ministero degli esteri Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/ministero-degli-esteri/ Thu, 12 Dec 2024 14:20:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Poca cooperazione nella legge di bilancio https://www.openpolis.it/poca-cooperazione-nella-legge-di-bilancio/ Fri, 13 Dec 2024 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=297200 Per raggiungere gli obiettivi assunti in sede internazionale l'Italia nei prossimi anni dovrebbe più che raddoppiare le risorse che investe in cooperazione allo sviluppo. Dal disegno di legge di bilancio però non sembra questa la direzione presa dal governo.

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Nelle prossime settimane il governo guidato da Giorgia Meloni varerà la sua terza legge di bilancio da quando ha assunto le funzioni. Si trova dunque nella fase centrale del suo mandato quando ormai dovrebbe aver superato gli assestamenti iniziali senza al contempo essere prossimo alle successive elezioni nazionali.

Un momento dunque in cui la maggioranza può esprimere più agevolmente il proprio indirizzo politico. D’altro canto è vero che le nuove regole europee di programmazione economica impongono all’Italia nuovi sforzi per il rientro del deficit di bilancio. Non di meno, in questo quadro bisogna purtroppo constatare come il tema della cooperazione allo sviluppo non sembri rappresentare una priorità per questo governo, malgrado tutta la retorica posta sul cosiddetto Piano Mattei per l’Africa.

Gli obiettivi e la realtà della cooperazione italiana

Ma al di là del piano Mattei esistono impegni europei e internazionali ben più consolidati che l’Italia, come gli altri paesi donatori, si è assunta. Il più importante dei quali è quello di destinare almeno lo 0,70% del reddito nazionale lordo (Rnl) all’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps), come previsto anche dall’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite (Sdg 17).

Eppure questo obiettivo, sostenuto e promosso in Italia anche dalla Campagna 070, appare sempre più difficile da raggiungere. Gli ultimi dati Ocse infatti non indicano un percorso di crescita, ma piuttosto di declino del rapporto Aps/Rnl raggiunto dall’Italia, che nel 2023 si è fermato ad appena lo 0,27%. Per raggiungere l’obiettivo previsto dunque l’Italia dovrebbe più che raddoppiare i propri stanziamenti nel corso dei prossimi 5 anni.

0,27% il rapporto Aps/Rnl raggiunto dall’Italia nel 2023. L’obiettivo sarebbe arrivare allo 0,70% entro il 2030.

Tuttavia non sembrano essere queste le prospettive della cooperazione italiana, almeno a quanto risulta dall’allegato n. 28 della legge di bilancio. Qui infatti vengono indicate le risorse con cui ciascun ministero partecipa alla politica di cooperazione allo sviluppo. Per quanto questo documento non rappresenta una fotografia precisa di quanto verrà poi effettivamente speso, per diverse ragioni.

In primo luogo si tratta sempre di previsioni di spesa che possono poi subire delle variazioni. Inoltre alcune parti dell’Aps non rientrano in questa tabella (come ad esempio le risorse di Cassa depositi e prestiti e quelle messe in campo dalle regioni). Infine, come abbiamo più volte rilevato, le informazioni fornite da ciascun ministero per comporre questa tabella rappresentano approssimazioni in alcuni casi piuttosto sommarie.

Le prospettive della cooperazione

Malgrado queste premesse, l’analisi del disegno di legge di bilancio costituisce l’unico modo per valutare quale direzione prenderà la cooperazione allo sviluppo nei prossimi anni.

Certo stando ai numeri complessivi le risorse messe in campo per il 2025 superano quelle dell’anno precedente. Tuttavia la crescita è estremamente modesta (+6,7%) se si considera quanto ancora manchi al raggiungimento degli obiettivi internazionali. E questo senza contare l’inflazione e le previsioni di crescita della ricchezza nazionale che, in termini relativi, riducono ulteriormente questo dato. Infine, come anticipato, le informazioni fornite da ciascun ministero sulle sue allocazioni in aiuto pubblico allo sviluppo possono essere molto approssimative.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ragioneria generale dello stato
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Novembre 2024)

Al netto di una modesta crescita quindi non si registrano svolte degne di nota. Senza contare che, stando alle previsioni pluriennali, questo aumento verrà comunque vanificato negli anni successivi, riportando gli importi complessivi a livelli inferiori a quelli di 4 anni prima, sempre al netto dell’inflazione e della crescita economica.

Ma non tutte le allocazioni inserite nella tabella sulla cooperazione allo sviluppo hanno lo stesso valore. Sia perché alcune di queste sono più affidabili di altre, sia perché non tutte le risorse riguardano veri e propri progetti di cooperazione allo sviluppo. Vediamo quindi come variano le risorse assegnate ai ministeri maggiormente coinvolti e le loro componenti.

Dove aumentano le risorse

Il ministero dell’economia e delle finanze (Mef) è quello che registra l’aumento più significativo di risorse per la cooperazione, con una crescita di oltre mezzo miliardo di euro.

Come abbiamo avuto modo di spiegare in diverse occasioni però, gli stanziamenti del Mef in questo settore sono principalmente destinati al cosiddetto canale multilaterale. Si tratta insomma di importi che andranno in larga parte a finanziare organizzazioni internazionali o banche di sviluppo. Il canale multilaterale dunque segue oscillazioni in positivo (come in questo caso) o in negativo (come lo scorso anno) principalmente spiegabili con i diversi momenti in cui l’Italia si è impegnata a rifinanziare queste organizzazioni. Quest’anno ad esempio la crescita è legata perlopiù alla partecipazione al bilancio Ue (missione 4, programma 10).

Aumenti di questo tipo dunque, per quanto benvenuti, non possono essere letti come l’effetto diretto di un cambio di passo strutturale nella politica di cooperazione allo sviluppo.

Al secondo posto il ministero dell’interno, dove lo stanziamento risulta aumentato di oltre 360 milioni di euro. In questo caso però diventa ancora più importante rilevare come le risorse del Viminale in questo settore siano dedicate quasi integralmente (98,7%) all’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo in Italia. Questo aspetto è importante da rilevare da diversi punti di vista. In primo luogo infatti il ministero imputa al settore della cooperazione l’intera spesa sostenuta per l’accoglienza, anche se le regole del comitato Ocse Dac prevedono che solo una parte di queste possano essere considerate come Aps.

Ma oltre a questo è importante sottolineare come le risorse del capitolo per i “rifugiati nel paese donatore” rappresentino la parte più consistente di quello che viene da molti considerato come “aiuto gonfiato”. Pur trattandosi infatti di politiche molto importanti per l’accoglienza e l’integrazione delle persone migranti, le cifre stanziate non escono dal paese donatore e dunque non contribuiscono in alcun modo allo sviluppo dei paesi destinatari.

Infine anche l’andamento delle previsioni di spesa in quest’ambito assume caratteristiche tutt’altro che chiare. Infatti non si spiega facilmente un aumento del 23,5% della spesa per l’accoglienza in una fase di significativo calo dei flussi migratori.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ragioneria generale dello stato

Vale la pena di sottolineare infine come 23,8 milioni di euro (+178,5% rispetto allo scorso anno) siano invece destinati a collaborazioni internazionali e assistenza ai paesi terzi in materia migratoria. In questo caso dunque le risorse sono effettivamente destinate a programmi che si svolgono all’estero, resta tuttavia da capire se e in che misura queste risorse possano essere considerate come aiuto genuino (ovvero coerente con gli obiettivi propri della cooperazione allo sviluppo) e quanto invece non rappresentino una forma di esternalizzazione delle frontiere che interessa più il paese donatore che quello che riceve l’aiuto.

Una chiave più positiva assume invece l’aumento delle risorse per il ministero dell’ambiente, anche se in questo caso si tratta di appena 26 milioni di euro. Queste risorse aggiuntive sembrano effettivamente destinate a progetti di cooperazione anche se non, come pure ci si sarebbe potuto aspettare, attraverso il Fondo clima che è specificamente dedicato a “progetti di contrasto al cambiamento climatico nei paesi destinatari di aiuti pubblici allo sviluppo”. Questo capitolo di spesa, alla base del cosiddetto piano Mattei, resta infatti invariato, con una dotazione di 840 milioni di euro di cui la metà considerabili come aiuto pubblico allo sviluppo.

Dove calano le risorse

Dopo aver verificato dove si concentrano gli aumenti e come questi abbiano un impatto relativo sulla politica di cooperazione italiana veniamo ora ai ministeri in cui gli stanziamenti sono stati invece ridotti.

La riduzione più significativa si rileva nei bilanci del ministero delle infrastrutture. Qui però si assiste in sintesi a una sorta di ritorno alla normalità. Come avevamo evidenziato lo scorso anno infatti con la precedente legge di bilancio era stato previsto, esclusivamente per il 2024, un incremento destinato a finanziare la realizzazione in Libia di progetti infrastrutturali di base previsti dal trattato di amicizia tra Italia e Libia. A partire dal 2025 però gli importi messi in campo per il trattato vengono considerevolmente ridimensionati, pur rimanendo una cifra considerevole (89,8 milioni di euro).

-115,3 mln € il taglio allo stanziamento del ministero degli esteri per la politica di cooperazione allo sviluppo.

Più rilevanti invece sono i tagli subiti dal ministero degli esteri e dall’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo (Aics), ovvero i due attori che dovrebbero rappresentare il cuore dell’Aps italiano. Tra 2024 e 2025 infatti vengono sottratti alla competenza del ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) oltre 115 milioni di euro (-9,59%).

La quasi totalità di questa riduzione (111 milioni) è legata al dimezzamento del fondo per sostenere le spese derivanti dall’esecuzione degli accordi tra Ue e stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, oltre alla partecipazione italiana a iniziative per la politica di vicinato europea.

Infine c’è la questione dell’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo. Malgrado siano passati oltre 10 anni da quando la legge 125/2014 è entrata in vigore ridefinendo il settore della cooperazione e attribuendo a quest’organo un ruolo chiave, la sua centralità stenta a concretizzarsi nella pratica. E questo è rilevabile anche dall’andamento delle risorse che le vengono attribuite. Basti considerare infatti che il budget di cui dispone per realizzare o coordinare concretamente politiche di cooperazione allo sviluppo (645,9 milioni) rappresenta circa un terzo di quanto attribuito in questo stesso settore al ministero dell’interno.

32 mnl € il taglio alle risorse dell’Agenzia per la cooperazione per il 2025, rispetto a quanto previsto dalla scorsa legge di bilancio.

Certo il taglio a questa agenzia tra 2024 e 2025 è stato di appena 1,4 milioni di euro. Il problema tuttavia sta nelle aspettative che erano state generate lo scorso anno e che risultano ampiamente disattese. Nella precedente legge di bilancio infatti, le previsioni pluriennali indicavano per il 2025 un importo per l’Aics pari a 676,6 milioni di euro. Ma rispetto a questa previsione il disegno di legge attuale stabilisce per l’Agenzia un taglio di oltre 32 milioni di euro.

Da questa analisi emerge dunque come la politica di cooperazione allo sviluppo non solo non venga rafforzata, in un contesto internazionale di crescenti sfide e crisi, ma parzialmente indebolita, riducendo il peso e la credibilità della politica estera italiana nello scenario globale.

L’articolo è stato redatto grazie al progetto “Cooperazione: mettiamola in Agenda!”, finanziato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Le opinioni espresse non sono di responsabilità dell’Agenzia.

Foto: G7 Italia

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La cooperazione alla prova del governo Meloni https://www.openpolis.it/la-cooperazione-alla-prova-del-governo-meloni/ Tue, 05 Dec 2023 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=278390 La prima legge di bilancio interamente imputabile al governo Meloni segna un aumento delle risorse destinate alla cooperazione. Una crescita che tuttavia è perlopiù apparente, gonfiata e prelude a un calo negli anni successivi.

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In questi giorni è in discussione in parlamento la proposta di legge di bilancio per il triennio 2024-2026, la prima interamente predisposta dal Governo Meloni. Come è noto infatti, quando lo scorso anno è entrato in carica il nuovo governo il ciclo di bilancio era già in fase molto avanzata.

Con l’approvazione di questa legge dunque si potrà concretamente valutare l’approccio del nuovo esecutivo nei confronti dell’aiuto pubblico allo sviluppo e degli impegni che l’Italia si è assunta in sede internazionale. Certo al momento analizziamo di un disegno di legge ancora in discussione. Tuttavia è improbabile che gli importi cambino significativamente rispetto all’iniziale proposta del governo.

La ripresa dell’aiuto pubblico allo sviluppo

Da molti anni l’Italia, come gli altri paesi del comitato aiuto allo sviluppo (Dac) dell’Ocse, si è assunta l’impegno di destinare lo 0,7% del proprio reddito nazionale lordo (Rnl) in aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) entro il 2030. Una data che ormai appare sempre più vicina.

Dopo una crescita culminata nel 2017, quando per la prima volta ha toccato quota 0,30% Aps/Rnl, gli anni successivi hanno visto un crollo delle risorse italiane nel settore. Questa dinamica si è però interrotta nel 2021 e la crescita è proseguita anche l’anno successivo portando l’Aps al record dello 0,32% rispetto all’Rnl.

0,32% il rapporto Aps/Rnl raggiunto dall’Italia nel 2022. Un dato importante ma molto lontano dallo 0,70% previsto entro il 2030.

Per comprendere a pieno questa fase però occorre guardare più a fondo le componenti dell’aiuto italiano. Infatti se da un lato è evidente che il periodo 2018-2020 non sia stato segnato da investimenti in questo settore, dall’altro risulta chiaro che a determinare i volumi complessivi dell’Aps ha ampiamente contribuito una voce tutto sommato estranea alla politica di cooperazione allo sviluppo.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ocse
(consultati: venerdì 14 Aprile 2023)

Si tratta della voce di spesa “rifugiati nel paese donatore” e dunque di risorse assolutamente importanti ma che hanno a che vedere con l’accoglienza dei richiedenti asilo e non con la politica di cooperazione allo sviluppo. Infatti, pur essendo regolarmente rendicontati da Ocse come Aps, si tratta di risorse che rimangono nei confini del donatore non contribuendo al fine e agli obiettivi della cooperazione.

In questa voce rientrano le spese sostenute per l’accoglienza in Italia di richiedenti o titolari di protezione internazionale. Sono la principale componente dell’aiuto gonfiato e una quota significativa dell’Aps italiano.
Vai a “Che cos’è il capitolo di spesa “rifugiati nel paese donatore””

Questa componente dell’Aps, che si era ridotta molto intorno al 2020, è tornata a crescere e nel 2022 rappresentava il 22,9% delle risorse italiane. È vero che se lo consideriamo integralmente il rapporto Aps/Rnl è cresciuto tra 2021 e 2022 (da 0,29% a 0,32%). Tuttavia escludendo questa componente dai calcoli si assiste a una riduzione di 0,02 punti percentuali (da 0,26% a 0,24%).

Un incerto trend di crescita

Passando all’analisi del disegno di legge di bilancio è importante precisare che, per diverse ragioni, le cifre qui indicate non possono direttamente essere confrontate con i dati Ocse.

Disegno di legge di bilancio 2024-2026.

Intanto perché alcune voci della cooperazione non rientrano nel bilancio dello stato. Si tratta ad esempio di quelle degli enti locali o di cassa depositi e prestiti. Inoltre non tutti i ministeri compilano con molta attenzione l’allegato 28 della legge di bilancio in cui ciascuna amministrazione dovrebbe indicare la quota di risorse di propria competenza che saranno destinate alla cooperazione allo sviluppo.

Il ministero da cui è emersa in maniera più lampante questa dinamica è quello dell’interno, da cui arrivano le risorse per i rifugiati nel paese donatore. Nel corso degli anni infatti il Viminale ha indicato importi sempre molto simili (e molto alti), nonostante i significativi cambiamenti nel numero di arrivi e di persone accolte all’interno del sistema di accoglienza. In ogni caso quest’anno le previsioni del Viminale potrebbero essere più aderenti alla realtà di quanto non sia avvenuto in passato.

Più corretto invece è confrontare le risorse per la cooperazione indicate nel disegno di legge di bilancio con quelle delle 2 leggi di bilancio precedenti. Analisi da cui emerge una crescita per il 2024. Un dato positivo dunque, anche se difficilmente a questo ritmo l’Italia potrà raggiungere lo 0,70% entro il 2030.

6,5 miliardi € le risorse destinate alla cooperazione nel 2024 stando al disegno di legge di bilancio 2024-2026.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(consultati: giovedì 23 Novembre 2023)

D’altronde è lo stesso disegno di legge a prevedere un calo significativo delle risorse già nel 2025, ben al di sotto di quelle del 2023, allontanandosi ancora di più dall’obbiettivo.

Le risorse dei ministeri e la qualità dell’aiuto

Inoltre anche qui per valutare le risorse destinate alla cooperazione, oltre ai volumi complessivi, bisogna considerare la loro ripartizione. Ed è proprio osservando le variazioni di spesa previste per i ministeri tra 2023 e 2024 che emergono le maggiori criticità.

Sono 2 i dicasteri in cui calano le risorse: il ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) e il ministero dell’economia e delle finanze (Mef).

Le risorse di quest’ultimo tuttavia sono in larga parte destinate a finanziare le organizzazioni internazionali di cooperazione di cui l’Italia è parte (canale multilaterale). Dunque le oscillazioni dei suoi impegni di spesa dipendono più che altro dalle tempistiche di rifinanziamento di queste stesse organizzazioni.

Tutt’altro discorso invece vale per il ministero degli esteri. Questa infatti è la struttura che finanzia la parte più viva e diretta della cooperazione allo sviluppo, ovvero la componente non gonfiata dell’aiuto bilaterale. Una parte dell’Aps troppo spesso sacrificata dalla politica di cooperazione italiana.

-62,5 milioni € il taglio alle risorse per la cooperazione destinate al ministero degli esteri.

Buona parte di queste risorse peraltro sono sottratte dall’azione denominata “Attuazione delle politiche di cooperazione mediante l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo” (-24,7 milioni). Ovvero la struttura che rappresenta, o dovrebbe rappresentare, il fulcro del sistema italiano di cooperazione allo sviluppo.

Gli importi sono quelli indicati in conto competenza nell’allegato 28 delle leggi di bilancio (stanziamenti destinati al finanziamento di interventi a sostegno di politiche di cooperazione allo sviluppo L. 125/2014 articolo 14). Per il 2023 si fa riferimento alla legge di bilancio 2023 (Ldb 2023), per il 2024 al disegno di legge di bilancio attualmente in discussione in parlamento (Dldb 2024).

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’economia
(consultati: giovedì 23 Novembre 2023)

Sono 3 invece i dicasteri in cui aumentano le dotazioni finanziarie: il ministero dell’interno (+30 milioni), quello dell’ambiente (+52,5 milioni) e quello delle infrastrutture (+389,6 milioni).

Come accennato le risorse indicate in questa sede dal ministero dell’interno non possono essere considerate molto affidabili. Resta il fatto che se dovessero rivelarsi realistiche ne conseguirebbe che il ministero dell’interno riveste per la politica italiana di cooperazione allo sviluppo un ruolo finanziariamente più importante (oltre 1,5 miliardi) rispetto agli esteri (meno di 1,2 miliardi).

Ma l’aumento più significativo è senza dubbio quello che riguarda il ministero delle infrastrutture, che sfiora da solo i 400 milioni di euro. In effetti è proprio questa crescita improvvisa a determinare il fatto che le risorse di questo disegno di legge di bilancio siano in crescita rispetto a quelle dello scorso anno.

La crescita dell’Aps nel 2024 dipende dagli investimenti infrastrutturali in Libia.

Diventa dunque molto importante capire a cosa sono destinate queste risorse. Un dato questo espresso molto chiaramente nelle tabelle del disegno di legge di bilancio (capitolo di spesa 7800). Qui infatti le risorse previste dal trattato di amicizia italo libico del 2008 e destinate a finanziare progetti infrastrutturali passano da 63 milioni di euro nel 2023 a 452 nel 2024 (+389 milioni).

452,7 milioni di € le risorse destinate al finanziamento di progetti infrastrutturali in Libia nel 2024.

È bene precisare che si tratta di un aumento una tantum, che non sarà ripetuto gli anni successivi. Inoltre l’impegno di queste risorse nel 2024 era già previsto nella legge di bilancio dello scorso anno (e quella ancora precedente). Si tratta dunque di un aumento episodico e già previsto.

Quanto al merito di questo finanziamento, dalle poche informazioni a disposizione, (l’allegato 28 e il trattato) sembra di poter escludere che con queste risorse vengano finanziate direttamente opere legate ad aspetti di sicurezza e dunque in qualche modo legate al processo di esternalizzazione delle frontiere. Bisogna auspicare invece che siano utilizzate in modo appropriato per favorire un sano sviluppo del paese, a maggior ragione dopo i tragici eventi alluvionali dello scorso settembre.

Allo stesso tempo però è difficile non interpretare queste erogazioni come una contropartita rispetto agli impegni assunti dalla Libia in materia migratoria.

La direzione della cooperazione italiana

In conclusione dunque, nonostante la retorica dell’aiutiamoli a casa loro e le incertezze legate al cosiddetto piano Mattei (As 936), le novità introdotte da questo governo nella politica di cooperazione appaiono molto modeste, se non peggiorative.

Come abbiamo visto infatti la crescita prevista per il 2024 è sostanzialmente legata alle risorse del ministero delle infrastrutture destinate alla Libia, che tuttavia erano già state messe a bilancio lo scorso anno. Gli altri aumenti invece riguardano il ministero dell’ambiente (con un saldo positivo di +52 milioni) e quello dell’interno (+30 milioni), che tuttavia destina le sue risorse all’accoglienza dei rifugiati e dunque non a vere e proprie politiche di cooperazione.

A ridursi invece sono in particolare le risorse per il ministero degli esteri e della cooperazione, tra cui spiccano i tagli all’agenzia per la cooperazione. È vero che anche in questo caso una riduzione era già stata messa a bilancio lo sorso anno. Tuttavia si trattava di un importo più contenuto, circa 17 milioni di euro, che ora diventano 62,5. E questo nonostante il viceministro con delega alla cooperazione Edmondo Cirielli abbia sostenuto che le intenzioni del governo sono di rafforzare la componente bilaterale dell’aiuto.

L’articolo è stato redatto grazie al progetto “Cooperazione: mettiamola in Agenda!”, finanziato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Le opinioni espresse non sono di responsabilità dell’Agenzia.

Foto: ministero degli esteri

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Continuità e cambiamenti nei ministeri della difesa, degli esteri e dell’interno https://www.openpolis.it/continuita-e-cambiamenti-nei-ministeri-della-difesa-degli-esteri-e-dellinterno/ Tue, 09 May 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=241564 I vertici dei ministeri degli esteri, della difesa e dell'interno non sono sottoposti a spoils system. Questo non vuol dire che siano inamovibili, anzi. Allo stesso tempo però spesso godono di un potere di resistenza non indifferente.

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I ministeri non sottoposti a spoils system

A ogni cambio di governo il nuovo esecutivo può sostituire alcuni importantissimi dirigenti grazie a un meccanismo noto come spoils system. Una pratica politica del tutto legittima e regolamentata di cui abbiamo parlato in due distinti approfondimenti concentrandoci prima sulla presidenza del consiglio e poi sui ministeri.

Lo spoils system non si applica a tutti i ministeri.
Vai a “Che cos’è e come funziona lo spoils system”

Ma non tutti i cambiamenti di alti funzionari pubblici sono configurabili come spoils system. Queste norme ad esempio non si applicano ai vertici dei ministeri della difesa, degli esteri (segretari generali) e dell’interno (capi dipartimento). In queste strutture i dirigenti provengono necessariamente dalla rispettiva carriera (prefettizia, diplomatica o militare) e i loro incarichi operano in regime di diritto pubblico. Questo non vuol dire, è bene chiarirlo, che si tratti di funzionari sostanzialmente inamovibili, anzi.

Da sempre […] vige un regime di precarietà degli incarichi per i capi delle ambasciate, delle prefetture, e delle grandi unità militari: possono essere in qualunque momento sollevati dall’incarico e messi a disposizione per decisione dell’autorità politica.

Tale precarietà non deve lasciare intendere comunque che sia prassi per un nuovo ministro, sostituire tutta o buona parte della dirigenza di questi dicasteri. In effetti sembra piuttosto vero il contrario.

Sostituire alti gradi militari, prefetti o ambasciatori non è un’operazione priva di costi politici per un ministro.

Parliamo infatti dei funzionari più importanti delle rispettive carriere e sostituirli non è una scelta che un ministro può prendere alla leggera. Si può dire dunque che in qualche modo i prefetti, i diplomatici e i militari che ricoprono i ruoli più importanti si avvalgano di una sorta di potere di resistenza che un ministro deve decidere di forzare se vuole effettivamente sostituirli.

Per questo, dopo aver visto come i ministri hanno gestito i passaggi relativi allo spoils system, analizziamo ora alcune delle principali novità tra le fila di diplomatici, militari e prefetti.

Continuità e cambiamenti al Viminale

Quanto al ministero dell’interno dobbiamo innanzi tutto considerare che il nuovo ministro Matteo Piantedosi è a sua volta un prefetto. Dunque conosce molto bene le dinamiche politiche interne al Viminale.

1 su 5 i capi dipartimento del ministero dell’interno che sono stati cambiati dall’inizio del governo Meloni.

Dal momento del suo insediamento solo un capo dipartimento è stato sostituito. Ma forse non è un caso che si tratti del capo del dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione. In questa scelta sembra di poter leggere il tentativo di smarcarsi dalle politiche di Luciana Lamorgese. Infatti, nonostante anche l’ex ministra provenisse dalla carriera prefettizia, è stata oggetto di dure critiche negli scorsi anni da parte delle attuali forze di maggioranza.

Peraltro prima di essere destinata da Piantedosi alla prefettura di Firenze, Francesca Ferrandino era stata a capo del dipartimento libertà civili e immigrazione per un solo anno.

Al suo posto Piantedosi ha chiamato Valerio Valenti (già prefetto di Firenze) che, oltre ad aver assunto la guida del dipartimento è stato di recente nominato anche commissario delegato per l’emergenza immigrazione. Un ruolo che gli è stato conferito dal capo della protezione civile (quindi dalla presidenza del consiglio), che in qualche modo conferisce a Valenti un’autorità autonoma da quella di Piantedosi.

Da segnalare poi anche la nomina del nuovo capo di gabinetto Maria Teresa Sempreviva al posto del prefetto Bruno Frattasi. Che un ministro scelga i vertici dei propri uffici di diretta collaborazione è tutt’altro che insolito. E comunque per il ruolo è stata scelta una prefetta che era già ai vertici di questi uffici, ricoprendo il ruolo di capo del legislativo (che ora è stato assunto dal prefetto Paolo Formicola).

In ogni caso l’ultima volta Lamorgese aveva atteso circa un anno prima di rimuovere Piantedosi dal ruolo di capo di gabinetto assegnatogli dal ministro Salvini. E questo nonostante le differenze politiche tra i due fossero facilmente immaginabili. Inoltre, esattamente come era accaduto a Piantedosi, anche Bruno Frattasi è stato spostato dal ruolo di capo di gabinetto a quello di prefetto di Roma.

Insomma pare che per sostituire un prefetto di questo rilievo sia considerato opportuno attribuirgli un ruolo altrettanto importante. Come ad esempio la prefettura della capitale.

In ogni caso Frattasi non è rimasto molto in questa posizione visto che lo scorso marzo è stato nominato direttore dell’agenzia per la cybersicurezza nazionale. Trascorsi oltre 2 mesi però Piantedosi non ha ancora trovato un sostituto per questa posizione e il ruolo di prefetto di Roma resta ancora oggi vacante.

Eppure dei prefetti attualmente al vertice di un ufficio territoriale del governo già 27 hanno ricevuto la nomina proprio da Piantedosi. Molti di più però sono ancora i prefetti nominati da Lamorgese (69) mentre qualcuno è ancora in carica in virtù di una nomina di Salvini (6) o addirittura di Minniti (1).

FONTE: openpolis

Non si può certo dire dunque che Piantedosi abbia stravolto i vertici centrali e periferici del Viminale. Allo stesso tempo però quando si è trattato degli organi più politici (gli uffici di diretta collaborazione) o di quelli più esposti politicamente (il dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione) non ha esitato a compiere le proprie scelte. Decisioni bilanciate poi dall’assegnazione alla persona sostituita di incarichi adeguatamente prestigiosi.

La mobilità dei diplomatici

Guardando al ministero degli esteri la prima cosa da segnalare è la nomina, da parte del ministro Tajani, di un nuovo segretario generale. Parliamo dell’incarico in assoluto più importante di tutta la carriera diplomatica. E questo nonostante il segretario generale uscente, Ettore Francesco Sequi, fosse una figura di riconosciuta competenza e professionalità.

Anche in questo caso il nuovo segretario generale ha un passato come capo di gabinetto di un ministro.

L’ambasciatore scelto da Tajani è invece Riccardo Guariglia. Un funzionario di indubbia esperienza, anche se forse il suo curriculum non arriva ai livelli del suo predecessore. In comune con Sequi comunque c’è l’esperienza di capo di gabinetto, che Guariglia ha ricoperto con il ministro Moavero Milanesi nel contesto del primo governo Conte. Un ruolo a stretto contatto con la politica che dunque si conferma molto importante per gli sviluppi di carriera.

Tajani inoltre ha nominato anche 3 direttori generali: Nicola Verola all’Unione europea, Andrea Tiriticco all’ispettorato generale e Teresa Castaldo alla cooperazione allo sviluppo. Rispetto a quest’ultimo tema poi sono anche in corso le procedure per nominare il nuovo direttore generale dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. Al momento però l’incarico non è stato ancora assegnato.

FONTE: openpolis

Quanto ai diplomatici al vertice delle sedi estere infine il ministro ha portato a termine alcune nomine ma senza particolare fretta. In effetti in consiglio dei ministri si è discusso di alcune nuove assegnazioni che tuttavia non risultano ancora ufficiali. Inoltre sono state adottate diverse proroghe temporanee. Sembra dunque che alla Farnesina si ritenga che il tempo non sia ancora maturo per un giro di nomine più sostanziale.

La stabilità dei vertici della difesa

Molto stabile si è dimostrata, almeno in questa fase, la gestione del comparto difesa. Per quanto concerne l’area tecnico amministrativa infatti, tra segretario generale e 4 direttori generali, solo uno di questi ultimi è stato nominato da Crosetto, e si è trattato di una conferma.

Quanto alle nomine del capo di stato maggiore della difesa, dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e al comandante generale dei carabinieri sono tutte state decise dall’ex ministro Lorenzo Guerini.

FONTE: openpolis

L’unica altra nomina di vertice nel settore della difesa imputabile al ministro Guidio Crosetto è quella di Nicola Latorre a direttore generale dell’Agenzia industrie difesa. Questo incarico infatti non è riservato a un militare di alto grado e, trattandosi di un’agenzia pubblica, è uno di quelli sottoposti a spoils system. Nonostante questo il ministro ha deciso di confermare il direttore generale in carica, una scelta tutt’altro che scontata. Infatti Latorre oltre a non essere un militare è un ex parlamentare di area politica molto diversa da quella del ministro, ovvero il Partito democratico.

Certo nel corso di questi mesi il ministro Crosetto ha in realtà provveduto sia a diverse nomine che a molti aumenti di grado rispetto a figure comunque molto importanti nel comparto della difesa. In generale però sembra di poter dire che il governo in questo settore abbia adottato una linea di totale continuità. D’altronde con la fase politica internazionale che stiamo attraversando e una guerra in corso sul continente europeo, quello della difesa è oggi un settore assolutamente delicato.

Foto: Quirinale

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I bilanci e la trasparenza nel settore della cooperazione https://www.openpolis.it/i-bilanci-e-la-trasparenza-nel-settore-della-cooperazione/ Fri, 03 Feb 2023 13:50:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=229991 Le organizzazioni della società civile che si occupano di cooperazione vivono sia di contributi pubblici che privati. Anche per questo è importante la decisione di rendere trasparenti i propri bilanci. In particolare in una fase caratterizzata da attacchi e contestazioni.

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Come accade ormai puntualmente da diversi anni, anche nel 2023 Open Cooperazione ha pubblicato i dati 2021 relativi ai bilanci, le donazioni, le risorse umane e i progetti delle 116 organizzazioni della società civile (Osc) che hanno partecipato a questa operazione di trasparenza.

Non trattandosi in alcun modo di un obbligo ma di una scelta completamente volontaria non ci si può aspettare che il quadro fornito sia completo al 100%. Ma tutte le maggiori Osc italiane impegnate in attività di cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale italiane partecipano a questa operazione. I dati disponibili dunque forniscono un quadro ampio e significativo delle organizzazioni che quotidianamente operano nel settore della cooperazione allo sviluppo. Una realtà variegata fatta di piccole e grandi organizzazioni, ciascuna con la propria storia e le proprie specificità.

Il bilancio economico delle Osc

Complessivamente il bilancio economico delle 116 organizzazioni che hanno rilasciato a Open Cooperazione i dati sul 2021 supera il miliardo di euro.

1,16 miliardi € il bilancio aggregato 2021 delle organizzazioni che hanno pubblicato i propri dati su Open cooperazione.

Un importo considerevole che nel tempo è aumentato costantemente (+9,8% rispetto all’anno precedente). A crescere sono state soprattutto le grandi organizzazioni. Questo sia perché ereditano una dote di credibilità maturata in tanti anni di lavoro sul campo sia perché maggiormente strutturate e in grado di competere nei bandi e le raccolte fondi. Hanno invece faticato maggiormente le realtà più piccole.

I valori includono il bilancio economico aggregato di tutte le Osc che hanno fornito i dati a Open Cooperazione per gli anni di riferimento. Nella sezione del sito “Le risorse finanziarie della cooperazione 2021” sono invece considerati i bilanci aggregati di tutte le organizzazioni che hanno fornito dati per il 2021 ma non necessariamente per gli anni precedenti. Il valore complessivo risulta dunque più alto (1,16 miliardi di euro piuttosto che 1,14). È inoltre da segnalare che i valori aggregati sono soggetti a cambiamenti. Tutte le maggiori Ong italiane hanno infatti fornito i dati ma alcune realtà aderenti al progetto potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Open Cooperazione
(consultati: venerdì 27 Gennaio 2023)

D’altronde negli ultimi anni, in particolare dal 2018, si è scatenata contro questo settore una vera e propria campagna di criminalizzazione e delegittimazione.

Una campagna pericolosa se si considera l’importanza di queste realtà sia per il settore italiano della cooperazione allo sviluppo, sia per i tanti progetti che il terzo settore porta avanti in Italia, contribuendo al welfare del paese. Parliamo di iniziative di lotta alla povertà e all’esclusione sociale rivolte alle fasce più vulnerabili della popolazione, sia italiana che straniera, all’accoglienza e all’integrazione dei migranti, di contrasto alla dispersione scolastica, di attività di educazione alla cittadinanza globale e della realizzazione di campagne di informazione e sensibilizzazione. 

Da ricordare infine, il contributo dato da molte Osc durante pandemia, grazie al personale volontario, fatto di medici e infermieri, che hanno messo a disposizione delle strutture sanitarie italiane, il proprio patrimonio di esperienze e competenze, maturato nella lotta alle pandemie in tante parti del mondo.

Le fonti di finanziamento

Nonostante questa campagna di delegittimazione, ancora nel 2021 oltre il 40% delle risorse delle organizzazioni prese in esame derivava da donatori privati. Segno che presso le aziende, le chiese, le fondazioni a soprattutto i semplici cittadini è ancora alta la fiducia e il sostegno che nutrono le organizzazioni della società civile che operano all’estero nella cooperazione allo sviluppo così come sul territorio italiano. La quota più importante di contributo dai privati infatti arriva dal 5×1000 e quindi da una libera scelta dei cittadini contribuenti. Senza un sostegno così ampio la maggior parte di queste organizzazioni non potrebbero svolgere il proprio lavoro.

40,18% delle risorse delle Osc che hanno rilasciato dati a Open cooperazione, vengono da donatori privati.

Molto ampio è poi il quadro dei i donatori pubblici, sia nazionali che internazionali. Questi infatti vanno dalla Commissione europea al sistema delle Nazioni unite, soprattutto attraverso le proprie agenzie operative. Complessivamente i finanziatori più importanti risultano essere il ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (Maeci) assieme all’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Anche per questo nelle scorse settimane avevamo considerato allarmante la riduzione di risorse destinate dalla legge di bilancio ad Aics e Maeci per le attività di cooperazione.

È proprio attraverso questo canale infatti che le Osc italiane possono partecipare alla politica di cooperazione italiana che, come stabilito dalla legge, è parte integrante e qualificate della politica estera del nostro paese (legge 125/2014 articolo 1).

Gli uomini e le donne che lavorano nella cooperazione

Nel corso degli ultimi anni le risorse umane (ovvero le donne e gli uomini che lavorano nelle organizzazioni che hanno fornito dati a Open Cooperazione) impiegate in Italia hanno continuato a crescere (+31,7% rispetto all’anno precedente).

Da questo punto di vista è rilevante segnalare come nel settore sia predominante la componente femminile, che nel 2021 supera il 60% del personale impiegato nelle attività in Italia.

63,36% la quota di donne impegnate in Italia nelle organizzazioni che hanno fornito dati a Open Cooperazione.

Tra coloro che lavorano all’estero invece la componente maschile è ancora maggioritaria, ma con valori comunque molto importati dal punto di vista dell’equità di genere (41,6%). D’altronde è bene considerare che una parte considerevole dei lavoratori impiegati all’estero sono assunti tra la popolazione locale e non in tutti i paesi il lavoro femminile è diffuso come in Europa.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Open Cooperazione
(consultati: venerdì 27 Gennaio 2023)

Per quanto riguarda il personale impiegato all’estero infine, bisogna segnalare un calo del numero di persone impiegate tra 2019 e 2020 (-8,74%). Una tendenza che fortunatamente è tornata a invertirsi nel 2021 riuscendo a recuperare una parte dei posti di lavoro persi durante il primo anno di pandemia.

Gli obblighi di trasparenza

Ma a parte l’iniziativa privata che ha portato molte Osc a rilasciare dati a Open Cooperazione, tutte le organizzazioni del terzo settore sono sottoposte a importanti obblighi di rendicontazione.

Per quanto riguarda i fondi pubblici intanto è bene specificare che questi sono principalmente erogati per lo svolgimento di progetti specifici che rientrano negli obiettivi dell’ente finanziatore. Le organizzazioni che li ricevono dunque sono sottoposte a stringenti obblighi di rendicontazione stabiliti dal donatore.

Le Osc che ricevono finanziamenti pubblici per perseguire progetti specifici devono rendicontarne l’implementazione.

Nel caso dei fondi erogati dall’agenzia per la cooperazione allo sviluppo (Aics) ad esempio, i finanziamenti alle Osc sono garantiti da polizze fidejussorie e i rendiconti sono accompagnati da audit di revisori esterni indipendenti e da una valutazione finale effettuata da professionisti esterni. La stessa cosa vale per i finanziamenti dell’Unione Europea che sono regolati dal Prag, le procedure di gestione finanziaria delle sovvenzioni dell’Ue che prevedono specifiche regole anche sulle modalità di effettuazione degli acquisti di beni e servizi. Anche gli enti locali italiani che concedono contributi alle Osc richiedono rendiconti comprensivi di documenti  giustificativi di tutti le somme erogate. In tutti i casi in sostanza le organizzazioni devono rendicontare l’implementazione dei progetti secondo gli standard definiti dal donatore.

Naturalmente anche le donazioni private sono sottoposte a obblighi di trasparenza. Le somme ricevute attraverso il 5×1000 ad esempio devono essere rendicontate presso il ministero del lavoro. Le fondazioni filantropiche e le chiese richiedono un livello di rendiconto dei contributi erogati alle Osc molto simile a quello previsto dai donatori pubblici e in diversi casi anche un audit di revisori esterni indipendenti. Le donazioni delle aziende invece sono assimilabili alle donazioni da privati e sono soggette a regole di rendicontazione concordate con la singola organizzazione.

In aggiunta esistono controlli non legati a specifici finanziamenti ricevuti o progetti finanziati, in larga misura stabiliti dal Testo unico del terzo settore. Per effetto della riforma del terzo settore poi ogni organizzazione è tenuta a pubblicare sul proprio sito la lista dettagliata dei finanziamenti ricevuti dalla pubblica amministrazione. Infine, le organizzazioni iscritte all’elenco delle organizzazioni della società civile attive nella cooperazione allo sviluppo gestito dall’Aics, devono sottoporre all’agenzia un rapporto annuale dettagliato che viene verificato per rinnovare la propria iscrizione.

L’articolo è stato redatto grazie al progetto “Cooperazione: mettiamola in Agenda!”, finanziato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Le opinioni espresse non sono di responsabilità dell’Agenzia.

Foto: Aics – Twitter

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La cooperazione e i numeri della legge di bilancio https://www.openpolis.it/la-cooperazione-e-i-numeri-della-legge-di-bilancio/ Thu, 29 Dec 2022 06:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=225008 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento La cooperazione e la prima legge di bilancio del governo Meloni

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento La cooperazione e la prima legge di bilancio del governo Meloni

0,28%

il rapporto tra aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) e reddito nazionale lordo (Rnl) nel 2021. Un dato decisamente basso se si considera l’obiettivo di arrivare a quota 0,7% Aps/Rnl entro il 2030. Allo stesso tempo però si tratta di un dato in crescita rispetto al periodo precedente. Per questo è importante che la legge di bilancio rafforzi e consolidi questo trend.  Vai al grafico.

6,18 miliardi €

la spesa prevista in legge di bilancio per il settore della cooperazione allo sviluppo nel 2023. Si tratta di un dato in crescita rispetto agli scorsi anni. L’aumento è in particolare trainato dal ministero dell’economia e delle finanze e dunque dovrebbe essere destinato al canale multilaterale dell’aiuto. Non è chiaro però se si tratti di un aumento strutturale o meno. Il canale multilaterale infatti è per sua natura soggetto a oscillazioni, senza contare che l’aumento è probabilmente legato anche a risorse desinate alla lotta alla pandemia. La crescita potrebbe dunque rivelarsi episodica. Vai al grafico.

420 milioni €

le risorse del Fondo rotativo per il clima che dovrebbero essere rendicontate come aiuto pubblico allo sviluppo. Un altro ministero che segna una crescita importante è quello dell’ambiente. Qui infatti è previsto per la prima volta per il 2023 un finanziamento che rappresenta la componente rendicontabile come Aps del Fondo rotativo per il clima. Si tratta tuttavia di una novità che è entra in vigore nel 2023 ma che era già prevista nella scorsa legge di bilancio. Vai all’articolo.

1,09 miliardi €

la differenza tra i fondi a preventivo del ministero dell’interno per la cooperazione allo sviluppo nel 2021 e le risorse effettivamente rendicontate per i rifugiati nel paese donatore. La tabella 28 allegata alla legge di bilancio indica gli stanziamenti previsti da ciascun ministero per l’Aps. Tuttavia in molti casi esiste una grossa discrepanza tra il preventivo e quanto poi viene effettivamente rendiconto da Ocse. Il caso più eclatante riguarda proprio il Viminale e le risorse per l’accoglienza migranti che possono essere rendicontate come Aps. Vai all’articolo.

-50 milioni €

il taglio al capitolo di spesa relativo al finanziamento dell’Agenzia italiana per la cooperazione. Si tratta in sostanza di una riduzione degli aumenti previsti per il bilancio dell’agenzia dalla scorsa legge di bilancio. Aumenti che erano stati ampiamente valorizzati dal governo Draghi. Certo è vero che gli importi sono relativi se confrontati al totale dell’Aps. Tuttavia è bene tenere a mente la differenza che esiste tra finanziare aspetti specifici, con il rischio che tali interventi risultino episodici, e dotare delle risorse necessarie la struttura a cui è attribuito il compito di rendere il settore organico e funzionale a una vera e propria strategia di cooperazione allo sviluppo. Vai all’articolo.

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Chi decide la politica di cooperazione allo sviluppo https://www.openpolis.it/chi-decide-la-politica-di-cooperazione-allo-sviluppo/ Mon, 05 Dec 2022 13:50:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=218279 La cooperazione allo sviluppo è parte integrante e qualificante della politica estera italiana. Per questo i ruoli chiave dei due ambiti combaciano, con l’eccezione di alcune figure con competenze specifiche in ambito di cooperazione.

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Nel 2014 il parlamento ha approvato una legge molto importante per il settore della cooperazione (legge 125/2014). Nello spirito di questo provvedimento la politica di cooperazione diventava una componente cruciale della più generale politica estera italiana.

La cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile […] è parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia.

Tra le molte novità, la norma modificava il nome del ministero (diventato ministero degli esteri e della cooperazione Internazionale – Maeci), istituiva l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo e stabiliva l’obbligo di nominare un vice ministro degli esteri con questa delega.

Un tassello importante che ha contribuito a definire l’intreccio d’istituzioni, funzionari, membri del governo e del parlamento che contribuiscono a formare la nostra politica di cooperazione allo sviluppo.

Il ministero e l’agenzia

Se si guarda all’esecutivo è importante considerare il peso che ha la presidenza del consiglio sulle scelte generali di politica estera, e dunque in questa fase la presidente Giorgia Meloni. Tuttavia, la responsabilità della politica estera italiana è del ministro degli esteri, ovvero del vicepresidente del consiglio e coordinatore di Forza Italia (FI) Antonio Tajani. Questi pur non avendo mai ricoperto incarichi in questo settore né presso il ministero né nel parlamento italiano, ha comunque un’ampia esperienza internazionale, avendo svolto sia il ruolo di commissario europeo all’industria, sia quello di presidente del parlamento di Strasburgo.

La responsabilità politica è del ministro che tuttavia è tenuto a conferire la delega in materia di cooperazione allo sviluppo a un viceministro.
Vai a “Che cosa fanno i viceministri e i sottosegretari di stato”

Il ministro, come stabilito dalla legge, nomina un viceministro, attribuendogli la delega alla cooperazione allo sviluppo. In termini pratici quindi sarà Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia a seguire i vari dossier che riguardano la cooperazione. Alla sua prima esperienza di governo, Cirielli è stato a lungo parlamentare (dal 2001 con Alleanza nazionale) e nel suo percorso ha quasi sempre fatto parte o della commissione esteri o di quella difesa (che ha un chiaro risvolto estero viste ad esempio le missioni militari cui l’Italia partecipa).

FONTE: openpolis

Altri due sottosegretari chiudono il gruppo di esponenti politici posti al vertice della Farnesina. Ovvero Maria Tripodi, anche lei di Forza Italia, e Giorgio Silli di Noi Moderati, le cui deleghe al momento non sono state ufficializzate.

Ma anche i vertici amministrativi sono importanti. Tra tutti il segretario generale del ministero, l’ambasciatore Ettore Francesco Sequi, e il direttore dell’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, Luca Maestripieri. Entrambi hanno ricevuto l’incarico dall’ex ministro degli esteri Luigi Di Maio, anche se Maestripieri era stato inizialmente nominato dal ministro Moavero Milanesi nel corso del primo governo Conte. Vedremo nei prossimi mesi se il governo manterrà questo assetto o deciderà per un cambiamento. Sicuramente prima o poi il ministro Tajani dovrà decidere come riempire una casella di grande rilevanza che attualmente è scoperta, ovvero quella di direttore della direzione generale cooperazione allo sviluppo del Maeci.

I compiti delle commissioni

Oltre ai ministeri però, un ruolo fondamentale è o dovrebbe essere svolto anche dal parlamento, e in particolare dalle commissioni esteri di camera e senato.

Le commissioni esteri di camera e senato sono competenti in tutte le materie che riguardano la politica estera, inclusa la cooperazione allo sviluppo.
Vai a “Cosa sono le commissioni parlamentari e perché sono importanti”

I loro poteri dunque sono molto ampi riguardando innanzitutto l’esame di qualsiasi proposta di legge rientri in questi ambiti (art. 72 della costituzione), come ad esempio la legge di bilancio e quindi la quantità di risorse da destinare al settore della cooperazione, ​​ma anche l’esame delle delibere del governo sulle missioni internazionali.

Tra le prerogative delle commissioni poi rientrano anche alcuni poteri d’indirizzo, come le risoluzioni o gli ordini del giorno. Attraverso atti di questo tipo, l’aula o le commissioni possono ad esempio impegnare il governo a perseguire impegni internazionali su temi quali la coerenza delle politiche o l’efficacia dell’aiuto.

In alcune occasioni inoltre, il parere delle commissioni è espressamente previsto dalla legge. Come nel caso del documento triennale di programmazione e indirizzo della politica di cooperazione, per la cui approvazione è richiesto il parere, non vincolante, delle commissioni parlamentari. Nonostante le previsioni di legge nel corso degli anni la presentazione del documento ha subito forti ritardi e per questa ragione la norma è stata recentemente modificata in modo da rendere più efficace questo passaggio (L. 234/2021 art. 1 comma 807).

Proprio per assolvere questi compiti disponendo di tutte le informazioni necessarie le commissioni possono inoltre organizzare delle audizioni conoscitive. In queste occasioni vengono invitate figure istituzionali o della società civile che possono essere parte o meno di organi previsti dalla legge, come il consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo.

Purtroppo almeno nell’ultima legislatura il ruolo delle commissioni non ha inciso particolarmente sulla politica di cooperazione, limitandosi a poco più che la presentazione e in alcuni casi l’approvazione di qualche emendamento alla legge di bilancio. Peraltro in anni recenti la discussione sulla legge di bilancio è sempre avvenuta in un unico ramo del parlamento, mentre l’altra aula, per mancanza di tempo, si è limitata a ratificare decisioni già prese.

I ruoli chiave

Nonostante questo, il potere formale delle commissioni resta intatto e dunque, per completare l’elenco degli incarichi più importanti nel settore della cooperazione vanno considerati quantomeno i presidenti delle commissioni esteri dei due rami del parlamento.

Alla camera si tratta di Giulio Tremonti. Eletto in questa legislatura con Fratelli d’Italia Tremonti è stato parlamentare dal 1994 al 2018 quasi sempre nelle fila di Forza Italia o del Popolo delle libertà (Pdl) a eccezione del suo il primo mandato. Ministro delle finanze in tutti i governi Berlusconi nella sua lunga carriera parlamentare ha comunque avuto occasione di far parte sia della commissione esteri che di quella sulle politiche dell’Unione europea.

A palazzo Madama invece è la senatrice Stefania Craxi (FI) a ricoprire il ruolo di presidente della commissione esteri e difesa. Deputata di Forza Italia e del Pdl dal 2006 al 2013, durante il quarto governo Berlusconi è stata sottosegretaria agli esteri. Rieletta in parlamento nel 2018, nella scorsa legislatura è stata vice presidente della commissione esteri del senato.

3 su 5 i ruoli chiave ricoperti da esponenti di Fratelli d’Italia in materia di politica estera e di cooperazione.

Dei 5 incarichi politici più importanti dunque, 2 sono attribuiti a esponenti di Forza Italia (il ministro degli esteri e la presidenza della commissione esteri del senato) e 3 a esponenti di Fratelli d’Italia (la presidenza del consiglio, il viceministro e il presidente della commissione esteri della camera). Del tutto escluso, o quasi, appare dunque l’altro partito cardine della maggioranza, ovvero la Lega.

Gli equilibri politici nelle commissioni parlamentari

Guardando però più approfonditamente alla composizione delle commissioni parlamentari la Lega risulta avere in entrambi i casi più esponenti di Forza Italia. Ma questa è la naturale conseguenza di una più ampia rappresentanza parlamentare ottenuta in seguito alle recenti elezioni. Inoltre a un esponente della Lega è stata attribuita la vicepresidenza di commissione alla camera. Si tratta di Paolo Formentini, deputato alla seconda esperienza parlamentare, che già aveva ricoperto questo ruolo durante la precedente legislatura.

L’altra vicepresidente è l’esponente del Partito democratico (Pd) Lia Quartapelle. Deputata alla terza legislatura ha sempre ricoperto incarichi in commissione esteri, prima come segretaria, poi come capogruppo e ora come vicepresidente. Nel corso della diciassettesima legislatura peraltro è stata relatrice della legge che ha definito la disciplina generale della cooperazione allo sviluppo (l. 125/2014).

FONTE: openpolis

Da segnalare infine che della commissione fanno parte anche alcune figure politiche di primo piano. Come ad esempio il leader del Movimento 5 stelle ed ex presidente del consiglio Giuseppe Conte, il segretario di +Europa ed ex sottosegretario agli esteri Benedetto della Vedova e il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni. Ma anche l’ex ministro alle infrastrutture Graziano Delrio, l’ex ministro della difesa Lorenzo Guerini e l’ex ministro per gli affari europei Vincenzo Amendola, tutti deputati del Partito democratico.

Quanto alla commissione del senato, presieduta dal Stefania Craxi (FI), le vicepresidenze sono invece state attribuite a un esponente di Fratelli d’Italia, Roberto Menia, e a uno del Movimento 5 stelle, Ettore Licheri.

Il primo è stato deputato dal 1994 al 2013, eletto prima con Alleanza nazionale e poi con il Popolo delle libertà. Nel quarto governo Berlusconi ha svolto anche il ruolo di sottosegretario presso il ministero dell’ambiente. Nel corso della sua lunga esperienza parlamentare comunque ha fatto parte in più occasioni anche della commissione esteri.

Ettore Licheri invece è alla sua seconda esperienza parlamentare. Nella scorsa legislatura è stato presidente della commissione politiche dell’Unione europea del senato per i primi due anni. Successivamente ha proseguito il suo lavoro in quella stessa commissione come componente semplice, fino a maggio 2022, quando è entrato a far parte della commissione esteri.

Per concludere in commissione esteri del senato si trovano anche due ex presidenti del consiglio, Mario Monti (senatore a vita iscritto al gruppo misto) e Matteo Renzi (Azione-Italia viva), oltre che l’ex sottosegretaria al ministero della difesa Stefania Pucciarelli (Lega).

L’articolo è stato redatto grazie al progetto “Cooperazione: mettiamola in Agenda”, finanziato dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Le opinioni espresse non sono di responsabilità dell’Agenzia.

Foto: Governo.it

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Gli equilibri nella maggioranza dopo la scissione del Movimento 5 stelle https://www.openpolis.it/gli-equilibri-nella-maggioranza-dopo-la-scissione-del-movimento-5-stelle/ Thu, 14 Jul 2022 06:00:10 +0000 https://www.openpolis.it/?p=201633 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Gli incarichi chiave nel governo e in parlamento di Insieme per […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’articolo “Gli incarichi chiave nel governo e in parlamento di Insieme per il futuro“.

62

i parlamentari iscritti ai gruppi di Insieme per il futuro alla camera (52) e al senato (10). Numeri importanti anche perché, come affermato dallo stesso Di Maio, cambiano gli equilibri parlamentari e il potere relativo dei gruppi di maggioranza. Ma a contare non sono solo i numeri complessivi in parlamento. È importante invece considerare le posizioni chiave, sia nell’esecutivo che nelle aule parlamentari. Vai su openparlamento.

3

i ministri rimasti nel Movimento 5 stelle dopo la scissione. Fino a pochi giorni fa il movimento era, con 4 ministri, la forza politica più rappresentata in consiglio dei ministri. Oggi invece si trova al pari con le altre formazioni maggiori (Partito democratico, Lega e Forza Italia). Insieme per il futuro invece esprime un ministro in questo consesso (lo stesso Di Maio), così come Italia viva e Liberi e uguali.  Vai al grafico.

4

i ministeri in cui, dopo la scissione, il Movimento 5 stelle non ha più dei propri rappresentanti. Visto che oltre a Di Maio ha partecipato alla scissione anche il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, il M5s rimane escluso dal ministero degli esteri. Lo stesso è avvenuto per vari altri ministeri, primo tra tutti quello dell’economia, dove il Movimento 5 stelle ha dovuto rinunciare alla posizione di viceministro, ricoperta da Laura Castelli, ora iscritta anche lei a Insieme per il futuro. A seguire il ministero della giustizia con la sottosegretaria Anna Macina, e il ministero della salute con il sottosegretario Pierpaolo Sileri. Infine ha seguito Di Maio anche la sottosegretaria alla presidenza del consiglio Dalila Nesci (sud e coesione territoriale). Vai all’articolo.

132

i deputati della Lega alla camera. Se da un punto di vista sostanziale si può considerare corretta l’affermazione di Luigi Di Maio secondo cui il M5s non è più il primo gruppo in parlamento, da un punto di vista formale questo è vero solo per la camera. Qui il primo gruppo è diventato la Lega, seguito dal M5s con 105 deputati. Lo stesso però non vale per il senato, anche se di poco. A palazzo Madama infatti è ancora il M5s il gruppo di maggioranza relativa, con 62 senatori, seguito da vicino dalla Lega che ne conta 61. Vai all’articolo.

4

i presidenti di commissioni permanenti della camera dei deputati iscritti a Insieme per il futuro. Questo dato fa della nuova formazione il secondo gruppo per numero di presidenti di commissioni permanenti alla camera, dopo il Partito democratico che ne conta 5. Di conseguenza il Movimento ha perso il primato in un ambito così importante per l’attività parlamentare. Lo stesso però non vale per il senato dove Insieme per il futuro non ha alcun rappresentate in ruoli chiave. Vai al grafico.

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In aumento le risposte alle interrogazioni ma alcuni ministeri restano in difficoltà https://www.openpolis.it/in-aumento-le-risposte-alle-interrogazioni-ma-alcuni-ministeri-restano-in-difficolta/ Wed, 13 Jul 2022 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=196327 Il parlamento svolge un’importante attività di controllo sull’operato del governo attraverso i cosiddetti “atti di sindacato ispettivo”. L’attuale esecutivo sta aumentando la sua capacità di risposta in questo senso ma con significative differenze tra i diversi ministeri.

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Negli ultimi anni ci siamo abituati ad assistere alle sempre più frequenti informative che il presidente del consiglio o altri esponenti del governo rendono alle aule parlamentari. Lo abbiamo visto prima con l’emergenza coronavirus e lo vediamo adesso con la guerra in Ucraina.

Il governo infatti deve sempre rendere conto al parlamento del proprio operato, in virtù del rapporto fiduciario che lo lega a quest’ultimo e senza il quale sarebbe costretto alle dimissioni. Proprio per questo motivo, deputati e senatori hanno anche ulteriori possibilità per indagare l’attività del governo, attraverso la presentazione dei cosiddetti “atti di sindacato ispettivo”. Si tratta di istanze attraverso cui i parlamentari possono chiedere informazioni agli esponenti del governo in merito a temi di loro interesse.

Anche se questi atti hanno indubbiamente un importante valore simbolico, non sempre i governi danno seguito alle richieste di chiarimento presentate. Per quanto riguarda l’attuale esecutivo ad esempio, gli atti di sindacato ispettivo prodotti sono stati 7.845 ma solo 2.523 di questi hanno ricevuto una risposta.

32,2% le risposte fornite dal governo Draghi agli atti di sindacato ispettivo del parlamento.

Un dato in aumento rispetto ai mesi scorsi ma ancora piuttosto basso, sebbene in linea con quello dei governi precedenti. Tra i ministeri più in difficoltà da questo punto di vista troviamo quelli della salute, dell’istruzione, dell’interno e della giustizia, oltre alla stessa presidenza del consiglio.

Quanti e quali atti di sindacato ispettivo

Per acquisire tutte le informazioni necessarie alla valutazione dell’attività del governo, il parlamento ha a disposizione tre strumenti principali:

  • le interrogazioni mediante le quali un membro del parlamento può chiedere ad un esponente dell’esecutivo se è un fatto è vero, se ne abbia notizia e se il governo intenda prendere dei provvedimenti a riguardo. I parlamentari possono richiedere che a tali interrogazioni sia data risposta immediata in assemblea o in commissione, oppure con risposta scritta;
  • le interpellanze: domande scritte sui motivi della condotta del governo le cui risposte vengono fornite in assemblea;
  • le informative urgenti rese dai membri del governo su iniziativa propria o su richiesta dei gruppi parlamentari su questioni di particolare rilievo e attualità.

In questo articolo in particolare ci soffermeremo sulle prime due voci. Da questo punto di vista, possiamo dire che dall’inizio della legislatura fino al 31 maggio 2022, sono stati presentati in totale 23.489 atti di sindacato ispettivo di cui 7.932 (il 33,8%) hanno ricevuto una risposta. Per quanto riguarda l’attuale esecutivo in particolare possiamo osservare che le interrogazioni e le interpellanze che ancora attendono una risposta rappresentano oltre i due terzi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

In particolare sono le interrogazioni a risposta scritta quelle che tipicamente vengono lasciate più indietro. Delle circa 4mila presentate infatti, ancora 3.500 circa devono essere concluse. A queste si devono aggiungere oltre 1.200 interrogazioni con risposta in commissione, 360 interrogazioni a risposta orale e 218 interpellanze.

88,6%  le interrogazioni a risposta scritta a cui il governo Draghi non ha ancora risposto.

Nonostante si tratti di numeri piuttosto significativi, possiamo osservare che la performance dell’attuale esecutivo non si discosta di molto da quelle dei suoi predecessori. Infatti, analizzando i dati delle ultime due legislature, notiamo che solo i governo Renzi (33,2%) e Conte I (33%) presentano un tasso di risposta agli atti ispettivi superiore.

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Tra gli ultimi 6 governi invece, la performance peggiore da questo punto di vista è quella del governo Letta che non raggiunge il 30%.

Quali sono i ministeri più in difficoltà

Fin qui abbiamo analizzato i dati relativi all’attuale esecutivo in forma aggregata. Ma in questo modo non è possibile individuare quali sono i componenti del governo maggiormente in difficoltà da questo punto di vista. Per questo occorre approfondire i dati di ogni singolo componente del governo Draghi, a partire dalla data del suo insediamento.

Il parlamento ha presentato molti atti ispettivi ai ministeri guidati dai tecnici.

Infatti tra un ministro o una ministra e l’altro possono intercorrere delle differenze anche molto significative. Sia dal punto di vista della quantità di atti ispettivi a loro sottoposti che come capacità di risposta. Per quanto riguarda il primo aspetto, il ministero che ha ricevuto più interrogazioni dal parlamento - come ampiamente prevedibile - è quello della salute. Alla struttura guidata da Roberto Speranza (Leu) infatti, tuttora in prima linea nel fronteggiare l’emergenza Covid, sono state poste oltre mille tra interrogazioni e interpellanze. Interessante notare che, dopo il ministero della salute, gli altri 5 più inquisiti dal parlamento sono tutti guidati da tecnici. Si tratta dei ministeri dell’interno (Lamorgese), delle infrastrutture (Giovannini), dell’economia (Franco), della transizione ecologica (Cingolani) e della giustizia (Cartabia).

A livello di risposte fornite invece, al primo posto troviamo proprio il ministero dell’economia con 273 atti conclusi con una risposta. Seguono poi il ministero del lavoro guidato dal dem Andrea Orlando (245), quello della transizione ecologica (229) e quello delle infrastrutture (225).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Ma com’è del tutto evidente, non tutti i ministeri sono stati coinvolti allo stesso modo da quest’attività. Si passa infatti da dicasteri a cui sono stati sottoposte diverse centinaia di atti ispettivi ad altri chiamati a rispondere (spesso senza riuscirci peraltro) a poche decine. Alla luce di ciò, è molto importante valutare il tasso percentuale di risposta che ogni ministero riesce a fornire. Tenendo sempre presente che - evidentemente - un maggior numero di atti ispettivi richiede comunque un maggiore sforzo per fornire le risposte richieste, le strutture meno efficienti sono quella che fa capo alla ministra per gli affari regionali Maria Stella Gelmini (11,1%), la presidenza del consiglio dei ministri (13,16%) e lo stesso ministero della salute (18,7%). Sotto il 25% di risposte fornite anche il ministero dell’istruzione (21%) e quello dell’interno (21,6%).

FONTE: elaborazione openpolis su dati camera dei deputati
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Per quanto riguarda il ministero della salute in particolare è probabile che il minor tasso di risposta alle richieste di chiarimento da parte di deputati e senatori sia da ricollegarsi alla priorità data dal ministero alla gestione dell’emergenza. Soprattutto nelle fasi più critiche, la comunicazione con il parlamento si è sostanziata principalmente attraverso le informative del ministro in aula, avvenute con una certa regolarità.

Meritevole di attenzione invece l’atteggiamento della presidenza del consiglio che, pur avendo ricevuto una quantità piuttosto contenuta di atti ispettivi, ha scelto di rispondere solo a una minima parte delle interrogazioni e delle interpellanze.

Com'è variata nel tempo la capacità di risposta al governo Draghi

Un ultimo elemento interessante da notare riguarda com’è cambiata nel tempo la capacità del governo in carica di rispondere agli atti di sindacato ispettivo presentati dal parlamento. Possiamo osservare infatti che l’attuale esecutivo, dopo i primi mesi di insediamento, ha iniziato a recuperare il tempo perso.

Se osserviamo l’evoluzione mensile del rapporto tra la somma degli atti di sindacato ispettivo presentati e quelli a cui il governo ha risposto, possiamo notare un costante aumento mese dopo mese. Al netto di qualche piccola battuta d’arresto quindi, il governo ha dimostrato un certo sforzo da questo punto di vista anche nel cercare di recuperare il tempo perso. A maggio infatti, come già detto, si è arrivati a superare il 32% di atti ispettivi conclusi con la risposta dell’esecutivo. Dato che rappresenta il record per il governo Draghi.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 7 Luglio 2022)

Nonostante questo sforzo sia apprezzabile, i valori rimangono comunque ancora piuttosto bassi e difficilmente si potranno avere dei significativi incrementi in questi pochi mesi che ci separano dalla fine della legislatura. Anche perché, come appare evidente pure dal grafico, i parlamentari presentano sempre nuovi atti di questo tipo. Forse ancora di più in un momento come questo: ci troviamo infatti ormai a pochi mesi dalla fine della legislatura e molti deputati e senatori non sono ancora sicuri della possibilità di rielezione. Presentare atti di sindacato ispettivo può quindi rappresentare per costoro un’importante occasione di visibilità, o comunque un modo per segnalare ai propri elettori di riferimento un interesse su determinati temi.

Foto: governo - licenza

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Le scadenze del Pnrr e il ruolo delle organizzazioni titolari https://www.openpolis.it/le-scadenze-del-pnrr-e-il-ruolo-delle-organizzazioni-titolari/ Mon, 13 Jun 2022 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=195213 Alla fine di maggio Draghi ha invitato i partiti a non rallentare l'iter del Pnrr. Ma sono gli enti titolari a dover portare a compimento le misure nei tempi previsti, in primis i ministeri e la presidenza del consiglio.

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Negli ultimi giorni di maggio Mario Draghi ha invitato i partiti a velocizzare l’iter delle riforme normative previste dal piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). La notizia è stata interpretata dai media come una sorta di “ultimatum” inviato alla maggioranza a non rallentare ulteriormente l’attuazione del piano. Come noto infatti il Pnrr prevede il completamento di riforme e investimenti secondo un preciso cronoprogramma che prevede il conseguimento di diverse scadenze per ogni trimestre. Tale calendario deve necessariamente essere rispettato per non rischiare di perdere i fondi Ue.

Da questo punto di vista le riforme legislative, che prevedono un coinvolgimento diretto del parlamento, rappresentano certamente un passaggio delicato. Non solo perché devono contribuire alla modernizzazione del paese ma anche perché molte di queste sono propedeutiche alla realizzazione degli investimenti. D’altra parte però si deve evidenziare che le scadenze legate all’attuazione di questi interventi sono in realtà una quantità limitata rispetto al totale. Solo per citare i dati relativi al secondo trimestre del 2022, ad esempio, le scadenze di rilevanza europea da completare sono 14 per le riforme mentre sono 24 per gli investimenti (che non prevedono passaggi parlamentari).

28 su 38 le scadenze “di rilevanza europea” per giugno 2022 ancora da completare.

Appare quindi quantomeno fuorviante una comunicazione che tende a “scaricare” la responsabilità di eventuali ritardi esclusivamente sulle forze politiche che siedono alla camera e al senato. Anche perché, paradossalmente, il parlamento non rientra tra le organizzazioni titolari delle misure, nemmeno per quanto riguarda le riforme. Con questo termine si individuano quei soggetti a cui è affidata la responsabilità di verificare che gli interventi contenuti nel piano siano realizzati nei modi e nei tempi corretti. Quindi, anche per le riforme normative, la responsabilità del loro completamento è affidata a un ministero o alla presidenza del consiglio.

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Gli enti titolari di misure e scadenze

Le organizzazioni titolari non hanno necessariamente il compito di realizzare concretamente gli interventi ma sono responsabili di verificare che gli enti incaricati (soggetti attuatori, imprese vincitrici di appalti eccetera) lavorino correttamente e nel rispetto dei tempi previsti. Tali organizzazioni sono sostanzialmente riconducibili ai ministeri e quindi al governo.

Per quanto riguarda il numero complessivo di misure, possiamo osservare che l’organizzazione che ha la responsabilità del maggior numero di interventi è il ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili (11 riforme e 61 investimenti). Seguono la presidenza del consiglio dei ministri (13 riforme, 58 investimenti) e il ministero della transizione ecologica (12 riforme, 29 investimenti).

Alcune misure contenute nel Pnrr hanno una struttura su più livelli. Ciò significa che una misura (cosiddetta “madre”) può suddividersi in 2 o più sotto-misure (“figlie”) che hanno risorse, obiettivi e scadenze proprie. Per meglio valutare l’impegno di ogni organizzazione titolare nell’ambito del Pnrr, nel grafico sono state considerate complessivamente sia misure che sotto-misure. In alcuni casi anche le organizzazioni titolari hanno una struttura gerarchica su due livelli. Si tratta nel caso specifico di quelle misure la cui responsabilità è affidata a dipartimenti della presidenza del consiglio dei ministri e del ministero dell’economia e delle finanze. In questi casi la misura viene conteggiata più volte dato che la responsabilità ricade sia sul singolo dipartimento ma anche sull’intera struttura.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

Il parlamento non rientra tra le organizzazioni titolari del Pnrr.

Un elemento interessante da evidenziare, anche alla luce del richiamo di Draghi ai partiti, riguarda il fatto che tra le organizzazioni titolari non è stato incluso il parlamento. Infatti anche per quanto riguarda le riforme a carattere legislativo è stato individuato come ente titolare il ministero competente per materia. Per quanto riguarda le riforme quindi, si può affermare che il vertice politico dei ministeri non solo ha il compito di predisporre la riforma da proporre alle camere ma ha anche la responsabilità di assicurarsi che l’iter parlamentare si concluda entro i tempi previsti.

13 le riforme normative di cui è titolare la presidenza del consiglio dei ministri. Seguono Mite (12) e Mims (11).

Alla luce di ciò anche le scadenze relative alle riforme sono state assegnate alla responsabilità dei ministeri. Da questo punto di vista, considerando complessivamente tutte quelle da completare fino al 2026, notiamo che ai primi tre posti troviamo le stesse organizzazioni titolari del maggior numero di misure. Al primo posto infatti c'è il Mims (165 scadenze totali) seguito dalla presidenza del consiglio (158) e dal Mite (98).

La metodologia utilizzata su OpenPNNR per valutare il livello di completamento di riforme e investimenti tiene conto tutte le scadenze di rilevanza europea e alcune tra le più importanti tra quelle di rilevanza italiana. La responsabilità per il completamento delle scadenze prevede in alcuni casi un’organizzazione gerarchica su 2 livelli. Si tratta nel caso specifico di quelle scadenze la cui competenza è affidata a dipartimenti della presidenza del consiglio dei ministri o del ministero dell’economia. In questi casi la misura viene conteggiata più volte dato che la responsabilità ricade sul singolo dipartimento ma anche sull’intera struttura.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

Ma qual è attualmente lo stato dell’arte? Riusciremo a completare tutte le scadenze previste per giugno? Quali sono le organizzazioni più in difficoltà da questo punto di vista?

Lo stato dell'arte

Il 30 giugno 2022 sarà un passaggio molto importante per quanto riguarda l’attuazione del Pnrr. Entro questa data infatti dovranno essere completate tutte le scadenze previste per il secondo trimestre. Solo così l’Italia potrà inviare alle istituzioni europee la richiesta per una nuova tranche di fondi.

È probabile che molte scadenze saranno completate negli ultimi giorni del trimestre, come avvenuto alla fine del 2021.

Per valutare a che punto siamo attualmente e se il nostro paese risulta in linea con gli obiettivi previsti ci possiamo affidare ai nostri “indicatori originali”. Entro il 30 giugno ci attendiamo che arrivi a compimento circa la metà delle riforme, mentre per quanto riguarda gli investimenti la percentuale di completamento prevista è pari a circa il 25%. Alla data del 9 giugno, il livello di completamento effettivo del Pnrr risulta al 45% circa per le riforme mentre è del 21,8% per gli investimenti. Come possiamo osservare quindi lo scarto tra l’attuale percentuale di completamento e quella attesa entro la fine del trimestre non è molta anche se il tempo inizia a scarseggiare. È probabile quindi che la maggior parte delle scadenze ancora da completare sarà realizzata in extremis, come del resto è già accaduto alla fine del 2021 (ne abbiamo parlato in questo articolo).

Gli adempimenti da conseguire entro la fine di giugno sono 58 di cui 38 di rilevanza europea. Quelle già completate sono 20 (il 34,5%), mentre 33 risultano a buon punto. L’organizzazione maggiormente coinvolta in questo frangente è il Mite che ha la responsabilità di 13 scadenze di cui 7 completate, 4 a buon punto e 2 in corso. Seguono la presidenza del consiglio e il ministero della salute entrambi titolari di 7 scadenze di cui 5 da completare.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

Per quanto riguarda le scadenze ancora da conseguire è sempre il Mite l’ente maggiormente impegnato (6), seguito dalla presidenza del consiglio e dai ministeri della salute, della cultura e dell’università e ricerca (5). La situazione cambia però se consideriamo la percentuale di scadenze ancora da completare rispetto al totale di quelle richieste ad ogni soggetto. In questo caso notiamo che ci sono ben 4 organizzazioni che a oggi non hanno completato nessuna delle scadenze a loro carico in questo trimestre. Si tratta del commissario per la ricostruzione post-sisma e dei ministeri del sud, della pubblica amministrazione e del turismo. Salvo il caso del commissario per la ricostruzione, che ne ha 2, le altre 3 organizzazioni citate sono titolari per il trimestre in corso di una sola scadenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Giugno 2022)

In questo contesto, non dobbiamo dimenticare che ci sono alcuni adempimenti che dovevano essere già raggiunti nei trimestri precedenti e che ad oggi risultano ancora non completati. Una di queste è una scadenza di rilevanza europea. Si tratta dell’entrata in vigore della semplificazione amministrativa per lo sviluppo dei servizi digitali di parchi e aree marine protette, per cui manca ancora la pubblicazione in gazzetta ufficiale del decreto del Mite.

14 scadenze attualmente in ritardo (non completate entro la data prevista).

Le altre scadenze che devono ancora essere portate a compimento sono invece di rilevanza italiana. Si tratta cioè di adempimenti che non sono sottoposti al controllo diretto delle istituzioni europee e che quindi vengono più facilmente “lasciati indietro” poiché non incidono sull’erogazione dei fondi. Non dare adeguata attenzione a questi interventi però può rappresentare un problema perché tali passaggi sono comunque propedeutici al raggiungimento degli obiettivi e dei traguardi europei e senza di essi comunque l’attuazione del Pnrr non può dirsi completa.

La relazione del governo sul rispetto delle scadenze

Nel corso del consiglio dei ministri del 26 maggio il sottosegretario alla presidenza del consiglio Roberto Garofoli ha presentato una relazione sullo stato di avanzamento del Pnrr. Il documento espone sinteticamente tutti i traguardi e gli obiettivi che sin qui sono già stati raggiunti e quelli ancora da conseguire nel trimestre in corso.

Nei documenti ufficiali non si parla quasi mai delle scadenze italiane.

Il documento cita esclusivamente le scadenze di rilevanza europea. Non ci sono indicazioni invece su quelle italiane, incluse quelle relative al fondo complementare. Un elemento interessante riguarda il fatto che in molti casi viene indicata una data specifica entro cui il governo stima che la scadenza sarà raggiunta. Secondo quanto dichiarato, 13 scadenze avrebbero dovuto essere completate entro la settimana successiva alla pubblicazione della relazione e cioè entro il 5 giugno.

FONTE: elaborazione openpolis su dati governo
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Giugno 2022)

Non per tutte le scadenze però è indicata una data di completamento. Questo avviene quando, oltre al governo, è richiesto l’intervento di un altro soggetto. Nello specifico, il parlamento è coinvolto per l’adozione della riforma dei contratti pubblici e per quella sul sistema della ricerca. In un caso poi è attesa un’autorizzazione da parte delle istituzioni europee (progetti Ipcei) e in un altro il parere favorevole da parte del garante della privacy (riforma dell’amministrazione fiscale).

4 le scadenze del Pnrr da completare entro giugno 2022 per cui il governo non indica una data prevista per il completamento.

Il fatto che per tali passaggi non sia prevista una data per l’effettiva conclusione potrebbe essere interpretato come un'indicazione del fatto il governo ritiene di aver adempiuto alla propria parte e che adesso l’effettivo raggiungimento della scadenza dipenda da altri. Tale atteggiamento è riscontrabile anche nell’ultimatum lanciato da Draghi. Questo tipo di messaggio però appare inesatto e fuorviante. Le criticità infatti sono molteplici, anche per le scadenze di competenza esclusiva del governo.

L'annuncio di un provvedimento non sempre coincide con l'effettiva entrata in vigore.

La più evidente riguarda il fatto che per molte scadenze è la stessa relazione di Garofoli a specificare che l’atto di volta in volta richiesto dovrà prima essere sottoposto alla registrazione presso la corte di conti prima di poter essere pubblicato in gazzetta ufficiale. Ciò significa che nonostante il governo abbia annunciato l’adozione di tali provvedimenti, potrebbero passare anche diversi mesi prima della loro effettiva entrata in vigore. Infatti, alla data del 9 giugno, sostanzialmente nessuno dei provvedimenti annunciati nella relazione entro il 5 giugno risulta ancora pubblicato in gazzetta ufficiale. Una dinamica che potrebbe riproporsi anche per le altre scadenze il cui conseguimento è stato annunciato, già adesso, più a ridosso della fine del trimestre.

La prassi del governo di dichiarare il conseguimento di alcuni provvedimenti molto prima della loro effettiva entrata in vigore è stata utilizzata anche nel 2021 come escamotage per dimostrare il rispetto del cronoprogramma. Ma oltre a rappresentare un errore da un punto di vista formale, contribuisce ad aumentare la confusione in un quadro già di per sé molto difficile da comprendere.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: governo.it - licenza

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I capi di gabinetto e le loro carriere successive https://www.openpolis.it/i-capi-di-gabinetto-e-le-loro-carriere-successive/ Tue, 05 Oct 2021 09:35:41 +0000 https://www.openpolis.it/?p=159247 Quello di capo di gabinetto di un ministro è un incarico di grande importanza, assegnato in via fiduciaria dal ministro stesso. Anche per questa ragione, dopo aver ricoperto questo ruolo seguono spesso carriere di grande prestigio.

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Quello di capo di gabinetto è un ruolo particolare per cui è richiesto sia un rapporto fiduciario con il ministro che un’elevata conoscenza tecnica delle materie di competenza del ministero in cui si lavora.

Non stupisce quindi che dopo aver ricoperto un incarico di questo tipo molti funzionari proseguano una carriera importante all’interno dello stesso ministero, in altri organi dello stato o anche in aziende partecipate.

Chi sono i capi di gabinetto

Il capo di gabinetto dirige l’ufficio di gabinetto e più in generale coordina l’attività di tutti gli uffici di diretta collaborazione di un ministro.

Gli uffici di diretta collaborazione sono strutture preposte ad aiutare ciascun ministro a svolgere l’attività di indirizzo politico-amministrativo del dicastero che dirige.
Vai a "Che cosa sono gli uffici di diretta collaborazione dei ministri"

Il suo è dunque un ruolo fondamentale affinché l’indirizzo politico stabilito dal ministro possa poi essere trasmesso all’appartato burocratico amministrativo.

Il Capo di Gabinetto collabora con il Ministro nello svolgimento dei propri compiti istituzionali […] coordina l’intera attività di supporto e tutti gli uffici di diretta collaborazione […] ed assume ogni utile iniziativa per favorire il conseguimento degli obiettivi stabiliti dal Ministro, assicurando, […], il raccordo tra le funzioni di indirizzo del Ministro e le attività di gestione del Ministero.

Anche per questo è frequente che i ministri scelgano per questo incarico dei dirigenti del dicastero stesso, persone che quindi conoscono molto bene i complessi meccanismi con cui si muove l’apparato ministeriale.

I requisiti di nomina variano a seconda dei casi e non in tutti i ministeri è obbligatorio scegliere personale interno all’amministrazione. Infatti mentre il ministro degli esteri, quello dell’interno e quello della difesa devono scegliere il proprio capo di gabinetto tra i funzionari di grado più elevato delle rispettive carriere (ambasciatori o ministri plenipotenziari per il ministero degli esteri, prefetti per il ministero dell’interno, ufficiali generali o ammiragli delle forze armate per il ministero della difesa), in altri casi i ministri possono anche scegliere un esterno. A patto che la persona indicata disponga di sufficienti titoli professionali.

Il Capo di Gabinetto e’ nominato dal Ministro fra soggetti, anche estranei alla pubblica amministrazione, in possesso di capacità adeguate alle funzioni da svolgere […]

In entrambi i casi tuttavia il rapporto fiduciario tra il ministro e il capo di gabinetto è un elemento fondamentale affinché l’azione politica del ministro si sviluppi in modo adeguato.

Gli ultimi capi di gabinetto dei ministri degli esteri

Con una competenza tecnica di questo livello e il rapporto fiduciario con un ministro non c’è da stupirsi che molti capi di gabinetto abbiano poi avuto carriere importanti. Il fenomeno si esprime in maniera diversa a seconda dei ministeri, ma sicuramente questo è il caso del ministero degli esteri e della cooperazione internazionale (Maeci).

Tutti e 3 gli ultimi capi di gabinetto dei ministri degli esteri hanno infatti proseguito il loro percorso professionale con incarichi decisamente importanti.

Dal 2013 al marzo 2021, quando è stato nominato l’attuale capo di gabinetto Sebastiano Cardi, al Maeci si sono alternati in questo incarico 3 importanti diplomatici: Pietro Benassi, Ettore Sequi ed Elisabetta Belloni.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Pietro Benassi è stato nominato capo di gabinetto prima da Emma Bonino (2013) e poi da Federica Mogherini (2014). In seguito, dopo essere stato ambasciatore in Germania, è stato chiamato a ricoprire l'incarico di consigliere diplomatico del presidente del consiglio durante il governo Conte II. Inoltre, alla fine del 2020 Conte decise di nominare proprio Benassi come autorità delegata, ovvero il sottosegretario responsabile del settore di intelligence. Una esperienza tuttavia durata solo poche settimane, vista la crisi di governo. In ogni caso Luigi Di Maio, rimasto ministro degli esteri con il governo Draghi, ha nominato Benassi in un ruolo comunque prestigioso, quello di rappresentante permanente presso l'Unione europea.

Gli ultimi due capi di gabinetto al Maeci sono poi diventati segretari generali del ministero.

Ettore Sequi ha ricoperto per la prima volta il ruolo di capo di Gabinetto con la ministra Federica Mogherini, subito dopo aver terminato il suo incarico da ambasciatore in Afghanistan. Con l'arrivo di Gentiloni al ministero ha mantenuto la propria posizione per un anno circa per poi essere nominato ambasciatore a Pechino. Dopo un incarico così importante è tornato a fare il capo di gabinetto con Di Maio per poi arrivare negli scorsi mesi alla posizione più importante all'interno del Maeci, quella di segretario generale del ministero.

Nel periodo trascorso da Sequi a Pechino è stata Elisabetta Belloni a ricoprire l'incarico di capo di gabinetto, nominata da Gentiloni. Sempre Gentiloni l'ha poi designata quale segretario generale del ministero, incarico che gli è stato confermato da 3 successivi ministri: Angelino Alfano, Enzo Moavero Milanesi e Luigi Di Maio. Lo scorso maggio infine il presidente del consiglio Draghi ha nominato Belloni a capo del dipartimento di informazioni per la sicurezza della repubblica, prima donna a ricoprire questo ruolo, come anche quello di segretario generale del Maeci.

Gli ultimi capi di gabinetto dei ministri dell'interno

Anche i capi di gabinetto degli ultimi ministri dell'interno hanno avuto importanti percorsi di carriera dopo aver concluso il loro incarico. Si tratta in particolare di Luciana Lamorgese, Matteo Piantedosi e, in modo un po' diverso, di Mario Morcone.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Lamorgese e Piantedosi dopo essere stati capi di gabinetto sono diventati prefetti delle due città più importanti d'Italia: Milano e Roma.

Luciana Lamorgese ha ricoperto questo incarico con 2 diversi ministri. Prima Angelino Alfano (2013) e poi Marco Minniti (2016). Nel 2017 poi è stata nominata da Minniti a capo dell'ufficio territoriale del governo di Milano, una prefettura molto importante. Andata in pensione a fine 2018 Lamorgese è stata poi nominata ministro dell'interno nel secondo governo Conte, confermata poi dal governo Draghi.

Matteo Piantedosi è stato nominato capo di gabinetto da Matteo Salvini e ha poi mantenuto la posizione per un anno anche con Luciana Lamorgese. Nell'estate del 2020 Lamorgese lo ha nominato prefetto nell'ufficio territoriale del governo più prestigioso presente in Italia, ovvero quello della capitale.

Il percorso di Mario Morcone invece è stato del tutto particolare. Infatti quanto nel 2017 è stato nominato capo di gabinetto da Marco Minniti aveva già ricoperto 2 volte il ruolo di capo del dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione, oltre ad essere stato commissario a Roma e direttore dell'agenzia per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Ma il dato più importante è che nel 2011 era stato candidato sindaco a Napoli sostenuto dal Partito democratico (Pd).

Dopo un'esperienza così caratterizzante dal punto di vista politico dunque non stupisce che gli incarichi ricoperti dopo quello di capo di gabinetto siano stati esterni alla carriera prefettizia. Nel 2018 infatti Morcone è diventato presidente di un'organizzazione non governativa, il consiglio italiano per i rifugiati (Cir) e nel 2020 presidente del consiglio di amministrazione di un'azienda privata, la greenenergy holding spa. Sempre nel 2020 infine ha ottenuto un altro incarico prettamente politico, come assessore alla sicurezza, la legalità e l'immigrazione della giunta regionale campana guidata da Vincenzo De Luca (Pd).

Altri capi di gabinetto con carriere di prestigio

Ma non solo i capi di gabinetto del ministero degli esteri e dell'interno hanno avuto carriere importanti dopo il loro mandato.

Daniele Cabras e Roberto Garofoli ad esempio sono stati capi di gabinetto di 2 diversi ministri dell'economia. Roberto Garofoli è stato capo di gabinetto del ministro Tria nel 2018, durante il primo governo Conte, e oggi ricopre il ruolo di sottosegretario di stato alla presidenza del consiglio con funzioni di segretario del consiglio dei ministri.

Cabras invece ha svolto l'incarico con Saccomanni nel 2013, durante il governo Letta. In precedenza però era stato capo di gabinetto del vice presidente del consiglio Sergio Mattarella durante il primo governo D'Alema. Con la nascita del secondo esecutivo D'Alema poi Mattarella è diventato ministro della difesa e Cabras ha assunto l'incarico di consigliere giuridico e per i rapporti istituzionali. Qualche anno più tardi è tornato a ricoprire il ruolo di capo di gabinetto della ministra per la famiglia Rosy Bindi e nel nel 2014 è stato per pochi mesi direttore generale dell'ufficio parlamentare di bilancio. Oggi ricopre il ruolo di consigliere per gli affari giuridici e costituzionali del presidente della repubblica, un incarico molto simile a quello che già aveva svolto per Mattarella al ministero della difesa.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Quanto al ministero delle infrastrutture si segnalano due capi di gabinetto degli scorsi ministri, Mauro Bonaretti e Gino Scaccia. Bonaretti inizialmente è stato capo di gabinetto di Graziano Delrio (Pd) al ministero degli affari regionali. Successivamente ha svolto l'importante incarico di segretario generale della presidenza del consiglio durante il governo Renzi. In seguito è tornato a fare il capo di gabinetto di Delrio, questa volta al ministero delle infrastrutture e oggi ricopre il ruolo di capo del dipartimento per la mobilità sostenibile in quello stesso ministero.

Scaccia invece ha ricoperto questo ruolo con Danilo Toninelli (M5s) per poi diventare, a fine 2019, presidente del consiglio di amministrazione di Fs International spa una società controllata al 100% da ferrovie dello stato (a sua volta controllata al 100% dal ministero delle finanze).

Per il ministero della difesa invece è da notare il caso di Pietro Serino, capo di gabinetto prima con Elisabetta Trenta (M5s) e poi con Guerini (Pd), che oggi riveste il ruolo di capo di stato maggiore dell'esercito.

Cozzoli è stato in contemporanea capo di gabinetto di Di Maio sia al ministero dello sviluppo economico che al ministero del lavoro.

Interessanti poi sono i casi di Vito Cozzoli e Carlo Deodato. Cozzoli è stato capo di gabinetto prima con Federica Guidi, poi con Di Maio e infine con Paruanelli al ministero dello sviluppo economico. Durante il primo governo Conte inoltre Cozzoli ha svolto lo stesso incarico con Di Maio anche per il ministero del lavoro e delle politiche sociali. A marzo 2020 infine Cozzoli ha lasciato gli incarichi al ministero per diventare presidente e amministratore delegato di Sport e salute spa, una società partecipata al 100% dal ministero delle finanze.

Carlo Deodato invece è stato capo di gabinetto del ministro degli affari europei Paolo Savona nel 2018. Nel marzo del 2019 poi Savona è stato nominato presidente della Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) e solo un mese dopo il suo ex capo di gabinetto Deodato ha ricevuto l'incarico di segretario generale proprio della Consob. Rimasto in carica per circa un anno oggi Deodato è capo del dipartimento affari giuridici e legislativi della presidenza del consiglio.

Sia Simonetta Matone che Mario Morcone dopo essere stati capi di gabinetto hanno intrapreso percorsi politici.

Infine vale la pena di citare il caso di Simonetta Matone che, come Mario Morcone per il centro sinistra, sta ricoprendo oggi un ruolo politico nel centro destra. Matone è una magistrata e ha svolto molti incarichi sia per il ministero della giustizia sia presso uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari, già dagli anni '80. Nel 2008 poi ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto della ministra Carfagna (quarto governo Berlusconi) e oggi è indicata dalla coalizione di centro destra come vicesindaco di Roma in caso di vittoria alle elezioni amministrative.

Foto Credit: ministero degli esteri e della cooperazione internazionale

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