Quanto incide la povertà tra famiglie e bambini dopo l’emergenza Covid #conibambini

Nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat, il livello medio di povertà assoluta resta stabile sui livelli raggiunti nel primo anno di pandemia. Tuttavia alcune fasce di popolazione, come i minori e le famiglie più numerose, mostrano una maggiore difficoltà.

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Negli oltre due anni passati dall’inizio della pandemia, il dibattito pubblico si è spesso concentrato su quali effetti avrebbe avuto l’emergenza sulla vita delle persone.

Un tema così importante da essere trasversale a qualsiasi ambito: economico, sanitario, sociale, ambientale, tecnologico, educativo. E, allo stesso tempo, tanto sentito da porre la questione se tali effetti sarebbero stati temporanei, essendo direttamente collegati con l’emergenza, oppure di più lungo periodo.

Uno degli aspetti su cui abbiamo posto l’attenzione in questi mesi, monitorandolo nel tempo, è la condizione economica e sociale delle famiglie e dei bambini. Le ultime stime dell’istituto di statistica indicano che la povertà assoluta in Italia nel 2021 resta stabile sui livelli raggiunti nel 2020. Allo stesso tempo, i dati preliminari mostrano segnali di maggiore sofferenza proprio tra i minori e tra i nuclei più numerosi. Una tendenza sicuramente rafforzata dall’emergenza Covid, ma che è presente nel nostro paese da lungo tempo.

La povertà in Italia nel 2021

Nel 2020, primo anno dell’emergenza Covid, il numero di poveri assoluti in Italia aveva raggiunto la cifra record di 5,6 milioni di persone. Questo dato si conferma nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat.

Una persona si trova in povertà assoluta quando vive in una famiglia che non può permettersi l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, sono considerati essenziali per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile. Il dato 2021 deriva da una stima preliminare dell’istituto di statistica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Il 2021 ha visto una ripresa dei consumi, sebbene la spesa media familiare non abbia recuperato del tutto il crollo del 2020. In questo quadro, la crescita dell'inflazione avrebbe penalizzato soprattutto le famiglie meno abbienti. Senza gli effetti di quest'ultima, l'istituto di statistica ha stimato che anche il tasso di povertà assoluta sarebbe lievemente diminuito rispetto al 2020.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 3 Marzo 2022)

Una serie di fattori che - anche in una situazione di stallo sul numero di poveri assoluti - porta al rafforzamento di 2 trend di lungo periodo della società italiana. Primo, l'allargamento progressivo del divario tra generazioni: da oltre un decennio infatti più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta. Secondo, la tendenza delle famiglie numerose e con figli a trovarsi più spesso in condizione di indigenza.

Famiglie in povertà, le 2 tendenze aggravate con la pandemia

Con l'emergenza Covid entrambi i trend sono esplosi, diventando sempre più oggetto di dibattito pubblico. A partire dal 2020, una quota vicina al 14% dei ragazzi si trova in povertà assoluta. Una tendenza confermata con l'ultima rilevazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Le prime stime sul 2021 mostrano che la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta avrebbe raggiunto il 14,2%. Quasi 3 punti al di sopra di quanto rilevato prima della pandemia, nel 2019. In termini assoluti parliamo di quasi 1,4 milioni di minori sugli oltre 9,3 milioni residenti in Italia.

1,38 milioni di bambini e ragazzi in povertà assoluta nel 2021.

Se i bambini sono la fascia d'età più vulnerabile è perché lo sono le famiglie con figli. Da questo punto di vista si conferma l'altra tendenza, per cui più una famiglia è numerosa, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Tra i due dati vi è un legame evidente: la presenza di uno o più figli nel nucleo familiare costituisce spesso un fattore di potenziale vulnerabilità. A maggior ragione, a fronte delle conseguenze economiche seguite all'emergenza Covid.

La presenza di figli minori continua ad essere un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio; infatti l’incidenza di povertà assoluta si conferma elevata (11,5%) per le famiglie con almeno un figlio minore e nel caso di famiglie formate da coppie con 3 o più figli sale al 20,0%.

Da 10 anni i minori e le loro famiglie sono la fascia più povera.

Tuttavia nessuno di questi due fenomeni è nuovo. È ormai dalla fine degli anni 2000 che la quota di bambini e ragazzi indigenti è aumentata, accrescendo i divari generazionali. Prima della grande recessione seguita alla crisi del 2008, c’era molta meno distanza tra la povertà rilevata nelle diverse fasce d’età. I più in difficoltà erano gli over-65 (4,5% in povertà assoluta), mentre nella fascia 35-64 anni erano circa il 2,7%. Il dato dei minori allora era in linea con quello delle altre classi di età. Gli effetti della crisi economica hanno allargato le distanze, penalizzando soprattutto le giovani generazioni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

La vulnerabilità dei bambini e delle loro famiglie è perciò un tema prioritario per il nostro paese. A maggior ragione per i suoi riflessi sulle tendenze della povertà a livello territoriale. Tra 2020 e 2021, ad esempio, a fronte di una sostanziale stabilità nella quota di famiglie povere in Italia (passate dal 7,7% al 7,5%), nel mezzogiorno la quota è cresciuta dal 9,4 al 10%. Ma come monitorare la vulnerabilità delle famiglie di fronte alle fasi di crisi economica, in modo da intervenire con efficacia?

Gli strumenti per valutare il rischio povertà dopo l'emergenza

Uno strumento molto utile in questo senso è l'indice di vulnerabilità sociale e materiale. Quando parliamo di vulnerabilità di un territorio, intendiamo la possibilità che una situazione di crisi economica possa comprometterne la coesione sociale. La capacità di misurare tale aspetto diventa perciò particolarmente importante in una fase come quella che stiamo vivendo.

+1,9% la crescita dei prezzi al consumo nel 2021. In base alle stime di Istat senza questo aumento la povertà assoluta sarebbe leggermente calata rispetto al 2020.

Per fare un esempio, un comune in cui vivono tante famiglie monoreddito, con tanti giovani che non studiano e non hanno lavoro e in cui una quota significativa della popolazione abita in case sovraffollate, è più esposto agli effetti sociali negativi di una congiuntura economica sfavorevole.

Di qui l'esigenza di creare un indicatore composito, che sintetizzi in un'unica misura una serie di variabili che segnalano diverse situazioni di sofferenza sociale ed economica.

Attraverso un indicatore proposto da Istat, è possibile stimare per ciascun territorio la sua vulnerabilità, a partire dalle caratteristiche di chi ci abita. Più è alto, maggiore è il rischio di disagio e vulnerabilità in quella zona. Vai a "Che cos’è la vulnerabilità sociale"

Sono tanti i fattori che possono condurre alla vulnerabilità sociale.

Sono 7 gli indicatori elementari che sono stati selezionati per produrre l'indice complessivo. Tra questi, la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico, calcolata come quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha meno di 64 anni e nessun componente è occupato o ritirato dal lavoro. Ma anche l'incidenza di famiglie numerose, quelle con almeno 6 componenti. Inoltre vengono valutati aspetti come la presenza di famiglie monogenitoriali giovani oppure composte solo da anziani, la quota di popolazione adulta (25-64 anni) senza titolo di studio, la percentuale di giovani neet e l'incidenza di persone che vivono in grave sovraffollamento. Tutti segnali di una maggiore fragilità del tessuto sociale.

Sono perciò informazioni preziose, purtroppo raccolte con questo tipo di granularità territoriale solo in occasione dei censimenti (quello generale più recente si è svolto nel 2011). Negli ultimi anni Istat ha esplorato la possibilità di un suo aggiornamento con fonti alternative a quella censuaria, anche in relazione al lavoro svolto con il censimento permanente.

7 gli indicatori elementari selezionati per la costruzione dell'indice di vulnerabilità sociale e materiale.

Questi indicatori vengono combinati insieme per produrre un indice che va da 70 a 130: più è alto il valore, maggiore il rischio di vulnerabilità sociale e materiale del territorio. Osservando i dati raccolti per il censimento generale e riclassificati sulla base dei confini del 2018, emerge come i valori maggiori si registrino soprattutto in alcune aree urbane del mezzogiorno. La mappa evidenzia come le concentrazioni più elevate dell'indice si raggiungano nello specifico in alcuni territori: nell'hinterland di Napoli, in quello di Reggio Calabria e in quello di Catania. Nelle 3 città metropolitane citate, infatti, la mediana dell'indice rilevato nei comuni supera quota 103.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Seguono, con un valore mediano superiore a 101, altre 12 province, tutte del mezzogiorno: Siracusa, Palermo, Crotone, Caserta, Salerno, Vibo Valentia, Agrigento, Enna, Cosenza, Barletta-Andria-Trani, Foggia e Catanzaro.

Per un confronto omogeneo, è interessante isolare i comuni italiani dove vivono più famiglie. In modo da capire in quali di queste città la condizione dei nuclei familiari sia esposta - potenzialmente - a una maggiore vulnerabilità in caso di crisi economica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Tra i 15 comuni con più famiglie residenti, quelli più vulnerabili si trovano nel sud, in base alle informazioni raccolte durante l'ultimo censimento generale (2011). Napoli e tre città siciliane (nell’ordine Catania, Palermo e Messina) presentano infatti l'indice di vulnerabilità sociale più elevato. Seguono Bari e Roma (indice vicino a quota 101), e poi Torino, Firenze e Genova (tra 99 e 100). Minore vulnerabilità sociale e materiale nelle città di Trieste e Venezia (dove l'indice non raggiunge la soglia di 98).

Nuovi dati per monitorare una situazione in evoluzione.

In questo senso è importante ribadire come molte delle informazioni più sensibili per monitorare la condizione sociale dei territori siano spesso aggiornate all'ultimo censimento generale. Raccogliere informazioni così disaggregate richiede un tipo di impegno che in passato si concentrava solo in occasione dei censimenti, ogni 10 anni. In questo senso, va letto positivamente il tentativo di Istat, negli scorsi anni, di aggiornare i dati del censimento attraverso fonti alternative a quella censuaria, in attesa di quelli provenienti dal censimento permanente. In prospettiva - anche alla luce della situazione che stiamo vivendo - disporre di dati sempre più aggiornati sarà sempre più importante. Perciò è decisivo accelerare su questo percorso.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sull'indice di vulnerabilità sociale e materiale è Istat, che ha elaborato l'indicatore con le informazioni del censimento 2011. Queste sono state riclassificate dall'istituto di statistica ai confini comunali 2018.

Foto: Pexels (Pixabay) - Licenza

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