Come abbiamo visto nel precedente capitolo, il presidente della repubblica è chiamato, tra le altre cose, a gestire le crisi di governo. Inoltre detiene il potere di sciogliere le camere e indire nuove elezioni. Più in generale si può affermare che tra i suoi compiti rientra quello di garantire il corretto funzionamento delle istituzioni. Quello del capo dello stato quindi è un ruolo delicato. Anche per questo motivo la procedura per la sua elezione risulta particolarmente complessa.

In base all’articolo 83 della costituzione infatti l’inquilino del Quirinale deve essere eletto dal parlamento in seduta comune (in quanto massimo organo rappresentativo della nazione). A cui si aggiungono 3 delegati per ogni regione (salvo la Val d’Aosta che ha un solo rappresentante). In attesa che trovi applicazione la riforma costituzionale approvata nel 2020 che prevede una riduzione del numero dei parlamentari, l’assemblea che elegge il presidente della repubblica si compone quindi ad oggi di 1.009 membri: 630 deputati, 321 senatori (inclusi i senatori a vita, attualmente 6) e 58 delegati regionali.

Da notare che attualmente due seggi in parlamento sono vacanti. Uno alla camera in virtù delle dimissioni di Roberto Gualtieri, eletto sindaco di Roma. Anche in senato attualmente si registra una defezione. A dicembre invece è stata resa nulla l’elezione di Adriano Cario, accusato di brogli elettorali. Al suo posto dovrebbe subentrare il primo dei non eletti e cioè Fabio Porta. Il subentro però deve essere deliberato dall’assemblea che non si è ancora espressa su questo.

1.009 gli attuali elettori del successore di Mattarella.

I presidenti della repubblica eletti sinora sono stati 12. L’unico ad essere scelto per un secondo mandato è stato Giorgio Napolitano nel 2013 (poi dimessosi due anni più tardi).

Come si svolgono le votazioni

Data l’importanza del ruolo la costituzione prevede una procedura particolare per l’elezione del capo dello stato. È infatti previsto il voto segreto e una maggioranza dei due terzi dell’assemblea. Se non si riesce a raggiungere questa soglia si procede a una nuova votazione. Dopo i primi tre scrutini, se ancora non si riesce ad eleggere un candidato, diventa sufficiente la maggioranza assoluta (la metà più uno dei votanti).

La seduta per l’elezione del presidente della repubblica è unica. Ciò significa che finché non viene eletto il successore al Quirinale l’assemblea non si scioglie. Vai a "Come si elegge il presidente della repubblica"

Da notare peraltro che, a seguito del taglio di deputati e senatori, il “peso” ricoperto dai delegati regionali nell’elezione del presidente della repubblica sarà maggiore. Se adesso infatti essi rappresentano meno del 6% dei suffragi, con il parlamento ridotto a 600 membri passerebbero ad esprimere il 10% circa. Una quota giudicata eccessiva da molti osservatori e addetti ai lavori. Per questo motivo in parlamento è stata presentata una proposta per la revisione della costituzione volta a “correggere” questo squilibrio. Il disegno di legge prevede la riduzione dei delegati regionali da 3 a 2.

Questa proposta tuttavia è ancora ai primi passi dell’iter. Attualmente infatti risulta in discussione nella commissione affari costituzionali della camera.

Come sono andate le votazioni per il presidente della repubblica finora

Il consenso intorno al nome del candidato è uno degli elementi che caratterizza maggiormente il processo di elezione del presidente della repubblica. L’obiettivo del costituente infatti era quello di cercare di trovare un nome che fosse condiviso il più possibile dalle forze politiche. Allo stesso tempo però c’era la necessità di evitare che si creasse un impasse istituzionale troppo lungo.

Trovare un accordo sul candidato da eleggere infatti è un’operazione che non sempre è stata semplice. Raramente l’inquilino del Quirinale è stato scelto entro i primi 3 scrutini. Quando cioè la costituzione richiede una maggioranza particolarmente ampia. Significativi, sotto questo aspetto, la previsione del voto segreto e che, tra una votazione e l’altra, vi siano delle interruzioni. Questo da un lato svincola gli elettori dal dover seguire pedissequamente le direttive di partito, dall’altro favorisce il dialogo per trovare la convergenza su un candidato.

Tanti scrutini sono solitamente sintomatici di grande indecisione politica al momento del voto.

Mediamente sono 9 gli scrutini necessari per arrivare ad eleggere il capo dello stato. Se da un lato infatti sia Francesco Cossiga nel 1985 che Carlo Azeglio Ciampi nel 1999 sono stati eletti al primo turno, dall’altro per Giuseppe Saragat e Giovanni Leone sono stati necessari oltre 20 scrutini (21 per il primo e 23 per il secondo). Sul podio delle elezioni più complicate anche quelle di Oscar Luigi Scalfaro nel 1992 e Sandro Pertini nel 1978, entrambe terminate dopo 16 votazioni.

In base all’articolo 83 della costituzione, il presidente della repubblica è eletto dal parlamento in seduta comune a cui si aggiungono 58 delegati regionali. La votazione avviene con scrutinio segreto ed richiesta la maggioranza dei due terzi. Qualora, dopo tre votazioni, non si sia ancora riusciti ad eleggere il nuovo capo dello stato è sufficiente la maggioranza semplice.
Enrico De Nicola è stato eletto nell’ambito dell’assemblea costituente.

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

Da notare inoltre che ben 4 delle 12 elezioni sono finite esattamente al quarto scrutinio. Quando cioè salta il vincolo della maggioranza dei due terzi. Si tratta di quelle di Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2013 e Sergio Mattarella nel 2015.

4 su 12 i presidenti della repubblica eletti al quarto scrutinio.

Tenendo sempre conto del diverso numero di scrutini necessari possiamo osservare che, ad oggi, il capo di stato eletto con il più ampio consenso è stato Sandro Pertini, con 832 voti sui 995 presenti e votanti (83,6%). Subito dietro di lui Gronchi (79%) e Cossiga (77%). Quattro presidenti della repubblica invece non hanno raggiunto la soglia del 60%. Si tratta di Luigi Einaudi (59,5%), Giorgio Napolitano nel 2006 (54,9%), Antonio Segni nel 1962 (52,6%) e Giovanni Leone nel 1971 (52%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati presidenza della repubblica
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Marzo 2021)

4 i presidenti della repubblica eletti con meno del 60% dei consensi.

Per quanto riguarda l’attuale inquilino del Quirinale possiamo osservare che Sergio Mattarella è stato eletto con il 66,8% dei voti, settimo per percentuale di consenso.

Le elezioni del 2015

I dati che abbiamo appena passato in rassegna ci mostrano come le operazioni che portano all’elezione del capo dello stato non siano sempre semplici e lineari. Ciò è in parte dovuto al voto segreto. Se da un lato infatti questo permette la convergenza dei parlamentari su un nome, indipendentemente dalle indicazioni di partito, dall’altro favorisce la possibilità dei cosiddetti “franchi tiratori”. Coloro cioè che nel segreto dell'urna votano in disaccordo rispetto a quanto pattuito all'interno dei singoli partiti o anche tra più forze politiche.

Il voto segreto favorisce i "franchi tiratori".

Ciò è avvenuto ad esempio nel 2013. In quell’occasione il Partito democratico, allora gruppo di maggioranza relativa sia alla camera che al senato, aveva deliberato di far convergere i propri voti su Romano Prodi. Nel momento decisivo però un centinaio di parlamentari dem fece mancare il proprio apporto. In mancanza di un’alternativa valida e condivisa dalle varie forze politiche, si optò infine per eleggere nuovamente Giorgio Napolitano per un secondo mandato. Un mandato che sarebbe stato dichiaratamente di natura transitoria, destinato quindi a interrompersi anticipatamente.

Nel 2015 infatti, a due anni dall’inizio del suo secondo mandato, Napolitano rassegnò le dimissioni. Venne quindi convocato ancora una volta il parlamento in seduta comune per procedere alla scelta del suo successore. L’elezione di Mattarella al Quirinale non fu così travagliata come quanto avvenuto nel 2013, anche se si dovette comunque arrivare al quarto scrutinio.

In generale furono 46 i candidati che ottennero almeno un voto. Nei primi tre scrutini il nome di Mattarella aveva ottenuto appena una manciata di consensi. Ai primi posti infatti figuravano Ferdinando Imposimato (ex senatore e magistrato), Vittorio Feltri (all’epoca direttore del Giornale), Luciana Castellina (ex deputata del Pci e poi tra i fondatori de Il Manifesto), Emma Bonino (figura di spicco del partito radicale) e Stefano Rodotà (giurista e accademico). Nel quarto scrutinio invece la situazione si ribalta con Mattarella che ottiene 655 voti sui 995 totali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 26 Novembre 2021)

Dall’analisi degli scrutini che portarono all’elezione di Mattarella emerge un altro dato interessante. E cioè il fatto, come vedremo meglio nei prossimi capitoli, che spesso ad essere eletto è un “outsider”. Un nome cioè che non risultava tra i favoriti della vigilia.

Foto credit: Quirinale

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