Che cos’è il capitolo di spesa ‘rifugiati nel paese donatore’

In questa voce rientrano le spese sostenute per l’accoglienza di richiedenti asilo o protezione internazionale. Si tratta di risorse che rimangono nel paese donatore stesso, e che negli ultimi anni sono diventate una componente rilevante dell’aps complessivo.

Definizione

La voce “rifugiati nel paese donatore” è uno specifico capitolo di spesa all’interno della rendicontazione ufficiale sull’uso dei fondi di aiuto pubblico allo sviluppo (aps). In questa voce rientrano le spese sostenute per gestire le richieste di asilo o protezione internazionale e le persone la cui richiesta viene accettata e ottengono lo status giuridico di rifugiato. Si tratta della componente principale del cosiddetto aiuto gonfiato ovvero di fondi che, pur figurando come aps, non prevedono un effettivo trasferimento di fondi verso paesi in via di sviluppo.

Negli ultimi anni questa componente dell’aps, inizialmente residuale, è diventata sempre più importante ed è emersa una grande difformità nell’interpretazione degli aspetti da ascrivere a questa voce di bilancio. L’Ocse stesso ha perciò provveduto a fare chiarezza sulla materia. Il 31 ottobre del 2017 infatti sono state rilasciate indicazioni precise sulla contabilità di questa voce. Il documento ha ribadito l’opportunità di considerare aiuto allo sviluppo i costi per i rifugiati sulla base del valore umanitario di questo tipo di assistenza.

Secondo le nuove regole possono essere inclusi solo i costi sostenuti per richiedenti asilo e per coloro che sono stati riconosciuti beneficiari di una qualche forma di protezione o asilo. Dunque non si possono più considerare aps le eventuali spese per la gestione di persone la cui domanda è stata respinta.

Un importante limite temporale introdotto è quello dei 12 mesi, che partono dalla data di presentazione della domanda di asilo o protezione, oppure dalla data d’ingresso nel paese con programma di reinsediamento.

Si possono considerare aps le spese per:

  • vitto e alloggio;
  • istruzione (in caso di minori) o formazione (corsi di lingua o altre attività ad hoc);
  • le cure mediche di base;
  • l’assistenza per la richiesta di asilo (traduzioni, counselling su aspetti legali e amministrativi);
  • il pocket money, spesso definito diaria (cioè il contributo in soldi per piccole spese personali);
  • il trasporto in caso di reinsediamento, o il rimpatrio volontario verso un paese in via di sviluppo entro i 12 mesi della richiesta;
  • il salvataggio in mare.

Non possono essere invece inclusi:

  • i costi per l’integrazione (per esempio l’istruzione terziaria, i programmi di formazione professionale o di inserimento lavorativo, le forme di sostegno al reddito);
  • la costruzione di centri di accoglienza;
  • la valutazione delle domande di asilo;
  • il pattugliamento di frontiere, vie di transito o centri di accoglienza;
  • controlli di sicurezza;
  • Il controllo dei confini, anche aerei e marini, se lo scopo prioritario non è salvare rifugiati;
  • costi di detenzione e azioni di contrasto al traffico di esseri umani;
  • il trasporto in caso di reinsediamento verso un altro paese donatore;
  • i rimpatri volontari superati i 12 mesi dalla domanda; i rimpatri forzati.

Dati

Nel 2010 questa voce rappresentava appena lo 0,12% dell’aps italiano. Negli anni seguenti il costo dei rifugiati nel paese donatore è cresciuto costantemente fino a raggiungere nel 2016 il 32,7% dei fondi complessivi per l’aiuto pubblico allo sviluppo e il 68,8% del canale bilaterale.

La crescita di questa voce, pur avendo influito in maniera particolare in paesi esposti al fenomeno migratorio come l'Italia, ha coinvolto più in generale tutti i paesi Dac. Complessivamente infatti nel 2016 i paesi del comitato Dac hanno rendicontato in aps 15,9 miliardi di dollari di spesa per i rifugiati nel paese donatore (11% dell'asp totale).

Analisi

Nel 2017 per la prima volta dal 2012 è calata la quota di spesa per i rifugiati nel paese donatore contabilizzata all'interno dell'aps. Questo calo è destinato a diventare decisamente più marcato nei prossimi anni vista la riduzione dell'arrivo di richiedenti asilo e migranti, che è iniziata nel 2017 ma è diventata molto più marcata nel 2018 e nei primi mesi del 2019.

La riduzione di questa voce di spesa non è di per sé una cattiva notizia visto che la decisione di contabilizzarla all'interno dell'aps è stata da più parti contestata. Tuttavia per evitare che questo calo produca una riduzione complessiva dell'aps è necessario che i governi decidano di investire di più in altri settori della cooperazione incrementando i fondi destinati all'aiuto genuino.

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