Gli incarichi e le relazioni dei candidati a sindaco di Roma Mappe del potere

Dopo mesi di discussioni i partiti hanno trovato i propri candidati alla carica di sindaco della capitale. Ma mentre il centrodestra si presenta con una squadra compatta, il centrosinistra e il movimento 5 stelle vanno in ordine sparso.

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Con l’avvicinarsi delle elezioni amministrative iniziano a essere chiari gli schieramenti nelle principali città al voto. A Roma domenica si sono tenute le primarie, anche se l’esito a favore di Gualtieri era scontato. Infatti non hanno partecipato né il Movimento 5 stelle (M5s),  vista la decisione della sindaca uscente di presentarsi per un secondo mandato, né Carlo Calenda che ha deciso di candidarsi in autonomia.

Di conseguenza il centrosinistra e il Movimento 5 stelle si presentano con 3 diversi candidati. Al contrario il centrodestra, dopo una lunga discussione interna, ha trovato un accordo. Il candidato sindaco sarà il professor Enrico Michetti, affiancato dalla magistrata Simonetta Matone e da Vittorio Sgarbi.

Centrosinistra e Movimento 5 stelle in ordine sparso

Come è noto il Movimento 5 stelle e il centrosinistra presenteranno candidati diversi per le elezioni a sindaco della capitale. Il Partito democratico (Pd), infatti dopo 5 anni di opposizione, non ha ritenuto di poter appoggiare la sindaca uscente Virginia Raggi e ha presentato come candidato l’ex ministro dell’economia del secondo governo Conte, Roberto Gualtieri. Inoltre Carlo Calenda, che si è sempre opposto all’alleanza strutturale con il movimento, ha deciso di non partecipare alle primarie di centrosinistra candidandosi separatamente.

Quanto al M5s, la decisione di Virginia Raggi di ricandidarsi in qualsiasi caso ha spinto la dirigenza ad appoggiare la sua candidatura. E questo nonostante fossero in molti preferire una soluzione diversa, sia nella dirigenza nazionale che in quella locale.

Pur avendo appoggiato la sua candidatura il M5s ha un rapporto complesso con Virginia Raggi.

A livello nazionale infatti non sono mancati dissapori tra la sindaca e il movimento. Non da ultimo anche a per il tentativo di trovare un candidato unitario con il centrosinistra. Ipotesi questa espressa esplicitamente da Roberta Lombardi, recentemente nominata assessora alla transizione ecologica dall’ex segretario del Pd e presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti.

D’altronde, anche a livello locale, i 5 anni di Virginia Raggi al Campidoglio non sono stati un periodo unitario per il movimento. Conflitti e incomprensioni si sono presentati di frequente sia con una parte del movimento romano, in particolare con la presidente del VII municipio Monica Lozzi, sia all’interno della sua stessa giunta e della maggioranza pentastellata in assemblea capitolina.

Gualtieri e l’alleanza giallo rossa

Nonostante queste difficoltà tuttavia Raggi ha perseverato nell’intenzione di ricandidarsi e il tentativo di trovare un nome unitario per l’alleanza giallo rossa è venuto meno.

Gualtieri tuttavia continua a rappresentare il candidato più adatto per una mediazione con il movimento. In particolare nel caso in cui sia proprio lui ad arrivare al ballottaggio contro il centrodestra. Un dato che resta vero anche se in questi giorni di campagna elettorale è stato proprio Gualtieri a rigettare l’ipotesi di un apparentamento al secondo turno.

Gualtieri rappresenta il tentativo di raggiungere l’alleanza con il M5s al ballottaggio.

Si tratta infatti pur sempre del ministro dell’economia del secondo governo Conte, l’esecutivo con cui è stata inaugurata l’alleanza tra centro sinistra e Movimento 5 stelle. Inoltre il titolare di via XX settembre ricopre un ruolo molto particolare rispetto ai suoi colleghi. Un ruolo che, come quello della presidenza del consiglio, si trova nella posizione di dover mediare tra le richieste dei vari ministeri e le diverse posizioni politiche presenti in seno alla maggioranza.

Anche per questa ragione probabilmente Gualtieri ha sviluppato un rapporto privilegiato con Giuseppe Conte che oggi, se pur con qualche difficoltà, rappresenta il capo in pectore del movimento 5 stelle.

Calenda e il Partito democratico

La scelta di Calenda di presentarsi autonomamente mette sicuramente in difficoltà la coalizione di centrosinistra. Una decisione maturata sia per la sua opposizione all’alleanza con il movimento, che pur non essendosi concretizzata in questa fase può sempre riproporsi al ballottaggio, sia per l’indecisione e il ritardo con cui il Pd ha indetto le primarie.

Le primarie non si sa nemmeno se ci saranno. Continuano a parlare di far ritirare la Raggi, mettere Zingaretti…Sono sei mesi che vanno avanti così.

Le critiche di Calenda sono certamente fondate e la sua decisione di correre da solo perfettamente legittima. Tuttavia i suoi passati legami con il Pd e il fatto che ancora oggi continui a partecipare alla discussione interna del partito, come se ne facesse parte, fanno riflettere sul rapporto tra partiti ed esponenti politici.

Per quanto riguarda il rapporto formale con il Pd infatti, Calenda ha ricoperto prima alcuni incarichi come esponente di Scelta civica, successivamente come indipendente, per poi iscriversi al partito nel 2018 ed essere candidato ed eletto nelle sue liste al parlamento europeo. Entrato in contrasto con la linea del segretario quando Zingaretti decise di avviare la collaborazione con il M5s Calenda ha quindi deciso di uscire dal partito.

Ma a parte questi aspetti formali è significativo il fatto tutti gli incarichi politici ricoperti da Calenda sono il frutto di una nomina voluta da un dirigente del Partito democratico. L’unica eccezione è l’incarico da eurodeputato, dove non è stato nominato ma eletto, ma comunque nelle liste Pd.

FONTE: Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Giugno 2021)

Il primo a conferigli un incarico di governo, viceministro allo sviluppo economico, fu proprio l'attuale segretario Enrico Letta che nel 2013 ricopriva il ruolo di presidente del consiglio. Una decisione che in quella fase fu probabilmente favorita da Scelta civica, partito membro della coalizione di governo, con cui Calenda si era candidato alla camera pur non venendo eletto.

Dirigenti Pd hanno nominato Calenda prima viceministro poi rappresentante permanente presso l'Ue e infine ministro.

Successivamente con l'arrivo di Renzi prima alla segreteria del partito e poi alla presidenza del consiglio, vennero assegnati a Calenda incarichi ancora più importanti. Prima fu confermato come viceministro, poi nominato rappresentante permanente presso l'Unione europea (incarico mai ricoperto prima da una persona esterna alla carriera diplomatica) dal ministro degli esteri Gentiloni e infine ministro dello sviluppo economico. Incarico, quest'ultimo, che ha mantenuto quando alla presidenza del consiglio è andato Paolo Gentiloni.

Certo è vero che la maggior parte degli incarichi gli sono stati attribuiti in una fase in cui il Pd era dominato dalla leadership di Matteo Renzi. Tuttavia i rapporti tra i due si sono raffreddati nel tempo, nonostante a Roma Italia Viva sostenga la sua candidatura a sindaco. Il fatto stesso che entrambi siano usciti dal Pd ma che abbiano deciso di formare due diversi partiti pur rivolgendosi alla stessa area politico culturale lascia intendere che i due si propongano percorsi distinti.

Michetti e la formazione di centrodestra

Al contrario del fronte giallo rosso, il centrodestra è riuscito a trovare un candidato comune. Dopo un lungo confronto tra i leader dei principali partiti la scelta è ricaduta su Enrico Michetti, che in caso di vittoria dovrebbe eessere affiancato da Simonetta Matone come vicesindaco e Vittorio Sgarbi come assessore alla cultura.

Michetti e Matone sono alla loro prima esperienza politica.

Il candidato sindaco Michetti ha un curriculum tutto tecnico-accademico. Professore di diritto degli enti locali presso l'università di Cassino e di vari corsi specialistici sulla gestione amministrativa dei comuni in particolare presso l'Anci e l'agenzia autonoma per la gestione dell'albo dei segretari comunali ha ricoperto anche incarichi importanti presso queste e altre organizzazioni, tra cui Acea (come vicepresidente nel 2005) e Atac.

Inoltre è stato membro di alcune commissioni ministeriali, direttore della gazzetta amministrativa e attualmente del quotidiano della Pa.

A individuarlo per questo incarico è stata Giorgia Meloni, in considerazione del ruolo svolto da Michetti nell'affiancare alcuni sindaci di centro destra per affrontare problemi di carattere amministrativo.

Simonetta Matone e gli incarichi nei ministeri

Se la scelta di Fratelli d'Italia alla fine ha avuto la meglio le preferenze sia dalla Lega che di Forza Italia erano inizialmente rivolte verso Simonetta Matone, che nell'accordo finale affiancherà Michetti come vicesindaca in caso di vittoria elettorale.

Magistrata, ha ricoperto molti incarichi per il ministero della giustizia e presso uffici di diretta collaborazione di ministri e sottosegretari. I primi incarichi di questo tipo arrivarono già alla fine degli anni 80 come capo della segreteria di due politici del partito socialista. Prima del sottosegretario Frasca e poi del ministro Vassalli. Nel 2008 poi ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto della ministra Carfagna (quarto governo Berlusconi).

I membri degli uffici di diretta collaborazione sono nominati nel loro incarico in virtù di un rapporto fiduciario con il ministro in carica. Vai a "Che cosa sono gli uffici di diretta collaborazione dei ministri"

Al ministero della giustizia invece è stata prima vice capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quando era ministra Paola Severino (governo Monti), e poi capo del dipartimento affari di giustizia, nominata da Annamaria Cancelleri (governo Letta).

I mandati interrotti di Vittorio Sgarbi

Il terzo componente della terna di nomi finora emersa è un volto noto della politica italiana, che si propone come assessore alla cultura del comune di Roma. Vittorio Sgarbi al contrario dei suoi due colleghi ha molta esperienza con gli incarichi politici, sia come parlamentare che come sindaco o assessore in comuni e regioni.

È bene tenere presente però che nella sua lunga storia politica Sgarbi non ha quasi mai concluso i propri mandati, vuoi per sopraggiunte incompatibilità con altri incarichi, vuoi per contrasti con l'amministrazione.

3 su 14 gli incarichi come sindaco, assessore o consigliere (comunale o regionale) portati a termine da Vittorio Sgarbi.

Certo in questo caso la carica di assessore non comporta un'incompatibilità formale con gli incarichi attualmente ricoperti da Sgarbi, ovvero quello di deputato e quello di sindaco di Sutri.

Ma come accennato di frequente Sarbi ha lasciato il proprio incarico per contrasti politici. Come quando si è dimesso da sottosegretario alla cultura del secondo governo Berlusconi, da assessore alla cultura della regione Sicilia e da assessore alla cultura del comune di Milano.

Sgarbi è stato sindaco di San Severino Marche e di Salemi non portando a termine nessuno dei due mandati. Attualmente è sindaco di Sutri. Ha ricoperto 6 volte l’incarico di assessore comunale concludendo 3 mandati di cui 2 a San Severino Marche e 1 a Urbino. Cinque volte consigliere comunale non è mai rimasto in carica 5 anni.

In regione infine è stato una volta assessore in Sicilia per 4 mesi, prima di dimettersi per contrasti con il presidente Musumeci, e una volta consigliere regionale in Emilia Romagna per un solo giorno. Vista l’incompatibilità con l’incarico di parlamentare infatti Sgarbi si è dimesso durante la prima seduta.

FONTE: Openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Giugno 2021)

Foto Credit: Matteo Salvini - Facebook

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