenenza. In passato infatti il tema è stato spesso centrale nel dibattito pubblico ed alcuni partiti hanno fatto della lotta all’assenteismo un proprio cavallo di battaglia, da rivendicare poi anche in chiave elettorale.

A livello di formazioni politiche notiamo che alla camera il tasso medio di partecipazione più alto è quello del gruppo dell’Alleanza verdi e sinistra che raggiunge l’86% circa. Da notare che questa formazione conta attualmente solo 11 componenti. Nel caso di numeri così ridotti è quindi abbastanza semplice raggiungere livelli elevati di partecipazione. D’altronde basta un dato fortemente negativo in questo senso per abbassare notevolmente la media. Serve quindi l’accordo di tutti gli aderenti al gruppo (che in questo caso provengono da due forze politiche diverse) per assicurare un’alta presenza ai lavori dell’aula.

Il secondo gruppo per partecipazione a Montecitorio è quello del Movimento 5 stelle che supera l’80%. I pentastellati tra l’altro già nella precedente legislatura si erano distinti per un alto livello di partecipazione media. Il terzo gruppo più presente è quello del Partito democratico con il 79% circa. Agli ultimi posti troviamo invece Forza Italia (65%) e Noi moderati (63%).

Nel grafico è riportato il dato medio di presenza alle votazioni in aula dei gruppi parlamentari. Si è scelto di riportare anche i dati relativi alle percentuali di assenze e missioni per far vedere in particolare come queste ultime influiscano sul livello di partecipazione dei vari gruppi. L’istituto della missione prevede che l’assenza in aula del parlamentare sia giustificata e non rilevi ai fini raggiungimento del numero legale. Tuttavia ai fini pratici si tratta comunque di una mancata partecipazione ai lavori a tutti gli effetti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Marzo 2023)

Come abbiamo visto in precedenza, il livello medio di partecipazione al senato è più alto rispetto a quello della camera. Se però consideriamo le performance dei diversi gruppi notiamo che in questo ramo ci sono delle differenze più marcate. Il gruppo più presente infatti è quello del Movimento 5 stelle che raggiunge l’87% di partecipazione alle votazioni. Tra i gruppi più presenti inoltre troviamo il Pd (84%) e Fratelli d’Italia (81,6%). All’ultimo posto invece troviamo il gruppo misto che non raggiunge il 50%. I suoi 7 membri infatti si fermano al 45%.

In questo caso è interessante notare che nel misto del senato sono presenti anche gli esponenti di Avs che non hanno raggiunto il numero minimo di aderenti per formare un gruppo autonomo. Qui però pesa la presenza nel gruppo di 3 senatori a vita (Mario Monti, Renzo Piano e Liliana Segre) che per motivi legati all’età, allo stato di salute o a impegni professionali, hanno un basso tasso di partecipazione. Infatti considerando singolarmente gli esponenti di Avs notiamo che il loro livello di presenza, in particolare quello di Aurora Floridia (91,57%) e di Giuseppe De Cristofaro (89,50%), è in linea con quello dei loro colleghi della camera.

Foto: Facebook – Carlo Calenda

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I candidati e le pluricandidature per il nuovo parlamento https://www.openpolis.it/esercizi/i-candidati-e-le-pluricandidature-per-il-nuovo-parlamento/ Mon, 19 Sep 2022 13:38:33 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=207247 Openpolis ha indagato nome per nome i candidati e le candidate al nuovo parlamento. Un’analisi di chi si propone a guidare il paese.

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Il prossimo fine settimana gli italiani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento. Aule in cui per la prima volta saranno elette 600 persone, 400 alla camera e 200 al senato, in virtù della riforma con cui è stato ridotto il numero dei parlamentari.

La legge elettorale che sarà utilizzata non è nuova. Pur avendo subito alcune modifiche necessarie ad adattarla al ridotto numero di parlamentari, è già stata usata per eleggere lo scorso parlamento. In ogni caso si tratta di una legge abbastanza complessa nei suoi meccanismi, sia generali che specifici.

La legge elettorale prevede che siano assegnati con sistema uninominale 3/8 dei seggi mentre i restanti sono attribuiti con sistema proporzionale.
Vai a "Come funziona la legge elettorale nota come rosatellum"

Anche per questo approfondire come i diversi partiti e le diverse coalizioni hanno selezionato i propri candidati può essere utile per esprimere un voto consapevole.

Candidati e pluricandidati

Come accennato dunque i seggi presenti in parlamento sono 400 alla camera e 200 al senato. Questo però non vuol dire che ciascuna lista debba presentare 600 candidature, anzi. I partiti che si sono presentati da soli, senza apparentamenti per le candidature uninominali, hanno indicato complessivamente sulle schede circa 500 candidature.

Considerando invece le coalizioni, il numero di candidature è ovviamente più alto perché a quelle uninominali in comune si sommano quelle plurinominali di ciascuna lista.

Ma candidature e candidati non sono la stessa cosa. Infatti se complessivamente le candidature sono 6.347 (di cui 4.195 alla camera e 2.152 al senato) il numero dei candidati è inferiore, visto che 1.059 di questi si presentano in più collegi.

4.746 è il numero di candidati e candidate alle elezioni politiche del 25 settembre 2022.

Un fenomeno, quello delle pluricandidature, presente in tutte le liste e tutte le coalizioni, se pur in misura diversa.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati delle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Settembre 2022)

D'altronde la legge prevede espressamente questa possibilità. Infatti, si può arrivare fino a un massimo di 6 candidature, 5 al proporzionale più una all’uninominale.

Considerando oltre alle coalizioni le 4 liste che hanno presentato più candidature, quella che mantiene il rapporto più alto tra candidati e candidature è Unione popolare con l'87,8%, mentre quella in cui questo rapporto è più basso è Italexit con il 71,3%.

Certo per le liste minori, in cui la sfida principale consiste nel raggiungere la soglia di sbarramento per entrare in parlamento, le pluricandidature hanno un significato molto diverso rispetto a formazioni maggiori come il Movimento 5 stelle (74,5% con un totale di 125 pluricandidati), Azione-Italia Viva (79,4% con un totale di 70 pluricandidati) o a maggior ragione le due principali coalizioni.

Le pluricandidature nelle coalizioni

Considerando invece le coalizioni si può notare come il centro-sinistra abbia un rapporto candidati/candidature più basso (71,7% con un totale di 193 pluricandidati) rispetto al centro-destra (80,5% con un totale di 149 pluricandidati). Guardando poi alle diverse lise che compongono le coalizioni emergono però molte differenze.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-destra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Cdx candidati solo all’uninominale’. Nella circoscrizione estero infine Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono presentati uniti e i candidati sono indicati nella categoria ‘Cdx lista estero’.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Nel centro-destra è in particolare Fratelli d'Italia ad esprimere molte pluricandidature.

Nel centro-destra Fratelli d'Italia (FdI) esprime un numero di pluricandidature nettamente più alto rispetto ai suoi alleati (55 pluricandidati) raggiungendo un rapporto candidati/candidature di appena il 68,63%. Decisamente più basso rispetto alla media della coalizione. Valori simili invece si rilevano per Forza Italia e Lega. La prima infatti propone 34 pluricandidati con un rapporto pari al 78,33%. La seconda invece propone 39 pluricandidati con un rapporto pari al 77,24%. Meno candidati multipli presenta invece la lista Noi moderati (21 con un rapporto pari all'89,7%).

Guardando al centro-sinistra invece si rileva come sia il Partito democratico (Pd) che l'alleanza Verdi - Sinistra italiana hanno un numero piuttosto contenuto di pluricandidature. Il Pd infatti conta 40 pluricandidati con un rapporto candidati/candidature dell'87,7%. Sinistra Italiana e Verdi invece contano appena 25 pluricandidati con un rapporto dell'84,7%.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-sinistra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Csx candidati solo all’uninominale’. Non si è tenuto conto della candidatura, nella provincia autonoma di Trento, di Donatella Conzatti la quale è candidata all’uninominale in un collegio in coalizione con il centro-sinistra e al proporzionale con la lista Azione – Italia viva.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: lunedì 19 Settembre 2022)

A sbilanciare la coalizione sul numero di candidature multiple sono invece +Europa e Impegno civico. Il partito di Emma Bonino infatti esprime 57 pluricandidati e un rapporto candidati/candidature del 58,6%. La lista guidata da Luigi Di Maio invece di pluricandidati ne conta 71 con un rapporto pari al 37,5%.

Non tutte le pluricandidature sono uguali

Ma essere pluricandidati può assumere un valore molto diverso da vari punti di vista, primo tra tutti il numero di candidature. Come accennato all'inizio ciascun esponente può essere candidato al massimo 6 volte, una all'uninominale e fino a 5 nel plurinominale.

Un caso specifico ad esempio riguarda quegli esponenti che sono candidati una sola volta in entrambi i tipi di collegio, uninominale e proporzionale. Tecnicamente anche queste sono pluricandidature. Tuttavia essere candidati in un collegio uninominale in cui difficilmente si può sperare di ottenere il maggior numero di voti significa la quasi certezza di non essere eletti.

Replicando quella candidatura anche in un collegio plurinominale dunque si fornisce al candidato qualche possibilità in più. Il raggiungimento dell’obiettivo dipende poi anche dalla posizione in cui si è inseriti nel listino proporzionale, oltre che ovviamente dal numero dei voti ricevuti dalla lista.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Non a caso questo tipo di pluricandidatura coinvolge in particolare quelle forze che non sono riunite all'interno di una coalizione. Tra queste in particolare è il Movimento 5 stelle ad aver adottato questo tipo di strategia più di frequente.

Molto diverso invece è il caso in cui una persona sia inserita in 2 listini proporzionali, piuttosto che 3, 4 o addirittura 5 aggiungendoci poi magari anche una candidatura uninominale. Anche in questi casi non si può generalizzare assumendo che siano tutte candidature blindate.

6 candidature, una all'uninominale e 5 al proporzionale. È il numero massimo di pluricandidature ammesse.

Inoltre il senso delle pluricandidature può variare in modo significativo. In alcuni casi infatti si tratta del tentativo, da pare delle segreterie di partito, di rendere il più sicura possibile l'elezione di alcuni esponenti. In altri invece la volontà è quella di presentare nel maggior numero di collegi possibile un nome forte, in grado di attrarre un maggior numero di preferenze.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono candidati in 6 collegi, il massimo possibile.

Per quanto riguarda il centro-destra, come abbiamo già visto, è Fratelli d'Italia a presentare la maggior parte delle pluricandidature. E questo sia per coloro che sono candidati in 2 o 3 collegi, sia per coloro che si presentano in ancora più collegi. Sono ad esempio in 7 gli esponenti di Fdi con 4 candidature, 2 quelli con 5 candidature e 3 quelli con 6 candidature. Tra questi ultimi ovviamente anche la leader del partito Giorgia Meloni.

Ma anche nelle altre formazioni di centro-destra non mancano esponenti candidati 6 volte. Per Forza Italia si tratta di Sivio Berlusconi e di Marta Fascina. Per la Lega e Noi moderati invece non si tratta dei leader di partito. Salvini infatti è candidato 4 volte tutte come capolista in collegi plurinominali. Maurizio Lupi invece è candidato solo in un seggio uninominale e in uno plurinominale.

Sono considerate le liste appartenenti alle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. A coloro che sono candidati per un seggio uninominale all’interno di una coalizione ma che al contempo si candidano anche in uno o più collegi plurinominali è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Per ciascuna lista è indicato il numero di esponenti candidati in 2 collegi plurinominali, oppure in 3, 4, 5 o 6 collegi plurinominale e/o uninominali. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Per il centro-sinistra invece, come abbiamo visto, sono soprattutto Impegno civico e +Europa ad esprimere molte pluricandidature. Nel primo caso, ad essere candidati 6 volte sono i due leader della formazione, ovvero Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. Ma oltre a questi sono poi in diverse ad aver avuto 4 o 5 candidature. Quanto a +Europa invece gli esponenti candidati 6 volte sono addirittura 7 e tra questi si trovano Emma Bonino, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi.

Verdi e Sinistra Italiana invece non hanno esponenti candidati 6 volte. In 2 hanno ricevuto 5 candidature, ma non si tratta dei leader di partito quanto piuttosto di Aboubakar Soumahoro e Ilaria Cucchi entrambi candidati in un collegio uninominale e in 4 proporzionali. I leader Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni invece sono candidati rispettivamente in 3 e 4 collegi.

Quanto al Partito democratico si tratta dell'unica formazione tra quelle analizzate a non aver candidato più di 3 volte nessun esponente politico. Lo stesso segretario Enrico Letta in effetti è candidato come capolista solo in 2 collegi proporzionali.

Tutti i leader di partito sono candidati in più di un collegio.

Nelle liste del Movimento 5 stelle, come abbiamo visto, sono frequenti i casi in cui una stessa persona è candidata a un unionominale e a un proporzionale. Allo stesso tempo però non sono molti gli altri casi di pluricandidature. Non risultano ad esempio esponenti candidati 6 volte. Cinque candidature invece sono state attribuite sia al capo politico Giuseppe Conte, sia all'ex sindaca di Torino Chiara Appendino.

Quanto alla lista Azione - Italia Viva invece solo Mara Carfagna è stata candidata 6 volte. Mariastella Gelmini e Carlo calenda invece hanno 5 candidature ciascuno, mentre Matteo Renzi 4.

In Unione popolare 6 candidature sono state attribuite solo al leader Luigi De Magistris. Infine Italexit presenta in 6 collegi Nunzia Alessandra Schilirò, nota esponente no green pass, e in 5 il leader del partito Gianluigi Paragone.

 

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: domenica 18 Settembre 2022)

Foto: Edmond Dantès

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Tutti i numeri del Quirinale https://www.openpolis.it/tutti-i-numeri-del-quirinale/ Tue, 18 Jan 2022 14:00:56 +0000 https://www.openpolis.it/?p=173518 L'elezione del nuovo capo dello stato è una partita politica molto complessa. I numeri possono però fornirci alcuni elementi utili per orientarci tra i poteri del capo dello stato, le modalità della sua elezione e le caratteristiche che hanno contraddistinto i profili dei presidenti della repubblica.

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Tra pochi giorni inizieranno le votazioni per eleggere il nuovo capo dello stato. Per interpretare le opzioni e le scelte dei grandi elettori è dunque utile riprendere alcuni dati che riguardano la presidenza della repubblica, per apprezzarne l’importanza, capire le procedure con cui i presidenti vengono eletti, il peso delle forze in campo e i principali elementi che vengono presi in considerazione in questa complicata partita.

Per questo già da novembre abbiamo iniziato a pubblicare o aggiornare contenuti relativi al presidente della repubblica, primo tra tutti il rapporto “Tutti gli uomini del Quirinale 2022“. Oltre a questo però ci siamo anche occupati dell’ultimo discorso di fine anno di Mattarella e abbiamo aggiornato i nostri glossari sulla presidenza della repubblica.

Per fornire una sintesi di questo lavoro abbiamo raccolto alcuni dei principali numeri sul Quirinale, sia in chiave storica che di attualità. Un modo per fornire una chiave interpretativa alle scelte che saranno compiute nei prossimi giorni che, comunque vada, rappresenteranno un passaggio cruciale della storia repubblicana.

12

i presidenti della repubblica in carica dal 1948 a oggi considerando anche il capo provvisorio dello stato Enrico De Nicola. Considerando invece solo i presidenti eletti dopo il ’48 sono stati 11 i capi dello stato ma 12 le elezioni. Nel 2013 infatti Giorgio Napolitano è stato il primo presidente della repubblica eletto per un secondo mandato. Questo secondo incarico comunque ha avuto durata breve e nel 2015 Napolitano ha rassegnato le dimissioni.

5

i presidenti della repubblica che hanno sciolto anticipatamente le camere. Il primo è stato il presidente Leone nel 1972, dopo la caduta del primo governo Andreotti. Poi sempre Leone nel 1976 (quinto governo Moro). Pertini sciolse anticipatamente le camere 2 volte nel 1979 (quarto governo Andreotti) e nel1983 (quinto governo Fanfani). A Cossiga capitò una sola volta nel 1987 dopo la caduta del sesto governo Fanfani. Scalfaro poi sciolse le camere nel 1994 (governo Ciampi) e nel 1996 (governo Dini). L’ultimo presidente ad aver sciolto le camere infine è stato Napolitano. Prima nel 2008, quando con la caduta del secondo governo Prodi la legislatura venne interrotta dopo appena 2 anni. Poi nel 2012 (governo Monti) anche se in realtà mancavano ormai pochi mesi alla fine naturale della legislatura.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Novembre 2021)

67

i governi italiani dalla nascita della repubblica (64 se si contano solo quelli nati dopo il varo della costituzione). È il presidente della repubblica a nominare il presidente del consiglio e su proposta di questo i ministri. Si tratta tuttavia di un potere complesso che il capo dello stato esercita in concorso con altri organi dello stato. In ogni caso dato l'alto numero di governi ciascun presidente della repubblica si è trovato in molte occasioni a nominare nuovi presidenti del consiglio.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 30 Novembre 2021)

5

i senatori a vita di nomina presidenziale che possono essere in carica allo stesso momento. L'articolo 59 della costituzione è stato riformato solo nel 2020. Fino a questo momento infatti presentava una formulazione ambigua. Quasi tutti i presidenti avevano interpretato la norma nel senso che è stato ora adottato, ma sia Pertini che Cossiga avevano adottato un'interpretazione estensiva secondo cui ciascun presidente poteva nominare fino a 5 senatori, indipendentemente dal numero in quel momento in carica.

FONTE: elaborazione openpolis su dati del senato della repubblica
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Dicembre 2021)

1/3

i giudici della corte costituzionale nominati dal presidente della repubblica, ovvero 5 su 15. Si tratta di una potere cruciale e di equilibrio tra il potere politico e quello giudiziario. Ed è proprio in questi termini infatti che è stato spesso esercitato dai presidenti della repubblica. In molti casi infatti sembra che le scelte del Quirinale, oltre alla valutazione del profilo del giudice, abbiano riguardato anche la ricerca di un equilibrio all'interno della corte. Forse proprio per questo la maggioranza dei presidenti della corte costituzionale sono stati nominati giudici della consulta proprio dal presidente della repubblica.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 18 Dicembre 2020)

1.009

i “grandi elettori” chiamati a scegliere il capo dello stato. In base all’articolo 83 della costituzione il presidente della repubblica deve essere eletto dal parlamento in seduta comune a cui si aggiungono 3 delegati per ogni regione (salvo la Val d’Aosta che ha un solo rappresentante). In attesa che trovi applicazione la riforma costituzionale approvata nel 2020 che prevede una riduzione del numero dei parlamentari, l’assemblea che elegge il presidente della repubblica si compone quindi ad oggi di 1.009 membri: 630 deputati, 321 senatori (inclusi i senatori a vita, attualmente 6) e 58 delegati regionali. Per l'elezione del successore di Sergio Mattarella i "grandi elettori" sono 1.008 dato che un seggio della camera è attualmente vacante.

FONTE: dati ed elaborazioni openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

2 su 12

i presidenti della repubblica eletti con la maggioranza dei 2/3. Secondo il dettato costituzionale nei primi 3 scrutini è necessaria la maggioranza “qualificata” dei 2/3 per eleggere il capo dello stato. Se non si riesce a trovare un accordo su un nome condiviso, a partire dal quarto scrutinio il quorum si abbassa e diventa sufficiente la maggioranza assoluta. Dal 1949 a oggi solo 2 presidenti (Cossiga nel 1985 e Ciampi nel 1999) sono stati eletti entro le prime 3 votazioni. Quattro invece sono stati eletti al quarto scrutinio (Einaudi nel 1949, Gronchi nel 1955, Napolitano nel 2013 e Mattarella nel 2015). L’elezione più complicata in assoluto fu quella di Giovanni Leone nel 1971, per cui furono necessarie ben 23 votazioni.

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

4

i presidenti della repubblica eletti con meno del 60% dei consensi. Fatta eccezione per Enrico De Nicola (eletto capo provvisorio dello stato nell’ambito dell’assemblea costituente), ad oggi, il presidente della repubblica eletto con il più ampio consenso è stato Sandro Pertini, con 832 voti sui 995 presenti e votanti (83,6%). Seguono Giovanni Gronchi (79%) e Francesco Cossiga (76,8%). Sergio Mattarella invece è stato eletto con il 66,8% dei voti, settimo per percentuale di consenso. Quattro sono stati i presidenti della repubblica eletti con meno del 60% dei consensi. Si tratta di Luigi Einaudi (59,4%), Giorgio Napolitano nel 2006 (54,3%), Antonio Segni (52,6%) e Giovanni Leone (52%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

234

i “grandi elettori” espressione del Movimento 5 stelle. Data l’attuale composizione del parlamento e l’appartenenza politica dei delegati regionali, la forza più rappresentata durante le votazioni per l’elezione del capo dello stato sarà il Movimento 5 stelle con 234 esponenti. Seguono la Lega (212), il Partito democratico (154), Forza Italia (135), gruppo misto (116) e Fratelli d’Italia (63). Dati questi numeri né il centrodestra né il centrosinistra nelle loro attuali composizioni avrebbero la forza per eleggere da soli il prossimo capo dello stato. A meno di accordi trasversali quindi potrebbero risultare decisivi i voti degli appartenenti agli schieramenti politici “minori”.

45

i grandi elettori espressione di Italia viva. Dato che i voti necessari per eleggere il prossimo capo dello stato sono 505, l’ago della bilancia potrebbe essere rappresentato da Italia viva. Qualora infatti la formazione di Matteo Renzi decidesse di votare insieme al centrodestra questo sarebbe vicinissimo a raggiungere il quorum. Nell’interpretare questi dati tuttavia bisogna tenere presenti alcuni elementi. In primo luogo non è detto che tutti i grandi elettori rispettino le indicazioni provenienti dai rispettivi partiti. Questo in virtù del voto segreto che potrebbe favorire la formazione di maggioranze trasversali. Un altro fattore che d considerare è l’emergenza coronavirus che potrebbe impedire a diversi esponenti di partecipare alle votazioni.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Gennaio 2022)

11 su 12

i presidenti della repubblica che sono stati parlamentari prima di essere eletti al Quirinale, così come quelli che hanno ricoperto almeno un incarico di governo. Nel primo caso l’unica eccezione è quella di Ciampi. Nel secondo caso invece si tratta di Pertini.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

5

i presidenti della repubblica che hanno ricoperto l'incarico di presidente della camera prima di essere eletti al Quirinale. Si tratta di Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano. Quanto alla seconda carica dello stato, solo un presidente del senato è stato fin'ora eletto alla presidenza della repubblica, Francesco Cossiga.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

2

i presidenti della repubblica che hanno ricoperto l'incarico di governatore della Banca d'Italia prima di essere eletti al Quirinale. Già il primo capo dello stato eletto dal parlamento aveva ricoperto il ruolo di governatore della Banca d'Italia, Luigi Einaudi. A 51 anni di distanza poi un altro ex governatore, Ciampi, è salito al colle. Entrambi comunque avevano anche ricoperto incarichi di governo.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Dicembre 2021)

0

le donne che ad oggi hanno ricoperto l'incarico di presidente della repubblica. A oltre 70 anni dal varo della costituzione in molti sostengono che sia arrivato il momento per interrompere questa prassi.

73 anni

l'età media dei presidenti della repubblica al momento dell'elezione. Il presidente più giovane al momento dell'entrata in carica è stato Francesco Cossiga, a soli 57 anni. Il più anziano ad essere stato eletto invece è stato Giorgio Napolitano, che all'inizio del suo secondo mandato aveva 88 anni. Invece se si considera solo il primo incarico il presidente più anziano è stato Pertini, eletto a 81 anni. Per quanto autorevoli possano essere alcune delle figure indicate nel dibattito pubblico come possibili candidati al Quirinale la questione anagrafica deve dunque far riflettere rispetto alla possibilità che l'età avanzata li induca a concludere il mandato prima del termine di 7 anni previsto dalla costituzione.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 7 Gennaio 2022)

La scelta del parlamento su chi andrà a ricoprire il ruolo di capo dello stato si baserà certamente su una valutazione di tipo politico, che tuttavia dovrà tenere in considerazione le esperienze pregresse dei profili individuati. Nel corso della storia repubblicana sono state elette alla presidenza della repubblica personalità anche molto diverse tra loro. Guardando ai precedenti però è possibile individuare varie caratteristiche comuni nei percorsi politici di chi è stato eletto al colle. Informazioni utili per interpretare le scelte compiute fin ora, che tuttavia non sono in alcun modo vincolanti.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Gennaio 2022)

Foto Credit: Quirinale

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Il mandato di Sergio Mattarella e il ruolo del presidente della repubblica https://www.openpolis.it/esercizi/il-mandato-di-sergio-mattarella-e-il-ruolo-del-presidente-della-repubblica/ Wed, 24 Nov 2021 13:59:09 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=169126 Sette anni sono un tempo lungo, nel corso del quale ciascun presidente ha contribuito a un capitolo della nostra storia politica. Nel caso degli anni trascorsi da Mattarella al Quirinale però è da segnalare come il contesto politico - e non solo - sia profondamente mutato diverse volte.

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Il mandato di Sergio Mattarella come presidente della repubblica è ormai giunto al termine e già da diversi mesi sono iniziati a circolare nomi di suoi possibili successori.

Quella del capo dello stato infatti è una figura fondamentale nell’ordinamento italiano. Questo perché non solo l’inquilino del Quirinale costituisce un architrave imprescindibile per il funzionamento delle istituzioni ma anche perché rappresenta un punto di rifermento fondamentale in un momento di grave crisi del sistema partitico.

Sono molte le competenze che la costituzione italiana attribuisce al presidente della repubblica. Un ruolo delicato a cui, specie negli ultimi anni, cittadini e addetti ai lavori hanno guardato con sempre maggiore attenzione.

Tra le sue prerogative principali vi è certamente quella di nominare il presidente del consiglio dei ministri e, su proposta di quest’ultimo, i ministri (articolo 92 costituzione). Inoltre ha il potere di promulgare le leggi. Può sciogliere le camere e indire nuove elezioni (articoli 87 e 88). Presiede infine due organi rilevanti come il consiglio superiore della magistratura (Csm) e il consiglio supremo di difesa.

12 i presidenti della repubblica in carica dal 1948 a oggi.

Tali poteri sono stati esercitati in maniera diversa dai presidenti che si sono succeduti negli anni e che hanno contribuito così a definire la prassi costituzionale di questo incarico. Sette anni infatti sono un tempo lungo, nel corso del quale ciascun presidente ha contribuito a un capitolo della nostra storia politica. Nel caso degli anni trascorsi da Mattarella al Quirinale però è da segnalare come il contesto politico – e non solo – sia profondamente mutato diverse volte.

Gli anni del centrosinistra

Durante il mandato di Mattarella si sono succeduti 5 diversi esecutivi. La transizione tra un governo e l’altro non è sempre stata semplice da gestire. Ciò con una sola eccezione: il passaggio dal governo Renzi a quello Gentiloni alla conclusione della XVII legislatura.

3 i presidenti del consiglio nominati da Mattarella (Gentiloni, Conte e Draghi).

Nel dicembre del 2016 infatti, a seguito della vittoria del “no” al referendum sulla riforma costituzionale che il suo governo aveva promosso, Matteo Renzi rassegnò le proprie dimissioni.

Al suo posto a palazzo Chigi si insediò l’ex ministro degli esteri che proseguì il lavoro in continuità con il suo predecessore. Sostenuto peraltro dalla stessa maggioranza. Il governo Gentiloni guidò quindi il paese fino alla conclusione naturale della legislatura nel 2018.

Partiti e movimenti populisti al governo

A seguito delle elezioni politiche, gli schieramenti tradizionali di centrodestra e centrosinistra non ottennero la maggioranza. Ciò anche in virtù del grande risultato ottenuto dal Movimento 5 stelle che divenne la principale forza presente in parlamento. Anche i pentastellati tuttavia da soli non avevano i numeri per formare un governo.

Si aprirono quindi delle trattative tra i 3 partiti che avevano ottenuto il maggior numero di seggi (Lega, M5s e Partito democratico) per tentare di formare un governo di compromesso. Una fase che durò per diversi mesi senza esiti. In quei giorni il presidente della repubblica mostrò una certa insofferenza per le difficoltà di dialogo tra gli schieramenti. Tra le opzioni sul tavolo, qualora la situazione non si fosse sbloccata, Mattarella annunciò anche quella di formare un “governo di servizio” che traghettasse il paese fino a nuove elezioni.

Alla fine Lega e Movimento 5 stelle trovarono un accordo e siglarono il cosiddetto “contratto di governo”. Tuttavia le difficoltà non finirono qui. Un altro ostacolo alla nascita del nuovo esecutivo infatti furono le posizioni fortemente euroscettiche che, in particolare la Lega ma anche il Movimento 5 stelle, avevano manifestato all’epoca.

Lega e M5s arrivarono a chiedere l’impeachment per Mattarella.

Posizioni mal sopportate da Mattarella e che in particolare portarono al diniego sulla nomina di Paolo Savona, come ministro dell’economia. L’ex accademico infatti aveva più volte evocato l’uscita dell’Italia dall’euro. Una posizione inaccettabile per il capo dello stato che temeva effetti negativi sull’economia italiana. Tale decisione però non mancò di destare forti polemiche. Tanto che i leader delle due forze politiche, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, arrivarono addirittura a chiedere la messa in stato d’accusa di Mattarella.

Ho condiviso e accettato tutte le proposte per i ministri, tranne quella del ministro dell’economia. La designazione del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme, per gli operatori economici e finanziari.

Tali polemiche però rientrarono e l’impasse fu superato. Alla fine al dicastero di via XX settembre andò un altro esponente gradito alla Lega, Giovanni Tria. Grazie a questo accordo poté finalmente nascere il governo Conte, a 70 giorni di distanza dalla consultazione elettorale.

70 giorni trascorsi dalle elezioni alla nomina del primo governo Conte.

Il governo giallorosso e l’esplosione della pandemia

Mattarella fu poi costretto a intervenire nuovamente nell’estate del 2019. Forte del risultato particolarmente positivo alle elezioni europee, il leader della Lega Matteo Salvini decise di far cadere il governo con l’obiettivo di andare a elezioni anticipate e capitalizzare così il proprio consenso. Tuttavia Mattarella prima di sciogliere le camere volle provare a percorrere la via delle consultazioni per capire se ci fosse la possibilità di formare una maggioranza diversa.

Mattarella ha sempre privilegiato la risoluzione parlamentare delle crisi.

Possibilità che si concretizzò grazie al Partito democratico, a Liberi e uguali e alla neonata formazione di Matteo Renzi Italia viva. Queste tre forze politiche si sostituirono alla Lega a fianco del Movimento 5 stelle permettendo così la nascita del governo Conte II. La vita del paese, politica e non solo, però fu stravolta pochi mesi dopo dell’esplosione della pandemia. Così come accaduto all’estero, anche in Italia della gestione dell’emergenza si è fatto carico essenzialmente il governo.

Ma anche il presidente della repubblica in questa situazione ha esercitato un ruolo importante. Svolgendo infatti il proprio incarico di garante dell’unità nazionale Mattarella ha cercato di rassicurare gli italiani in un momento di grande difficoltà. Celebre il fuori onda nel discorso di fine anno del 2020 in cui Mattarella ricordava di non aver avuto la possibilità di andare dal parrucchiere.

Ma il capo dello stato ha svolto il proprio ruolo anche nelle cerimonie ufficiali presenziando alla commemorazioni dei cittadini deceduti al municipio di Codogno. Molto significative inoltre le celebrazioni all’altare della patria in occasione della festa della repubblica. Con un’immagine, quella di Mattarella che in solitudine depone una corona d’alloro, particolarmente significativa.

Draghi, il coronavirus e il Pnrr

Un altro passaggio particolarmente delicato è stato quello che all’inizio del 2021 ha portato alla nascita del governo Draghi. In questo caso fu Matteo Renzi a togliere l’appoggio all’esecutivo. Come abbiamo raccontato, senza il sostegno di Italia viva infatti la maggioranza giallorossa difficilmente avrebbe avuto i numeri per andare avanti. Così, dopo un tentativo di formare un nuovo gruppo centrista, Conte decise di rassegnare le dimissioni.

Anche in questo caso ci sono state alcune forze politiche, in particolare Lega e Fratelli d’Italia, che avevano chiesto di andare al voto. Ma di nuovo Mattarella ha cercato prima di trovare una soluzione parlamentare alla crisi. Ciò anche alla luce delle situazione difficile che stava attraversando il paese in quei giorni, in cui doveva iniziare la campagna vaccinale e c’era la necessità di lavorare sulla definizione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Dapprima Mattarella ha conferito un mandato esplorativo al presidente della camera Roberto Fico. Fallito questo esperimento, il capo dello stato si è rivolto a Mario Draghi.

Altre emergenze

L’emergenza coronavirus non è stato l’unico evento traumatico che ha caratterizzato la storia del nostro paese durante il mandato di Mattarella. In tali occasioni il capo dello stato ha sempre fatto sentire la sua presenza. Solo per citare alcuni esempi, nel 2016 il presidente della repubblica si recò a Malpensa per rendere omaggio alle salme degli italiani uccisi durante l’attentato estremista di Nizza.

Durante eventi traumatici per il paese Mattarella è sempre stato in prima linea.

Poche settimane dopo invece si recò nelle zone del centro Italia colpite dal terremoto, visitando e partecipando alle esequie delle vittime ad Amatrice, Accumuli e Arquata del Tronto. Da segnalare anche l’incontro con i familiari di Giulio Regeni. Occasione in cui il presidente della repubblica auspicò il massimo impegno da parte di tutti i soggetti coinvolti per appurare la verità su cosa accadde al giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto.

Nel 2017 invece volle incontrare personalmente una delegazione dei soccorritori che intervennero a Rigopiano in Abruzzo. Dove una slavina travolse una struttura alberghiera causando la morte di 29 persone. Nell’agosto dello stesso anno si è poi recato sull’isola d’Ischia, anche in questo caso per far visita alle popolazioni terremotate.

Il 2018 invece si caratterizzò per la tragedia del crollo del ponte Morandi di Genova in cui persero la vita 43 persone. Anche in questo caso Mattarella volle essere in prima fila durante la celebrazione delle esequie.

Lo scandalo delle nomine del Csm

Nel corso del suo mandato Mattarella, in quanto presidente del consiglio superiore della magistratura, ha anche dovuto fronteggiare lo scandalo legato alle nomine e ai concorsi truccati.

Secondo le indagini degli inquirenti infatti le varie correnti interne al Csm avevano elaborato un sistema attraverso il quale spartirsi le cariche più prestigiose. Tale inchiesta peraltro portò alla radiazione dalla magistratura di Luca Palamara (ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati) ma sono molti altri i giudici tuttora sottoposti a procedura disciplinare.

Il presidente della repubblica non può sciogliere il Csm a discrezione.

Dopo queste rivelazioni in molti chiesero al capo dello stato di sciogliere l’organo. Le polemiche seguite a questi fatti costrinsero il Quirinale a diramare una nota con la quale si specificava che, in base al dettato costituzionale, il presidente non può sciogliere il Csm in via discrezionale ma solo nel momento in cui risulti impossibile il suo funzionamento (come ad esempio in caso di mancanza del numero legale).

Mattarella inoltre evidenziò che uno scioglimento avrebbe comportato l’elezione di un nuovo consiglio con le vecchie modalità che erano state contestate dalle forze politiche, oltre a bloccare i procedimenti disciplinari in corso. Allo stesso tempo ribadì in più occasioni la necessità di provvedere rapidamente ad una riforma dell’organo. Compito che spetta al parlamento.

È necessario che il tracciato della riforma sia volto a rimuovere prassi inaccettabili, frutto di una trama di schieramenti cementati dal desiderio di occupare ruoli di particolare importanza giudiziaria e amministrativa

Il mandato di Sergio Mattarella in numeri

Come abbiamo visto quindi il settennato di Sergio Mattarella che sta ormai per concludersi si è caratterizzato per una serie di eventi particolarmente significativi che hanno segnato la storia del nostro paese.

Volendo analizzare l’attività del presidente della repubblica da un punto di vista statistico possiamo osservare che gli interventi pubblici svolti da Mattarella nel corso del suo mandato, in base al diario tenuto dal Quirinale, sono stati oltre 3.800.

L’attività del capo dello stato poi può essere suddivisa tra visite all’estero (48) e incontri con alti rappresentanti di stato o di istituzioni internazionali (235). A queste si aggiungono incontri con esponenti del governo, alti dirigenti pubblici e leader di partito (108). Da segnalare inoltre gli interventi in qualità di presidente del Csm (22). Mattarella infine ha presieduto in 9 occasioni il consiglio supremo di difesa.

Il grafico si basa sull’attività riportata nel diario del presidente della repubblica. Sono stati esclusi dal conteggio gli incontri tenuti con esponenti diversi da quelli statali (ad esempio rappresentanti di organizzazioni sindacali o datoriali).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Quirinale
(ultimo aggiornamento: lunedì 22 Novembre 2021)

 

Per quanto riguarda l’attività diplomatica sono da ricordare le visite negli Stati Uniti e al contingente militare italiano in Libano nel 2016. L'anno successivo invece si è recato sia in Russia che in Cina. Significativa poi la visita in Armenia del 2018. Mentre nel 2019 da segnalare una visita in Germania e di nuovo negli Stati Uniti. Nel 2020 infine la visita nello stato di Israele e poi anche in Francia Germania.

Sono stati molti inoltre gli incontri diplomatici avvenuti al Quirinale. Tra questi da ricordare i faccia a faccia con il presidente russo Putin (2019 e 2021), con Donald Trump (2017) e quello con Xi Jinping (2019). Ha incontrato poi in più di un’occasione i rappresentanti di Israele (2015 e 2018) e Palestina (2015, 2018 e 2021).

Particolarmente significativa poi, dal punto di vista delle relazioni internazionali, è stata la presidenza italiana del G20 che si è tenuta proprio quest’anno. In questa sede Mattarella ha avuto l'opportunità di incontrare diversi leader mondiali tra cui il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Baiden e quello del Brasile Jair Bolsonaro.

Un simbolo di tenuta per il paese

Attraverso il mandato di Sergio Mattarella abbiamo rivissuto gli ultimi sette anni di storia del nostro paese. Anni contraddistinti, come abbiamo visto, da momenti molto difficili ma anche da momenti in cui il nostro paese ha dimostrato di saper reagire di fronte alle difficoltà.

Durante la pandemia Mattarella è stato un punto di riferimento per molti italiani.

Certamente l’ultimo anno e mezzo caratterizzato dalla pandemia è stato uno spartiacque. In questo senso il presidente della repubblica ha rappresentato un punto di riferimento per molti italiani. Il successore di Mattarella avrà davanti a sé quindi un compito non semplice. Dovrà gestire le forze politiche, alcune delle quali tutt'ora ambiscono al voto anticipato. Inoltre, insieme al governo, sarà chiamato ad affrontare l'emergenza Covid che appare tutt'altro che conclusa, oltre alla delicatissima sfida del Pnrr.

Per questi motivi nei prossimi capitoli approfondiremo alcuni aspetti legati alla figura del capo dello stato. Non solo le modalità di elezione ma anche i profili di coloro che finora hanno ricoperto un ruolo tanto importante quanto delicato.

photo credits: Quirinale

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I sondaggi e le difficoltà nelle coalizioni di centrodestra e centrosinistra https://www.openpolis.it/i-sondaggi-e-le-difficolta-nelle-coalizioni-di-centrodestra-e-centrosinistra/ Fri, 25 Jun 2021 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=134632 Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative il peso dei sondaggi diventa ancora più importante nel valutare l’azione delle forze politiche. Nel centrodestra affiorata l’idea di un partito unico. Nel centrosinistra le difficoltà del M5s continuano a condizionare la coalizione.

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Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative del prossimo autunno in cui le forze politiche si contenderanno alcune delle principali città italiane, il peso dei sondaggi diventa un fattore ancora più importante per valutare lo stato di salute dei partiti e cercare di interpretarne le scelte. Nelle ultime settimane infatti le tensioni e le difficoltà all’interno delle diverse coalizioni si sono intensificate.

Nel centrodestra prosegue l’ascesa nel potenziale gradimento degli italiani di Fratelli d’Italia che supera il Partito democratico e diviene la seconda forza politica nel paese. Il partito di Giorgia Meloni è ormai vicinissimo nei sondaggi alla Lega. È probabilmente anche per questo motivo che il leader del Carroccio Matteo Salvini ha lanciato l’idea di una federazione tra i gruppi parlamentari di centrodestra che fanno parte della maggioranza. Sommando ai propri voti anche quelli di Forza Italia infatti la Lega ristabilirebbe le distanze rispetto a Fdi.

È attraverso i sondaggi che, tra una elezione e l’altra, le forze politiche misurano il proprio consenso e i rapporti di forza tra loro.
Vai a "Come stanno andando i sondaggi politici"

Le difficoltà persistono anche nella coalizione di centrosinistra. Mentre infatti il Pd si mantiene stabile, il Movimento 5 stelle, dopo l’entusiasmo per l’annuncio di Giuseppe Conte come nuova guida, è tornato a perdere potenziali consensi nelle ultime settimane. Le difficoltà del movimento però potrebbero comportare anche un indebolimento dell’asse con Pd e Leu.

La situazione a giugno

Nell’era dei social network e dell’informazione in tempo reale, leader e forze politiche necessitano di marcare continuamente la propria presenza sui media determinando una sorta di campagna elettorale permanente. I sondaggi sono quindi un “termometro” che ci aiuta a capire quale sia lo stato di salute delle forze politiche e un modo per cercare di interpretare le loro scelte strategiche.

A maggior ragione in un contesto come quello attuale, dove quasi tutte le forze politiche fanno parte della stessa maggioranza, ognuna ha bisogno di rivendicare i propri successi per dimostrare la propria capacità di indirizzare l’azione di governo sui temi cari all’elettorato di riferimento.

Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative ogni forza politica ha bisogno di distinguersi dalle altre.

In base ai sondaggi raccolti nei primi giorni del mese di giugno, la Lega continua ad essere il primo partito con una media di poco inferiore al 21%. Come possiamo osservare anche dal grafico tuttavia il partito di Salvini ha ridotto il proprio gradimento rispetto a 18 mesi fa. Parliamo di un calo di potenziali consensi di oltre 10 punti percentuali. Prosegue costante invece l’ascesa di Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni infatti rispetto a gennaio 2020 ha guadagnato quasi 9 punti percentuali ed ha scavalcato il Partito democratico come seconda forza politica nel paese con circa il 19,5% di potenziali consensi.

La media aritmetica è calcolata sui primi sondaggi di ogni mese dei seguenti istituti demoscopici: Emg, Ixe, Tecnè, Swg, Euromedia e Ipsos.
La media è stata calcolata sulla base dei primi dati del mese raccolti dai vari istituti demoscopici. Nei mesi estivi (luglio, agosto, settembre) i sondaggi non sono effettuati con regolarità, la media è stata quindi calcolata sulla base dei dati disponibili.
Per il mese di dicembre 2020 non sono disponibili i dati di Ipsos. Per i mesi di gennaio e aprile 2021 non sono disponibili i dati di Ixè. Per agosto 2021 sono disponibili solamente i dati Swg ed Euromedia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 14 Giugno 2021)

Dal canto suo invece il Pd è, tra le principali forze politiche, quella che è rimasta più stabile nei sondaggi. Con i potenziali consensi che negli ultimi 18 mesi sono oscillati tra il 18% e il 21%.

+8,6 il consenso, in punti percentuali, guadagnato da Fdi nell’ultimo anno e mezzo.

Tuttavia possiamo osservare che confrontando i dati di giugno con quelli del gennaio 2020 solo tre forze politiche non hanno visto ridotto il proprio potenziale bacino elettorale. Si tratta del Movimento 5 stelle, di Fdi e della sinistra di Leu composta da Sinistra italiana e da Articolo 1-Mdp.

La media aritmetica è calcolata sui primi sondaggi di ogni mese dei seguenti istituti demoscopici: Emg, Ixe, Tecnè, Swg, Euromedia e Ipsos. Per il mese di gennaio 2021 non sono disponibili i dati di Ixè.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria 
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Dobbiamo osservare tuttavia che il M5s aveva già registrato in precedenza una significativa diminuzione dei potenziali consensi. Osservando infatti i dati relativi ai voti ottenuti alla camera dai vari partiti alle elezioni politiche del 2018 possiamo notare come i pentastellati avessero ottenuto il 32,7% dei voti.

La differenza tra voti nelle ultime elezioni, presenza in parlamento e sondaggi attuali

Partito% voti camera 2018% deputati attuali% senatori attuali% sondaggi attuali
Lega – Salvini17,421,020,019,9
PD18,814,811,819,1
M5S32,725,623,416,3
Fratelli d’Italia4,45,76,220,2
Forza Italia14,012,416,27,5
SX3,41,7no gruppo autonomo3,7
Italia Vivanon presente4,55,32,5
PiùEuropa2,6no gruppo autonomono gruppo autonomo1,7
Coraggio Italianon presente3,8no gruppo autonomo1,3
Azionenon presenteno gruppo autonomono gruppo autonomo3,4
Europa Verde0,58*no gruppo autonomonon presente1,6
*lista comune "Italia Europa Insieme" comprendente Federazione dei Verdi, Psi e Area civica.

 

Per quanto riguarda invece la componente di sinistra possiamo osservare che, sebbene continuino a far parte del gruppo parlamentare di Liberi e uguali, alcuni esponenti di Sinistra italiana tra cui il segretario nazionale Nicola Fratoianni hanno deciso di non sostenere il governo Draghi. La scelta di rimanere all’opposizione potrebbe quindi aver influito sulla crescita nei potenziali consensi riscossa dal gruppo nelle ultime settimane.

Il centrodestra e la proposta di federazione

Come noto, l’avvento del governo Draghi ha sparigliato le carte nel centrodestra con Forza Italia e Lega che hanno deciso di entrare nella nuova maggioranza e Fratelli d’Italia che invece è rimasta all’opposizione. Ma se nel caso di Fi tale scelta poteva essere comprensibile viste le posizioni più moderate ed europeiste del partito rispetto agli alleati, a sorprendere è stata la scelta di Matteo Salvini.

Un governo di unità nazionale è un esecutivo che si regge sul sostegno della totalità (o quasi) delle forze presenti in parlamento. Generalmente nasce in situazioni di grave emergenza che fanno ritenere necessaria un’assunzione di responsabilità da parte di tutte le forze politiche.
Vai a "Che cos’è un governo di unità nazionale"

Anche questa decisione tuttavia può essere letta come una scelta strategica in chiave elettorale. Come abbiamo visto infatti il distacco che separa la Lega dal Pd ma soprattutto da Fratelli d’Italia si sta assottigliando mese dopo mese e Salvini ha dovuto fare qualcosa per cercare di invertire questa tendenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

La federazione tra Lega e Fi potrebbe essere un tentativo di arginare l’ascesa di Fdi.

La scelta leghista di entrare a far parte della nuova maggioranza di unità nazionale tuttavia non pare aver pagato per il momento. Almeno dal punto di vista dei sondaggi. Può forse essere letta anche in questi termini la proposta lanciata qualche giorno fa di una federazione tra i partiti di centrodestra che fanno parte della maggioranza. Con questa mossa infatti secondo alcuni osservatori la Lega potrebbe ristabilire le distanze con Fdi e Salvini metterebbe al riparo il proprio ruolo di candidato del centrodestra alla guida del prossimo governo.

La proposta di Salvini è stata subito raccolta dal leader di Forza Italia Silvio Berlusconi che ha addirittura rilanciato proponendo l’inizio di un percorso verso un partito unico del centrodestra in vista delle elezioni politiche del 2023. La posizione di Berlusconi tuttavia non è stata condivisa da una parte significativa del partito, in particolare dagli esponenti che ricoprono incarichi di governo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Essi infatti temono che la federazione possa trasformarsi in una vera e propria annessione alla Lega. D’altra parte alcuni osservatori hanno ipotizzato che questa iniziativa di Berlusconi possa essere finalizzata a cambiare le sorti di un partito che pare avviato sul viale del tramonto.

Nuove strategie

Si sono dimostrati scettici verso questa nuova formazione anche gli esponenti di Coraggio Italia, il gruppo politico nato recentemente per iniziativa del presidente della Liguria Giovanni Toti e del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. In effetti molti dei membri di questa nuova forza politica provengono da Fi e i loro fondatori hanno dichiarato apertamente di puntare a recuperare i voti dei moderati che hanno diretto la loro preferenza altrove. Tornare insieme a Forza Italia dopo esserne usciti dal loro punto di vista parrebbe un controsenso.

La prospettiva che il governo Draghi possa arrivare a fine legislatura ha influito sulle strategie dei partiti.

In generale comunque sia Lega che Forza Italia sembrano aver cambiato la propria strategia. Con l’approvazione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) da parte della commissione europea, sembra sempre più probabile infatti che il governo Draghi arriverà al termine della legislatura. Ciò rappresenta una buona notizia per Salvini che avrà così due anni di tempo per recuperare consensi. Al contrario Giorgia Meloni sperava nelle elezioni anticipate per capitalizzare il proprio trend di crescita nei sondaggi.

Siamo pronti a confrontarci con qualsiasi candidato, forti delle nostre e proposte. Ma fa riflettere che l’unica situazione nella quale in Italia pare si possa votare sono le primarie del Pd. Se si poteva votare per le primarie si poteva anche per le politiche.

In effetti anche l’atteggiamento di Salvini rispetto ai mesi scorsi pare essere cambiato. Come abbiamo raccontato infatti il leader della Lega aveva tenuto in alcune occasioni un atteggiamento critico nei confronti del governo, specie verso la sua ala sinistra rappresentata dal ministro della salute Roberto Speranza. Nelle ultime settimane invece Salvini pare aver dato un appoggio più convinto all’esecutivo. Ciò potrebbe essere un segnale che anche il leader del Carroccio sta lavorando per le elezioni nel 2023.

Il centrosinistra e le difficoltà del Movimento 5 stelle

Nonostante siano meno evidenti, anche nel centrosinistra si stanno registrando delle tensioni. Ciò a causa, tra le altre cose, del difficile momento di transizione che sta attraversando il Movimento 5 stelle. Come abbiamo già raccontato infatti nei mesi scorsi il movimento ha annunciato una rifondazione che vedrà Giuseppe Conte come nuova guida.

Tuttavia il nuovo assetto dei pentastellati non è ancora stato ufficializzato. Il motivo sono le frizioni prima con l’associazione Rousseau guidata da Davide Casaleggio e poi con il garante Beppe Grillo che, secondo quanto riportato dalla stampa, sarebbe restio ad accettare un ridimensionamento del proprio ruolo nel nuovo movimento a guida Conte.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Questa situazione di stallo tuttavia, con il leader in pectore che ancora non può parlare ufficialmente a nome del movimento, sta creando però non pochi problemi. Come abbiamo visto infatti dopo l’annuncio della nuova leadership il M5s aveva ripreso a guadagnare consensi. L’entusiasmo iniziale però sembrerebbe essersi affievolito e il M5s ha nuovamente invertito la tendenza.

Il M5 non riesce a far valere il proprio peso all’interno della maggioranza.

Queste difficoltà peraltro hanno portato anche a dei malumori all’interno dei pentastellati con alcuni esponenti che si sono chiesti se non fosse più conveniente passare all’opposizione. Un’ipotesi che ha subito provocato la reazione del Pd secondo cui un’ipotetica uscita del movimento dal governo metterebbe in dubbio l’alleanza di centrosinistra.

Se M5s e Conte decidono di lasciare il governo e la maggioranza, sarebbe un problema per il paese e il Pd lo riterrebbe molto grave.

Queste tensioni stanno avendo delle ripercussioni anche in vista delle elezioni amministrative del prossimo autunno con le coalizioni, sia di centrodestra che di centrosinistra, che faticano a trovare candidati comuni. Sarà quindi interessante monitorare come si evolverà la situazione nelle prossime settimane con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale.

Foto credit: Facebook Matteo Salvini - Licenza

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La nuova giunta lombarda e l’arrivo di Letizia Moratti https://www.openpolis.it/la-nuova-giunta-lombarda-e-larrivo-di-letizia-moratti/ Mon, 18 Jan 2021 14:44:43 +0000 https://www.openpolis.it/?p=117187 Con il rimpasto della giunta Fontana tre assessori hanno dovuto lasciare il proprio incarico, tra cui Giulio Gallera. Al suo posto Letizia Moratti che ha ricevuto anche il ruolo di vicepresidente. Nel ricambio quindi Forza Italia non risulta essere stata penalizzata.

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Nel corso degli ultimi mesi la regione Lombardia è stata duramente messa alla prova dall’arrivo nel nostro paese del coronavirus. Il numero elevatissimo di contagi nella regione, unito al fatto che il sistema sanitario Lombardo fosse presentato dal centro destra come un modello, ha fatto sì che sulla gestione della crisi sanitaria lombarda si concentrasse una notevole attenzione politica e mediatica.

Al centro di molte polemiche è stato in particolare l’assessore al welfare della regione, Giulio Gallera di Forza Italia, criticato sia per la gestione della crisi sia per diverse gaffe su cui è inciampato nel corso di questi mesi. È stato quindi subito evidente quando si è iniziato a parlare di un ricambio a palazzo Lombardia che sarebbe stato proprio l’assessorato al welfare il principale oggetto del rinnovamento.

Il 9 gennaio è stato in effetti ufficializzato il rimpasto in giunta e, come ampiamente annunciato, al posto di Gallera è entrata una figura storica di Forza Italia, Letizia Moratti. Oltre a lei però altri due nuovi assessori sono entrati in giunta e altrettanti hanno dovuto rinunciare al loro incarico.

Nuovi assessori in giunta

Come accennato Giulia Gallera è stato senza dubbio il nome più di peso ad aver lasciato palazzo Lombardia, se non altro per l’importanza delle deleghe che gli erano state affidate. La sanità infatti è da sempre la materia più importante tra quelle gestite a livello regionale. Rilevanza che in questa fase storica è aumentata in termini esponenziali.

Oltre all’incarico di assessore al welfare Moratti è diventata anche vicepresidente della regione.

Dato che le principali polemiche si sono concentrate su un esponente di Forza Italia, può apparire strano che questo sia sostituito con un altro esponente dello stesso partito, Letizia Moratti, che per di più ha ricevuto anche il ruolo di vicepresidente, che non era attribuito a Gallera. E questo a maggior ragione se si considera che a perdere il proprio posto siano anche due esponenti politiche targate Lega: Martina Cambiaghi (Sport e Giovani) e Silvia Piani (famiglia e pari opportunità).

In giunta entrano anche due deputati della Lega di Matteo Salvini.

D’altronde anche i loro sostituti Alessandra Locatelli (famiglia e pari opportunità) e Guido Guidesi (sviluppo economico) sono politici della Lega. Può darsi che la sostituzione sia stata maturata da Fontana in base a una valutazione negativa sul loro operato o a una valutazione particolarmente favorevole dei sostituti. Sta di fatto che sia Locatelli che Guidesi al momento ricoprono anche l’incarico di deputati della Lega (da cui dovranno presto dimettersi data l’incompatibilità tra i due ruoli). Inoltre nel corso del primo governo Conte entrambi hanno fatto parte della squadra di governo, Locatelli come ministro per le disabilità e la famiglia e Guidesi come sottosegretario. È facile immaginare dunque che si tratti di persone di fiducia del segretario del partito, Matteo Salvini.

Perdono posizioni i politici legati alla giunta Maroni

Lo stesso non si può dire per i due assessori leghisti che hanno dovuto lasciare il proprio posto. Per Martina Cambiaghi infatti si trattava del primo incarico politico. Silvia Piani invece era già consigliera regionale nella scorsa consiliatura, quando al vertice della regione sedeva Roberto Maroni.

In basso gli assessori regionali della Lombardia che, nonostante il rimpasto, hanno conservato il loro incarico. In alto il presidente Fontana, i nuovi assessori (Moratti, Locatelli e Guidesi) e alcuni loro precedenti incarichi politici. A sinistra Fabrizio Sala che pur avendo conservato il proprio posto in giunta ha perso l’incarico di vicepresidente.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 12 Gennaio 2021)

Anche Gallera, nonostante sia un politico di Forza Italia, era strettamente legato alla giunta precedente. Già dal 2016 infatti ricopriva l'incarico di assessore alla sanità nell'esecutivo guidato da Maroni. Incarico poi andato in continuità quando al vertice di palazzo Lombardia è arrivato Attilio Fontana.

Due figure di peso della giunta Maroni hanno lasciato il proprio incarico o lo hanno visto ridimensionato.

Inoltre, pur avendo conservato un posto in giunta, un altro politico legato alla giunta Maroni ha visto ridimensionato il proprio ruolo. Si tratta di Fabrizio Sala (anche lui di Forza Italia) che, prima dell'ingresso di Letizia Moratti, aveva ricoperto l'incarico di vicepresidente sia nella giunta Fontana che in quella guidata da Roberto Maroni.

Torna in campo Letizia Moratti

Letizia Moratti è stata un esponente importante della storia di Forza Italia. Presidente della Rai nel corso del primo governo Berlusconi, Moratti è entrata in maniera diretta nello scenario politico ricoprendo l'incarico di ministro dell'istruzione sia nel secondo che nel terzo governo Berlusconi.

Dopo quest'esperienza a livello nazionale il suo impegno politico si è spostato sul piano locale, ricoprendo l'incarico comunque molto prestigioso di sindaco di Milano dal 2006 al 2011.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 12 Gennaio 2021)

Proprio per questo, oltre alla sua esperienza politica nazionale, Letizia Moratti ha, a tutt'oggi, diversi collegamenti con esponenti della politica lombarda. Innanzitutto Riccardo De Corato, assessore alla sicurezza dell'attuale giunta Fontana, che tra il 2006 e il 2011 è stato vicesindaco di Moratti.

In consiglio regionale invece si trovano altri tre politici di centrodestra che hanno contribuito a quella fase politica: Fabio Altitonante che in quel periodo ricopriva semplicemente l'incarico di consigliere comunale, Manfredi Palmeri che presiedeva il consiglio e Alan Christian Rizzi che dopo circa tre anni in consiglio comunale nel 2009 venne nominato da Moratti assessore allo sport.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 12 Gennaio 2021)

 

Foto Credit: Regione Lombardia

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La maggioranza ha bisogno dei voti di Forza Italia? https://www.openpolis.it/la-maggioranza-ha-bisogno-dei-voti-di-forza-italia/ Wed, 25 Nov 2020 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=98284 Come noto, la coalizione di governo ha un margine di voti molto ristretto al senato. Numeri che, visti anche i senatori che hanno contratto il virus, diventano ancora più incerti. Per questo l'apertura al dialogo di Forza Italia potrebbe essere provvidenziale per la maggioranza.

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Nelle prossime settimane il governo e la maggioranza che lo sostiene saranno chiamati ad alcuni passaggi parlamentari estremamente delicati. In primo luogo dovrà essere approvato un nuovo scostamento di bilancio da 8 miliardi a cui seguirà la discussione sulla manovra per l’anno 2021. Si tratta di snodi cruciali per la tenuta dell’esecutivo poiché tali norme dovranno essere approvate con la maggioranza assoluta (cioè la metà più uno dei componenti l’organo) in entrambi i rami del parlamento.

Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.

Ma se questo non rappresenta un problema alla camera dove i numeri della maggioranza danno buone garanzie, lo stesso non vale per il senato. A palazzo Madama infatti la coalizione di governo ha un margine di voti minimo. Qui, tra senatori che hanno cambiato gruppo politico e le incertezze legate a possibili contagi da Covid-19, la maggioranza rischia di non avere i numeri per approvare questi provvedimenti.

È forse anche per questo motivo che i partiti della coalizione di governo ma anche il premier Giuseppe Conte, pur escludendo almeno per il momento eventuali cambi nella composizione della maggioranza, hanno manifestato aperture al dialogo con l’opposizione. In particolare con Forza Italia.

Auspico una collaborazione con Forza Italia come l’ho auspicato con tutte le forze opposizione. (…) Devo riconoscere che Forza Italia si è predisposta per un dialogo costruttivo. E ha anche spiegato che non vuole allargare la base del governo ma restare all’opposizione. (…) Forza Italia ha assunto un approccio dialogante e costruttivo. È emerso il loro senso di responsabilità

Un’apertura forse riconducibile alla consapevolezza che senza i voti dei senatori azzurri questo passaggio rischia di diventare molto difficile.

Come i cambi di gruppo hanno indebolito la maggioranza

Un elemento fondamentale per comprendere le azioni delle forze politiche delle ultime settimane è legato al fatto che in questi mesi è proseguito senza sosta il fenomeno dei cambi di gruppo. Una tendenza che ha contribuito a ridurre il già ristretto margine su cui la maggioranza poteva fare affidamento.

I gruppi parlamentari rappresentano la proiezione dei partiti nelle istituzioni. Svolgono un ruolo fondamentale nei lavori dell’aula e delle commissioni. Ogni parlamentare deve appartenere ad un gruppo ma può scegliere liberamente a quale aderire.
Vai a "Che cosa sono i gruppi parlamentari"

Da inizio legislatura i cambi di gruppo sono stati 140, per una media di circa 4,41 cambi di casacca al mese. Gli ultimi in ordine di tempo hanno visto come protagonisti alcuni deputati. L’onorevole Siragusa ad esempio è passata dal Movimento 5 stelle al gruppo misto mentre Laura Ravetto, Maurizio Carrara e Federica Zanella da Forza Italia alla Lega.

48 i cambi di gruppo da inizio anno.

Ma come abbiamo detto, ad avere un impatto molto più significativo sono i cambi di gruppo che hanno visto protagonisti senatori e che hanno contribuito ad indebolire le file della maggioranza. Da questo punto di vista, rispetto al nostro ultimo report, sono da segnalare i passaggi di Marinella Pacifico e Tiziana Drago dal M5s al gruppo misto e di Giovanni Marillotti sempre dai 5s a Per le autonomie.

Santi Cappellani ha portato a termine 2 cambi di gruppo da inizio anno. Prima di approdare nel Partito democratico è passato per il gruppo misto. Lo stesso per Maria Teresa Baldini che da Fratelli d’Italia ha fatto un breve passaggio dal gruppo misto prima di approdare in Forza Italia. Infine, anche l’onorevole Giovanni Marilotti, dopo aver lasciato il gruppo del Movimento 5 stelle alla Camera, ha fatto un breve passaggio al gruppo misto prima di approdare a Per le autonomie.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Novembre 2020)

La nuova posizione di questi senatori è da definire (anche se Pacifico e Drago hanno votato a favore della legge di conversione del decreto per la proroga dello stato di emergenza). Alcuni "transfughi" infatti, in particolare quelli usciti dal Movimento 5 stelle, hanno continuato a sostenere la maggioranza. È il caso ad esempio delle senatrici Nugnes e Fattori. Ma altri invece hanno rinforzato le file dell’opposizione, come Alessandra Riccardi e Stefano Lucidi, passati alla Lega.

-43 i parlamentari persi dal Movimento 5 stelle dall'inizio della legislatura.

Analizzando questi dati emerge come proprio i due principali "azionisti" della maggioranza, Movimento 5 stelle e Partito democratico siano le due forze politiche che più hanno risentito di questo fenomeno. Il M5s risulta infatti con un saldo negativo di 40 parlamentari rispetto all'inizio della legislatura. Il Pd invece ne ha persi 37 (ma su questo dato pesa la "scissione" di Italia Viva). Tra le file dell'opposizione invece è proprio Forza Italia il partito che si è indebolito di più con ben 22 transfughi.

I gruppi di Italia viva si sono costituiti a legislatura iniziata. Il gruppo di Liberi e uguali è presente solo alla camera mentre al senato i suoi membri fanno parte del gruppo misto.

FONTE: dati ed elaborazioni openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Novembre 2020)

I numeri della maggioranza

Abbiamo visto quindi che la dinamica dei cambi di gruppo ha finito per indebolire la maggioranza. Ma quali sono i numeri della coalizione, soprattutto al senato? Per capirlo dobbiamo partire dall'analisi dei gruppi che compongono l'aula di palazzo Madama. Ad oggi sono 8: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Italia viva, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Per le autonomie ed infine il gruppo misto.

8 i gruppi politici presenti al senato.

Per completare il quadro dobbiamo poi soffermarci sulla composizione del gruppo misto che accoglie parlamentari che non vogliono aderire ad altri gruppi o che non hanno numeri sufficienti per creare un gruppo autonomo. All'interno del misto però possono essere costituite delle componenti autonome. È il caso ad esempio di Libri e uguali e del Movimento associativo italiani all'estero (Maie).

Al senato la maggioranza deve affidarsi ai voti provenienti dal gruppo Per le autonomie e parte del misto.

Questi gruppi “minori” giocano un ruolo fondamentale per le sorti della maggioranza. Se infatti alla camera i numeri della coalizione di governo danno garanzie sufficienti, al senato questi da soli non bastano. Considerando infatti esclusivamente i senatori che aderiscono ai gruppi di M5s, Pd, Iv e Leu, notiamo che i voti complessivi sono 150 a fronte di una maggioranza assoluta di 161.

Le prime due mappe mostrano la consistenza della coalizione di governo composta da M5s, Ps, Iv e Leu alla camera e al senato.
La terza mappa mostra invece i numeri su cui può contare il governo in questo momento a palazzo Madama considerando anche i voti provenienti dal gruppo misto e Per le autonomie.
La quarta mappa infine mostra come si allargherebbe la maggioranza al senato nel caso di un appoggio da parte di Forza Italia.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 20 Novembre 2020)

Finora la maggioranza si è retta sull’appoggio esterno garantito dal gruppo Per le autonomie e da una parte consistente del misto. Inoltre le assenze dei senatori hanno di volta in volta contribuito ad abbassare la soglia richiesta per approvare i vari provvedimenti.

Sono state prese in considerazione esclusivamente le “votazioni finali” sui vari provvedimenti. Dal conteggio sono invece state escluse le ratifiche di trattati internazionali. Per vedere l’andamento di tutte le votazioni vai su openparlamento.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 24 Novembre 2020)

Ma in vista della votazione sullo scostamento di bilancio questo potrebbe non bastare. Come abbiamo visto infatti è necessario il voto favorevole di almeno 161 senatori.

Analizzando l'andamento delle ultime votazioni possiamo notare che autonomie e misto possono arrivare a portare in dote alla maggioranza all'incirca 19 voti che porterebbe il totale a 169. Un margine davvero molto ridotto. Questo però è un dato da prendere con le dovute cautele.

161 i voti necessari per approvare gli scostamenti di bilancio e la manovra 2021.

Come abbiamo visto infatti, è ancora da definire l'atteggiamento che i senatori recentemente approdati nel gruppo misto terranno nei confronti del governo. Ad esempio, l'ex 5 stelle Saverio De Bonis in alcune occasioni ha votato in contrasto con la maggioranza. Altre posizioni da valutare sono poi quelle dei senatori De Falco e Di Marzio che pur avendo abbandonato il gruppo del Movimento 5 stelle in alcune occasioni hanno continuato a sostenere la maggioranza ma che spesso sono risultati assenti o "in missione".

L'incertezza legata al voto di alcuni senatori e le assenze causate dal Covid mettono in forte dubbio i numeri della maggioranza al senato.

A questo si deve aggiungere poi l'incognita legata al Covid-19. Come sappiamo infatti alcuni parlamentari hanno contratto il virus nelle scorse settimane. Questo ha impedito loro di partecipare alle votazioni. Infatti, la proposte avanzate per permettere ai parlamentari in quarantena di partecipare alle sedute dell'assemblea da remoto fin qui non sono state accolte.

Discorso a parte infine meritano i senatori a vita, che sono 6 (5 di nomina presidenziale, più l'ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano). Di questi, Elena Cattaneo, Liliana Segre e Mario Monti in passato hanno sostenuto la maggioranza. Ma il loro voto è tutt'altro che certo, visto che spesso, così come gli altri senatori a vita, non prendono parte alle votazioni.

Alla luce di questi elementi ecco che l'appoggio di Forza Italia può risultare decisivo.

Perché Forza Italia dovrebbe sostenere la maggioranza

Abbiamo visto quindi che un eventuale sostegno da parte di Forza Italia, soprattutto al senato, potrebbe risultare decisivo per l'approvazione dei prossimi provvedimenti di carattere economico. Tuttavia sia autorevoli fonti della maggioranza che lo stesso Silvio Berlusconi hanno escluso un eventuale ingresso degli azzurri nella coalizione di governo.

"Noi siamo diversi dai nostri alleati ma siamo incompatibili con questa sinistra e con queste sinistre [...]. Noi siamo i soli portatori in Italia dei grandi principi e dei valori su cui si basa la nostra civiltà occidentale. E non svenderei mai i nostri 25 anni di storia, di lavoro, di battaglie, di libertà, per una manovra politica di breve respiro.

Ma perché allora Fi dovrebbe fare da "stampella" al governo? L'apertura di un canale di comunicazione con l'esecutivo potrebbe portare vantaggi anche agli azzurri, con la possibilità di spostare l'agenda verso temi di loro interesse. Non solo il tanto discusso emendamento salva Mediaset (che dovrebbe tutelare l'azienda dalla scalata ostile portata avanti dalla francese Vivendi), ma anche una maggiore attenzione verso liberi professionisti e lavoratori autonomi in vista dei prossimi decreti ristori che sono già allo studio del governo.

L'attuale peso delle varie forze politiche è molto diverso rispetto a quello fuoriuscito dalle elezioni del 2018.

Un altro elemento da tenere in considerazione è che Forza Italia deve cercare ci recuperare il terreno perso nei confronti dei propri "competitor" nel centrodestra. Come abbiamo già avuto modo di vedere infatti, gli equilibri politici presenti in parlamento sono molto diversi dai rapporti di forza fotografati dai sondaggi sulle intenzioni di voto degli italiani.

Se Fi rimane la terza forza all'interno delle camere (dopo Lega e Movimento 5 stelle), oggi il partito azzurro può contare appena sul 7% delle preferenze, superato a destra da Fratelli d'Italia e a sinistra dal Partito democratico.

La media aritmetica è calcolata sui primi sondaggi di ogni mese dei seguenti istituti demoscopici: Emg, Ixe, Tecnè, Swg, Euromedia e Ipsos.
La media è stata calcolata sulla base dei primi dati del mese raccolti dai vari istituti demoscopici. Nei mesi estivi (luglio, agosto, settembre) i sondaggi non sono effettuati con regolarità, la media è stata quindi calcolata sulla base dei dati disponibili.
Per il mese di dicembre 2020 non sono disponibili i dati di Ipsos. Per i mesi di gennaio e aprile 2021 non sono disponibili i dati di Ixè. Per agosto 2021 sono disponibili solamente i dati Swg ed Euromedia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 14 Giugno 2021)

Se si andasse a votare oggi quindi Fi da sola avrebbe uno scarso peso politico. Allo stesso tempo, parrebbe azzardata una coalizione con gli attuali partiti di governo. Una scelta che probabilmente non sarebbe accettata dagli elettori storici del partito. Per questo gli azzurri non possono permettersi di lasciare la coalizione di centrodestra.

Fuori dal centrodestra Forza Italia sarebbe minoritaria nel prossimo parlamento ma deve provare a recuperare il proprio bacino elettorale tradizionale.

Allo stesso tempo però c'è la necessità di distinguersi dagli alleati, anche per cercare di recuperare quei voti persi in questi mesi a vantaggio, ad esempio, di Fratelli d'Italia. Da questo punto di vista la posizione di vantaggio che gli azzurri detengono in parlamento può aiutare il partito a raggiungere l'obiettivo di ottenere risultati da rivendicare poi di fronte al proprio elettorato. Per far questo però è indispensabile una trattativa con la maggioranza.

La differenza tra voti nelle ultime elezioni, presenza in parlamento e sondaggi attuali

Partito% voti camera 2018% deputati attuali% senatori attuali% sondaggi attuali
Lega – Salvini17,421,020,019,9
PD18,814,811,819,1
M5S32,725,623,416,3
Fratelli d’Italia4,45,76,220,2
Forza Italia14,012,416,27,5
SX3,41,7no gruppo autonomo3,7
Italia Vivanon presente4,55,32,5
PiùEuropa2,6no gruppo autonomono gruppo autonomo1,7
Coraggio Italianon presente3,8no gruppo autonomo1,3
Azionenon presenteno gruppo autonomono gruppo autonomo3,4
Europa Verde0,58*no gruppo autonomonon presente1,6
*lista comune "Italia Europa Insieme" comprendente Federazione dei Verdi, Psi e Area civica.

Perché sarebbe auspicabile la massima collaborazione tra le forze politiche

Come abbiamo visto, le prossime settimane rappresenteranno un snodo cruciale per il futuro del governo e del paese. La mancata approvazione del bilancio, con il conseguente passaggio alla gestione in esercizio provvisorio, potrebbe avere conseguenze estremamente negative. Approvare i prossimi interventi con un'ampia maggioranza sarebbe quindi auspicabile.

Anche per questo motivo il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ha lanciato a più riprese un appello alla massima collaborazione fra tutte le forze politiche per superare questo momento di difficoltà. Con la crisi economica innescata dal Coronavirus e le cospicue risorse in arrivo dall'Unione europea, governo e parlamento non possono permettersi passi falsi.

Foto credit: Quirinale

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Ricomincia la propaganda online https://www.openpolis.it/ricomincia-la-propaganda-online/ Mon, 30 Sep 2019 10:56:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=56878 Per il lancio di Italia Viva Matteo Renzi ha speso oltre 4.000 euro in inserzioni su Facebook. Tra i grandi leader, e i principali partiti, è quello che si è mosso per primo. Ma anche Salvini ha ricominciato con le sponsorizzazioni.

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L’inizio del secondo governo Conte ha anche sancito l’avvio di una nuova fase politica in parlamento.

La relativa tranquillità che ha contraddistinto questa prima parte della XVIII legislatura ha lasciato spazio ad una fase di transizione in cui tanti tasselli si stanno spostando. Tra scissioni partitiche e cambi di gruppo, lo scacchiere politico sta cambiando.

€4.261 spesi da Matteo Renzi per sponsorizzazioni su Facebook per il lancio di Italia Viva.

Anche Salvini, dopo 3 mesi di silenzio, ha ripreso le sponsorizzazioni su Facebook.

Con esso e con la nascita, o rilancio, di nuovi soggetti politici, è ripresa anche la propaganda politica, soprattutto quella online. Protagonista di questa partita Matteo Renzi, che per il lancio di Italia Viva ha già speso oltre 4.000 euro in inserzioni su Facebook. Tra i grandi partiti, e i loro relativi leader, sembra essere stato il primo a muoversi. Il tutto pagato con i soldi raccolti dai suoi Comitati azione civile, l’associazione lanciata dal politico toscano a fine 2018. Dopo oltre 3 mesi di silenzio, anche Salvini ha ricominciato con le sponsorizzazioni.

La propaganda politica, come funziona

Ad oggi per la propaganda politica online non valgono le stesse regole già in campo per la tradizionale propaganda politica. Un gap normativo importante, per cui il parlamento italiano deve ancora intervenire.

La trasparenza del campo è quindi nelle mani delle singole realtà che forniscono questi strumenti di advertising online: su tutti facebook, google e twitter. La principale soluzione messa in piedi da queste piattaforme per aumentare la trasparenza della propaganda politica online prevede l’accreditamento ufficiale delle strutture e degli individui che intendono pubblicizzare contenuti politici. Questo comporta, per esempio, l’obbligo di fornire una serie di informazioni, tra cui chi sta pagando per l’inserzione.

Tra queste piattaforme, pur con molti limiti, quella che comunica il maggior numero di informazioni, e in maniera più costante, è senza dubbio Facebook. È proprio su questa piattaforma che possiamo quindi analizzare come siano cambiate le carte in tavole in queste settimane.

Chi sta spendendo in questa fase

Nella nuova fase politica che è cominciata diventa importante capire se la partita della propaganda social è ripresa. Grazie ai dati, seppur limitati, che fornisce Facebook è possibile ricostruire l’investimento fatto in inserzioni online nella settimana del 17-23 settembre, quella successiva alla fondazione di Italia Viva. Prendendo in considerazione i principali partiti italiani, e i loro relativi leader, appare in maniera evidente la scelta strategica fatta da Matteo Renzi.

Il politico, recentemente uscito dal Partito democratico, è nel bel mezzo del lancio ufficiale del suo nuovo soggetto politico Italia viva. Nella settimana successiva al lancio del partito la sua spesa ha superato i €4.000. Il tutto finanziato direttamente dai Comitati azione civile di Ritorno al futuro, l’associazione che Renzi ha utilizzato in questi mesi per raccogliere fondi e aggregare consenso.

Scorrendo l’elenco delle inserzioni possiamo vedere come la tipologia di contenuti scelti dall’ex premier vari molti: da post a sostegno di Emma Marrone, a quelli sulla politica internazionale, passando per quelli “pubblicitari” per presentare il nuovo movimento.  In totale tra il 17 e il 23 settembre i post sponsorizzati sono stati 17.

L’investimento da parte di Renzi in questo senso sembra essere completo, e soprattutto ben coordinato. Grazie alla raccolta fondi portata avanti dai suoi Comitati azione civile, come abbiamo recentemente raccontato, l’uscita dal Partito democratico e il lancio di Italia viva ha potuto beneficiare di un budget iniziale considerevole. Soldi che, tra le altre cose, ora vengono spesi in propaganda online.

Sono state dichiarate le spese ufficiali su Facebook dei principali partiti italiani, e dei loro rispettivi leader. Se un partito o un politico non viene mostrato, vuol dire che la spesa è stata zero.

FONTE: dati Facebook ad library elaborazione openpolis

Tra i principali leader politici nazionali analizzati, e i relativi partiti di appartenenza, i dati di Renzi sembrano essere fuori scala. Mettendo insieme tutti gli altri numeri si arriva a malapena agli 800euro di investimento, un quinto di quanto speso dall'ex presidente del consiglio. Giorgia Meloni è il secondo politico che ha speso di più, 231 euro,  seguita da Giovanni Toti, con 174 euro.

Quest'ultimo, anch'egli fresco di scissione dal suo partito di appartenenza, in questo caso Forza Italia, non sembra aver ancora deciso di investire massivamente in propaganda online, anche se il numero di inserzioni è in crescita: 15 da inizio settembre, di cui 7 solamente nell'ultima settimana. 

Toti utilizza le sponsorizzazioni sia per post istituzionali da governatore, sia per quelli politici da leader di Cambiamo!

Negli ultimi giorni si è infatti intensificata l'attività social di Toti. Dal punto di vista comunicativo si mescolano inserzioni "istituzionali", che vengono cioè fatte in quanto governatore della regione Liguria e che trattano temi strettamente territoriali, ed altre invece dal tono più "politico", lanciando il neo nato partito e promuovendo iniziative di alleati politici come Fratelli d'Italia.

C'è quindi molta confusione comunicativa, confermando ancora una volta quanto sia poco appropriato portare avanti contemporaneamente due incarichi del genere: da un lato leader nazionale di partito (incarico politico), e dall'altro governatore di regione (incarico istituzionale).

 

Ricomincia la campagna elettorale?

Questi numeri segnalano in maniera chiara che qualcosa sta cambiando. Ne è prova il fatto che anche Matteo Salvini, dopo 3 mesi di silenzio, abbia ricominciato a sponsorizzare contenuti su Facebook. Non lo faceva da fine maggio, e ha ripreso proprio nelle ultime settimane con 2 inserzioni: una contro il governo Conte, attaccando la possibile tassa sulle merendine di cui si è tanto parlato in questi giorni, e una sulle elezioni regionali in Umbria che si terranno da qui a breve.

Insomma oltre alla nascita di nuovi schieramenti, e al cambio di governo, sembra realmente cominciata una nuova fase politica. Con nuovi soggetti alla ribalta, vedi Italia Viva e Cambiamo!, ed altri che sono passati dalla maggioranza all'opposizione, come la Lega, le prossime settimane vedranno certamente un intensificarsi della propaganda online.

Foto credit: Facebook - Matteo Renzi

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