Aumenta il ricorso alla questione di fiducia da parte del governo Draghi Governo e parlamento

Nonostante l’ampia maggioranza che lo sostiene, l’esecutivo dal suo insediamento ha già posto la questione di fiducia 12 volte. Numero che potrebbe aumentare nei prossimi mesi, quando dovranno essere votate riforme molto delicate. Nel frattempo aumentano i “voti ribelli”.

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Ieri la camera dei deputati ha dato il suo via libera al testo di legge delega per la riforma del processo penale. Per l’approvazione di tale provvedimento l’esecutivo ha deciso di ricorrere alla fiducia. Salgono così a 12 le questioni di fiducia poste dal governo Draghi dall’inizio del suo mandato.

Si tratta di un dato molto importante e che non deve essere sottovalutato. Nonostante l’ampia maggioranza di cui gode in parlamento (e di cui abbiamo già parlato in questo articolo) infatti l’esecutivo è stato costretto a ricorrere a questo strumento in maniera sempre più frequente nelle ultime settimane. Tra il mese di luglio e i primi giorni di agosto ciò è accaduto 6 volte.

La motivazione che ha portato il governo a ricorrere a questo strumento è stata principalmente la necessità di convertire prima della loro scadenza alcuni dei decreti legge emanati per fronteggiare l’emergenza Covid-19. È il caso ad esempio dei Dl sostegni e sostegni bis. Dall’altro lato però governo e parlamento nei prossimi mesi e anni saranno chiamati ad approvare delle riforme molto importanti per il paese. Riforme la cui realizzazione rappresenta una conditio sine qua non per ottenere le risorse europee nell’ambito del Next generation Eu. Rientra in questa seconda dinamica il voto avvenuto nei giorni scorsi sulla riforma della giustizia (voto su una legge delega e non su un decreto legge).

12 i voti di fiducia dall’insediamento del governo Draghi.

Il Piano nazionale di ripresa e resilienza approvato dalla Commissione europea tuttavia prevede tempi e contenuti delle riforme molto stringenti e proprio per questo motivo il governo potrebbe essere costretto a fare sempre più spesso ricorso alla fiducia per blindare i vari provvedimenti. Questa dinamica, già in corso da tempo, tuttavia rischia di esautorare sempre di più il parlamento delle sue prerogative.

Le questioni di fiducia nella XVIII legislatura

Ma che cosa sono esattamente le questioni di fiducia? Come sappiamo, nel nostro ordinamento i cittadini non scelgono direttamente il governo ma solo i rappresentanti in parlamento. Di conseguenza ogni esecutivo, dopo l’incarico ricevuto direttamente dal presidente della repubblica, ha bisogno di ottenere la fiducia da parte dei membri di camera e senato (o meglio, della maggioranza dei membri) per poter entrare effettivamente in carica.

I voti di fiducia possono poi essere suddivisi in 3 diverse tipologie:

  1. su mozioni o risoluzioni (tra cui quelle utilizzate per sancire il sostegno parlamentare alla nascita di ogni nuovo esecutivo);
  2. mozioni di sfiducia nei confronti del governo o di singoli ministri;
  3. su progetti di legge considerati decisivi per l’attuazione del programma di governo.

È proprio quest’ultima tipologia ad essere diventata particolarmente ricorrente negli ultimi anni. Se in passato infatti il ricorso alla fiducia era più raro e serviva per ricompattare la maggioranza in situazioni eccezionali, ultimamente è stato spesso utilizzato per velocizzare il dibattito parlamentare e assicurare l’approvazione delle proposte più controverse. È in particolare su quest’ultima forma di fiducia che ci concentreremo.

Quando un governo pone la questione di fiducia su un disegno di legge lega il suo destino a quello del testo. Qualora il provvedimento non venga approvato l’esecutivo è costretto a dimettersi. Vai a "Che cosa sono i voti di fiducia"

Analizzando i dati relativi all’attuale legislatura possiamo osservare che i governi Conte I, II e Draghi hanno fatto ricorso alla fiducia complessivamente 65 volte. Come abbiamo già detto l’attuale esecutivo ha posto la questione di fiducia in 12 occasioni. Il primo governo Conte in 15 mentre il secondo in 39. Ciò a fronte di 208 leggi approvate definitivamente dai due rami del parlamento.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Agosto 2021)

Dati meramente quantitativi tuttavia non ci permettono di fare un confronto adeguato tra gli esecutivi. Ciò a causa della loro diversa durata che li ha quindi portati a presentare un numero di provvedimenti variabile. Perciò risulta più interessante fare un confronto a livello di percentuali.

Le fiducie del governo Draghi e il confronto con gli esecutivi precedenti

Focalizzandoci in particolare sull’attuale esecutivo abbiamo già osservato come il ricorso alla questione di fiducia si sia reso necessario in particolare per approvare in tempo i decreti legge Covid. È questo il caso, ad esempio dei Dl sostegni e sostegni bis. Le misure contenute in questi atti, fondamentali per aiutare cittadini e imprese in un momento di grande difficoltà, dovevano essere convertite in legge entro 60 giorni, pena la loro decadenza.

Il governo Draghi ha fatto ricorso alla fiducia anche per velocizzare i tempi della discussione parlamentare.

L’attuale governo peraltro ha ereditato alcuni decreti legge anche dal suo predecessore. È il caso ad esempio del decreto milleproroghe e del Dl sulla riorganizzazione del Coni. Anche in questo caso, la ratio con cui è stata posta la fiducia è stata quella di velocizzare l’iter per evitare che i due provvedimenti decadessero.

Per quanto quindi il governo Draghi sia in carica da pochi mesi, il ricorso alla fiducia è stato abbastanza frequente.

 

Le questioni di fiducia poste dal governo Draghi

Data del votoRamoProvvedimentoFavorevoliContrariAstenuti
25/02/2021SenatoDecreto milleproroge222237
10/03/2021SenatoDecreto riorganizzazione Coni214324
27/04/2021CameraDecreto rinvio elezioni458520
06/06/2021SenatoDecreto sostegni207285
18/05/2021CameraDecreto sostegni472492
09/06/2021CameraDecreto riaperture466471
14/07/2021CameraDecreto sostegni bis444510
22/07/2021SenatoDecreto sostegni bis213281
23/07/2021CameraDecreto semplificazioni e governance Pnrr350440
28/07/2021SenatoDecreto semplificazioni e governance Pnrr213330
02/08/2021SenatoLegge delega riforma del processo penale - Articolo 1462551
02/08/2021CameraLegge delega riforma del processo penale - Articolo 2458461

 

Ma quali sono i numeri dei precedenti esecutivi? Per confrontare le loro performance possiamo usare come metro di giudizio la media di questioni di fiducia poste ogni mese. In base a questo dato possiamo osservare che, nelle ultime 3 legislature, il governo che ha fatto maggiormente ricorso a questo strumento è stato quello guidato da Mario Monti con una media di 3 fiducie al mese. Seguono i governi Conte II (2,25 fiducie al mese), Gentiloni (2,13), Draghi e Renzi (2).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Agosto 2021)

Il ricorso alla fiducia dovrebbe avvenire in situazioni eccezionali, invece è diventato uno strumento di uso comune.

Come possiamo vedere dunque il ricorso alla fiducia del governo Draghi risulta sostanzialmente in linea con quello dei suoi predecessori. Un dato tuttavia che non deve far sottovalutare il fatto che la fiducia dovrebbe essere uno strumento a cui gli esecutivi ricorrono in occasioni eccezionali per ricompattare la maggioranza che li sostiene su provvedimenti particolarmente delicati. Come abbiamo visto invece sempre più spesso il ricorso a questo strumento si rende necessario per velocizzare l’iter di approvazione delle norme.

Ciò però ha la conseguenza di limitare ancora di più i poteri di intervento del parlamento. Un parlamento che, come abbiamo già raccontato in diverse occasioni, anche nella gestione dell’emergenza non ha certamente recitato un ruolo di primo piano.

I provvedimenti "blindati"

Come abbiamo visto, il tempo costituisce certamente una delle criticità che portano più spesso i governi a porre la questione di fiducia. Non si tratta però dell’unica variabile da considerare. Spesso infatti i contenuti di alcuni provvedimenti possono portare a spaccature all’interno della maggioranza, con alcuni esponenti che richiedono di poter apportare delle modifiche ai testi presentati dall’esecutivo.

Quando il governo pone la doppia fiducia, il parlamento ha le mani legate.

Sui provvedimenti più delicati - o che ritiene fondamentali per l’attuazione del proprio programma - però il governo può decidere di porre la fiducia in entrambi i rami del parlamento. In questo caso l’atto di fatto diventa “blindato”: gli emendamenti eventualmente presentati sono preclusi e l’unica possibilità di intervento per il parlamento si riduce al dibattito in aula sulle dichiarazioni di voto.

Questa circostanza, come emerge anche dalla tabella, è già avvenuta in tre occasioni dall’insediamento del governo Draghi. Nel caso dei due decreti sostegni e del decreto sulla governance del Pnrr. Misure che, per motivi diversi, erano particolarmente delicate e su cui il governo non poteva permettersi passi falsi.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 3 Agosto 2021)

Sotto questo punto di vista possiamo notare che, analizzando le ultime due legislature, il governo che ha fatto più ricorso al doppio voto di fiducia per blindare un provvedimento è stato quello di Matteo Renzi (22). Seguono poi i governi Conte II (15) e Gentiloni (11). Analizzando i dati relativi all'attuale esecutivo possiamo osservare che i provvedimenti di iniziativa governativa che hanno già concluso il loro iter parlamentare sono 13 (la legge di conversione al Dl 79/2021 è stata approvata definitivamente il 28 luglio ma non è ancora stata pubblicata in gazzetta ufficiale). I 3 atti approvati con doppio voto di fiducia rappresentano quindi il 23% circa di quelli presentati dal governo Draghi.

3 su 13 i provvedimenti del governo Draghi approvati con doppio voto di fiducia.

A livello quantitativo, spicca il massiccio ricorso alla doppia fiducia fatto dai governi Renzi e Conte II. C’è da dire però che questi due esecutivi non godevano di una maggioranza tanto ampia quanto quella su cui può fare affidamento l’esecutivo Draghi. L’ex governo giallorosso in particolare, come abbiamo già raccontato, si è trovato a dover gestire la prima fase dell’emergenza Covid potendo contare su una maggioranza che soprattutto al senato era molto ridotta.

Il governo Draghi e i "voti ribelli"

Nelle ultime settimane all’interno della maggioranza si sono registrate delle tensioni crescenti. Un esempio riguarda proprio gli attriti relativi alla riforma della giustizia proposta dalla ministra Marta Cartabia e che ha richiesto una lunga mediazione prima di addivenire ad un testo definitivo e condiviso da tutte le forze di governo.

Un “voto ribelle” ad una questione di fiducia ha un valore politico importante.

Ma un altro elemento che ci aiuta a capire come le difficoltà per l'esecutivo si stiano intensificando riguarda l’aumento significativo di “voti ribelli”. Di cosa si tratta? Un parlamentare è considerato ribelle quando esprime un voto diverso da quello del gruppo a cui appartiene. Il mancato appoggio ad una questione di fiducia posta dal governo è quindi un indicatore molto importante del livello di compattezza della maggioranza.

Se all’inizio tra le forze che sostengono il governo Draghi non si sono registrate defezioni sotto questo specifico aspetto, con il passare delle settimane sono iniziati i primi distinguo. Il primo caso è avvenuto nel voto sulla conversione in legge del decreto sostegni del 6 maggio scorso dove il senatore del Movimento 5 stelle Primo Di Nicola si è astenuto. Un altro voto ribelle si è registrato il 14 luglio alla camera in occasione della fiducia sulla conversione del decreto sostegni bis. In questo caso, ad astenersi è stato il deputato del Pd Luciano Pizzetti.

14 i voti ribelli di membri della maggioranza alla camera alla fiducia sul decreto legge semplificazioni e governance Pnrr.

Ma è con il voto sulla conversione del decreto semplificazioni e governance Pnrr che la questione dei voti ribelli si è fatta ancora più incalzante. In questa occasione infatti sono stati 14 gli esponenti della maggioranza a non votare a favore del provvedimento. La maggior parte dei quali appartenenti al Movimento 5 stelle.

 

I deputati ribelli alla fiducia sul decreto semplificazioni e governance Pnrr

ParlamentareGruppoVoto del parlamentareOrientamento del gruppo
Veronica GiannoneForza ItaliaContrariaFavorevole
Walter RizzettoFratelli d'ItaliaContrarioAstensione
Salvatore MicilloMovimento 5 stelleAstenutoFavorevole
Generoso MaraiaMovimento 5 stelleAstenutoFavorevole
Nicola GrimaldiMovimento 5 stelleAstenutoFavorevole
Anna Laura OrricoMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Vita MartinciglioMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Francesco BertiMovimento 5 stelleAstenutoFavorevole
Marta GrandeMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Angela RaffaMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Antonella PapiroMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Angela MasiMovimento 5 stelleContrariaFavorevole
Giovanni VianelloMovimento 5 stelleContrarioFavorevole
Lucia ScanuMovimento 5 stelleAstenutaFavorevole
Alberto ZolezziMovimento 5 stelleAstenutoFavorevole

 

C’è da dire che il tema della governance dei fondi previsti all’interno del Pnrr è stato molto dibattuto già all’epoca del governo Conte II. L’ex presidente del consiglio infatti era stato accusato di una gestione eccessivamente centralizzata delle risorse. In effetti però anche lo schema adottato dal governo Draghi è stato accusato di essere molto piramdale. Può essere questa perciò una possibile chiave di lettura per interpretare i voti ribelli.

Inoltre, come abbiamo raccontato, il Movimento 5 stelle sta attraversando una fase di crisi e molti dei suoi esponenti hanno manifestato una certa insofferenza. Tali voti ribelli potrebbero quindi essere interpretati anche come un “monito” al governo per tenere maggiormente in considerazione le istanze del M5s.

Foto credit: palazzo Chigi - licenza

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