Enrico Letta Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/enrico-letta/ Thu, 22 Sep 2022 09:53:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I candidati e le pluricandidature per il nuovo parlamento https://www.openpolis.it/esercizi/i-candidati-e-le-pluricandidature-per-il-nuovo-parlamento/ Mon, 19 Sep 2022 13:38:33 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=207247 Openpolis ha indagato nome per nome i candidati e le candidate al nuovo parlamento. Un’analisi di chi si propone a guidare il paese.

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Il prossimo fine settimana gli italiani saranno chiamati alle urne per eleggere il nuovo parlamento. Aule in cui per la prima volta saranno elette 600 persone, 400 alla camera e 200 al senato, in virtù della riforma con cui è stato ridotto il numero dei parlamentari.

La legge elettorale che sarà utilizzata non è nuova. Pur avendo subito alcune modifiche necessarie ad adattarla al ridotto numero di parlamentari, è già stata usata per eleggere lo scorso parlamento. In ogni caso si tratta di una legge abbastanza complessa nei suoi meccanismi, sia generali che specifici.

La legge elettorale prevede che siano assegnati con sistema uninominale 3/8 dei seggi mentre i restanti sono attribuiti con sistema proporzionale.
Vai a "Come funziona la legge elettorale nota come rosatellum"

Anche per questo approfondire come i diversi partiti e le diverse coalizioni hanno selezionato i propri candidati può essere utile per esprimere un voto consapevole.

Candidati e pluricandidati

Come accennato dunque i seggi presenti in parlamento sono 400 alla camera e 200 al senato. Questo però non vuol dire che ciascuna lista debba presentare 600 candidature, anzi. I partiti che si sono presentati da soli, senza apparentamenti per le candidature uninominali, hanno indicato complessivamente sulle schede circa 500 candidature.

Considerando invece le coalizioni, il numero di candidature è ovviamente più alto perché a quelle uninominali in comune si sommano quelle plurinominali di ciascuna lista.

Ma candidature e candidati non sono la stessa cosa. Infatti se complessivamente le candidature sono 6.347 (di cui 4.195 alla camera e 2.152 al senato) il numero dei candidati è inferiore, visto che 1.059 di questi si presentano in più collegi.

4.746 è il numero di candidati e candidate alle elezioni politiche del 25 settembre 2022.

Un fenomeno, quello delle pluricandidature, presente in tutte le liste e tutte le coalizioni, se pur in misura diversa.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati delle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: giovedì 15 Settembre 2022)

D'altronde la legge prevede espressamente questa possibilità. Infatti, si può arrivare fino a un massimo di 6 candidature, 5 al proporzionale più una all’uninominale.

Considerando oltre alle coalizioni le 4 liste che hanno presentato più candidature, quella che mantiene il rapporto più alto tra candidati e candidature è Unione popolare con l'87,8%, mentre quella in cui questo rapporto è più basso è Italexit con il 71,3%.

Certo per le liste minori, in cui la sfida principale consiste nel raggiungere la soglia di sbarramento per entrare in parlamento, le pluricandidature hanno un significato molto diverso rispetto a formazioni maggiori come il Movimento 5 stelle (74,5% con un totale di 125 pluricandidati), Azione-Italia Viva (79,4% con un totale di 70 pluricandidati) o a maggior ragione le due principali coalizioni.

Le pluricandidature nelle coalizioni

Considerando invece le coalizioni si può notare come il centro-sinistra abbia un rapporto candidati/candidature più basso (71,7% con un totale di 193 pluricandidati) rispetto al centro-destra (80,5% con un totale di 149 pluricandidati). Guardando poi alle diverse lise che compongono le coalizioni emergono però molte differenze.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-destra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Cdx candidati solo all’uninominale’. Nella circoscrizione estero infine Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega si sono presentati uniti e i candidati sono indicati nella categoria ‘Cdx lista estero’.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Nel centro-destra è in particolare Fratelli d'Italia ad esprimere molte pluricandidature.

Nel centro-destra Fratelli d'Italia (FdI) esprime un numero di pluricandidature nettamente più alto rispetto ai suoi alleati (55 pluricandidati) raggiungendo un rapporto candidati/candidature di appena il 68,63%. Decisamente più basso rispetto alla media della coalizione. Valori simili invece si rilevano per Forza Italia e Lega. La prima infatti propone 34 pluricandidati con un rapporto pari al 78,33%. La seconda invece propone 39 pluricandidati con un rapporto pari al 77,24%. Meno candidati multipli presenta invece la lista Noi moderati (21 con un rapporto pari all'89,7%).

Guardando al centro-sinistra invece si rileva come sia il Partito democratico (Pd) che l'alleanza Verdi - Sinistra italiana hanno un numero piuttosto contenuto di pluricandidature. Il Pd infatti conta 40 pluricandidati con un rapporto candidati/candidature dell'87,7%. Sinistra Italiana e Verdi invece contano appena 25 pluricandidati con un rapporto dell'84,7%.

Sono considerate il numero di candidature e il numero di candidati del centro-sinistra divisi per lista elettorale. A coloro che sono candidati sia per un seggio plurinominale che per un seggio uninominale è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Coloro che invece sono candidati esclusivamente in un collegio uninominale sono compresi nell’apposita categoria ‘Csx candidati solo all’uninominale’. Non si è tenuto conto della candidatura, nella provincia autonoma di Trento, di Donatella Conzatti la quale è candidata all’uninominale in un collegio in coalizione con il centro-sinistra e al proporzionale con la lista Azione – Italia viva.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: lunedì 19 Settembre 2022)

A sbilanciare la coalizione sul numero di candidature multiple sono invece +Europa e Impegno civico. Il partito di Emma Bonino infatti esprime 57 pluricandidati e un rapporto candidati/candidature del 58,6%. La lista guidata da Luigi Di Maio invece di pluricandidati ne conta 71 con un rapporto pari al 37,5%.

Non tutte le pluricandidature sono uguali

Ma essere pluricandidati può assumere un valore molto diverso da vari punti di vista, primo tra tutti il numero di candidature. Come accennato all'inizio ciascun esponente può essere candidato al massimo 6 volte, una all'uninominale e fino a 5 nel plurinominale.

Un caso specifico ad esempio riguarda quegli esponenti che sono candidati una sola volta in entrambi i tipi di collegio, uninominale e proporzionale. Tecnicamente anche queste sono pluricandidature. Tuttavia essere candidati in un collegio uninominale in cui difficilmente si può sperare di ottenere il maggior numero di voti significa la quasi certezza di non essere eletti.

Replicando quella candidatura anche in un collegio plurinominale dunque si fornisce al candidato qualche possibilità in più. Il raggiungimento dell’obiettivo dipende poi anche dalla posizione in cui si è inseriti nel listino proporzionale, oltre che ovviamente dal numero dei voti ricevuti dalla lista.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Non a caso questo tipo di pluricandidatura coinvolge in particolare quelle forze che non sono riunite all'interno di una coalizione. Tra queste in particolare è il Movimento 5 stelle ad aver adottato questo tipo di strategia più di frequente.

Molto diverso invece è il caso in cui una persona sia inserita in 2 listini proporzionali, piuttosto che 3, 4 o addirittura 5 aggiungendoci poi magari anche una candidatura uninominale. Anche in questi casi non si può generalizzare assumendo che siano tutte candidature blindate.

6 candidature, una all'uninominale e 5 al proporzionale. È il numero massimo di pluricandidature ammesse.

Inoltre il senso delle pluricandidature può variare in modo significativo. In alcuni casi infatti si tratta del tentativo, da pare delle segreterie di partito, di rendere il più sicura possibile l'elezione di alcuni esponenti. In altri invece la volontà è quella di presentare nel maggior numero di collegi possibile un nome forte, in grado di attrarre un maggior numero di preferenze.

Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi sono candidati in 6 collegi, il massimo possibile.

Per quanto riguarda il centro-destra, come abbiamo già visto, è Fratelli d'Italia a presentare la maggior parte delle pluricandidature. E questo sia per coloro che sono candidati in 2 o 3 collegi, sia per coloro che si presentano in ancora più collegi. Sono ad esempio in 7 gli esponenti di Fdi con 4 candidature, 2 quelli con 5 candidature e 3 quelli con 6 candidature. Tra questi ultimi ovviamente anche la leader del partito Giorgia Meloni.

Ma anche nelle altre formazioni di centro-destra non mancano esponenti candidati 6 volte. Per Forza Italia si tratta di Sivio Berlusconi e di Marta Fascina. Per la Lega e Noi moderati invece non si tratta dei leader di partito. Salvini infatti è candidato 4 volte tutte come capolista in collegi plurinominali. Maurizio Lupi invece è candidato solo in un seggio uninominale e in uno plurinominale.

Sono considerate le liste appartenenti alle due coalizioni elettorali oltre che delle prime 4 liste per numero di candidature tra quelle non coalizzate. A coloro che sono candidati per un seggio uninominale all’interno di una coalizione ma che al contempo si candidano anche in uno o più collegi plurinominali è stata attribuita la lista elettorale corrispondente alla candidatura plurinominale. Per ciascuna lista è indicato il numero di esponenti candidati in 2 collegi plurinominali, oppure in 3, 4, 5 o 6 collegi plurinominale e/o uninominali. Sono considerate coalizzate nel centro-destra le liste: Fratelli d’Italia, Lega, Noi Moderati, ‘Forza Italia e Lega – Forza Italia – Fratelli d’Italia’ solo per la circoscrizione estero. Sono considerate coalizzate nel centro-sinistra le liste: Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, +Europa, Impegno civico, Campobase (solo nella provincia autonoma di Trento), ‘Vallée D’Aoste – Autonomie progrès fédéralisme’ (solo in Valle d’Aosta).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 16 Settembre 2022)

Per il centro-sinistra invece, come abbiamo visto, sono soprattutto Impegno civico e +Europa ad esprimere molte pluricandidature. Nel primo caso, ad essere candidati 6 volte sono i due leader della formazione, ovvero Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. Ma oltre a questi sono poi in diverse ad aver avuto 4 o 5 candidature. Quanto a +Europa invece gli esponenti candidati 6 volte sono addirittura 7 e tra questi si trovano Emma Bonino, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi.

Verdi e Sinistra Italiana invece non hanno esponenti candidati 6 volte. In 2 hanno ricevuto 5 candidature, ma non si tratta dei leader di partito quanto piuttosto di Aboubakar Soumahoro e Ilaria Cucchi entrambi candidati in un collegio uninominale e in 4 proporzionali. I leader Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni invece sono candidati rispettivamente in 3 e 4 collegi.

Quanto al Partito democratico si tratta dell'unica formazione tra quelle analizzate a non aver candidato più di 3 volte nessun esponente politico. Lo stesso segretario Enrico Letta in effetti è candidato come capolista solo in 2 collegi proporzionali.

Tutti i leader di partito sono candidati in più di un collegio.

Nelle liste del Movimento 5 stelle, come abbiamo visto, sono frequenti i casi in cui una stessa persona è candidata a un unionominale e a un proporzionale. Allo stesso tempo però non sono molti gli altri casi di pluricandidature. Non risultano ad esempio esponenti candidati 6 volte. Cinque candidature invece sono state attribuite sia al capo politico Giuseppe Conte, sia all'ex sindaca di Torino Chiara Appendino.

Quanto alla lista Azione - Italia Viva invece solo Mara Carfagna è stata candidata 6 volte. Mariastella Gelmini e Carlo calenda invece hanno 5 candidature ciascuno, mentre Matteo Renzi 4.

In Unione popolare 6 candidature sono state attribuite solo al leader Luigi De Magistris. Infine Italexit presenta in 6 collegi Nunzia Alessandra Schilirò, nota esponente no green pass, e in 5 il leader del partito Gianluigi Paragone.

 

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno
(ultimo aggiornamento: domenica 18 Settembre 2022)

Foto: Edmond Dantès

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Cosa dicono i programmi elettorali sul Pnrr https://www.openpolis.it/cosa-dicono-i-programmi-elettorali-sul-pnrr/ Mon, 12 Sep 2022 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=205946 Tra chi vede il piano come la “stella polare” e chi invece vuole cambiarlo, vediamo quali sono le posizioni delle principali forze politiche in campo.

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Tra i temi al centro del dibattito in questa campagna elettorale vi è certamente quello della gestione futura del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il piano che, nell’ambito della strategia europea Next generation Eu, porterà in Italia nei prossimi anni oltre 190 miliardi di euro. Ma cosa dicono i programmi delle principali forze in campo? La posizione che finora ha destato più scalpore è certamente quella di Giorgia Meloni e più in generale della coalizione di centrodestra. La leader di Fratelli d’Italia infatti ha apertamente parlato della possibilità di rivedere le misure contenute nel piano, pur nel rispetto dei regolamenti europei.

Non può essere una eresia dire che il Pnrr può essere perfezionato: è previsto nella norma

Quella di Meloni tuttavia non è l’unica posizione di questo tono. Anche Lega e Forza Italia, che pure hanno fatto parte della maggioranza che ha sostenuto il governo Draghi, aprono (anche se con sfumature leggermente diverse) alla possibilità di modificare il Pnrr in virtù delle mutate situazioni geopolitiche globali.

Posizioni simili inoltre si trovano anche al di fuori del centrodestra. Il M5s di Giuseppe Conte ad esempio propone la possibilità di posticipare le scadenze previste. Critiche all’impostazione del piano infine arrivano dalla lista composta dai Verdi e Sinistra italiana – alleata del Partito democratico – che parla apertamente di una revisione massiccia del Pnrr, con particolare riferimento a un aumento delle risorse dedicate ai temi ambientali.

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Il centrodestra

Tutte le forze politiche candidate alle elezioni del prossimo 25 settembre hanno dovuto depositare il proprio programma presso il ministero dell’interno. I documenti presentati sono quindi consultabili sull’apposito portale creato dal Viminale. Per quanto riguarda il centrodestra, un primo elemento degno di nota riguarda il fatto che seppure tutti i partiti che lo compongono (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi moderati) abbiano depositato simbolo e programma singolarmente, quest’ultimo è identico per tutti.

L’“Accordo quadro di programma per un governo di centrodestra” contiene una specifica sezione dedicata al Pnrr. Come primo elemento si parla di “pieno utilizzo dei fondi del Pnrr, colmando gli attuali ritardi di attuazione”. Si afferma poi la volontà di un efficientamento dell’utilizzo dei fondi europei, con riferimento all’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime e di garantire la piena attuazione delle misure previste per il sud e le aree depresse del paese.

Il centrodestra punta a cambiare il Pnrr in virtù delle mutate condizioni globali.

Già questo è un primo elemento interessante. Abbiamo raccontato infatti che per molte misure, i soggetti responsabili non sono stati in grado finora di far rispettare la clausola che prevede almeno il 40% delle risorse riservate alle regioni del mezzogiorno. Da questo punto di vista proprio i ministeri a guida leghista si sono dimostrati maggiormente in difficoltà. Di contro però va evidenziata la buona performance dei tre ministeri senza portafoglio guidati dagli ex esponenti di Forza Italia Mara Carfagna, Mariastella Gelmini e Renato Brunetta (poi passati ad Azione). Da sottolineare inoltre che anche i dicasteri a guida di centrosinistra sono incappati nelle stesse difficoltà.

Ma l’elemento del programma che ha scatenato un acceso dibattito è quello relativo alla possibilità di modificare i contenuti del piano.

Accordo con la commissione europea, così come previsto dai regolamenti europei, per la revisione del Pnrr in funzione delle mutate condizioni, necessità e priorità.

Cosa si intenda esattamente con questa frase però non è chiarissimo. Le idee all’interno dello schieramento, in base alle dichiarazioni rilasciate nelle ultime settimane, appaiono essere leggermente diverse. La posizione della Lega ad esempio è quella di rinegoziare il piano in virtù dell’aumento del costo delle materie prime. Che renderebbe di fatto irrealizzabili le opere già inserite fra quelle finanziabili. In questo caso il riferimento potrebbe essere interpretato più nella direzione della possibilità di rimodulare le scadenze previste dal Pnrr in ragione di ostacoli oggettivi che ne impediscono il raggiungimento nei tempi previsti.

Nei casi in cui alcuni milestone o target risultino impossibili da raggiungere per condizioni oggettive, i governi nazionali hanno la possibilità di presentare una versione rivista dei rispettivi Pnrr.
Vai a "Come l’Ue verifica l’attuazione dei Pnrr negli stati membri"

Singolare infine la posizione di Forza Italia che parrebbe prospettare la possibilità di mantenere le risorse già assegnate ai singoli territori ma rivedendo come usarli.

È necessaria una certa flessibilità (…) quando il Piano è stato ideato non sapevamo dove sarebbero cadute le macerie. Poi sono arrivate anche quelle della guerra. Ed ora, se serve, si può pure rinunciare ad un progetto, nel caso fosse necessario, e spostare le stesse risorse su un altro investimento, sempre nella stessa area. Può darsi che in una località, giusto per dirne una, sia più urgente realizzare la rete idrica che quella telematica. Perché non poterlo fare?

Un ultimo elemento degno di nota per quanto riguarda il programma del centrodestra è quello legato al tema delle riforme previste dal Pnrr. Anch’esse devono essere completate rispettando un rigido cronoprogramma. In caso contrario il nostro paese rischierebbe di perdere i fondi assegnati. Tra i temi più scottanti per il centrodestra – e per il proprio elettorato – vi sono in particolare la riforma della giustizia e la legge annuale della concorrenza. Riforme il cui iter è già stato avviato.

Nei casi citati infatti sono state approvate alcune leggi delega. Una per la riforma del processo civile, una per il processo penale, e una per la concorrenza. Nei prossimi mesi il nuovo governo dovrebbe quindi pubblicare diversi decreti legislativi, attesi entro la fine dell’anno, per normare queste materie. La cornice però sarebbe quella delineata dalla legge già approvata dal parlamento uscente.

Da questo punto di vista occorre ricordare che ogni stato è libero di fare le scelte che ritiene più opportune purché si raggiungano gli obiettivi contenuti nelle raccomandazioni della commissione europea del 2019 e 2020. Tuttavia una revisione delle riforme comporterebbe necessariamente un allungamento dei tempi, con impossibilità di rispettare le scadenze. Anche da qui, probabilmente, la necessità di ridiscutere il Pnrr con le istituzioni europee.

Il centrosinistra

Se all’interno della coalizione di centrodestra le posizioni non sono propriamente convergenti sul Pnrr, al netto di quanto descritto nel programma, la situazione è ancora più complessa nel centrosinistra. In questo caso infatti Partito democratico, Più Europa e Sinistra italiana-Verdi hanno presentato 3 programmi diversi e con posizioni distinte. In particolare quello della componente sinistra della coalizione appare molto critico nei confronti dell’attuale impostazione.

Un primo elemento degno di nota riguarda la necessità di una maggiore partecipazione civica nella definizione delle misure così come della loro esecuzione. Nel programma di Si/V questo passaggio è riferito in particolare al tema dell’università e della ricerca. Si tratta dell’unico programma presentato, tra le forze politiche principali, a contenere un elemento di questo tipo. Una carenza quella dello scarso coinvolgimento civico che, a livello generale, abbiamo ravvisato nei mesi scorsi.

La sinistra propone maggiori investimenti per la transizione ecologica.

Oltre a ciò, nel programma della sinistra si prevede una massiccia redistribuzione delle risorse. In particolare si propongono maggiori investimenti nell’ambito della transizione ecologica. Si propone ad esempio di rivedere la distribuzione dei fondi favorendo le imprese che investono in fonti rinnovabili ed efficientamento energetico. Inoltre si propone di rivedere l’adeguatezza del Pnrr rispetto alle necessità dell’adattamento climatico (lotta alle ondate di calore, siccità ecc.). Così come si prevede una redistribuzione delle risorse per aumentare gli investimenti nella lotta al consumo di suolo, al dissesto idrogeologico e alle frane.

In effetti da questo punto di vista occorre sottolineare che, sebbene a livello assoluto il nostro paese sia quello che investe di più in transizione ecologica, si deve anche rilevare che i fondi affidati a questa missione rappresentano circa il 37,5% di quelli assegnati al nostro a paese. Un percentuale che è appena sopra il minimo obbligatorio richiesto dal regolamento Ue (37%).

Anche la sinistra inoltre esprime perplessità in merito ad alcune misure legislative del Pnrr. In particolare il riferimento in questo caso è alla riforma delle classi di laurea. Passaggio che, in base ai documenti disponibili, è stato parzialmente raggiunto nel 2021 e che dovrebbe completarsi nel 2023.

Al contrario della sinistra, le altre due forze della coalizione sembrano voler blindare il Pnrr. Nel programma del Partito democratico infatti si fa esplicito riferimento alla prosecuzione della linea impostata dal governo Draghi, così come anche alla conclusione degli investimenti nei tempi previsti.

[il Pnrr] è la stella polare. Si può discutere, ma diciamo ‘no’ alle rinegoziazioni. Se ci mettessimo in un confronto con Bruxelles perderemmo soldi e prospettive per il futuro.

Anche nel programma dem inoltre c’è il riferimento alla necessità di rispettare la quota mezzogiorno. Si fa poi esplicito riferimento alla prosecuzione di molte misure contenute nel piano (Mobility as a service, Porti verdi, Case della comunità) ma non si prevedono in questi casi delle variazioni rispetto a quanto stabilito. Le uniche modifiche proposte riguardano il potenziamento del progetto Polis con l’aggiunta di risorse ulteriori volte ad aprire 1.000 bar/edicole multifunzione in altrettanti piccoli comuni italiani. Da notare che questa misura è già finanziata interamente con le risorse del fondo complementare. Quindi con risorse proprie. Si prevede poi l’istituzione di un fondo nazionale per il diritto alla connessione cofinanziato con le risorse della componente Digitalizzazione, innovazione e competitività nel sistema produttivo. Risorse che il Pd stima in circa 1,2 miliardi di euro.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il programma di Più Europa che ribadisce la volontà di attuare il piano nei tempi previsti. Da notare che il partito propone di consolidare la prassi di utilizzare la struttura delle scadenze contenuta nel Pnrr anche per altre attività della pubblica amministrazione. Con particolare riferimento al lavoro dei ministeri.

Solo Più Europa e M5s nei loro programmi parlano della necessità di maggiore trasparenza.

Il partito di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova individua inoltre una serie di accorgimenti per sostenere i piccoli centri nell’attuazione degli interventi. Come abbiamo raccontato in questo articolo infatti, regioni comuni ed enti locali svolgono un ruolo di primo piano nella “messa a terra” dei progetti previsti. E sono proprio i centri minori – con poco personale e senza competenze adeguate – ad incontrare le maggiori difficoltà. Per questo Più Europa propone di introdurre norme che migliorino il coordinamento fra regioni, città metropolitane e comuni nell’attribuzione delle risorse e nell’esecuzione dei progetti.

Si propone inoltre la creazione di task force interne alla pubblica amministrazione per ogni tema trattato nell’ambito del Pnrr. Il partito inoltre evidenzia la necessità di dare attuazione alle norme sulla trasparenza amministrativa, assicurando l’esercizio di un controllo civico sull’utilizzo efficiente ed efficace delle risorse finanziarie del piano. Un tema, quello della mancanza dei dati e della scarsa trasparenza, che abbiamo denunciato spesso.

Il Movimento 5 stelle

Nonostante il leader pentastellato Giuseppe Conte sia stato il presidente del consiglio ad aver portato a conclusione positiva le trattative con Bruxelles per il Pnrr, nel programma del Movimento 5 stelle i riferimenti al piano sono pochissimi. Anzi, lo stesso Conte ha recentemente aperto alla possibilità di una sua revisione.

Considerando l’impatto ancora attuale della pandemia energetica e dell’inflazione, riteniamo che i tempi di attuazione del Pnrr possano essere allungati, laddove necessario. Dopodiché, il regolamento europeo del Next Generation Eu prevede possibilità di adattamento del programma: potrebbero essere valutate.

Con riferimento ai contenuti del programma depositato, anche il M5s (così come Più Europa) evidenzia la necessità di maggiore trasparenza e controlli sull’utilizzo dei fondi. Un altro riferimento, seppur indiretto, al Pnrr deriva dal Superbonus. Una misura fortemente voluta dal movimento e che è stata parzialmente finanziata anche con le risorse del Pnrr e del fondo complementare.

Il M5s nel suo programma non solo si propone di rendere strutturale questa misura ma anche di estendere il meccanismo della cessione del credito, oggetto di aspre polemiche, anche ad altre iniziative. Come Transizione 4.0.

Il terzo polo

Tra le principali forze politiche in campo in questa tornata elettorale, il cosiddetto terzo polo è quello che ha presentato il programma più consistente. È quindi anche quello che va più nel dettaglio delle azioni che si propone di intraprendere in caso di vittoria. Il programma dedica una specifica sezione al Pnrr ma i riferimenti al piano sono numerosi in tutto il documento. Non si tratta però di volontà di modificare le misure in esso contenute quanto piuttosto, come nel caso del Pd, di portarle a compimento nei tempi previsti.

Solo in pochi casi il programma prevede un potenziamento degli investimenti già in essere. Tra questi l’incremento dei fondi per l’imprenditoria femminile; l’investimento di ulteriori risorse per la gestione dei rifiuti e i progetti di economia circolare; l’investimento di ulteriori 1,5 miliardi per potenziare la struttura degli Its (istituti tecnici superiori) per raddoppiare il numero di iscritti.

Il Terzo polo mira a rendere più efficienti gli enti locali.

La sezione specifica dedicata al Pnrr contiene invece una serie di accorgimenti volti ad una più efficace attuazione del piano. Tali interventi sono molto simili a quelli proposti da Più Europa. Elemento che non stupisce, dato che i due partiti erano alleati prima della rottura avvenuta poche settimane fa. Azione e Italia viva propongono innanzitutto di portare a 750 milioni di euro all’anno i fondi a disposizione dei comuni per le spese di progettazione necessarie per realizzare le opere previste dal Pnrr.

Si propone inoltre maggiore flessibilità ai comuni e alle regioni nelle assunzioni e nella nomina dei Rup (responsabili unici del procedimento). Infine si prevede di introdurre l’obbligo, per tutti i comuni non capoluogo di provincia, di affidare la gestione delle gare di appalto a uno dei soggetti aggregatori regionali presenti nell’anagrafe unica delle stazioni appaltanti. Il tutto con l’obiettivo di velocizzare le procedure legate all’attuazione del Pnrr che vedono coinvolti gli enti locali.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: Forum Ambrosetti

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La partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle camere https://www.openpolis.it/la-partecipazione-di-deputati-e-senatori-ai-lavori-delle-camere/ Thu, 28 Apr 2022 07:34:34 +0000 https://www.openpolis.it/?p=190400 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Come varia il livello di partecipazione ai lavori delle camere tra […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Come varia il livello di partecipazione ai lavori delle camere tra deputati e senatori“.

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 i parlamentari con un tasso di assenteismo superiore al 60%. In base alle nostre analisi sulla partecipazione alle votazioni elettroniche possiamo vedere che ci sono 591 componenti di camera e senato con un tasso di assenze compreso tra lo 0% e il 15%. Abbiamo poi 244 esponenti che fanno registrare una percentuale compresa tra il 15,01% e il 30%. Infine ci sono 115 parlamentari la cui percentuale di assenza alle votazioni è superiore al 30%. Il livello di assenteismo medio di circa il 15% ma c’è una significativa differenza tra camera e senato. A palazzo Madama infatti le assenze medie si attestano al 7,8% mentre a Montecitorio al 18,2%. Vai all’articolo.

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i gruppi del senato con una percentuale complessiva di assenze inferiore al 10%. Si tratta di Partito democratico (7%), Per le autonomie (4,6%), Movimento 5 stelle (3,1%) e Lega (2,8%). I gruppi meno presenti a palazzo Madama invece sono il misto (16,1%) e Italia viva (12,5%). Alla camera invece, come già detto, i numeri sono significativamente superiori. I gruppi con percentuale di assenze complessiva più alta sono Forza Italia (30%), Misto (24,1%) e Liberi e uguali (22,8%). Quelli con percentuale più bassa invece sono ancora una volta Lega (14,5%) e Movimento 5 stelle (12,6%). Vai al grafico.

6,4%

il tasso di assenteismo medio delle senatrici. In senato si registra una sensibile differenza nel livello di partecipazione tra donne e uomini. In questo ramo del parlamento infatti i senatori in media sono stati assenti all’8,5% delle votazioni elettroniche, mentre le donne al 6,4%. Alla camera invece la situazione è sostanzialmente in equilibrio con una leggera preponderanza di mancate partecipazioni da parte delle deputate (18,4%) rispetto ai loro colleghi uomini (18,1%). Vai al grafico.

22%

la percentuale media di assenze dei deputati laziali e abruzzesi. Se si escludono gli eletti all’estero – che rappresentano comunque una piccola parte – notiamo che, alla camera, i più assenteisti sono i deputati eletti in Abruzzo con un tasso medio del 21,9%, superiore di oltre 3 punti percentuali rispetto alla media della camera. Seguono poi i deputati laziali (21,6%) e siciliani (20,6%). Tutte le altre regioni registrano un tasso di assenteismo dei loro rappresentanti inferiore al 20%. Al senato invece troviamo una situazione diversa. In questo ramo del parlamento infatti ai primi posti ci sono esponenti eletti nel territorio nazionale. Al primo posto per tasso di assenteismo infatti troviamo i senatori eletti in Toscana (12,7%) e in Veneto (10,1%). Seguono quelli della Liguria (9,3%), di Lazio e Calabria (9%) e della Lombardia (8,5%). Vai al grafico.

75%

il tasso di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche di Enrico Letta (Pd). Tra i primi 15 deputati con il dato più alto troviamo anche alcuni nomi noti al grande pubblico. Inclusi due importanti leader di partito. Ovvero Enrico Letta (Pd) che da quando è stato eletto, nel 2021, non ha partecipato al 75% delle votazioni elettroniche svolte. E Giorgia Meloni (Fdi) che invece non ha partecipato al 62,4% degli scrutini. Anche al senato non mancano i nomi noti tra quelli degli esponenti meno presenti in aula. Tra questi figura anche il leader di Italia viva Matteo Renzi (42,9%). Nelle prime 15 posizioni infine anche Emma Bonino (le cui precarie condizioni di salute però sono note da tempo) e Paolo Romani (29,4%), attualmente appartenente alla componente del misto “Italia al centro” ma con una lunga militanza nelle file di Forza Italia con anche incarichi di rilievo ai tempi dei governi Berlusconi. Vai al grafico.

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Come varia il livello di partecipazione ai lavori delle camere tra deputati e senatori https://www.openpolis.it/come-varia-il-livello-di-partecipazione-ai-lavori-delle-camere-tra-deputati-e-senatori/ Wed, 27 Apr 2022 13:02:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=188601 La percentuale di assenza dei parlamentari ai lavori delle rispettive camere è un dato importante da monitorare. In questo articolo approfondiremo le differenze di genere ma anche in base ai territori di appartenenza di deputati e senatori.

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Il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive aule è un tema che riscuote sempre grande attenzione. Specie nella delicata situazione attuale in cui il nostro paese si ritrova a fare i conti con le conseguenze della guerra in Ucraina, a gestire la delicata fase di transizione successiva alla fine dello stato di emergenza, oltre che a portare avanti il piano nazionale di ripresa e resilienza rispettando le scadenze previste.

In base ai dati più recenti, relativi al 5 aprile scorso, possiamo osservare come la percentuale media di assenza sia del 15% circa. Il livello di assenteismo però è significativamente più alto alla camera rispetto al senato. A palazzo Madama infatti le assenze medie si attestano al 7,8% mentre a Montecitorio al 18,2%, una differenza di oltre 10 punti percentuali.

15,3% la percentuale media di assenza alle votazioni dei parlamentari.

In questo articolo approfondiamo una serie di aspetti legati al tasso di assenteismo dei parlamentari. Sia per quanto riguarda le differenze di genere che il territorio di elezione. Sotto il primo punto di vista vedremo come le senatrici siano mediamente più presenti rispetto ai loro colleghi uomini, mentre tra deputate e deputati vi è un sostanziale parità. Per quanto riguarda il secondo aspetto invece alla camera i rappresentanti meno presenti sono quelli di Abruzzo e Lazio. Mentre in senato sono i toscani e i veneti.

Come si conteggiano le assenze dei parlamentari

In base ai regolamenti di camera (articolo 48 comma 1) e senato (articolo 1 comma 2), i parlamentari sono tenuti a partecipare ai lavori delle rispettive aule. Tuttavia deputati e senatori spesso, oltre ai lavori in assemblea, svolgono anche altre attività durante il mandato (incontri sul territorio, partecipazione a riunioni di partito, convegni etc.).

Un’alta percentuale di assenze contribuisce a screditare il parlamento agli occhi dell’opinione pubblica.

Per questo è importante fare una distinzione tra assenze tout court e missioni. Rientrano in questa seconda tipologia tutte le mancate partecipazioni attribuibili ad impegni istituzionali (come ad esempio le assenze dovute a incarichi di governo). In questo caso l’assenza è giustificata e al parlamentare non viene nemmeno decurtata la diaria (cioè il rimborso per le spese di soggiorno a Roma). Questa disciplina però presenta diversi aspetti che ancora oggi risultano poco trasparenti, ne abbiamo parlato approfonditamente in questo articolo.

Ma come si monitora la presenza di deputati e senatori? È necessario conteggiare la partecipazione ad ogni singola sessione di voto. Ciò perché all’interno di una seduta si possono svolgere anche più votazioni: la presenza in aula all’inizio dei lavori quindi non significa necessariamente che un parlamentare parteciperà all’intera seduta.

È possibile ricavare i dati sulle presenze dei parlamentari dai risultati delle votazioni elettroniche. Vi sono però problemi di trasparenza e completezza.
Vai a "Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari"

Nella stragrande maggioranza dei casi, il voto avviene in forma elettronica. I dati relativi all’andamento di questi scrutini sono quindi uno strumento fondamentale per monitorare l’attività del parlamento e dei suoi membri. Da inizio legislatura ce ne sono state 10.562 alla camera e 7.703 al senato (ultimo aggiornamento: 5 aprile 2022). È su questa base che possiamo valutare il livello di partecipazione ai lavori delle camere.

18.265 votazioni elettroniche effettuate dall’inizio della legislatura.

Per analizzare compiutamente i dati che seguono tuttavia è importante tenere presente anche altri due elementi. Il primo riguarda il fatto che i regolamenti non prevedono la registrazione del motivo dell’assenza al voto. Non è quindi possibile distinguere l’assenza ingiustificata da quella, ad esempio, per ragioni di salute. Inoltre, il senato, a differenza della camera, contempla anche il caso del “presente non votante”. Si tratta dell’eventualità in cui un senatore o una senatrice pur essendo presente in aula decida deliberatamente di non partecipare al voto. In questo caso i rappresentanti sono comunque considerati come presenti.

I dati della XVIII legislatura

In base ai dati relativi alle assenze durante le votazioni elettroniche, possiamo osservare come la maggior parte dei parlamentari abbia un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 15%: parliamo di 591 membri di camera e senato. Ci sono poi 244 esponenti con una percentuale compresa tra il 15,01% e il 30%. Infine abbiamo 115 parlamentari la cui percentuale di assenza alle votazioni è superiore al 30%.

22 i parlamentari con un tasso di assenteismo superiore al 60%.

Disaggregando i dati rispetto alla camera di appartenenza, possiamo notare che i deputati con un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 15% sono 320. Sono 210 invece i membri della camera a rientrare nella fascia compresa tra il 15,01% e il 30%. Mentre gli esponenti ad aver fatto registrare una percentuale di assenza alle votazioni superiore al 30% sono 99. A palazzo Madama invece quasi tutti i senatori rientrano nella fascia compresa tra lo 0 e il 15% di assenze. Solo 50 infatti fanno registrare un tasso di assenteismo superiore. Sono 5 poi gli esponenti con un dato superiore al 60%. Tra questi però vi sono anche due senatori a vita, i quali non sono legati a un mandato elettorale: Carlo Rubbia e Renzo Piano.

I membri di camera e senato sono stati raggruppati in fasce, in base alla loro percentuale di assenza alle votazioni elettroniche. Dal conteggio delle assenze sono escluse tutte quelle classificate come “missioni”. Dal conteggio sono stati escludi anche i due presidenti Roberto Fico e Maria Elisabetta Alberti Casellati in virtù del ruolo particolare che ricoprono.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Come abbiamo già raccontato, questa disparità nel livello di partecipazione tra camera e senato può essere dovuta, almeno in parte, alla maggioranza ristretta su cui poteva fare affidamento il governo Conte II. A palazzo Madama infatti il voto di ogni singolo esponente era importante per la tenuta dell'esecutivo ed anche i parlamentari membri del governo spesso sono stati costretti a partecipare alle votazioni per non far andare sotto la maggioranza.

Le performance dei gruppi parlamentari

Un altro elemento interessante da analizzare riguarda il livello di assenteismo dei gruppi parlamentari. Per quanto riguarda Montecitorio, possiamo notare come il gruppo meno presente in aula sia quello di Forza Italia con una percentuale media di mancate partecipazioni del 30%. Seguono il gruppo misto (24,1%) e Liberi e uguali (22,8%). I più presenti - al netto dei molti abbandoni - sono invece gli esponenti del Movimento 5 stelle con una media del 12,6% di assenze.

I dati possono essere ricavati dalla partecipazione alle votazioni elettroniche. Dal conteggio delle assenze sono escluse tutte quelle classificate come “missioni”. Ogni parlamentare è associato al gruppo in cui milita alla data del 5 aprile 2022.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Al senato la percentuale media di assenza alle votazioni elettroniche è più bassa rispetto alla camera.

Pur ribadendo ancora una volta che la percentuale media di assenze in senato è sensibilmente più bassa rispetto a quella di Montecitorio, vediamo quali sono i gruppi con il livello di partecipazione alle votazioni elettroniche più basso in questo ramo del parlamento. Dai dati possiamo osservare che al primo posto c’è il gruppo misto con una percentuale di assenza del 16,1%. Tuttavia, come abbiamo già visto, dobbiamo tenere presente che questo dato è in parte condizionato dalla presenza dei senatori a vita i quali - anche per motivi legati all’età e allo stato di salute - generalmente hanno un basso livello di partecipazione. Detto del misto, i gruppi “politici” che presentano il tasso di assenteismo più elevato sono quelli di Italia viva (12,5%) e Fratelli d’Italia (11,9%). C'è poi un altro gruppo con una percentuale di assenze a due cifre, ovvero Forza Italia che si attesta al 10,3%.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Nell’analisi di questi dati bisogna tenere presente che il tasso di assenteismo dei gruppi varia anche al variare della loro conformazione. Una dinamica condizionata dal fenomeno dei cambi di appartenenza dei parlamentari. Se, per fare un esempio, un esponente con un basso livello di partecipazione cambia gruppo il peso di questo dato andrà ad influire positivamente sulla formazione da cui è in uscita e negativamente su quella in entrata. Il cambio di gruppo inoltre può anche influire sull'atteggiamento di un parlamentare. Alcune forze politiche infatti spingono i proprio appartenenti ad avere un'alta percentuale di partecipazione alle sedute, cosa che invece altri gruppi non fanno. A partire dal misto che, proprio per la sua particolare conformazione, non da indicazioni politiche in questo senso.

La differenza nelle assenze tra donne e uomini

Spesso ci siamo occupati del tema della disparità di genere, evidenziando come nel nostro paese ancora oggi le differenze di trattamento tra donne e uomini siano piuttosto marcate. Una dinamica che trova conferma anche a livello di rappresentanza parlamentare. Le donne presenti nelle camere infatti sono complessivamente 341, cioè poco più di un terzo rispetto agli uomini.

Per quanto riguarda l'assenteismo possiamo rilevare che in senato si registra una sensibile differenza nel livello di partecipazione tra donne e uomini. In questo ramo del parlamento infatti i senatori in media sono stati assenti all’8,5% delle votazioni elettroniche, mentre le donne al 6,4%.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Alla camera invece la situazione è sostanzialmente in equilibrio con una leggera preponderanza di mancate partecipazioni da parte delle deputate (18,4%) rispetto ai loro colleghi uomini (18,1%).

2,1 la differenza, in punti percentuali, nel tasso di assenteismo tra uomini e donne in senato.

Occorre comunque tenere presente in questo caso che i grandi numeri tendono ad appiattire le differenze, "nascondendo" i dati che si discostano di più dalla media. In questo contesto quindi un parlamentare assenteista andrà ad incidere in maniera minore sul valore medio rispetto a quello che può fare una sua collega. Questo proprio perché gli uomini sono molti di più rispetto alle donne. Di conseguenza serve un numero maggiore di deputati o senatori “assenteisti” per aumentare in maniera sensibile il dato. La disparità di genere gioca quindi un ruolo anche in questo senso.

L’assenteismo rispetto alle regioni di elezione

Un altro elemento interessante da monitorare riguarda il tasso di assenteismo in base alla regione di elezione dei parlamentari. È possibile analizzare questo dato grazie alla circoscrizione in cui ciascun rappresentante è stato scelto. Per quanto riguarda il senato l'attuale sistema elettorale individua 20 circoscrizioni che corrispondono al territorio di ciascuna regione. Per la camera invece le circoscrizioni sono 28. Alcune ricalcano per intero il territorio regionale mentre per altre esso è suddiviso in più circoscrizioni (4 in Lombardia e 2 in Piemonte, Veneto, Lazio, Campania e Sicilia).

Come noto infine, una parte dei seggi di camera e senato è riservata ai connazionali che risiedono all’estero. I rappresentanti di questi cittadini appartengono a specifiche circoscrizioni (America settentrionale e centrale, America meridionale, Europa, Asia-Africa-Oceania-Antartide).

I deputati più “assenteisti sono quelli di Abruzzo e Lazio. Tra i senatori invece i toscani e i veneti.

In base a queste informazioni possiamo ricondurre tutti i parlamentari alla loro regione di elezione. Per quanto riguarda la camera, possiamo osservare come proprio i parlamentari eletti all’estero risultino tra i più "assenteisti". Il dato più significativo riguarda gli eletti nella circoscrizione America meridionale con circa il 65,1% di assenze alle votazioni elettroniche. Ma se si escludono gli eletti all’estero - che rappresentano comunque una piccola parte - notiamo che i più assenteisti sono i deputati eletti in Abruzzo con un tasso del 21,9%, superiore di oltre 3 punti percentuali rispetto alla media della camera. Seguono poi i deputati laziali (21,6%) e siciliani (20,6%). Tutte le altre regioni registrano un tasso di assenteismo dei loro rappresentanti inferiore al 20%.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Al senato invece troviamo una situazione diversa. In questo ramo del parlamento infatti ai primi posti ci sono esponenti eletti nel territorio nazionale. Al primo posto per tasso di assenteismo infatti troviamo i senatori eletti in Toscana (12,7%) e in Veneto (10,1%). Seguono quelli della Liguria (9,3%), di Lazio e Calabria (9%) e della Lombardia (8,5%).

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Sopra il dato medio dell'aula anche i rappresentanti eletti in Basilicata (8,3%) e Sicilia (8,2%).

Chi sono i rappresentanti più assenteisti

Finora abbiamo analizzato i dati relativi al tasso di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche in senso generale. Adesso, per concludere, ci concentreremo sui valori relativi ai singoli parlamentari.

A Montecitorio troviamo 3 deputati con una percentuale di assenza superiore all’85%. Si tratta di Michela Vittoria Brambilla (Fi, 99,1%), Antonio Angelucci (Fi, 96,4%) e Guido Della Frera (Ci, 86,9%). Tra i primi 15 deputati con il dato più alto troviamo anche alcuni nomi noti al grande pubblico. Tra questi anche quelli di due importanti leader di partito. Ovvero Enrico Letta (Pd) che da quando è stato eletto, nel 2021, non ha partecipato al 75% delle votazioni elettroniche svolte. E Giorgia Meloni (Fdi) che invece non ha partecipato al 62,4% degli scrutini.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

A palazzo Madama invece ci sono solamente 4 senatori, escludendo quelli a vita, che presentano un tasso di assenteismo superiore al 50%. Al primo posto troviamo Fausto De Angelis (Lega, 98,4%) che però è entrato in carica solamente da pochi giorni, essendo subentrato alla dimissionaria Tilde Minasi divenuta nel frattempo assessora regionale in Calabria. Oltre a De Angelis rientrano poi in questa categoria anche Tommaso Cerno (Pd, 65,5%), Niccolo’ Ghedini (Fi, 64%) e Ignazio La Russa (58%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Aprile 2022)

Anche nel caso del senato quindi non mancano i nomi noti tra quelli degli esponenti meno presenti in aula. Tra questi figura anche il leader di Italia viva Matteo Renzi (42,9%). Nelle prime 15 posizioni infine anche Emma Bonino (le cui precarie condizioni di salute però sono note da tempo) e Paolo Romani (29,4%), attualmente appartenente alla componente del misto Italia al centro ma con una lunga militanza nelle file di Forza Italia con anche incarichi di rilievo ai tempi dei governi Berlusconi.

Foto: Camera

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Il livello di partecipazione ai lavori parlamentari e il tema missioni https://www.openpolis.it/il-livello-di-partecipazione-ai-lavori-parlamentari-e-il-tema-missioni/ Wed, 16 Feb 2022 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=175284 Il monitoraggio delle presenze in aula di deputati e senatori è un indicatore utile per valutare l’operato dei nostri rappresentanti. Tuttavia permangono alcune zone d’ombra, specie per quanto riguarda le missioni.

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Il livello di partecipazione di deputati e senatori ai lavori delle rispettive aule è un tema che riscuote sempre grande attenzione. Specie in un periodo storico come questo in cui la politica, anche a seguito delle recenti vicende che hanno portato alla conferma di Sergio Mattarella al Quirinale, ha bisogno di recuperare credibilità agli occhi dell’opinione pubblica.

In base ai dati più recenti, relativi al 10 febbraio scorso, possiamo osservare come la percentuale media di assenze in parlamento sia superiore al 15%. Tra camera e senato tuttavia si registrano delle differenze piuttosto significative. Mentre a Montecitorio la percentuale di mancate partecipazioni risulta del 18%, a palazzo Madama si attesta sul 7,7%, meno della metà. Questa discrepanza è parzialmente attribuibile al fatto che il governo Conte II godeva di una maggioranza molto ristretta in questo ramo del parlamento. Perciò gli esponenti dell’ex coalizione giallorossa non potevano permettersi di mancare.

15,2% la percentuale media di assenza alle votazioni dei parlamentari.

Rispetto al nostro ultimo articolo possiamo osservare un lieve incremento nel tasso medio di assenteismo (+1,1 punti percentuali). Le motivazioni di questa tendenza possono essere molteplici. Tra queste, il fatto che la legislatura sta entrando nella sua parte conclusiva. Deputati e senatori hanno dunque più interesse a riallacciare i rapporti con i loro elettori piuttosto che partecipare alle attività delle camere. Un altro elemento che certamente ha influito riguarda il fatto che, a differenza del governo Conte II, l’attuale esecutivo non ha problemi di numeri in nessuna delle due camere. Di conseguenza i parlamentari sentono in misura minore la responsabilità di dover partecipare alle sedute.

Come si conteggiano le assenze dei parlamentari

Per valutare il livello di partecipazione di deputati e senatori non è sufficiente tenere conto solamente della loro presenza in aula all’inizio dei lavori. Questo perché all’interno di una singola seduta possono svolgersi anche più voti su argomenti diversi. Il fatto che un membro del parlamento risulti presente all’inizio dei lavori quindi non significa che parteciperà per la loro intera durata. Per questo è necessario conteggiare il numero di singole votazioni a cui ogni parlamentare partecipa.

È possibile ricavare i dati sulle presenze dei parlamentari dai risultati delle votazioni elettroniche. Vi sono però problemi di trasparenza e completezza.
Vai a "Come si contano assenze, presenze e missioni parlamentari"

Nella stragrande maggioranza dei casi, il voto avviene in forma elettronica. I dati relativi all’andamento di questi scrutini sono quindi uno strumento fondamentale per monitorare l’attività del parlamento e dei suoi membri. Da inizio legislatura ce ne sono state 10.091 alla camera e 7.560 al senato. È su questa base che possiamo valutare il livello di partecipazione ai lavori delle camere.

17.651 votazioni elettroniche effettuate dall’inizio della legislatura alla camera e al senato.

Ciò detto, è importante distinguere tra assenze tout court e missioni. Infatti nel caso in cui un parlamentare sia impossibilitato a partecipare ai lavori dell’aula perché impegnato in altri compiti istituzionali (come la partecipazione alle sedute di una commissione o alle riunioni di governo) questi viene classificato come “in missione”. In questo caso l’assenza è giustificata e al parlamentare non viene decurtata la diaria (cioè il rimborso per le spese di soggiorno a Roma). I dati sin qui riportati, e quelli che vedremo a breve, fanno riferimento alle sole assenze. Ma nei prossimi paragrafi approfondiremo anche il tema delle missioni.

I numeri della XVIII legislatura

Sulla base dei dati legati alla mancata partecipazione alle votazioni elettroniche possiamo osservare che la maggior parte dei parlamentari presenta un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 25%. Parliamo di 790 appartenenti a camera e senato (l’83% del totale).

La percentuale media di assenza dei parlamentari è in aumento.

Ci sono poi 125 parlamentari con una percentuale di assenze compresa tra il 25% e il 50%. Infine abbiamo 36 deputati e senatori che non hanno partecipato a oltre la metà delle votazioni elettroniche effettuate dal 2018 a oggi. È interessante notare che rispetto al precedente aggiornamento sono diminuiti i parlamentari che rientrano nella fascia di assenze più alta (erano 49). Allo stesso tempo sono aumentati sia quelli nella fascia più bassa che quelli nella fascia compresa tra il 25 e il 50% di assenze. Nonostante questo però il livello medio di mancate partecipazioni è aumentato.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

Analizzando i dati per singola aula possiamo osservare inoltre che a Montecitorio i deputati con un tasso di assenteismo compreso tra lo 0% e il 25% sono 492 mentre quelli con una percentuale di assenza compresa tra il 25% e il 50% sono 110. Solo 27 invece hanno partecipato a meno del 50% delle votazioni elettroniche. Da tenere presente tuttavia che in questo conteggio è ricompreso anche il presidente della camera Roberto Fico che però per prassi non partecipa alle votazioni.

A palazzo Madama invece 298 senatori su 321 rientrano nella fascia compresa tra lo 0% e il 25% di assenze. Solo 22 senatori fanno registrare un livello di assenteismo superiore. Anche in questo caso però ci sono dei casi particolari da considerare. In tale gruppo infatti rientra anche in questo caso la presidente dell’assemblea, Maria Elisabetta Alberti Casellati. Ci sono poi 3 senatori a vita ovvero Liliana Segre, Renzo Piano e Carlo Rubbia.

Le performance dei parlamentari e dei gruppi

Un dato interessante da valutare, oltre a quelli sui singoli esponenti, è quello relativo ai gruppi parlamentari. Per quanto riguarda Montecitorio, possiamo notare come la formazione meno presente in aula è Forza Italia (30% di assenze). Seguono il gruppo misto (23,9%) e Liberi e uguali (22,7%). I meno assenteisti sono invece gli esponenti del Movimento 5 stelle con il 12,3% di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche.

Nell'analizzare questi i dati bisogna ovviamente tenere conto anche della consistenza numerica dei gruppi. In formazioni piccole infatti, come ad esempio Leu alla camera, basta anche solo un deputato particolarmente assenteista per far aumentare notevolmente il dato medio.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

A livello di singoli invece è interessante osservare che rientra nella fascia di assenteismo più alta anche il segretario del Partito democratico Enrico Letta. Il leader dei Dem infatti è entrato in parlamento lo scorso 6 ottobre a seguito della vittoria alle elezioni suppletive nel collegio di Siena. Da quel momento però ha partecipato solamente a 171 votazioni elettroniche su 714 (80,7% di assenze). Tra i più assenteisti troviamo poi anche altri nomi noti. Tra questi quello di Michela Vittoria Brambilla (99% di assenze) e Vittorio Sgarbi (79%).

Per quanto riguarda invece il senato, i dati ci dicono che il gruppo con la più alta percentuale di mancate partecipazioni alle votazioni elettroniche è il misto (15,9%). Seguono Italia viva e Fratelli d’Italia con un valore intorno al 12%. Anche qui gli appartenenti al gruppo del Movimento 5 stelle fanno registrare una percentuale di assenze molto bassa (2,9%) ma in questo ramo del parlamento la Lega fa meglio (2,6%).

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 10 Febbraio 2022)

Al senato il tasso di assenteismo si conferma più basso rispetto alla camera.

Pur tenendo presente che la percentuale di assenze è significativamente più contenuta rispetto agli omologhi della camera, anche al senato troviamo molti politici noti al grande pubblico tra gli esponenti più assenteisti. Tra questi possiamo citare Ignazio La Russa (che però ricopre anche la carica di vice presidente dell’assemblea, 58%), Niccolò Ghedini (67,3%), Matteo Renzi (41%), Emma Bonino (34,7%), Paolo Romani (29,3%) e Daniela Santanché (27%).

Il tema missioni

La partecipazione alle votazioni è solo uno degli aspetti di cui si compone l’attività dei parlamentari. Questi infatti possono essere anche chiamati a svolgere incarichi ulteriori. Come quello di ministro, viceministro o sottosegretario nel governo. Altri ruoli che possono essere ricoperti dai parlamentari sono quelli di presidente di commissione, di componente dell’ufficio di presidenza, di questore e altro ancora.

Queste attività spesso vanno a sovrapporsi ai lavori dell’aula, rendendo di fatto impossibile partecipare per i parlamentari con doppi ruoli. In questi casi quindi l’assenza alle votazioni è giustificata e il parlamentare viene classificato come “in missione”. La più immediata conseguenza di questa distinzione è che l’assenza non viene conteggiata ai fini del conseguimento del numero legale. Le missioni devono quindi essere conteggiate a parte rispetto alle altre assenze.

914.315 le mancate partecipazioni a votazioni elettroniche dovute a missioni nel corso della XVIII legislatura.

Analizzando i dati possiamo osservare come l’incidenza delle assenze dovute a missioni si attesti intorno al 10% in entrambi i rami del parlamento. Con una leggera prevalenza della camera (10,8%) rispetto al senato (10,4%). A Montecitorio notiamo che tra i primi 5 deputati più spesso in missione troviamo 4 esponenti del Movimento 5 stelle e uno del Partito democratico. Si tratta in particolare di:

  1. Manlio Di Stefano (M5s, sottosegretario agli esteri - 95.3% di assenze dovute a missioni);
  2. Luigi Di Maio (M5s, ministro degli esteri - 93,3%);
  3. Laura Castelli (M5s, viceministro all'economia - 88,9%);
  4. Carlo Sibilia (M5s, sottosegretario agli interni - 88,1%);
  5. Lorenzo Guerini (Pd, ministro della difesa - 82,8%).

Il fatto che molti deputati assenti per missione appartengano al M5s non deve stupire. Come noto, infatti i 5 stelle sono l’unica forza politica ad essere sempre stata al governo. Ne consegue quindi che molti dei suoi esponenti sono stati impegnati in almeno 1 dei 3 esecutivi che sin qui hanno caratterizzato la XVIII legislatura.

A palazzo Madama invece se si escludono i senatori a vita Giorgio Napolitano e Mario Monti i 5 esponenti più in missione sono quasi tutti della Lega. Parliamo di:

  1. Ricardo Antonio Merlo (misto, sottosegretario agli esteri nei governi Conte I e II - 93,9%);
  2. Gian Marco Centinaio (Lega, sottosegretario delle politiche agricole - 78,6%);
  3. Giulia Bongiorno (Lega, ministro per la pubblica amministrazione nel governo Conte I - 73,3%);
  4. Erika Stefani (Lega, ministro per la disabilità - 71%);
  5. Matteo Salvini (Lega, ministro dell'interno nel governo Conte I - 69,8%).

Anche l’attuale segretario del Carroccio figura quindi tra i senatori più spesso in missione. Ciò è parzialmente dovuto al ruolo di vice presidente del consiglio e ministro dell’interno che ha ricoperto durante il primo governo Conte. Il leader leghista tuttavia ha fatto un uso un po’ disinvolto dell’istituto delle missioni. Salvini infatti ha dichiarato come impegni istituzionali alcuni appuntamenti elettorali che lo hanno visto protagonista durante la campagna per le europee del 2019. Ma non è stato l’unico a muoversi in questo modo. Come abbiamo raccontato in un precedente approfondimento infatti anche l’altro vicepresidente del consiglio del governo Conte I, il pentastellato Luigi Di Maio, ha fatto altrettanto.

L’istituto delle missioni presenta dei punti oscuri.

In effetti l’istituto delle missioni presenta ancora oggi dei lati poco chiari. Infatti spesso non sono riportate le motivazioni per cui un parlamentare viene considerato in missione. Alla fine di ogni seduta il presidente dell’aula li elenca, tuttavia non si precisa l’attività esatta che ne giustifica l’assenza, né la durata. Un esempio di questa dinamica è quello dello storico leader della Lega Umberto Bossi. Questi infatti figura tra i senatori più spesso in missione (64,9%) anche se attualmente non risulta ricoprire altri incarichi istituzionali se non quello di componente della commissione parlamentare su territorio e ambiente.

Ciò detto bisogna anche tenere presente che molti parlamentari possono essere legittimamente in missione anche senza ricoprire incarichi di governo o ruoli di vertice in una delle due aule. Ad esempio molti parlamentari si recano spesso all'estero per incontrare loro omologhi, cittadini italiani residenti in altri paesi o altro ancora.

Le missioni, il Covid e la necessità di maggiore trasparenza

La poca chiarezza intorno alle missioni peraltro ha fatto sì che lo strumento fosse utilizzato anche per risolvere le questioni legate ai parlamentari impossibilitati a partecipare alle sedute perché affetti da Covid-19 o comunque in isolamento. Nell’ottobre del 2020 ad esempio mancò per due volte il numero legale su una risoluzione legata ad una informativa del ministro Roberto Speranza sulle misure che il governo intendeva adottare in quel momento per fronteggiare l’emergenza.

Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale

Per evitare che una situazione del genere si ripresentasse, la giunta per il regolamento della camera optò per una interpretazione “estensiva” delle norme e classificò come in missione tutti i parlamentari assenti poiché contagiati o in attesa del responso. Un caso simile era già accaduto a febbraio dello stesso anno in senato, quando lo stesso orientamento fu adottato nei confronti di un senatore proveniente dalla zona di Codogno.

Non esistono criteri chiari che definiscano l'istituto delle missioni.

Grazie a questo escamotage a Montecitorio è stato possibile superare l’impasse di quei giorni anche se questa scelta ha generato molte polemiche. In particolare sull’opportunità di far votare un’aula dove potenzialmente potrebbe non essere presente la metà più uno dei componenti, anche su temi che in questi mesi hanno creato forti tensioni come appunto le restrizioni dovute alla pandemia o l’introduzione del green pass. Anche per questi motivi, sarebbe auspicabile maggiore chiarezza relativamente all’istituto delle missioni.

Allo stato attuale invece molto dipende dalla discrezionalità del presidente di assemblea che delibera sulle richieste presentate in questo senso dai parlamentari. Inoltre non esiste un registro in cui sia indicato in che tipo di attività un parlamentare è impegnato e per quanto tempo.

Una confusione peggiorata dal fatto che, anche se formalmente in missione, i parlamentari possono comunque partecipare lo stesso alle votazioni. Un'eventualità che non si verifica di rado. Mancano inoltre strumenti per arginare l’uso improprio dell'istituto. Uno sforzo per una maggiore trasparenza in questo senso non solo permetterebbe di avere un quadro più chiaro della situazione ma consentirebbe alla classe politica di recuperare parte della propria credibilità.

Foto: Facebook - Roberto Fico

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Le elezioni suppletive e la nuova geografia del parlamento https://www.openpolis.it/le-elezioni-suppletive-e-la-nuova-geografia-del-parlamento/ Wed, 27 Oct 2021 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=153180 Con l’elezione alla camera di Enrico Letta e Andrea Casu il Pd recupera un seggio e ne guadagna un altro strappandolo al M5s. Ancora in sospeso i ricorsi presentati da Claudio Lotito e Michele Boccardi.

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Nelle ultime settimane l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica si è concentrata sulle elezioni amministrative. Un appuntamento dal forte valore politico anche a livello nazionale. Non solo perché si votava in alcune delle principali città italiane ma anche perché si trattava della prima consultazione dopo la nascita della maggioranza di unità nazionale.

Il 3 e 4 ottobre tuttavia in Lazio e Toscana si è votato anche per le elezioni suppletive. Cioè quelle consultazioni volte a sostituire i seggi rimasti vacanti in parlamento a causa di dimissioni, incompatibilità di incarichi o altro. Solitamente questo tipo di elezioni gode di scarsa risonanza mediatica ma possono avere un peso importante per le dinamiche parlamentari.

L’esito di queste consultazioni infatti ha rafforzato il gruppo del Partito democratico alla camera. Non solo in termini numerici ma anche di peso politico. Nel collegio di Siena infatti è stato eletto il segretario dem Enrico Letta.

Parallelamente però oggi si pone anche un’altra questione. I 193 senatori eletti nei collegi plurinominali infatti ancora non sono stati proclamati dall’aula a causa di un contenzioso ancora irrisolto. Un nodo da sciogliere al più presto. Specie in vista dell’elezione del presidente della repubblica.

La legge elettorale

Ma come funzionano le elezioni suppletive più nello specifico? Tale meccanismo rappresenta una novità abbastanza recente per il nostro ordinamento. È stato introdotto per la prima volta dal cosiddetto Mattarellum tra 1993 e il 2005. La stessa formula è stata poi ripresa dall’attuale legge elettorale, la 264 del 2017, che delinea un sistema di elezione misto.

Tale norma prevede infatti che una parte dei seggi sia assegnata con sistema maggioritario in collegi uninominali, mentre il resto viene ripartito con un sistema proporzionale in base a voti di lista.

I seggi del parlamento sono assegnati in base ad un sistema misto: in parte proporzionale e in parte maggioritario.

Nel caso in cui diventi vacante uno dei seggi assegnati al metodo proporzionale la sostituzione è automatica. Subentra infatti il primo dei candidati non eletti all’interno della stessa lista. Per i seggi riservati ai collegi uninominali invece questo meccanismo non è possibile. Si rende necessaria quindi una nuova consultazione elettorale. Dalle elezioni politiche del 2018 se ne sono già tenute 10 che hanno fatto entrare in parlamento 6 nuovi deputati e 4 senatori.

10 le elezioni suppletive da inizio legislatura.

L’andamento delle elezioni suppletive

Questo tipo di consultazioni generalmente attrae poco gli elettori. Una tendenza confermata anche dal dato sull’affluenza. In media infatti il livello di partecipazione alle suppletive tenutesi dal 2018 a oggi si attesta al 34% circa.

In quattro casi l’affluenza è stata addirittura inferiore al 20%. Il picco negativo si è registrato nel febbraio del 2020 in Campania. Quando si recarono alle urne appena il 9,5% degli aventi diritto al voto. Il dato più alto invece si è registrato a settembre dello scorso anno in Veneto. In questo caso infatti per la scelta del successore del deceduto Stefano Bertacco si recò alle urne circa il 62% degli elettori.

34,2% l’affluenza media alle elezioni suppletive della XVIII legislatura.

Per quanto riguarda le suppletive del 3 e 4 ottobre 2021 i dati ci mostrano due dinamiche diverse. Nel collegio di Siena infatti, nonostante la candidatura di un personaggio di rilievo nazionale come Enrico Letta, il livello di partecipazione si è fermato al 35,6%. Un dato comunque superiore alla media. Nel collegio di Roma-Primavalle invece l’affluenza è stata più alta attestandosi al 44,6%. Parliamo comunque di una distanza di 10 punti percentuali rispetto al livello di partecipazione registrato durante il primo turno delle elezioni amministrative, tenutosi negli stessi giorni.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell'interno.
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Ottobre 2021)

Su dati così bassi pesa certamente la tendenza generale che ha visto un costante calo della partecipazione negli ultimi anni. Tuttavia l’affluenza per le elezioni amministrative rimane comunque più alta. Ciò può essere in parte spiegato dalla scarsa consapevolezza dei cittadini sul tema a cui si aggiunge una comunicazione politico-istituzionale poco efficace.

Com'è cambiato il parlamento

Passando all'analisi dei risultati, emergono alcune tendenze interessanti. In primo luogo possiamo osservare come il Movimento 5 stelle risulti particolarmente penalizzato da questo tipo di elezioni.

Mentre le altre forze politiche infatti sono riuscite a confermare il seggio che avevano conquistato nel 2018, i pentastellati hanno mancato questo obiettivo. Tutti i seggi lasciati vacanti da un esponente del M5s sono stati conquistati da altri gruppi.

 

I parlamentari decaduti nel corso della XVIII legislatura

ParlamentareAulaGruppoProvenienzaDataMotivo
Andrea MuraCameraM5sSardegna27 settembre 2018Scelta personale
Maurizio FugattiCameraLegaTrentino-Alto Adige9 gennaio 2019Eletto presidente della provincia autonoma di Trento
Giulia ZanotelliCameraLegaTrentino-Alto Adige9 gennaio 2019Eletta consigliera regionale in Trentino-Alto Adige
Franco OrtolaniSenatoM5sCampania22 novembre 2019Deceduto
Paolo GentiloniCameraPdLazio2 dicembre 2019Nominato commissario europeo
Donatella TeseiSenatoLegaUmbria2 dicembre 2019Eletta presidente della regione Umbria
Vittoria Bogo DeleddaSenatoM5sSardegna17 marzo 2020Deceduta
Stefano BertaccoSenatoFdiVeneto14 giugno 2020Deceduto
Pier Carlo PadoanCameraPdToscana4 novembre 2020Si dimette per assumere la presidenza di Unicredit
Emanuela Claudia Del ReCameraM5sLazio30 giugno 2021Nominata rappresentante speciale dell'Unione europea per il Sahel

 

Il caso più recente è quello del collegio di Primavalle dove la rappresentate grillina Emanuela Claudia Del Re sarà sostituita dal dem Andrea Casu. In precedenza il seggio sardo di Andrea Mura era stato conquistato da Andrea Frailis, deputato eletto con una lista afferente al centrosinistra e poi passato al gruppo del Pd. A fine febbraio invece il posto di Franco Ortolani, venuto a mancare durante la legislatura, è stato vinto dal giornalista Alessandro Ruotolo, sostenuto dal centrosinistra. Ruotolo si è poi iscritto al gruppo Misto. L’ultimo caso infine è quello di Carlo Doria (sostenuto da una coalizione di centro destra) che ha strappato il seggio appartenuto a Vittoria Bogo Deledda, anch'essa scomparsa durante la legislatura.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis.
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Ottobre 2021)

4 su 4  i seggi persi dal Movimento 5 stelle con le suppletive.

Dalle ultime suppletive in particolare esce rinvigorito il Partito democratico. I dem infatti recuperano il seggio che era stato lasciato vacante da Piercarlo Padoan e ne conquistano anche uno ulteriore. Particolarmente rilevante poi l’ingresso in parlamento di Enrico Letta. In questo modo infatti il segretario dem potrà seguire più da vicino le vicende politiche nazionali. La lontananza da governo e parlamento peraltro era stata una delle critiche mosse all’ex segretario Nicola Zingaretti durante il governo Conte II.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis.
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Ottobre 2021)

Una curiosità infine riguarda il fatto che, con la sua elezione a sindaco di Roma, Roberto Gualtieri decadrà da deputato. L’ex ministro peraltro aveva ereditato il suo seggio da un altro esponente del Pd. Cioè l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni dimessosi per diventare commissario europeo agli affari economici e monetari. Il seggio del collegio Lazio 1 dovrà quindi essere assegnato nuovamente con una seconda elezione suppletiva.

I casi Boccardi e Lotito

In tema di elezioni parlamentari, un significativo elemento di criticità riguarda la posizione dei senatori Anna Carmela Minuto e Vincenzo Carbone. La loro elezione infatti è stata contestata dai candidati usciti sconfitti nei loro collegi. Rispettivamente l’imprenditore pugliese Michele Boccardi e il presidente della Lazio Claudio Lotito, secondo i quali ci sarebbero stati degli errori nei conteggi che ne hanno determinato l'ingiusta esclusione dal parlamento. Per questo motivo hanno presentato ricorso alla giunta delle immunità e delle elezioni parlamentari del senato.

Tale organo si è pronunciato definitivamente il 6 ottobre del 2020 decretando - a maggioranza - l’annullamento delle elezioni di entrambi i senatori. La questione tuttavia non si è ancora conclusa. Ciò perché la decisione della giunta deve essere avallata da una deliberazione dell'aula. Atto che però ancora non è stato prodotto.

Questa situazione di impasse però sta comportando alcuni problemi. Infatti a causa di questo contenzioso irrisolto non è stato possibile proclamare ufficialmente i 193 senatori eletti nei collegi proporzionali. Nella seduta del 4 marzo 2021 infatti la scelta è stata quella di procedere alla proclamazione dei soli senatori eletti nei collegi uninominali in attesa della risoluzione del contenzioso.

193 i senatori non ancora ufficialmente proclamati.

Questa mancanza tuttavia comporta dei problemi non di poco conto. In base all’articolo 1 del regolamento di palazzo Madama infatti i senatori acquistano i diritti e le prerogative legate alla carica solo nel momento in cui vengono proclamati. Nonostante ciò questi senatori stanno regolarmente partecipando alle sedute dell'aula e delle commissioni.

Non si capisce a che titolo queste persone, seppur elette, possano operare avendo in mano solo la proclamazione degli uffici elettorali e nulla più.

Per questo motivo sarebbe opportuno che questa vicenda trovasse soluzione al più presto. Ciò anche in vista delle ormai imminenti elezioni per il successore di Sergio Mattarella.

Foto credit: Facebook - Enrico Letta

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Come sondaggi ed elezioni amministrative influenzano l’azione dei partiti https://www.openpolis.it/come-sondaggi-ed-elezioni-amministrative-influenzano-lazione-dei-partiti/ Fri, 24 Sep 2021 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=134665 L’approssimarsi dell’appuntamento elettorale sta condizionando le scelte delle forze politiche. Dopo mesi di accesa rivalità Lega e Fdi si sono riavvicinate. Nel centrosinistra invece si è scelto di rinviare la discussione sul Ddl Zan a dopo il voto.

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Le elezioni amministrative in programma per il prossimo 3 e 4 ottobre rappresentano un appuntamento molto importante per tutte le forze politiche. Non soltanto perché si vota in alcune delle città italiane più grandi come Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli. Ma anche perché sarà un importante banco di prova a meno di due anni dalla fine della legislatura.

Anche se si parla di elezioni in ambito locale l’esito delle urne potrebbe avere anche delle ripercussioni sugli equilibri interni a governo e parlamento. In tale contesto l’influenza dei sondaggi sull’azione dei partiti diventa ancora più rilevante.

È attraverso i sondaggi che, tra una elezione e l’altra, le forze politiche misurano il proprio consenso e i rapporti di forza tra loro.
Vai a "Come stanno andando i sondaggi politici"

Nelle ultime settimane infatti tutte le forze politiche hanno cercato di rilanciare i temi cari al proprio elettorato. E d’altra parte hanno scelto di rimandare a dopo il voto la discussione su questioni giudicate “divisive” e che avrebbero rischiato di far perdere consensi.

Nel centrodestra ad esempio si è tornati a parlare di sicurezza e immigrazione. Allo stesso tempo si è registrato un riavvicinamento tra le posizioni di Lega e Fratelli d’Italia dopo mesi di accesa rivalità. Nel centrosinistra invece si è scelto di rimandare la battaglia sul Ddl Zan a dopo la tornata elettorale.

La situazione a settembre 2021

I sondaggi sono quindi uno degli indicatori che ci possono aiutare a valutare lo stato di salute dei partiti. Vediamo qual è la situazione in base ai dati raccolti a settembre. Il primo elemento che emerge è il sorpasso di Fratelli d’Italia nei confronti della Lega. Con una media del 20,2% il partito di Giorgia Meloni diventa infatti la prima forza politica del paese anche se il distacco dal Carroccio rimane minimo.

Tali cifre quindi devono essere interpretate con cautela. Non tutti i sondaggi analizzati infatti confermano questa tendenza. Per Ipsos ad esempio il primo partito è ancora la Lega. Guardando invece alle altre forze politiche, anche il Partito democratico si mantiene molto vicino con il 19,1% di potenziali consensi. Più distaccati invece il Movimento 5 stelle (16,3%) e Forza Italia (7,5%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 14 Giugno 2021)

Analizzando l’evoluzione dei consensi potenziali dall’inizio dell’anno possiamo osservare come Fdi sia la forza politica cresciuta di più nel gradimento potenziale degli elettori. Il partito di Meloni infatti ha registrato un aumento di 4,1 punti percentuali. Nello stesso periodo invece la Lega ha subito una contrazione di 3,5 punti. Da segnalare anche il recupero del Movimento 5 stelle che rispetto a gennaio 2021 ha guadagnato 1,7 punti percentuali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria 
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

-3,5 il consenso potenziale, in punti percentuali, perso dalla Lega nel 2021.

Un altro elemento interessante da segnalare riguarda Liberi e uguali. Questa forza politica (che rappresenta una federazione di diverse liste della sinistra) negli ultimi mesi è tornata a crescere nei sondaggi (+0,5 punti percentuali rispetto a gennaio). Un risultato che potrebbe essere in parte dovuto alla presenza all’interno del gruppo parlamentare di Nicola Fratoianni. Il segretario di Sinistra italiana infatti pur continuando a far parte del gruppo non sostiene il governo Draghi. Una scelta che potrebbe aver contribuito al recupero di popolarità dell’intera area.

Il riavvicinamento tra Lega e Fratelli d'Italia

Come abbiamo raccontato anche nei precedenti approfondimenti, il trend opposto dei due principali partiti del centrodestra ha ridefinito gli equilibri all'interno della coalizione. In questo contesto la posizione di Matteo Salvini come candidato premier di una ipotetica alleanza di centrodestra è divenuta contendibile per Giorgia Meloni.

Questo ha determinato la nascita di una forte rivalità tra i due leader e i loro rispettivi schieramenti. Una rivalità che aveva portato anche a scelte diverse per quanto riguarda l'atteggiamento da tenere nei confronti del governo Draghi. Con la Lega da un lato che ha deciso di entrare nella maggioranza e Fdi dall’altro che invece è rimasta all’opposizione. Una scelta che è stata premiata dagli elettori, almeno secondo i sondaggi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

D'altronde la scelta di Fdi è apparsa logica. Come abbiamo già raccontato in questo articolo infatti il peso del partito in parlamento - fotografia della situazione politica del 2018 - è ridotto. Entrando a far parte della maggioranza quindi Fdi avrebbe avuto una scarsa incidenza sulle decisioni prese dal governo. Rimanendo all’opposizione invece il partito può raccogliere il voto di una porzione di elettori di centrodestra delusi per l’ingresso di Lega e Forza Italia nella maggioranza.

 

La differenza tra voti nelle ultime elezioni, presenza in parlamento e sondaggi attuali

Partito% voti camera 2018% deputati attuali% senatori attuali% sondaggi attuali
Lega – Salvini17,421,020,019,9
PD18,814,811,819,1
M5S32,725,623,416,3
Fratelli d’Italia4,45,76,220,2
Forza Italia14,012,416,27,5
SX3,41,7no gruppo autonomo3,7
Italia Vivanon presente4,55,32,5
PiùEuropa2,6no gruppo autonomono gruppo autonomo1,7
Coraggio Italianon presente3,8no gruppo autonomo1,3
Azionenon presenteno gruppo autonomono gruppo autonomo3,4
Europa Verde0,58*no gruppo autonomonon presente1,6
*lista comune "Italia Europa Insieme" comprendente Federazione dei Verdi, Psi e Area civica.

 

Negli ultimi mesi peraltro non sono mancate le occasioni di contrasto tra i due alleati/rivali. Dalla diatriba sulla presidenza del Copasir alla mozione di sfiducia che Fdi ha presentato nei confronti del ministro della salute Roberto Speranza che la Lega è stata costretta a respingere per non mettere in difficoltà il governo di cui fa parte.

Nelle ultime settimane tuttavia si sono registrati segnali di disgelo. In occasione del Forum Ambrosetti di Cernobbio infatti Meloni ha affermato che lei e Salvini sono “promessi sposi”.  Un riavvicinamento che secondo alcuni osservatori sarebbe da attribuire, almeno in parte all’approssimarsi delle elezioni amministrative in cui i due partiti corrono insieme.

Le questioni green pass e immigrazione

Un esempio concreto del riavvicinamento tra Lega e Fdi ha riguardato la discussione sull'obbligo di green pass. Secondo alcuni osservatori infatti una parte del bacino elettorale dei due partiti sarebbe contraria allo strumento. Le due forze politiche hanno quindi adottato posizioni ambigue sul tema, nel tentativo di non scontentare quella porzione di elettorato.

Essendo all’opposizione Fdi ha potuto farlo in maniera più disinvolta mentre la Lega ha dovuto conciliare questa posizione con il proprio ruolo nella maggioranza. Nelle scorse settimane il partito di Meloni ha presentato alcuni emendamenti che prevedevano un allentamento alle norme contenute nel decreto legge 105/2021.

Lega e Fdi si sono schierate contro l'allargamento dell'obbligo di green pass.

Anche la Lega ha votato a favore di tali emendamenti. Una possibile spiegazione di questo atteggiamento è - come abbiamo raccontato in questo articolo - il fatto che i voti del Carroccio da soli non sono sufficienti a mettere in discussione le scelte prese dal governo.

Tali emendamenti infatti sono stati puntualmente respinti dal resto della maggioranza.

Attualmente la camera è composta da 628 deputati poiché devono ancora tenersi le elezioni suppletive per sostituire Piercarlo Padoan e Emanuela Claudia Del Re, dimessisi rispettivamente a novembre 2020 e giugno 2021.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Settembre 2021)

I due partiti hanno sposato una linea comune anche sul tema della sicurezza. Tema riportato al centro del dibattito da alcuni fatti di cronaca come il rave party avvenuto nel viterbese e l'aggressione di Rimini. Sia Salvini che Meloni hanno duramente attaccato la ministra dell'interno Luciana Lamorgese arrivando a chiederne le dimissioni.

C’è da dire però che all’interno della Lega non tutti condividono la linea di Salvini. Ad esempio un autorevole esponente come il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha dichiarato di essere favorevole all’estensione del green pass obbligatorio. Secondo alcuni osservatori questa duplice posizione riassume le due anime che caratterizzano il partito. Da un lato l’ala più “sovranista” incarnata dal segretario, dall’altro quella vicina alle posizioni dell'esecutivo e che ha come interlocutore privilegiato il mondo delle imprese.

Il centrosinistra e le preoccupazioni per il voto

L'andamento dei sondaggi e l'approssimarsi delle elezioni stanno influenzando anche le strategie del centrosinistra. Per quanto riguarda il Partito democratico il segretario Enrico Letta, sin dal suo insediamento, ha cercato di ricompattare il proprio elettorato intorno ad alcuni temi di bandiera.

Vanno in questa direzione alcune proposte lanciate negli ultimi mesi. Dallo Ius soli al voto per i sedicenni, fino anche alla tassa di successione sui grandi patrimoni. Nonostante alcuni di questi punti siano stati rilanciati anche recentemente, nelle ultime settimane si è registrato un atteggiamento più cauto. Un esempio concreto lo si può ritrovare nella posizione nei confronti del Ddl Zan.

I partiti stanno rinviando le questioni più "divisive" a dopo le elezioni.

A luglio infatti i dem avevano spinto per cercare di approvare il disegno di legge contro l'omotransfobia prima della pausa estiva del parlamento. Adesso invece Il Pd - e le altre forze di maggioranza - hanno bocciato una proposta di Fdi che chiedeva di calendarizzare la discussione del Ddl prima del voto. Secondo alcuni osservatori la mossa di Fratelli d'Italia sarebbe da interpretare come una provocazione. Tuttavia l'atteggiamento del centrosinistra potrebbe essere imputato al timore che un tema così delicato possa far perdere voti ai partiti che lo sostengono. Da notare peraltro che Letta è impegnato in prima persona nelle elezioni suppletive per ottenere un seggio alla camera.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Ciò che invece non è cambiato nell’atteggiamento del Pd sono gli attacchi alla Lega. Letta infatti ha individuato in Salvini il proprio avversario privilegiato. Le posizioni ambigue del segretario del Carroccio su vaccini e green pass hanno prestato il fianco alle critiche dei democratici che hanno invitato la Lega a decidere da che parte stare. Se con il governo o con l’opposizione.

Credo di poter dire che quello che è successo oggi pomeriggio alla camera, dove in commissioni affari sociali la Lega di fatto è uscita dalla maggioranza e ha votato contro il green pass dimostra una situazione intollerabile

Le posizioni di Italia viva e Movimento 5 stelle

L’avvicinarsi delle elezioni e l’andamento dei sondaggi stanno influenzando anche l’azione del Movimento 5 stelle. Dopo aver superato le difficoltà degli ultimi mesi legate al nuovo assetto statutario e al cambio di leadership (di cui abbiamo parlato in questo articolo) il M5s infatti ha deciso di adottare un basso profilo.

Non si può pensare che le elezioni comunali siano un test per Giuseppe Conte. Sarebbe come chiedere a un allenatore che arriva alle ultime tre giornate di campionato di vincerlo, anche se chi c'era prima aveva perso tutte le partite. Noi guardiamo al futuro, che sarà un percorso solido per il M5s e costruirà leadership a livello territoriale

Così come il Pd però anche i pentastellati non hanno rinunciato ad alcune delle loro battaglie di bandiera. Nei mesi scorsi infatti hanno manifestato forte contrarietà all’impianto della riforma del processo penale così come era stato presentato dalla ministra Marta Cartabia, spingendo per delle modifiche al testo. Più recentemente invece lo stesso Giuseppe Conte ha criticato il ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani, reo di essersi dichiarato favorevole all’utilizzo di energia nucleare di ultima generazione.

Un ultimo interessante spunto di analisi riguarda Italia viva. Il partito di Matteo Renzi infatti sostenendo la candidatura di Carlo Calenda a sindaco di Roma e lanciando una proposta di referendum per riformare il reddito di cittadinanza si sta allontanando sempre di più dalle posizioni di Pd e M5s. Queste scelte possono essere lette come un tentativo di rilanciare un partito che secondo i sondaggi viaggia intorno al 2,5% di potenziali consensi.

Foto credit: Facebook - Matteo Salvini

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Il ruolo del Partito democratico nella maggioranza e le sue prospettive https://www.openpolis.it/il-ruolo-del-partito-democratico-nella-maggioranza-e-le-sue-prospettive/ Tue, 21 Sep 2021 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=153162 Nel corso della XVIII legislatura il Pd ha subìto diversi contraccolpi. Dalla scissione di Italia viva alle dimissioni da segretario di Nicola Zingaretti. Ma nonostante ciò rimane un punto di riferimento per il centrosinistra.

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La caduta del governo Conte II ha lasciato ferite profonde all’interno della ex coalizione giallorossa. Per il Partito democratico in particolare la XVIII legislatura è stata caratterizzata da diversi avvenimenti traumatici. Dapprima infatti il Pd ha subìto la scissione di Italia viva che ne ha indebolito i gruppi parlamentari. Ma anche l’avvento del governo Draghi non è stato un passaggio semplice per il partito.

Se infatti in un primo momento i dem avevano profuso un grande sforzo per cercare di far proseguire l’esperienza del secondo governo Conte anche senza i voti di Italia viva, non tutti nel partito erano d’accordo con la successiva decisione di entrare a far parte della nuova maggioranza. Tali divisioni interne portarono anche alle dimissioni del segretario Nicola Zingaretti.

Al posto di Zingaretti è poi arrivato Enrico Letta. La strategia dell’ex presidente del consiglio per rilanciare il partito si è basata essenzialmente su 3 pilastri. In primo luogo ha scelto di confermare l’alleanza con il Movimento 5 stelle. Ha poi cercato di ricompattare l’elettorato di centrosinistra intorno ad alcuni temi identitari. Infine ha individuato in Matteo Salvini il rivale politico prediletto. Un altro modo per tentare di tenere unito il centrosinistra contro un avversario comune. Ma qual è il ruolo del Pd nel governo Draghi? E quali sono le sue prospettive?

L’evoluzione dei gruppi parlamentari

Come detto durante l’attuale legislatura il Pd ha dovuto superare diversi momenti molto difficili. Il primo di questi è stato l’uscita dal partito dell’ex segretario Matteo Renzi che ha deciso di fondare il proprio movimento seguendo l’esempio del presidente francese Emmanuel Macron. Renzi è stato seguito poi da molti dei suoi più convinti sostenitori che, eletti nelle file del Pd, sono poi confluiti nei gruppi parlamentari di Italia viva. Parliamo in totale di 25 deputati e 14 senatori.

39 i parlamentari che dal Pd sono passati a Italia viva.

D’altra parte però i gruppi democratici hanno registrato anche dei nuovi ingressi nelle loro file. In particolare il Pd ha “acquisito” 5 deputati provenienti dal gruppo misto, tra cui l’ex ministra della salute Beatrice Lorenzin. A questi si aggiunge l’ex presidente della camera Laura Boldrini che invece era stata eletta nelle liste di Liberi e uguali. A palazzo Madama invece ha recentemente aderito al gruppo dem il senatore Giovanni Marilotti.

La mappa mostra i cambi di gruppo che sono stati già ufficializzati e riconosciuti dall’ufficio di presidenza di ciascuna camera. Sono qui rappresentate solo le entrate e le uscite che hanno coinvolto direttamente i gruppi del Pd. Non altri cambi di gruppo avvenuti precedentemente o successivamente il passaggio nei dem.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Alcuni parlamentari che avevano lasciato il Pd sono poi tornati sui loro passi.

È interessante notare come alcuni dei parlamentari che avevano abbandonato il partito siano poi tornati sui loro passi. Inclusi 3 esponenti che avevano inizialmente aderito a Iv. Si tratta dei deputati Nicola Carè e Vito De Filippo e del senatore Eugenio Comincini. Percorso simile anche per il senatore Tommaso Cerno che però aveva aderito al gruppo misto. Diverso invece il caso della senatrice Tatiana Rojc, “prestata” al gruppo degli Europeisti all’epoca del governo Conte II. Tale gruppo era nato nel tentativo di trovare un'alternativa a Italia viva per non far mancare la maggioranza all'esecutivo. Fallito questo esperimento la senatrice friulana e rientrata nel Pd.

Quel progetto faceva parte di una visione più ampia che era quella di trovare un punto per salvare il Paese. Ora torno perché ritengo, per me e per la comunità che rappresento, che devo fare fino in fondo il mio dovere in questa legislatura

Nonostante questi flussi in entrata, però, il Pd rimane comunque uno dei partiti più danneggiati dal fenomeno dei cambi di gruppo. Dall’inizio della legislatura infatti i dem hanno perso complessivamente 31 seggi in parlamento, di cui 18 alla camera e 13 al senato.

Nel grafico non sono riportati i dati dei gruppi di Leu alla camera e Per le autonomie al senato il cui saldo dall’inizio della legislatura è 0.

FONTE: dati ed elaborazioni openpolis
(ultimo aggiornamento: lunedì 20 Settembre 2021)

Soltanto Movimento 5 stelle (96 parlamentari persi dall’inizio della legislatura) e Forza Italia (40) hanno subìto delle perdite maggiori.

Il peso del Pd nel governo e in parlamento

Nonostante i cambi di gruppo il Pd rimane comunque una delle principali forze politiche presenti in parlamento. Curiosamente però il peso del partito è diverso tra la camera e il senato. A Montecitorio infatti quello del Pd è il terzo gruppo più numeroso dopo Lega e Movimento 5 stelle con 93 deputati. A palazzo Madama invece anche Forza Italia presenta un numero di rappresentanti maggiore (50 senatori azzurri contro 38 dem).

Nella maggioranza al senato c'è equilibrio tra le forze di centrodestra e quelle di centrosinistra.

Una situazione molto particolare che di fatto al senato determina sostanzialmente un equilibrio tra Lega e Fi da un lato e Pd e M5s dall’altro. Tale quadro determina il fatto che al senato il voto dei gruppi “minori” diventa decisivo per le sorti dei provvedimenti. Motivo per cui, ad esempio, si è arenata la discussione sul Ddl Zan. Da sole infatti le forze del centrosinistra non avrebbero i numeri per approvare la proposta di legge contro l'omotransfobia.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Settembre 2021)

Per quanto riguarda l’esecutivo invece possiamo osservare che il Pd esprime 9 esponenti sui 63 totali. In particolare i dem possono vantare 3 ministri con portafoglio, una viceministra e 5 sottosegretari. Nel comporre la sua squadra Draghi ha cercato di rispettare i rapporti di forza interni al parlamento. Il Pd infatti è il terzo partito, insieme con Forza Italia, con più esponenti nel governo dopo Movimento 5 stelle e Lega.

Il grafico mostra il numero di ministri viceministri e sottosegretari del governo Draghi in base al loro partito di appartenenza. Nel conteggio non è stato considerato il presidente del consiglio Mario Draghi. Deve ancora essere nominato il sostituto di Claudio Durigon dimessosi lo scorso 26 agosto. Valentina Vezzali è stata considerata coma tecnica anche se nella scorsa legislatura era stata eletta in parlamento con Scelta civica di Mario Monti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 17 Settembre 2021)

Da notare che il Pd ha ottenuto il vertice del ministero del lavoro e delle politiche sociali alla cui guida è stato chiamato Andrea Orlando. Un dicastero importante per un partito di centrosinistra che si dichiara attento alla tutela dei lavoratori.

 

Gli incarichi degli esponenti Pd nel governo Draghi

EsponenteIncarico
Lorenzo GueriniMinistro della difesa
Andrea OrlandoMinistro del lavoro
Dario FranceschiniMinistro della cultura
Marina SereniViceministra degli affari esteri e della cooperazione internazionale
Vincenzo AmendolaSottosegretario alla presidenza del consiglio con delega agli affari europei
Caterina BiniSottosegretaria alla presidenza del consiglio con delega ai rapporti con il parlamento
Carmela Assunta MessinaSottosegretaria all'innovazione tecnologia e la transizione digitale
Alessandra SartoreSottosegretaria all'economia
Anna AscaniSottosegretaria allo sviluppo economico

 

Anche se non ne esprime il vertice poi il Pd occupa posizioni di rilievo all’interno di altri due ministeri di fondamentale importanza. Quello dell’economia (con la sottosegretaria Alessandra Sartore) e quello dello sviluppo economico (con Anna Ascani). Due ministeri per altro che saranno coinvolti da vicino nella gestione dei fondi europei nell’ambito del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Le dimissioni di Zingaretti e l'arrivo di Letta

Come abbiamo detto, la caduta del governo Conte II ha rappresentato un altro passaggio molto complicato per il Pd. A pochi giorni dalla caduta del governo infatti arrivarono le dimissioni del segretario Nicola Zingaretti. Il presidente della regione Lazio, sostenitore dell’alleanza strutturale con i pentastellati, utilizzò toni molti duri nei confronti del suo stesso partito.

Come suo successore l’assemblea nazionale del Pd scelse a larghissima maggioranza Enrico Letta. Una delle prime mosse del nuovo leader democratico fu la richiesta di dimissioni dei capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il loro posto è stato preso da due donne: Debora Serracchiani alla camera e Simona Malpezzi al senato.

Letta all'epoca dichiarò che tale sostituzione aveva come obiettivo quello di dare una rappresentanza femminile al partito, dopo che per i vertici dei ministeri erano stati scelti solamente uomini (Dario Franceschini, Andrea Orlando e Lorenzo Guerini). Una scelta che tuttavia non mancò di destare polemiche.

Letta poi scelse di confermare l’alleanza con il Movimento 5 stelle, anche in vista delle elezioni amministrative. Una decisione non condivisa da tutto il partito e che comunque non sempre è riuscita a livello locale. A Torino, Milano e Roma, ad esempio il M5s si presenterà al primo turno con propri candidati.

Letta ha individuato in Salvini il proprio avversario politico all'interno della maggioranza.

Un’altra strategia adottata da Letta per ricompattare il partito è stata quella di concentrarsi su un avversario politico dello schieramento opposto. In questo senso il segretario ha individuato nel leader della Lega Matteo Salvini il proprio nemico da superare. Da quando è nato il governo di unità nazionale infatti le critiche alle posizioni ambigue della Lega sono state frequenti. Recentemente ad esempio Letta ha chiesto un chiarimento alla Lega per quanto riguarda la posizione in tema di green pass.

Credo di poter dire che quello che è successo oggi pomeriggio alla camera, dove in commissioni affari sociali la Lega di fatto è uscita dalla maggioranza e ha votato contro il green pass dimostra una situazione intollerabile

Letta inoltre ha cercato di ricucire i rapporti con il proprio elettorato deluso lanciando una serie di proposte di bandiera. Vanno in questa direzione il recupero di alcuni temi come lo ius soli, il voto ai sedicenni, fino anche alla tassa di successione sui grandi patrimoni. Sotto questo profilo però c'è da dire che, nonostante alcuni di questi temi siano stati rilanciati anche recentemente, nelle ultime settimane si è registrato un atteggiamento più cauto da parte del partito.

Con l'avvicinarsi delle elezioni l'atteggiamento del Pd è diventato più cauto.

Un esempio concreto lo si può ritrovare nella posizione nei confronti del Ddl Zan. A luglio infatti i dem avevano spinto per cercare di approvare il disegno di legge contro l'omotransfobia prima della pausa estiva del parlamento. Adesso invece Il Pd - e le altre forze di maggioranza - hanno bocciato una proposta di Fdi che chiedeva di calendarizzare la discussione del Ddl prima del voto. Secondo alcuni osservatori la mossa di Fratelli d'Italia sarebbe da interpretare come una provocazione. Tuttavia l'atteggiamento del centrosinistra potrebbe essere imputato al timore che un tema così delicato possa far perdere voti. Da notare a questo proposito che Letta è impegnato in prima persona nelle elezioni suppletive per ottenere un seggio alla camera.

La critiche al partito e le sue prospettive

Salvo la parentesi del governo gialloverde, nelle ultime 2 legislature il Pd è sempre stato al governo. Ciò ha portato spesso l’opinione pubblica a identificare i dem come il “partito dell’establishment”. È forse anche per questo motivo che Letta ha cercato di recuperare temi sensibili per il proprio elettorato. La strategia del segretario tuttavia non è stata esente da critiche.

L'ex segretario Nicola Zingaretti ad esempio, pur rivendicando quanto di buono fatto dal Pd negli ultimi anni, ha invitato i dem a tornare a guardare alle classi meno abbienti del paese. Sulla stessa linea anche uno dei padri nobili del partito come Romano Prodi che ha ribadito la necessità di tornare a parlare di temi sociali.

Se il Pd deciderà di di spingere per una politica di forte rivendicazione dei diritti sociali (lavoro, scuola, salute, casa) i voti pioveranno. [...] L'affermazione dei diritti individuali avviene solo se esiste una rete sociale.

D'altra parte però alcuni osservatori hanno affermato che lo “spostamento a sinistra” del partito potrebbe mettere in difficoltà il governo Draghi. Una dinamica che potrebbe avere delle ripercussioni negative anche sul Pd stesso nel caso in cui l'esecutivo non dovesse riuscire a realizzare tutti i progetti contenuti nel Pnrr. Al di la di tali critiche si deve comunque osservare che, in base ai sondaggi, il Pd rimane comunque il terzo partito del paese, nonché la principale forza del centrosinistra.

Foto credit: palazzo Chigi - licenza

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Quali prospettive per il Ddl Zan https://www.openpolis.it/quali-prospettive-per-il-ddl-zan/ Wed, 07 Jul 2021 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=134639 Il 13 luglio il senato riprenderà la discussione sul Ddl Zan. Tuttavia la proposta di legge contro l'omotransfobia continua ad essere avversata da una parte del paese. Vediamo quali sono state le critiche principali mosse nelle ultime settimane.

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Nella giornata di ieri il senato ha approvato il calendario dei lavori per il mese di luglio prevedendo anche la ripresa della discussione sul Ddl Zan. Ovvero la proposta di legge che mira a introdurre nel nostro ordinamento misure di contrasto all’odio e alla discriminazione fondati sul sesso, sull’orientamento sessuale, sul genere, sull’identità di genere e sulla disabilità.

Tuttavia la proposta di legge continua a generare polemiche in parlamento. La componente di centrodestra della maggioranza infatti si dichiara contraria all’approvazione del provvedimento così com’è. Nei giorni scorsi però il leader della Lega Matteo Salvini si era dichiarato favorevole a votare un nuovo testo condiviso da tutte le forze politiche.

Secondo Pd e M5s c’è stato un tentativo di affossare la legge.

Nelle stesse ore, Italia viva annunciava la presentazione di alcuni emendamenti che sostanzialmente puntavano ad eliminare dal testo in esame qualsiasi riferimento al tema dell’identità di genere, giudicato troppo “divisivo”. La motivazione ufficiale di questa proposta sarebbe stata la ricerca di un’ampia convergenza per approvare la norma. Tuttavia per Partito democratico e Movimento 5 stelle ci sarebbe il rischio che con un terzo passaggio alla camera la legge possa essere affossata. Per questo motivo i due partiti hanno spinto per votare il testo in aula così com’è.

Senza un accordo tra le forze politiche e con la possibilità di un “voto segreto” però la proposta di legge rischia di non avere i numeri per essere approvata.

A che punto è l’iter parlamentare

La proposta di legge è già stata approvata dalla camera dei deputati lo scorso 4 novembre. La discussione sarebbe quindi dovuta proseguire nell’altro ramo del parlamento in vista dell’approvazione definitiva. Tuttavia con la caduta del governo Conte II e l’ingresso di Lega e Forza Italia nella maggioranza, l’iter del procedimento ha subito un brusco stop. L’esame infatti sarebbe dovuto ripartire dalla commissione giustizia del senato. Ciò tuttavia non è mai avvenuto.

Senza un accordo sul testo da approvare c’è il rischio che il Ddl Zan debba tornare alla camera.

L’impasse è stato superato con la decisione di far proseguire la discussione direttamente in aula, saltando quindi il passaggio in commissione. Tuttavia la proposta potrebbe incontrare ulteriori ostacoli. Senza un accordo preventivo con le altre forze politiche sul testo da approvare infatti c’è il rischio che questo possa essere cambiato attraverso la presentazione di emendamenti. Ciò comporterebbe la necessità di un ritorno del Ddl alla camera per l’approvazione delle modifiche, con inevitabile allungamento dei tempi.

Tra le forze di maggioranza è la Lega quella che appare più reticente verso il provvedimento. Nelle ultime ore infatti Andrea Ostellari ha avanzato una proposta per adottare un testo condiviso a larga maggioranza prevedendo la rimozione di ogni riferimento al tema dell’identità di genere.

Vanno nella stessa direzione anche gli emendamenti di Italia Viva che sostanzialmente recuperano il Ddl Scalfarotto che era già stato presentato alla camera e successivamente assorbito dal Ddl Zan. L’annuncio di tali emendamenti ha scatenato la reazione delle altre forze di centrosinistra che hanno accusato Iv di voltafaccia dopo aver votato a favore del provvedimento alla camera. Dal canto suo Matteo Renzi ha affermato che senza una modifica del testo questo è destinato ad essere bocciato.

Questi tentativi di mediazione tuttavia sono stati rispediti al mittente da Pd e M5s che hanno insistito per l’approvazione del testo così com’è. Ciò con l’obiettivo di implementare le tutele previste nel Ddl nel più breve tempo possibile, anche alla luce dell’imminente pausa estiva.

Il timore infatti è che quella di Salvini sia solo una mossa tattica e che un ipotetico ritorno del provvedimento alla camera possa comportare il suo definitivo affossamento.

Le critiche della chiesa e il concordato

Detto del percorso in parlamento, vediamo quali sono le critiche principali mosse alla proposta di legge nelle ultime settimane. Oltre alle forze politiche del centrodestra, anche il mondo cattolico ha manifestato delle perplessità sul ddl. Nelle scorse settimane infatti il Vaticano ha inviato un documento nel quale si paventa una possibile violazione del concordato. Cioè il trattato che regola i rapporti tra lo stato italiano e la chiesa cattolica.

La segreteria di stato rileva che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa […] avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario.

L’attuale concordato è stato firmato nel 1984 e costituisce l’evoluzione di un precedente trattato stipulato nel 1929. L’innovazione più rilevante riguarda l’abolizione della religione cattolica come religione di stato. Allo stesso tempo però viene riconosciuta alla chiesa la libertà di organizzazione e di manifestazione pubblica del culto, oltre alla possibilità di fondare scuole private equiparabili a quelle statali, le cosiddette scuole paritarie.

Secondo la segreteria di stato vaticana il Ddl Zan rischierebbe di violare in particolare l’articolo 2, commi 1 e 3. Il primo riconosce alla chiesa cattolica la libertà di organizzazione e di pubblico esercizio del culto sul territorio italiano. Il secondo invece riconosce ai cattolici e alle loro associazioni la libertà di riunione e di manifestazione del pensiero. Il timore in questo caso è legato alla libertà del mondo cattolico di manifestare il proprio dissenso su alcuni temi, come quello del matrimonio tra omosessuali.

Il Vaticano teme che il Ddl Zan limiti la libertà di manifestazione del pensiero dei fedeli.

In realtà però queste prerogative non sono toccate dal Ddl Zan. La proposta di legge infatti si limita a punire i reati legati alla propaganda e all’istigazione a commettere atti violenti (sia verbali che fisici) e discriminatori nei confronti degli appartenenti alla comunità Lgbtqi+. Lo fa peraltro estendendo le fattispecie di reato già previste nell’ordinamento italiano da una legge in vigore dal 1993. Inoltre l’articolo 4 del provvedimento ribadisce la libera espressione di tutte le idee.

Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti.

Un’altra criticità sollevata dal mondo cattolico, anche se in realtà nella nota verbale del Vaticano non ne viene fatta menzione, riguarda la giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia da celebrare il 17 maggio di ogni anno con iniziative di sensibilizzazione che coinvolgerebbero anche le scuole. Tale norma tuttavia difficilmente potrebbe essere applicata rigidamente nel caso delle scuole paritarie. Secondo il giurista Francesco Margiotta Broglio infatti non si possono obbligare le scuole “confessionali” a celebrare questa giornata. D’altra parte la chiesa non può impedire allo stato italiano di approvare leggi che essa ritiene contrarie alla sua dottrina.

In generale dunque il Ddl Zan non parrebbe limitare in alcun modo le prerogative riconosciute alla chiesa cattolica dal concordato. Peraltro la vicenda si è molto ridimensionata anche a seguito delle parole del presidente del consiglio Mario Draghi che ha ricordato come l’Italia sia uno stato laico.

Il nostro è uno stato laico, non è uno stato confessionale. Quindi il parlamento è certamente libero di discutere.

Anche molti giuristi e accademici hanno valutato negativamente l’intervento del Vaticano definendolo come un’ingerenza negli affari interni di un altro stato.

Altre critiche al Ddl Zan, la questione femminile

Al di là delle osservazioni del Vaticano, il Ddl Zan continua ad avere molti detrattori. Le osservazioni si concentrano principalmente sugli articoli 1 e 4.

L’articolo 1 fornisce alcune definizioni, tra cui:

  • sesso (quello biologico o comunque quello dichiarato all’anagrafe);
  • genere (l’apparenza di una persona legata al sesso biologico in base alle aspettative della società);
  • orientamento sessuale (l’attrazione sessuale o affettiva verso altre persone);
  • identità di genere (l’autodeterminazione del genere di una persona anche se diverso dal sesso biologico).

Alcuni detrattori del provvedimento ritengono sia un errore mettere sullo stesso piano i concetti di sesso biologico e di identità di genere. Si tratta di una posizione sostenuta peraltro anche da una parte delle attiviste per i diritti delle donne e degli omosessuali. In particolare dalle cosiddette femministe radicali transescludenti, rappresentate in Italia principalmente dall’associazione Arcilesbica, anche se non nella totalità delle sue iscritte.

Le posizioni di Arcilesbica e delle femministe transescludenti rappresentano una posizione minoritaria.

Secondo queste realtà l’identità di una persona è legata indissolubilmente al sesso biologico. La preoccupazione è che il Ddl Zan possa fungere da apripista verso una deriva che porterebbe ad una convivenza difficile. Sotto questo aspetto sono stati citati gli esempi di atlete che si dichiarano donne ma che biologicamente sono uomini e in quanto tali non dovrebbero poter partecipare alle gare femminili. E quello di detenuti uomini che chiedono di poter scontare la loro pena in carceri femminili. Chi sostiene queste posizioni inoltre afferma che il tema della parità tra uomini e donne, che riguarda la maggioranza della popolazione, non dovrebbe essere trattato allo stesso livello delle tutele da riconoscere ad una “minoranza” come quella Lgbtqi+.

Tuttavia il Ddl Zan non affronta questi temi. Si limita semplicemente a estendere delle tutele già previste nel nostro ordinamento a una fascia di popolazione attualmente non garantita. Incluse le donne, che sempre più spesso sono vittime di violenza. In ogni caso va sottolineato che questa posizione, citata anche dal centrodestra per giustificare la contrarietà al Ddl, rappresenta una corrente assolutamente minoritaria nella galassia dell’attivismo femminista e Lgbtqi+.

Problemi di natura giuridica

In merito all’articolo 1 anche un importante giurista come Giovanni Maria Flick ha espresso delle perplessità. Secondo l’ex presidente della corte costituzionale infatti l’aver affiancato al concetto di sesso biologico anche altre definizioni come quella di orientamento sessuale e di identità di genere renderebbe di difficile applicazione il provvedimento in sede processuale.

La [legge] Mancino definisce la razza e la religione affidando al giudice l’interpretazione del concetto. Invece la Zan moltiplica gli elementi del reato con una terminologia difficilmente comprensibile o non conosciuta.

Tale criticità tuttavia appare attribuibile più ad una scarsa conoscenza dei temi legati all’identità di genere piuttosto che all’effettiva qualità del testo in esame. Una lacuna peraltro che proprio il Ddl Zan cerca di colmare con le iniziative di sensibilizzazione e formazione che tutte le pubbliche amministrazioni – e quindi anche il sistema giudiziario – sarebbero chiamate a svolgere in occasione della giornata del 17 maggio.

I temi legati all’identità di genere sono ancora poco noti al grande pubblico.

Un altro rilievo mosso riguarda l’opportunità di garantire per legge una prerogativa – quella della libera manifestazione del pensiero prevista dall’articolo 4 del Ddl – che dovrebbe essere tutelata a livello costituzionale. A questo proposito c’è da dire però che tale articolo è stato introdotto anche per rispondere alle critiche di quanti ritenevano il Ddl Zan una legge liberticida, paventando il rischio che con la sua approvazione non fosse più possibile fare propaganda contro alcuni temi come quello dell’utero in affitto o dell’insegnamento nelle scuole della cosiddetta teoria gender. Sotto questo punto di vista infatti il Ddl Zan non pone nessun limite.

Foto credit: Facebook Roma PrideLicenza

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Il peso dei sondaggi nelle tensioni interne alla maggioranza https://www.openpolis.it/il-peso-dei-sondaggi-nelle-tensioni-interne-alla-maggioranza/ Fri, 28 May 2021 07:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=134614 Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative il peso dei sondaggi diventa ancora più importante nel valutare l’azione delle forze politiche. Nella maggioranza cresce la tensione tra centrodestra e centrosinistra. Nell'opposizione prosegue l'ascesa di Fdi.

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Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative del prossimo autunno in cui le forze politiche si contenderanno alcune delle principali città italiane, il peso dei sondaggi diventa un fattore ancora più importante per valutare lo stato di salute dei partiti e cercare di interpretarne le scelte. Nelle ultime settimane infatti è sensibilmente aumentata la tensione tra le forze politiche degli opposti schieramenti che però convivono nella coalizione di governo.

L’avvicinarsi della scadenza elettorale può aver influito sull’aumento delle tensioni interne alla maggioranza.

Tra i temi motivo di frizione ci sono stati le riaperture, con il blocco di centrodestra formato da Lega e Forza Italia che chiedeva maggior decisione e quello di centrosinistra a predicare maggiore cautela. Ma tensioni si sono registrate anche su altri temi. Dalle semplificazioni sugli appalti al blocco dei licenziamenti, fino alla tassa di successione e al ddl Zan.

L’aumentare di queste tensioni può anche essere, almeno in parte, attribuito al fatto che il prossimo autunno le forze politiche si confronteranno con un appuntamento elettorale molto importante. Il primo dopo la nascita del governo di unità nazionale. Inoltre, il tema della gestione dell’emergenza sanitaria sta via via diminuendo di centralità nel dibattito pubblico che nei prossimi mesi sarà incentrato sulle riforme collegate all’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Per non appiattirsi, i partiti della maggioranza hanno quindi la necessità di recuperare centralità e distinguersi agli occhi degli elettori.

La situazione a maggio

Nell’era dei social network e dell’informazione in tempo reale, leader e forze politiche necessitano di marcare continuamente la propria presenza sui media determinando una sorta di campagna elettorale permanente. I sondaggi sono quindi un “termometro” che ci aiuta a capire quale sia lo stato di salute delle forze politiche e un modo per cercare di interpretare le loro scelte strategiche.

È attraverso i sondaggi che, tra una elezione e l’altra, le forze politiche misurano il proprio consenso e i rapporti di forza tra loro.
Vai a "Come stanno andando i sondaggi politici"

A maggior ragione in un contesto come quello attuale, dove quasi tutte le forze politiche fanno parte della stessa maggioranza, ognuna ha bisogno di rivendicare i propri successi per dimostrare la propria capacità di indirizzare l’azione di governo sui temi cari all’elettorato di riferimento.

In base ai sondaggi raccolti nei primi giorni del mese di maggio, la Lega pur rimanendo il primo partito continua a perdere terreno. Se all’inizio di aprile infatti i potenziali elettori del Carroccio erano il 22,5%, un mese dopo essi sono scesi al 21,6% (quasi un punto percentuale in meno). Continua quindi a ridursi la distanza con i principali competitor che in questo momento sono il Partito democratico (19,1%, in risalita dopo la caduta del governo Conte II) e Fratelli d’Italia che prosegue il proprio trend di crescita e raggiunge il 18,3%.

La media aritmetica è calcolata sui primi sondaggi di ogni mese dei seguenti istituti demoscopici: Emg, Ixe, Tecnè, Swg, Euromedia e Ipsos.
La media è stata calcolata sulla base dei primi dati del mese raccolti dai vari istituti demoscopici. Nei mesi estivi (luglio, agosto, settembre) i sondaggi non sono effettuati con regolarità, la media è stata quindi calcolata sulla base dei dati disponibili.
Per il mese di dicembre 2020 non sono disponibili i dati di Ipsos. Per i mesi di gennaio e aprile 2021 non sono disponibili i dati di Ixè. Per agosto 2021 sono disponibili solamente i dati Swg ed Euromedia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 14 Giugno 2021)

Secondo i sondaggi Fdi è in procinto di superare il Pd e diventare la seconda forza politica del paese.

Le prime quattro forze politiche sono quindi ormai vicinissime. Secondo alcuni sondaggi, come ad esempio Emg pubblicato il 4 maggio, il partito di Giorgia Meloni avrebbe già superato quello di Enrico Letta. Anche se dobbiamo sottolineare che questo sondaggio accredita come seconda forza politica il Movimento 5 stelle. Si tratta però dell'unico caso tra le rilevazioni analizzate. Secondo gli altri sondaggi infatti il Pd rimane la seconda forza dopo la Lega seguito da Fdi e M5s.

Osservando l’evoluzione nel tempo dei rapporti di forza possiamo osservare come, dall’inizio dell’anno, 6 partiti (tutti interni all’attuale maggioranza) abbiano ridotto il loro potenziale consenso. Si tratta di Lega (-1,8 punti percentuali rispetto a gennaio 2021), Italia viva (-0,8 p. p.), Pd, Fi e Più Europa (-0,6 p. p.) e Azione (-0,5 p.p.).

La media aritmetica è calcolata sui primi sondaggi di ogni mese dei seguenti istituti demoscopici: Emg, Ixe, Tecnè, Swg, Euromedia e Ipsos. Per il mese di gennaio 2021 non sono disponibili i dati di Ixè.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria 
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Tra le forze politiche che nello stesso periodo hanno aumentato maggiormente il proprio livello di consensi figurano invece il Movimento 5 stelle (+2,4 punti percentuali dall’inizio dell’anno) e Fratelli d’Italia (+2,1).

+2,4 punti percentuali. Il recupero nei sondaggi del M5s dall'inizio dell'anno.

Se nel caso di Fdi possiamo ipotizzare che il partito abbia beneficiato anche dell’appoggio di elettori del centrodestra delusi per l’ingresso di Lega e Forza Italia nella maggioranza, per quanto riguarda la risalita dei pentastellati essa può essere stata aiutata, come abbiamo già raccontato, dall’annuncio della nuova leadership di Giuseppe Conte.

Chi incide sull'azione del governo

Con una maggioranza così ampia ed eterogenea, tutte le forze politiche hanno bisogno di ottenere visibilità, riaffermando costantemente i successi ottenuti e rivendicando la capacità di far valere il proprio peso all’interno dell’esecutivo. In questo contesto possiamo notare che nelle ultime settimane, complice probabilmente l'avvicinarsi della scadenza elettorale, la tensione nella coalizione di governo è progressivamente aumentata.

Su molti temi si sta creando una frattura tra il centrodestra e il centrosinistra di governo.

Solo per citare degli esempi, possiamo ricordare il confronto sulle riaperture, con il centrodestra (Lega e Forza Italia ma anche Italia viva) che chiedeva maggior coraggio e il centrosinistra (Pd, Leu e M5s) a predicare cautela. Si sono registrate frizioni anche su altri temi di grande importanza. Il centrosinistra ad esempio ha spinto per una proroga del blocco dei licenziamenti, mentre il centrodestra si è schierato a fianco delle imprese che chiedono la fine della misura il 30 giugno. Così come “divisiva” si sta rivelando la riforma del codice degli appalti, con il centrodestra che chiede un azzeramento e il centrosinistra contrario.

La sinergia costruttiva è durata poco. In alcuni leader, istigati dagli intermittenti sondaggi [...], è presto prevalso lo spirito della concorrenza politica. Per dirla con le parole dello stesso Draghi, <<la logica delle bandierine di partito >>. Bandierine da piantare su ogni provvedimento l’esecutivo metta in cantiere, come se fosse frutto dell’iniziativa di quell’unica forza politica. [...] L’effetto finale del battibecco infinito è però quello di veder inutilmente alzarsi il livello di litigiosità della maggioranza. Con il rischio di qualche incidente di percorso.

Da questo punto di vista è interessante analizzare un recente sondaggio pubblicato dall’istituto Demopolis. Secondo la rilevazione la Lega riuscirebbe meglio delle altre forze politiche ad indirizzare l’azione del governo. A pensarla così è il 34% degli intervistati. Seguono, ma a grande distanza, Forza Italia (13%) e Partito democratico (12%).

Agli occhi degli elettori quindi il centrodestra starebbe prevalendo all'interno della maggioranza. Un risultato che però, almeno per il momento, non pare riuscire ad invertire il trend del calo nei consensi.

La situazione nel centrodestra

Come noto, l’avvento del governo Draghi ha sparigliato le carte nel centrodestra con Forza Italia e Lega che hanno deciso di entrare nella nuova maggioranza e Fratelli d’Italia che invece è rimasta all’opposizione. Ma se nel caso di Fi tale scelta poteva essere comprensibile viste le posizioni più moderate ed europeiste del partito rispetto agli alleati, a sorprendere è stata la scelta di Matteo Salvini.

Anche questa decisione tuttavia può essere letta come una scelta strategica. Come abbiamo visto infatti la forbice che separa la Lega sia dal Pd che da Fdi si sta progressivamente riducendo. Il partito aveva quindi bisogno di fare qualcosa per invertire questa tendenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Come abbiamo già raccontato infatti, da diversi mesi la posizione di Salvini come leader del centrodestra non è più così solida. Ed anche grazie al nuovo peso del proprio partito Giorgia Meloni ha deciso di rompere gli indugi e di lanciare apertamente la propria candidatura a premier in una ipotetica coalizione di centrodestra. Coalizione che, in base agli attuali sondaggi, potrebbe risultare vincente nelle elezioni.

Io mi preparo a governare la nazione. [...] Quando vedo i sondaggi che crescono, crescono, crescono so quali responsabilità questo comporta. Ma il punto d'arrivo non lo decido io. Io sono pronta ad assumermi le responsabilità che gli italiani mi chiederanno di assumere

Ed è proprio nella rivalità tra Salvini e Meloni per la leadership del centrodestra che possono essere interpretate le mosse dei due partiti nelle ultime settimane. D'altronde Lega e Fdi competono per lo stesso bacino di elettori.

3,3  punti percentuali. La distanza tra Lega e Fdi secondo i sondaggi a inizio maggio.

Si può interpretare anche in questo senso la volontà di Salvini di chiudere al più presto la parentesi del governo di unità nazionale. Nelle ultime settimane infatti il leader del Carroccio ha affermato che non sarà questo governo a fare le riforme, auspicando anche la candidatura di Mario Draghi al Quirinale. Secondo gli esperti si tratterebbe di un tentativo di anticipare le elezioni per evitare che l’ascesa di Fdi nei sondaggi possa proseguire.

Un altro terreno di scontro è quello della presidenza del comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica. Organo che fino a pochi giorni fa era presieduto dal deputato leghista Raffaele Volpi ma che, in base alla legge, spetterebbe all’opposizione.

Dopo un lungo tira e molla, nella seduta del 20 maggio scorso Volpi si è dimesso dall’incarico. Salvini però avrebbe richiesto l’azzeramento totale dell’organo in modo da evitare che la presidenza vada ad Adolfo Urso, attuale vicepresidente ed esponente di spicco di Fdi. Tali mosse potrebbero essere interpretate anche come un modo per Lega e Fdi di testare la propria forza.

La situazione nel centrosinistra

I rapporti di forza all'interno delle coalizioni sono in costante evoluzione. E, soprattutto, sono cambiati molto rispetto alle elezioni del 2018 che hanno determinato la geografia dell'attuale parlamento. Nel blocco di centrosinistra ad esempio la prima forza, in base agli attuali sondaggi, è il Pd. In parlamento però il M5s, nonostante le molte defezioni, rimane la componente più numerosa.

La differenza tra voti nelle ultime elezioni, presenza in parlamento e sondaggi attuali

Partito% voti camera 2018% deputati attuali% senatori attuali% sondaggi attuali
Lega – Salvini17,421,020,019,9
PD18,814,811,819,1
M5S32,725,623,416,3
Fratelli d’Italia4,45,76,220,2
Forza Italia14,012,416,27,5
SX3,41,7no gruppo autonomo3,7
Italia Vivanon presente4,55,32,5
PiùEuropa2,6no gruppo autonomono gruppo autonomo1,7
Coraggio Italianon presente3,8no gruppo autonomo1,3
Azionenon presenteno gruppo autonomono gruppo autonomo3,4
Europa Verde0,58*no gruppo autonomonon presente1,6
*lista comune "Italia Europa Insieme" comprendente Federazione dei Verdi, Psi e Area civica.

 

Ma se da un lato i pentastellati appaiono in una delicata fase di transizione, dall’altro il Pd è molto attivo. Tallonati da vicino da Fdi e con il rischio che il M5s a guida Conte possa drenare una parte del proprio bacino elettorale, anche i Dem come la Lega hanno bisogno di ricompattare il proprio elettorato.

Il nuovo segretario Enrico Letta ha ribadito la scelta, già fatta dal suo predecessore, di un Pd punto di riferimento di una coalizione di centrosinistra estesa anche al Movimento 5 stelle. Ma, forse anche nel tentativo di differenziare la proposta politica del suo partito rispetto a quella dell’alleato/rivale, il segretario Dem ha sin da subito posto come centrali alcuni punti caratterizzanti.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Dipartimento per l'informazione e l'editoria
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Giugno 2021)

Il Pd ha cercato di ricompattare il proprio elettorato proponendo una serie di temi identitari.

Solo nelle ultime settimane, per citare alcuni esempi, Letta ha proposto di inserire una tassa di successione per le eredità superiori ai 5 milioni di euro in modo da creare un fondo a favore dei giovani per finanziare gli studi o l’apertura di start-up. Ha inoltre rilanciato il tema dell’approvazione del ddl Zan contro l’omotransfobia dopo che negli ultimi mesi del 2020 il tema era uscito dall’agenda politica, anche a causa della crisi di governo.

Accanto a queste iniziative, nelle ultime settimane sono state frequenti le critiche mosse alla Lega. I dem infatti in diverse occasioni hanno accusato il partito di Salvini di incoerenza nel far parte della maggioranza e allo stesso tempo criticarne i provvedimenti, invitando il leader del Carroccio ed uscire dalla coalizione di governo.

Secondo alcuni osservatori quella di Letta sarebbe a tutti gli effetti una mossa strategica. Sondaggi alla mano infatti se si votasse oggi il centrodestra, qualora si presentasse unito, vincerebbe le elezioni. Una delle poche carte in mano al centrosinistra per evitare questo scenario sarebbe quindi proprio quella di cercare di recuperare i voti di coloro che non si riconoscono nelle posizioni sovraniste.

Foto credit: Facebook Fratelli d'Italia camera - Licenza

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