Siracusa Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/siracusa/ Thu, 06 Mar 2025 10:12:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Il legame tra offerta di nidi e occupazione femminile https://www.openpolis.it/il-legame-tra-offerta-di-nidi-e-occupazione-femminile/ Tue, 04 Mar 2025 09:16:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=298674 In Italia spesso è sulle donne che - per stereotipi di genere consolidati - ricade il compito di dedicarsi ai figli. Anche per questo l'occupazione femminile è più bassa. Investire su asili nido e scuole dell’infanzia può contribuire a invertire la tendenza.

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Il potenziamento dell’offerta di posti negli asili nido e nelle scuole dell’infanzia è un obiettivo molto importante per gli evidenti benefici su bambini e bambine, sia in termini di capacità di apprendimento che di crescita personale e sviluppo sociale. Ma un altro elemento rilevante è rappresentato dal fatto che la presenza dei nidi può facilitare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Queste strutture infatti sono anche uno strumento importante a supporto delle famiglie per conciliare meglio i ritmi vita-lavoro.

Al contrario, dove questo servizio non è presente, nella maggior parte dei casi sono le donne – per stereotipi di genere radicati – a lasciare l’impiego per farsi carico del lavoro di cura familiare.

1 su 5 le donne che fuoriescono dal mercato del lavoro a seguito della maternità (dossier camera).

Purtroppo l’Italia è uno dei paesi europei in cui questa dinamica è più marcata. In base ai dati Eurostat infatti il nostro paese si caratterizza per un divario molto ampio tra i genitori che lavorano. Per riavvicinare il tasso di occupazione femminile alla media europea, e ridurre i divari all’interno del paese, è quindi essenziale l’estensione dei servizi per la prima infanzia e la loro accessibilità in termini economici. Un legame individuato anche a livello continentale, e su cui da anni investono anche le politiche Ue.

Increasing participation in formal early childhood education and care (ECEC) could significantly improve the labour market activity of mothers in low-income households. Yet, accessible, affordable, and high-quality ECEC remains limited in a number of Member States.

Purtroppo a questo tema non sempre viene riservata l’attenzione che meriterebbe. E questo crea un circolo vizioso, soprattutto nei territori dove le donne lavorano di meno. Il rischio è che proprio in queste aree l’esigenza di servizi per la prima infanzia venga considerata secondaria, quando invece rappresenta la premessa per invertire tale tendenza. Per questa ragione un cambio di prospettiva è necessario.

Il livello di occupazione delle madri in Europa e in Italia

Incrementare la presenza delle donne nel mondo del lavoro era uno degli obiettivi individuati nel 2002 a Barcellona per quanto riguarda gli asili nido e le scuole dell’infanzia. In quel contesto si stabilirono soglie europee per definire il livello minimo di presenza di questi servizi sul territorio.

Gli stati membri devono impegnarsi a offrire un servizio educativo ad almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni (asili nido) e ad almeno il 90% di quelli nell’età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (scuole dell’infanzia).
Vai a “Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido”

Tali soglie sono poi state riviste tra il 2021 e il 2022. Rispetto agli asili nido, segmento essenziale perché riguarda i primi mesi di vita del bambino, è stato indicato un incremento tendenziale dal 33% al 45%. L’incremento è commisurato alla situazione di partenza ciascun paese: quelli che sono al di sotto del 20% dovrebbero incrementare il proprio indicatore di almeno il 90% mentre quelli che si trovano tra il 20% e il 33% dovrebbero riportare un miglioramento di almeno il 45% o raggiungere un tasso pari al 45%. L’Italia si trova all’interno di quest’ultimo gruppo, avendo riportato una percentuale pari al 30% nel 2022.

Nonostante i risultati raggiunti finora, purtroppo la situazione nel nostro paese per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile rimane complessa. Da questo punto di vista un primo elemento da tenere presente è che non esistono in Europa stati in cui la percentuale di donne con figli occupate è superiore a quella degli uomini. Considerando la media Ue possiamo osservare che il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 49 anni con figli di meno di 6 è pari al 67,8% mentre quello dei coetanei uomini è del 91,5%. L’Italia riporta una delle percentuali più basse per quanto riguarda il tasso di occupazione delle madri nel confronto con gli altri paesi europei.

55,3% il tasso di occupazione femminile in Italia nel 2023 considerando le donne di età compresa tra i 20 e i 49 anni con figli di meno di 6 anni.

Solo Grecia (54,8%), Romania (50,3%) e Repubblica Ceca (44,5%) riportano percentuali più basse. Il nostro paese si piazza poi sul podio tra gli stati Ue per divario più marcato tra uomini e donne occupati con figli. Il dato italiano infatti nel 2023 era di 35,4 punti percentuali di differenza. Solo Repubblica Ceca (51,3) e Grecia (37,1) riportavano un divario più ampio.

Il grafico mostra il tasso di occupazione maschile, femminile e medio delle persone di età compresa tra i 20 e i 49 che hanno almeno un figlio con meno di 6 anni nei diversi paesi dell’Unione europea. Per Francia e Spagna la definizione del campione è diversa dalle altre. Per maggiori informazioni si vedano i metadati.

FONTE: elaborazione elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 12 Dicembre 2024)

Il divario nel tasso di occupazione maschile e femminile tra chi ha figli è aumentato.

Altro elemento importante da rimarcare è che nella stragrande maggioranza dei paesi europei il divario tra tasso di occupazione maschile e femminile è diminuito tra il 2014 e il 2023. Sono solo 7 i paesi in cui invece la differenza si è acuita, tra questi anche l’Italia per l’aumento relativamente superiore dei tassi di occupazione dei padri rispetto a quello delle madri. In questo periodo infatti il divario si è ulteriormente allargato di 3,3 punti percentuali. Romania (+10,3 punti percentuali), Grecia (+4,6) e Spagna (+3,4) sono gli unici paesi europei in cui tale tendenza risulta essere ancora più marcata rispetto all’Italia.

Offerta di nidi e occupazione femminile, un legame evidente

I dati indicano chiaramente come alla nascita di un figlio sia soprattutto l’occupazione femminile a calare. In questa dinamica, è interessante osservare il ruolo degli asili nido e in generale dei servizi rivolti alla prima infanzia.

Si può notare che i comuni con la maggiore parità di genere in termini di occupazione sono anche quelli con un’offerta di asili nido e servizi più capillare. Al contrario, nei comuni dove il tasso di occupazione maschile è doppio o anche più che doppio rispetto a quello femminile, la presenza di nidi risulta molto meno diffusa.

Tutti i comuni italiani sono stati suddivisi in fasce in base al rapporto tra occupazione maschile e occupazione femminile. Per ciascuna fascia è stata calcolata l’offerta di asili nido e servizi per la prima infanzia rispetto ai residenti 0-2 anni in quei territori.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Gennaio 2022)

Tendenzialmente quindi l’occupazione femminile va di pari passo con l’offerta di servizi per la prima infanzia e viceversa. Una relazione che probabilmente va letta in entrambe le direzioni. Se più donne lavorano, ci sarà una maggiore pressione per aumentare ulteriormente l’offerta. Allo stesso tempo una maggiore disponibilità di servizi costituirà un supporto all’occupazione soprattutto femminile.

Più donne lavorano e maggiore sarà la richiesta di posti in asilo nido. Più posti ci sono e più donne avranno l’opportunità di lavorare.

Così nei comuni dove il tasso di occupazione di donne e uomini è più paritario, l’offerta di nidi e servizi prima infanzia raggiunge i 40 posti ogni 100 bambini. Dieci punti al di sopra della media nazionale (30%). Nei territori dove il rapporto tra tasso di occupazione maschile è tra 1,2 e 1,5 volte superiore rispetto a quello femminile, l’offerta scende al 26%. Dove gli uomini lavorano tra 1,5 e 2 volte più delle donne, i posti nido calano a 12 ogni 100 bambini. Addirittura a 7 posti ogni 100 minori dove il tasso di occupazione maschile è doppio o più che doppio di quello femminile.

Una relazione da leggere nei due sensi, ma che deve porre l’attenzione rispetto alla necessità di potenziare l’offerta di questi servizi sull’intero territorio nazionale.

Occupazione femminile e offerta di nidi, comune per comune

Scendere a un livello territoriale più fine, comune per comune, aiuta a comprendere meglio la situazione attuale e le potenzialità di intervento su questo tema. In base ai dati del 2022, in entrambi gli ambiti considerati, i divari tra centro-nord e mezzogiorno appaiono molto netti, anche a livello comunale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Gennaio 2022)

Prendendo i capoluoghi, ad esempio, emerge come la situazione sia fortemente differenziata. Sono tutte dell’Italia centrosettentrionale le 10 città con più occupazione femminile: Belluno, Siena, Bolzano, Trento, Lodi, Prato, Cuneo, Modena, Lecco e Milano. In questi comuni, l’occupazione femminile oscilla tra il 75,7% del capoluogo lombardo e l’81,9% di Belluno. Analogamente, in tutte queste città l’offerta di servizi per la prima infanzia supera la media nazionale (30 posti ogni 100 bambini). Dai quasi 60 posti di Siena ai 35,1 di Cuneo.

Al contrario, sono tutte nel mezzogiorno le città italiane con l’occupazione femminile più bassa: Catania, Napoli, Palermo, Trapani, Andria, Taranto, Messina, Crotone, Siracusa e Trani. Comuni dove la percentuale di donne che lavora varia dal 42,1% di Catania al 47,4% di Trani e Siracusa. In parallelo, anche in termini di servizi per la prima infanzia l’offerta di posti è sistematicamente inferiore alla media nazionale. Si attesta appena a 8 posti ogni 100 bambini a Catania, e in nessuna di queste – con l’eccezione di Siracusa (27,4%) – raggiunge i 20 posti ogni 100 bambini.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sulla disponibilità di posti in asilo nido e sul tasso di occupazione maschile e femminile a livello comunale è Istat.

Foto credit: freepik – Licenza

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Le competenze inadeguate alimentano il fenomeno dei neet https://www.openpolis.it/le-competenze-inadeguate-alimentano-il-fenomeno-dei-neet/ Tue, 11 Jul 2023 06:58:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=240471 Anche dopo la pandemia, l'Italia resta uno dei paesi Ue con più giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione. Un fenomeno che spesso trova origine in basse competenze e apprendimenti da parte di ragazze e ragazzi.

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Per ogni paese le competenze e la vitalità dei giovani sono con tutta probabilità la risorsa più importante. Non solo per le energie di cui ragazze e ragazzi sono naturalmente portatori, ma anche per il punto di vista nuovo che sono in grado di offrire nelle attività di tutti i giorni, nello studio e nel lavoro.

I neet sono un vero e proprio spreco di potenziale.

Perciò il fenomeno dei neet, giovani che non studiano, non lavorano e non sono in formazione – oltre ad essere una condizione spesso vissuta con disagio da chi la attraversa – rappresenta anche un enorme spreco di potenziale. Ciò è particolarmente vero per un paese come l’Italia, dove la popolazione invecchia e i giovani diminuiscono. Una tendenza che purtroppo si prevede destinata a consolidarsi nei prossimi anni. Se oggi i residenti con meno di 18 anni sono più di 9 milioni, nel 2050 è possibile che scendano a 7,6 milioni.

-18% i residenti con meno di 18 anni tra 2021 e 2050, in uno scenario di previsione mediano.

Il contrasto al fenomeno dei neet assume quindi un duplice valore. In primo luogo, permette di ridurre la marginalità e l’esclusione sociale, attraverso l’investimento sulla crescita educativa e personale di chi vi è coinvolto. Come conseguenza, consente di valorizzare il contributo e le competenze delle nuove generazioni nello sviluppo del paese.

Le politiche di contrasto al fenomeno dei neet dopo il Covid

Tali necessità non sono più rinviabili nel periodo post-pandemico: il ruolo crescente delle tecnologie rende l’investimento sulle competenze improrogabile. I dati aggiornati al 2022 inoltre mostrano che l’Italia rimane, anche dopo la pandemia, tra i paesi con più giovani in condizione di neet.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 26 Aprile 2023)



A livello europeo e nazionale si possono citare diverse misure per aumentare le competenze, così da contrastare il fenomeno dei neet. Tra queste, la risoluzione del consiglio dell’Ue su un quadro strategico di cooperazione nell’istruzione e nella formazione per gli anni 2021-30, che ha aggiornato gli obiettivi di accesso all’educazione e all’apprendimento.

Vi sono inoltre le risorse stanziate per lo sviluppo delle competenze e la riqualificazione, nell’ambito del Fondo sociale europeo plus (99 miliardi tra 2021 e 2027), quelle per i dispositivi di ripresa e resilienza destinate agli stati membri, nonché i programmi Europa digitale, Orizzonte Europa ed Erasmus+.

Nel nostro paese, come approfondiremo, le politiche di contrasto al fenomeno dei neet sono state individuate all’interno di uno specifico piano nazionale. Questo è finalizzato all’individuazione, al coinvolgimento e all’attivazione dei giovani in questa condizione.

Il 2023 è l’anno europeo delle competenze.

Oltre agli obiettivi europei e alle misure nazionali va citata la scelta di individuare l’anno in corso, il 2023, come anno europeo delle competenze. Un modo per enfatizzare l’importanza delle conoscenze e delle competenze nel mondo che cambia: bassi livelli di apprendimento e abbandono scolastico sono infatti correlati con il rischio di finire nella condizione di neet.

Quanto incide il fenomeno dei neet in Italia

Da questo punto di vista emerge come vi siano due Italie: una allineata alla media Ue, l’altra molto distante. Un divario che spesso è riconducibile alla faglia tra centro-nord e mezzogiorno.

Nel 2021 si è trovato nella condizione di neet il 13,1% dei giovani europei tra 15 e 29 anni. Una percentuale che nel nostro paese in quell’anno era superiore di circa 10 punti (23,1%). A fronte di queste medie, alcuni territori si segnalano per la bassa incidenza di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. Mentre altri, specialmente nel sud continentale e delle isole, hanno superato ampiamente queste medie.

9 le province dove oltre il 35% dei giovani è neet. Si trovano tutte nel mezzogiorno.

In provincia di Caltanissetta è neet il 46,3% dei giovani di età compresa tra 15 e 29 anni. Seguono i territori di Taranto, Catania, Napoli, Messina, Palermo, Siracusa, Foggia e Catanzaro, con quote che superano il 35%.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (Bes dei territori)
(ultimo aggiornamento: lunedì 3 Ottobre 2022)



Dietro questi divari territoriali vi è anche la diversa incidenza di disuguaglianze sociali, messa a fuoco anche dal piano nazionale sui neet.

Pur essendo molteplici i fattori che possono determinare la permanenza dei giovani nella condizione di Neet, quelli che, generalmente, vengono indicati come i principali fattori di rischio sono: − avere un livello basso di rendimento scolastico; − vivere in una famiglia con basso reddito; − provenire da una famiglia in cui un genitore ha sperimentato periodi di disoccupazione; − crescere con un solo genitore; − essere nato in un Paese fuori dell’UE; − vivere in una zona rurale; − avere una disabilità.

24% il tasso di abbandono tra i figli dei non diplomati. La quota si riduce al
5,5% tra i figli di genitori con il diploma e all’1,9% tra i figli dei laureati.

Un aspetto da non sottovalutare è l’impatto delle competenze inadeguate sulla condizione di ragazze e ragazzi. Le province con più neet tendono a coincidere con quelle dove gli apprendimenti sono più bassi, come testimoniato dalle prove Invalsi di competenza in italiano. I 15 territori con più studenti che in terza media hanno conseguito competenze inadeguate nel 2021, in 10 casi sono anche ai primi posti per quota di neet.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat e Invalsi
(ultimo aggiornamento: lunedì 3 Ottobre 2022)



Per approfondire anche a livello locale questa relazione, è interessante focalizzarsi sulle 10 province con più giovani neet nel 2021. Si tratta, nell’ordine, di Caltanissetta (46,3% nel 2021), Taranto (38,3%), Catania (38,1%), Napoli (37,4%), Messina (37,3%), Palermo (36,8%), Siracusa (36,5%), Foggia (35,8%), Catanzaro (35,6%) e Agrigento (34,7%).

Nel territorio nisseno, ad esempio, sono 4 i comuni per cui è disponibile il risultato Invalsi. In tutti la quota di ragazzi di III media che si attestavano nei livelli 1 e 2 in italiano è stata superiore al 40%. Tuttavia, mentre 2 si sono collocati poco sopra tale soglia (40,6% a Mussomeli, 43,4% nel capoluogo), negli altri 2 comuni la percentuale è risultata molto più elevata: Gela (58%) e Niscemi (64,1%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: mercoledì 28 Settembre 2022)



Esempi analoghi possono essere fatti anche per le altre realtà locali individuate, e non solo. Come si osserva dalla mappa, anche in territori del centro-nord dove il fenomeno dei neet è mediamente meno diffuso, vi sono comuni dove la quota di studenti con bassi livelli di apprendimento appare molto elevata. Un esempio di come l’intervento sugli apprendimenti vada considerato strategico per prevenire il fenomeno.

L’importanza di attuare il piano nazionale sui neet

Investire sulla qualità degli apprendimenti e sulle competenze è la principale strategia per ridurre l’incidenza dei neet sul medio e lungo termine. Nell’immediato è comunque cruciale anche intervenire a supporto di chi si trova in questa condizione.

Da questo punto di vista, il piano nazionale sui neet identifica due criticità principali. La prima consiste proprio nell’emersione del fenomeno. Non è semplice infatti intercettare i molti giovani disposti a lavorare ma che non sono attivamente alla ricerca di un’occupazione, e che quindi restano al di fuori dei tradizionali circuiti formativi e di avviamento al lavoro. Specialmente se provengono da situazioni di svantaggio.

L’altra, specifica del nostro paese, è la frammentazione dei servizi e l’incapacità di offrire una risposta unitaria.

(…) l’eccesso di segmentazione e differenziazione di servizi rivolti ai giovani (sportelli, servizi informativi, formativi, di orientamento, di consulenza, di collocamento etc.) unita alla frammentazione su diversi livelli di governo (comunale, provinciale, regionale, nazionale, europeo), produce un effetto di disorientamento, oltre che una dispersione di energie e risorse pubbliche.

La sfida del piano è proprio coordinare l’insieme di soggetti e servizi che si occupano a vario titolo della questione, attraverso percorsi di co-progettazione tra il dipartimento per le politiche giovanili, i comuni (attraverso Anci), le organizzazioni attive e i loro partner istituzionali (comuni e altri enti pubblici).

Dare attuazione a questo approccio, senza ridurre l’attenzione rivolta dal piano alla mappatura dei neet e delle migliori pratiche, è la premessa per intervenire in modo efficace su un fenomeno che troppo spesso resta sommerso.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi agli apprendimenti sono di fonte Invalsi.

Foto: Allison Shelley per EDUimagesLicenza

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Il supporto dei servizi per l’infanzia all’occupazione femminile https://www.openpolis.it/il-supporto-dei-servizi-per-linfanzia-alloccupazione-femminile/ Tue, 07 Mar 2023 07:58:15 +0000 https://www.openpolis.it/?p=224874 L'Italia è uno dei paesi dove meno donne con figli lavorano. L'occupazione femminile è più bassa nei territori con carenze di servizi per l'infanzia.

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L’Italia è uno degli stati Ue più in ritardo nella partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Soprattutto dopo la nascita di un figlio, il tasso di occupazione femminile – già basso – cala. Così nella maggior parte dei paesi dell’Unione le donne con 3 figli lavorano più di quelle italiane con un unico bambino.

55,5% donne italiane tra 20 e 49 anni con un figlio occupate nel 2021. In Slovenia, Portogallo, Danimarca e Svezia la quota con 3 figli è attorno all’80%.

All’origine di questo tipo di divari vi sono diversi fattori: da quelli sociali e culturali alle politiche familiari e di genere adottate in ciascuno stato. Un aspetto di primo piano nella promozione dell’occupazione femminile è costituito dall’accessibilità dei servizi per l’infanzia e lo sviluppo della rete educativa tra 0 e 6 anni.

Oltre a rappresentare il primo tassello delle politiche di contrasto alla povertà educativa, l’estensione di asili nido e scuole per l’infanzia è un supporto anche alla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Le attività di cura nel nucleo familiare, per stereotipi di genere, ricadono spesso sulle donne. Limitandone così le potenzialità e le possibilità di inclusione nella società attiva.

27,9% donne inattive in Ue per cui il motivo principale è la necessità di accudire bambini o adulti bisognosi di assistenza (8% tra gli uomini).

Anche per questo motivo l’approvazione, alla fine dello scorso novembre, dei nuovi obiettivi sull’estensione dei servizi educativi per l’infanzia riguarda il nostro paese così direttamente.


Dal 2002 l’Ue promuove la diffusione di nidi, servizi e scuole per l’infanzia, da offrire ad almeno il 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% di quelli tra 3 e 5 anni. Dall’anno scorso sono stati innalzati rispettivamente al 45 e al 96% in vista del 2030.


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“Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido”

Approfondiamo meglio la posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi Ue nell’occupazione femminile, oggi segnata da profondi divari interni. Gap che molto spesso coincidono con quelli nell’offerta di servizi.

Come varia l’occupazione tra le donne che hanno figli

In Europa, in media, circa il 71% delle donne tra 20 e 49 anni sono occupate. Una quota inferiore rispetto agli uomini della stessa età (80,5%), ma che non varia in modo così sensibile tra chi ha figli e chi no.

Lavora infatti il 71,9% delle donne senza figli, il 70,9% di quelle con un figlio, il 72,6% in presenza di due figli. Il calo drastico si ha in presenza di 3 o più figli, dove il tasso di occupazione scende al 57,5%.

L’Italia si attesta su livelli più bassi di 15-18 punti rispetto alla media Ue. Lavora il 56,3% delle donne senza figli, quota che scende al 55% circa con uno o due figli e crolla al 40,2% con 3 figli.

Nel confronto europeo emerge come le donne italiane con un figlio risultino occupate molto meno spesso di quelle con 3 figli in altri paesi. Ad esempio la Slovenia (dove lavora l’82,8% delle madri con 3 figli tra 20 e 49 anni), il Portogallo (80,4%), la Danimarca (79,1%), la Svezia (79%). Sono 22 su 27 i paesi in cui le donne con 3 figli hanno tassi di occupazione superiori a quelle italiane con un solo bambino.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: martedì 27 Settembre 2022)



I divari interni sull’occupazione femminile

Il ritardo del nostro paese nel confronto europeo è l’esito di profondi divari interni. Nel 2021 i giovani tra 25 e 34 anni lavorano nel 62,6% dei casi, quota che scende al 54% tra le donne. Mentre nell’Italia settentrionale questa percentuale si avvicina al 68%, nel mezzogiorno crolla al 34,9%.

2 volte il tasso di occupazione femminile nel nord rispetto al mezzogiorno.

Nella fascia tra 35 e 44 anni il tasso occupazione femminile è del 62,4%: oltre 10 punti in meno della media (72,9%). Anche in questo caso con ampie distanze tra nord (74,5% di donne occupate) e mezzogiorno (42,1%).

La strategia per ridurre i divari interni, riavvicinando l’Italia agli standard europei, passa anche dall’estensione dei servizi per la prima infanzia. Un aspetto sottolineato anche dalla recente raccomandazione europea sul tema.

La disponibilità di servizi di assistenza a costi sostenibili e di alta qualità incide in modo altamente positivo sulla situazione occupazionale dei prestatori di assistenza, in particolare delle donne.

Sono generalmente i territori con meno servizi per l’infanzia ad avere una minore occupazione femminile, e viceversa. La relazione va letta nei due sensi, in un circolo vizioso che si autoalimenta.

Nei territori in cui poche donne lavorano, la percezione della necessità di servizi è spesso inferiore; allo stesso tempo, in mancanza di nidi, la possibilità per le donne con figli di lavorare viene di fatto fortemente limitata. Creando un disincentivo evidente all’occupazione femminile.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 14 Luglio 2022)



Nel 2021, l’età media delle partorienti è stata superiore ai 30 anni, tanto per le cittadine straniere quanto per le donne italiane (33,1 anni). Nella fascia tra 35 e 44 anni, così come in quella delle 25-34enni, i territori con maggiore occupazione femminile sono anche quelli con i servizi per l’infanzia più sviluppati.

Sono 20 le province in cui oltre il 75% delle donne 35-44 anni lavorano: tutte – tranne una – superano l’offerta media nazionale di nidi (27,2%), attestandosi spesso nelle prime posizioni in Italia per ampiezza del servizio. Tra queste, Ravenna, Bologna, Perugia, Trieste, Firenze, Reggio nell’Emilia e Aosta. In tutti territori appena citati, un’occupazione femminile vicina o superiore all’80% si associa a un’offerta superiore ai 40 posti ogni 100 bambini. Addirittura quasi 50 a Ravenna (48,6%) e Bologna (46,5%).

L’unica eccezione è rappresentata da Belluno: tasso di occupazione femminile all’82,7% e 25,4 posti ogni 100 bambini. Meno della media nazionale, sebbene non troppo distante.

Al contrario, dove i servizi scarseggiano anche l’occupazione femminile è molto più bassa.

L’offerta educativa nei territori con minore occupazione femminile

Sono 12 le province dove meno del 40% delle donne tra 35 e 44 anni sono occupate. Nessuna raggiunge i 20 posti nido ogni 100 bambini presenti.

Parliamo dei territori di Palermo, Vibo Valentia, Barletta-Andria-Trani, Siracusa, Catania, Cosenza, Agrigento, Enna, Caserta, Messina, Caltanissetta e Napoli. L’offerta più ampia tra questi si riscontra nella città metropolitana di Messina (18,9 posti ogni 100 bambini). Tuttavia il capoluogo si attesta su un dato inferiore (8,1% nel 2020) e la quota di comuni dell’ex provincia che offrono il servizio è pari al 34,3% del totale. Più di quanto rilevato nel 2013 (27,8% di comuni attrezzati), ma meno dell’attuale media nazionale (59,3%) e del mezzogiorno (46%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 14 Luglio 2022)



Gli altri territori a bassa occupazione femminile presentano un’offerta di gran lunga inferiore rispetto a quella messinese. In particolare le province di Cosenza
Caserta e Caltanissetta, tutte con 8,9 posti ogni 100 residenti sotto i 3 anni. Molto lontani dalla vecchia soglia del 33% fissata in sede Ue, per non parlare della nuova del 45%.

Gli stessi capoluoghi delle 3 province citate si attestano tra l’11,1% di Cosenza e il 15,5% di Caltanissetta. In termini di diffusione sul territorio, offrono servizi per la prima infanzia 45,2% dei comuni casertani, il 30% di quelli cosentini e il 18,2% di quelli nisseni. Cifre che fanno il paio con quelle sulle poche donne che lavorano in queste aree.

Una relazione da non dare per scontata

Certamente la relazione va letta in entrambe le direzioni, ovvero i territori con minore occupazione potenzialmente esprimono una minore domanda di servizi. Ma ridurre tutto a quest’unica dimensione sarebbe parziale, e i dati sembrano suggerire che tale interpretazione vada data sempre meno per scontata.

Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, nelle regioni del mezzogiorno, dove gli asili nido sono molto meno diffusi, è molto più alta anche la quota di anticipatari alla scuola dell’infanzia. Ciò significa che una domanda latente del servizio esiste.

Perché se è proprio nei territori con pochi asili nido che gli anticipi sono più frequenti vuol dire che è la scuola dell’infanzia a farsi carico di una domanda che già oggi esiste, pur non essendo intercettata dall’offerta di nidi, ancora inadeguata in molte aree del paese.

Serve un’offerta che la sostenga, in modo da ridurre i divari, tanto di genere quanto educativi.

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Foto: Israel Andrade (unsplash)Licenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Sicilia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-sicilia/ Tue, 13 Dec 2022 04:14:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=215471 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Sicilia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Sicilia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Sicilia nel 2020 sono 14.640 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 117mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 12,5%, al di sotto della soglia del 33% fissata in sede Ue e meno della metà rispetto alla media nazionale (27,2%).

Tutte le province registrano percentuali inferiori al 20%. Quella con la maggiore copertura potenziale è Messina con 18,9 posti ogni 100 bambini. Seguono Agrigento (15,5) ed Enna (15,2). Con valori inferiori a 10 posti ogni residente 0-2 anni, troviamo invece Ragusa (9,9) e Caltanissetta (8,9).

Tra i capoluoghi, l’unico che si avvicina alla media nazionale è Enna, con 26,4 posti ogni 100 bambini. Si trovano poi Siracusa (19,4) e Agrigento (17,6). Palermo si attesta all’11,9%. Al di sotto del 10% si trovano Messina (8,1) e Catania (7,5).

Al netto dei capoluoghi, tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, Barcellona Pozzo di Gotto nella città metropolitana di Messina supera la soglia Ue, con il 40,7% di copertura potenziale. Tra i comuni con i valori più alti, spicca Alcamo in provincia di Trapani con il 22,6%.

Complessivamente, in Sicilia il 45,1% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, a fronte di una media nazionale del 59,3%. La diffusione maggiore nei territori di Ragusa (91,7%) e Trapani (62,5%). A poca distanza dalla media nazionale troviamo Siracusa (57,1%), Catania (53,4%) e Palermo (52,4%). Al di sotto del valore regionale si segnalano Agrigento (37,2%) ed Enna (35%). I valori inferiori si registrano invece a Messina (34,3%) e a Caltanissetta (18,2%).

I dati qui presentati fanno riferimento agli esiti delle graduatorie pubblicate ad agosto dal ministero dell’istruzione. Comprendono le informazioni presenti negli allegati relativi agli interventi per asili nido e poli dell’infanzia (all. 1, 2 e 4). L’efficacia di tali graduatorie è subordinata alla registrazione degli organi di controllo e non si possono considerare ancora definitive. Va infatti tenuto presente che prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità dei progetti. Per alcuni importi è prevista una successiva rimodulazione; altri presentano l’indicazione “riserva” sulla graduatoria. Il dato sull’offerta attuale misura, in relazione alla popolazione residente tra 0 e 2 anni, quella prevista nel 2020 da asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Sicilia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 169,7 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 7% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la città metropolitana di Catania (36,3 milioni di euro), seguita da quelle di Palermo (33,5 milioni di euro) e Messina (20,6 milioni di euro).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 141 progetti. Di questi, 58 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 83 come riserva. Per 4 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è una nuova costruzione per il comune di Valverde, nella città metropolitana di Catania. Un intervento ammesso con riserva che nelle graduatorie pubblicate ad agosto aveva un importo di circa 4 milioni di euro. Seguono, con oltre 3 milioni di euro ciascuna, una nuova edificazione nel comune di Bagheria nella città metropolitana di Palermo e un’altra fabbricazione ex novo a Vittoria (Ragusa).

L’ente con più risorse previste nelle prime graduatorie pubblicate è il comune di Palermo, con 12,1 milioni di euro per 14 progetti in graduatoria, seguito da quelli di Carini (7,6 milioni di euro per 3 interventi) e Salemi (4,9 milioni di euro per 4 progetti).

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 14 previste in Sicilia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 3.658 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 1.874 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 51,23% degli edifici scolastici in Sicilia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, meno della media nazionale (57,5%). Una quota che varia tra i diversi territori: mentre a Caltanissetta la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge il 65,56%, a Trapani si attesta al 16,99%.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spicca Palermo dove il 64,74% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico, mentre a Trapani si fermano al 3,17%.

I punti sulla mappa localizzano gli interventi finanziati nell’ambito del bando nuove scuole del Pnrr. La dimensione cresce in funzione dell’importo previsto. Il colore dei comuni varia in base alla quota di edifici scolastici che in quel territorio dispongono di accorgimenti per la riduzione dei consumi energetici (più intenso il colore, maggiore la quota di edifici per cui è dichiarata la presenza di accorgimenti).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 14 le aree individuate per la Sicilia, per un totale di 26.178,56 mq e un importo complessivo richiesto di circa 59,6 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Il 71,43% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano la scuola dell’infanzia – primaria – secondaria di I grado – A. Mendola (comune di Favara) con un importo richiesto di 10,1 milioni di euro circa. Si tratta di un intervento su edifici di 4.210 mq, attualmente in classe energetica G, per cui è prevista la demolizione con ricostruzione sul posto. Tra gli altri interventi di rilievo si possono citare un altro intervento analogo sulla scuola dell’infanzia e primaria – Don Antonino La Mela (comune di Adrano) con un progetto su 4.483,36 mq per cui sono stati richiesti 8,9 milioni di euro.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Sicilia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 21,2%. Un dato superiore alla media nazionale e a 12 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030. Tra le regioni italiane, la Sicilia è quella che registra il valore più alto.

Dati che sono l’esito di forti divari educativi negli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 48,7% degli studenti siciliani in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa. Nella città metropolitana di Palermo sono stati 53,67%. Mentre a Messina sono risultati inadeguati i test del 46,37% degli studenti.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, in Sicilia, sono destinate a 373 istituti, per un totale di circa 74,4 milioni di euro. Si tratta del 14,88% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Palermo, con 44 istituti finanziati.

L’istituto più finanziato è l’istituto Pietro Piazza, nel territorio di Palermo, cui sono destinati 499.685,96 euro. Seguono l’istituto Florio a Erice, in provincia di Trapani, con 387.232,39 euro e l’istituto Medi di Palermo con 386.630,90 euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Sicilia

Nuove scuole Sicilia

Piano dispersione (I tranche) Sicilia

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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L’accesso all’istruzione terziaria nelle aree interne https://www.openpolis.it/laccesso-allistruzione-terziaria-nelle-aree-interne/ Tue, 25 Oct 2022 07:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=196619 Dalla presenza di asili nido alla qualità dell'offerta scolastica, è ampio il divario educativo che affligge le aree interne del paese. Un gap che emerge anche nei livelli successivi di istruzione, come quella universitaria.

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Nelle aree interne, i territori più distanti dalle città e dai servizi, l’accesso all’educazione è spesso più difficoltoso, dai primi anni di vita del bambino a tutto il percorso di studi successivo. Un dato che, soprattutto in alcune zone del paese, sembra confermarsi anche nell’istruzione terziaria e universitaria.

Il divario educativo nelle aree interne

Le disparità nell’accesso all’istruzione per i territori meno centrali cominciano alla nascita del bambino. In queste aree del paese è infatti minore la diffusione di asili nido. Mentre nei comuni polo l’offerta di servizi prima infanzia raggiunge i 33 posti ogni 100 bambini, in quelli periferici e ultraperiferici la quota mediamente non arriva al 20%.

Proseguendo nel percorso di studi, le difficoltà per gli alunni nelle aree interne non vengono meno. Accanto alla questione cruciale dei trasporti, con la difficoltà per gli studenti di raggiungere le scuole vicine, è la stessa offerta scolastica di questi territori a essere solitamente più carente.

Le aree interne sono i comuni italiani più periferici, in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità). Per definire quali ricadono nelle aree interne, per prima cosa vengono definiti i comuni “polo”. Per approfondire, vai al glossario dedicato.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Agenzia per la coesione territoriale
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Febbraio 2022)

Pesano fattori come l'elevata mobilità dei docenti, oltre alla presenza classi sottodimensionate e che in alcuni casi comprendono alunni di età diverse. Con la conseguenza che - generalmente - anche il livello degli apprendimenti è più basso in questi territori.

189,38 il punteggio mediano nei test in italiano in terza media nei comuni periferici. Oltre 10 punti in meno rispetto a quello dei poli (200,67 nell'a.s. 2020/21).

Si tratta di divari che non vanno sottovalutati perché finiscono con il rafforzare l'esclusione di ampie parti del paese già periferiche, geograficamente e socialmente. Allontanandole ulteriormente dalle aree urbane, in cui il livello di istruzione è più elevato.

In un mondo in cui la condizione delle persone - e quella dei territori - dipende sempre di più dal capitale educativo di cui dispongono, l'accesso all'istruzione nelle aree interne è un fattore chiave per una loro rinnovata centralità.

L'accesso all'istruzione terziaria nelle aree e interne

Un primo elemento da valutare è quindi quante ragazze e ragazzi che vivono nelle aree interne hanno accesso all'università.

Si tratta di un'informazione molto difficile da ricostruire con i dati disponibili. Tuttavia, possiamo mettere in relazione - per ciascuna provincia - la quota di giovani che vivono nei territori più periferici con quella dei neodiplomati che si iscrivono all'università. Sono 12 le province in cui oltre il 60% dei 18enni vive in un comune di area interna. Si tratta di Isernia, Matera, Nuoro, Enna, Potenza, Caltanissetta, Catania, Bolzano, Agrigento, Chieti, Siracusa e Sondrio.

Il diagramma confronta, per ogni provincia, la quota di 18enni che vivono in aree interne (2020) con la percentuale di neodiplomati che si iscrivono all’università nell’anno di conseguimento del diploma (2019).

Nel calcolo del tasso d’iscrizione all’università della provincia autonoma di Bolzano non sono compresi i circa 7mila giovani che risultano iscritti nelle università pubbliche austriache e che rappresentano più del 50% del totale degli iscritti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (Bes)
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Escludendo Bolzano, il cui dato non comprende i giovani che studiano nelle università austriache, in 6 di queste meno della metà dei neodiplomati si è iscritta all'università nel 2019. Da notare come alcuni territori sfuggano completamente a questa tendenza. Isernia, dove la totalità dei giovani vive in aree interne, è anche la provincia con più neodiplomati che si sono iscritti all'università (61%). Non è così per altre realtà importanti del paese, in cui una elevata quota di giovani in comuni periferici si accompagna a un basso tasso di iscrizioni all'università.

47,6% i neodiplomati che si iscrivono all'università in provincia di Enna, meno della media nazionale (51,4%).

Nelle province siciliane con ampie aree interne gli abbandoni scolastici sono più frequenti e il tasso di iscrizione all'università è più basso.

Tra queste Enna, dove quasi il 96% dei giovani vive in aree interne e di questi 2/3 in comuni periferici e ultraperiferici. Qui, come del resto a Caltanissetta, Catania, Agrigento, Siracusa e Sondrio, meno della metà degli studenti che concludono le superiori si iscrivono all'università.

Nell'analizzare questo dato, va peraltro considerato che si tratta di territori - con l'eccezione di Sondrio - ai vertici in Italia per abbandono precoce, quindi lo stesso bacino di neodiplomati appare già ridotto in partenza. Anche in altre aree del paese una quota significativa di 18enni residenti in aree interne si accompagna a tassi di iscrizione inferiori alla media. Tra queste, le province di Foggia, Grosseto, Brindisi, Cosenza, Livorno, Benevento e Ragusa.

Quanti laureati vivono nelle aree interne

I dati indicano una relazione abbastanza nitida: maggiore è la perifericità del territorio, minore la quota di persone con istruzione terziaria. Nei comuni polo, baricentrici in termini di servizi, circa un residente su 3 ha la laurea o un altro titolo di studi terziario.

La quota scende al 24% nei poli intercomunali e al 22,7% nei comuni di cintura (gli hinterland delle città maggiori). Un dato chiaramente collegato alle opportunità di lavoro, maggiori nelle aree urbane rispetto a quelle periferiche e ultraperiferiche.

Il dato calcola la quota di residenti tra 25 e 49 anni che dispongono di:

  • un diploma di tecnico superiore ITS o titolo di studio terziario di primo livello;
  • un titolo di studio terziario di secondo livello / dottorato di ricerca.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (censimento permanente)
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Dicembre 2021)

Difatti, nelle aree interne poco più di un residente su 5 (21,3%) dispone di un titolo terziario. In particolare la quota scende al 21,1% nei comuni periferici e il 20% in quelli ultraperiferici. La quota di laureati si concentra quindi soprattutto nelle città. Come già sottolineato, questo dato evidentemente riflette la diversa offerta occupazionale del territorio. Allo stesso tempo, un divario così ampio rischia di essere allo stesso tempo effetto e causa della marginalità delle aree interne.

L'istruzione è la leva anche per ridurre la marginalità delle aree interne.

Investire sull'istruzione terziaria, anche attraverso i programmi previsti nell'ambito del Pnrr (come alloggi per gli studenti, borse di studio e potenziamento degli Its) può aumentare la possibilità per gli studenti di proseguire gli studi, anche nelle aree interne. Insieme a politiche di sviluppo territoriale mirate, queste azioni possono contribuire, in prospettiva, a rafforzare il capitale educativo e sociale di cui dispongono le parti d'Italia più periferiche e marginali.

Un incremento di cui non gioverebbero solo questi territori, ma di cui beneficerebbe l'intero paese, attualmente uno di quelli con meno giovani laureati nel confronto Ue.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sul livello di istruzione è il censimento permanente di Istat, quella sulla classificazione per aree interne è l'agenzia per la coesione territoriale.

Foto: Università di Pavia (Flickr) - Licenza

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Dietro i pochi laureati c’è anche un problema di divari territoriali https://www.openpolis.it/dietro-i-pochi-laureati-ce-anche-un-problema-di-divari-territoriali/ Tue, 23 Aug 2022 06:22:36 +0000 https://www.openpolis.it/?p=196532 L'Italia è uno dei paesi europei con meno giovani laureati. Un problema che, come mostrano i dati a livello locale, è l'esito anche di forti differenze territoriali nell'accesso all'istruzione, terziaria e non solo.

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Nel contesto europeo, l’Italia è uno dei paesi con il minor tasso di giovani laureati, o di persone che comunque dispongono di un titolo di studio assimilato, di livello terziario.

A fronte di una media del 41,2% di giovani europei con un titolo di studio di livello terziario, che comprende percorsi come quello universitario o in istituti tecnici superiori, nel nostro paese la quota si attesta al 28,3%. Si tratta del secondo dato peggiore dopo quello della Romania (23,3%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 28 Aprile 2022)

Ridurre il divario con gli altri paesi Ue è l'obiettivo dei prossimi anni.

Incrementare la quota di laureati rappresenta una sfida cruciale per i prossimi anni. In un mondo del lavoro sempre più competitivo aumenta il livello di conoscenza richiesto per essere occupati, e con esso l’importanza del percorso di studi. Maggiori competenze consentono ai singoli individui di aspirare a migliori posizioni lavorative, riducendo il rischio di ricadere nell'esclusione sociale. Una questione ancora più centrale nel contesto post pandemico che stiamo vivendo.

5,1% il tasso di disoccupazione tra chi ha un titolo terziario (laurea e assimilati). Meno della metà rispetto a chi non ha il diploma.

Per questo motivo, nel 2021 l'Ue ha innalzato gli obiettivi educativi da raggiungere in questo decennio, anche nell'istruzione terziaria. Inoltre, uno dei punti più qualificanti del Pnrr è proprio l'investimento sul sistema degli Its (su cui nel mese scorso è intervenuta l'approvazione di una legge apposita) per incrementare il numero di giovani che hanno accesso a una formazione di alto livello.

12,9 punti percentuali di distanza tra il tasso di giovani laureati in Italia e la media Ue.

Per l'Italia, recuperare il divario con gli altri paesi Ue significa anche fare i conti con i divari interni oggi esistenti in termini di accesso all'istruzione terziaria.

Obiettivi Ue sempre più sfidanti sui laureati

Nel febbraio 2021 l'Unione europea ha aggiornato i suoi obiettivi sull'istruzione per questo decennio. Nuovi target che recepiscono un contesto post-pandemico in cui l'innalzamento dei livelli educativi sarà sempre più importante.

(…) la pandemia di Covid-19 ha messo ancora più in luce l’importanza dell’equità e dell’inclusione nell’istruzione e nella formazione.

Tra i target che sono stati aggiornati, anche quelli relativi al completamento dell'istruzione terziaria. Su questo fronte esisteva già un obiettivo specifico, formulato nell'agenda Europa 2020.

40% le persone tra 30 e 34 anni con un'istruzione universitaria entro il 2020.

L'Ue - considerando i 27 stati attuali, al netto del Regno Unito - ha raggiunto questa soglia nel 2019, con il 40,3%. Dato successivamente salito al 41,1% nel 2020. Nello stesso anno l'Italia, con il 27,8% di 30-34enni laureati, pur avendo raggiunto il suo obiettivo nazionale (26%), appare molto distante dalla media Ue.

Nel febbraio dello scorso anno il target europeo è stato reso ancora più sfidante, estendendo la fascia di età coinvolta e innalzando la soglia da raggiungere.

45% delle persone tra 25 e 34 anni dovrebbe avere un'istruzione terziaria entro il 2030.

Per l'Italia, dove come abbiamo visto solo il 28,3% dei 25-34enni ha completato l'istruzione terziaria, la sfida è anche fare i conti con le disparità interne rispetto all'educazione.

I divari territoriali nell'istruzione, anche terziaria

L'Italia presenta forti differenze territoriali in termini di accesso ai percorsi di istruzione, dai primi anni di vita del bambino per proseguire in tutti i livelli successivi. Lungo tutto il percorso di studi, il ritardo del mezzogiorno è spesso un elemento ricorrente. Nelle regioni meridionali è generalmente più bassa l'offerta di posti nido e del tempo pieno, nonché di strutture scolastiche come mense e palestre. Mentre sono più frequenti la dispersione scolastica e i bassi apprendimenti.

16,6% i giovani 18-24 anni che hanno lasciato la scuola prima del tempo nel mezzogiorno, rispetto a una media nazionale pari al 12,7% nel 2021.

Nel sud meno ragazzi arrivano al diploma e meno neodiplomati si iscrivono all'università.

Non fanno eccezione gli indicatori sull'istruzione terziaria. Nell'Italia meridionale, dove già sono di meno i ragazzi che raggiungono il diploma, meno della metà dei neodiplomati si iscrive all'università. Nel 2019 sono stati il 47,5% del totale sia nel sud continentale che nelle isole. Una quota inferiore rispetto alla media nazionale (51,4%), nonché al dato del nord (53,5%) e del centro Italia (55%). A livello regionale, escluso il Trentino Alto-Adige - il cui dato non tiene conto delle migliaia di giovani iscritti nelle università austriache - agli ultimi posti compaiono Sicilia (46,6%) e Campania (43%).

47,5% dei neodiplomati di sud e isole si sono iscritti all'università nel 2019. Meno della media nazionale (51,4%).

Un dato che approfondendo l'analisi in chiave locale appare ancora più articolato. Tra le province, la quota di neodiplomati che nel 2019 si è iscritta all'università supera il 60% nei territori di Isernia (61%), Teramo (60,9%), Parma (60,8%) e Lecco (60,2%). Mentre non raggiunge il 45%, oltre Bolzano per cui valgono le considerazioni già fatte, in diverse realtà del mezzogiorno e in 3 province dell'arco alpino, ai confini settentrionali del paese. Parliamo di Salerno (41,9%), Napoli (42,4%), Siracusa (42,9%), Catania (43,5%), Verbano-Cusio-Ossola (43,9%), Benevento (44%), Belluno (44,9%) e Sondrio (44,6%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (Bes)
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Nel mezzogiorno, le province in cui meno del 50% dei neodiplomati si iscrive all'università salgono a oltre una su 2. Nessuna provincia campana e siciliana, in particolare, raggiunge la quota del 50%. 

Come conseguenza, anche la quota di giovani laureati è più bassa nell'Italia meridionale. Nel 2021, la percentuale di residenti tra 25 e 34 anni laureati o con altri titoli terziari è stata pari al 24,3% al sud e al 20,6% nelle isole, a fronte di una media nazionale del 28,3%.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 29 Aprile 2022)

Ai primi posti l'Emilia Romagna, il Veneto e l'Umbria, dove la quota di laureati supera il 33%. In fondo alla classifica Campania (23,7%), Puglia (23,2%), Calabria (22,9%), Sardegna (22,3%) e Sicilia (20,1%).

I recenti dati del censimento permanente consentono di ricostruire la situazione anche a livello comunale, sebbene per una fascia d'età più ampia (25-49 anni). Emerge come la quota di persone con titolo terziario sia particolarmente elevata in alcuni capoluoghi, come Pavia, Bologna, Milano, Siena e Pisa, realtà dove supera il 45%.

Il dato calcola la quota di residenti tra 25 e 49 anni che dispongono di:

  • un diploma di tecnico superiore ITS o titolo di studio terziario di primo livello;
  • un titolo di studio terziario di secondo livello / dottorato di ricerca.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (censimento permanente)
(ultimo aggiornamento: giovedì 9 Dicembre 2021)

La spaccatura tra nord e sud emerge anche tra le città maggiori. Ai primi posti Bologna (46,79%) e Milano (45,98%), seguite da Firenze, Roma, Torino e Genova, tutte collocate tra il 30 e il 40%. Al di sotto del 30% le maggiori città del mezzogiorno: Bari (28,7%), Palermo (23,73%), Napoli (22,52%) e Catania (22,01%).

Da notare come tra le città della Sicilia, regione che come abbiamo visto è ultima per quota di giovani laureati, la percentuale di residenti 25-49 anni con titolo terziario sia più elevata a Enna (30,84%), Agrigento (28,21%) e Messina (27,27%). Mentre non raggiunge il 20% a Trapani (19,01%).

Cosa prevede il Pnrr per potenziare l'istruzione terziaria

All'interno del Pnrr è la missione 4 a occuparsi di istruzione, università e ricerca, con una serie di investimenti volti a potenziare l'accesso all'istruzione terziaria.

Gli investimenti previsti facilitano l’accesso all’istruzione universitaria, con nuove borse di studio, e le opportunità per i giovani ricercatori, con l’estensione dei dottorati di ricerca.

Il piano individua 4 tipi di criticità in questo senso: la carenza di formazione professionale avanzata, la debolezza dei percorsi di orientamento e transizione tra scuole superiori e università, il sottodimensionamento dei servizi residenziali per gli studenti universitari e gli ostacoli di natura economica.

12% gli studenti universitari che fruiscono di una borsa di studio in Italia, a fronte di una media Ue del 25% (Pnrr).

All'interno della prima componente della missione 4, il piano interviene sul miglioramento del percorso di studi con la riforma del sistema di orientamento scolastico (riforma 1.4) e con l'investimento 1.6 sulla transizione attiva tra scuola e università (250 milioni di euro).

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Inoltre è prevista la riforma della legislazione sugli alloggi per gli studenti (riforma 1.7) e l'incentivo alla loro costruzione attraverso agevolazioni pubbliche (0,96 miliardi di euro stanziati). Oltre alla previsione di borse di studio per l'accesso all'università (500 milioni di euro).

€ 700 l'aumento medio per studente dell'importo delle borse di studio previsto dal piano.

Per supplire alla carenza di formazione di livello terziario, il Pnrr prevede la riforma del sistema degli istituti tecnici superiori (Its), avviata con l'approvazione di una legge specifica nel luglio scorso, e il loro sviluppo, cui vengono destinati 1,5 miliardi.

L'investimento sugli istituti tecnologici superiori

Uno degli aspetti su cui interviene il Pnrr è relativo agli Its. Parliamo degli istituti tecnologici superiori,  nome con cui sono stati ridefiniti dalla riforma gli istituti tecnici superiori introdotti nell'ordinamento nazionale con la legge 40/2007 (art. 13 comma 2) e il successivo Dpcm del 25 gennaio 2008.

Ispirati da esperienze europee analoghe (le università professionali svizzere, le fachschulen tedesche, le sections de technicien supérieur francesi), il loro ruolo è formare profili tecnici di livello superiore, in stretto legame con il sistema produttivo del territorio. Sono finalizzati a offrire uno sbocco a chi - giovane o adulto - abbia un diploma delle superiori oppure un diploma quadriennale di istruzione e formazione professionale. Può infatti iscriversi anche chi ha un diploma quadriennale, in presenza di un certificato di specializzazione di almeno 800 ore.

Il limite su cui vuole intervenire il piano nazionale è la poca diffusione, conoscibilità e utilizzo di questi istituti, nonostante l'alta occupabilità di chi esce da questo tipo di percorso.

80% dei diplomati Its nel 2020 ha trovato lavoro a un anno dal diploma (Indire).

Per questa ragione l'obiettivo indicato nel Pnrr è potenziarne l'offerta. L'incremento del 100% degli iscritti a percorsi Its (attualmente sono meno di 20mila in Italia) è l'obiettivo stabilito. Per raggiungerlo si interviene su diversi piani. Dall'aumento del numero di istituti tecnologici superiori, in modo da accrescere l'offerta disponibile sul territorio, all'innalzamento degli standard educativi previsti.

(...) consolidamento degli Its nel sistema ordinamentale dell’istruzione terziaria professionalizzante, rafforzandone la presenza attiva nel tessuto imprenditoriale dei singoli territori.

In particolare prevedendo laboratori con tecnologie 4.0, una maggiore formazione dei docenti e un coordinamento più stretto con gli attori del territorio. Non solo le imprese, ma anche le scuole professionali e le università. Una riforma del sistema educativo che prevede anche l'integrazione tra i percorsi Its e le lauree professionalizzanti.

+100% l'aumento di iscritti ai percorsi Its previsto dal Pnrr.

Anche dalla riforma e dal potenziamento di queste istituzioni, come previsto dal Pnrr, passerà un maggiore partecipazione all'istruzione terziaria.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sul livello di istruzione è il censimento permanente di Istat.

Foto: MANYBITS (Flickr) - Licenza

L'articolo Dietro i pochi laureati c’è anche un problema di divari territoriali proviene da Openpolis.

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Perché è essenziale puntare sulle capacità e le competenze dei più giovani https://www.openpolis.it/perche-e-essenziale-puntare-sulle-capacita-e-le-competenze-dei-piu-giovani/ Tue, 05 Jul 2022 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=189821 Investire sulle capacità dei più giovani è una priorità indicata anche nel Pnrr, per una ragione semplice: quello che apprendono ragazze e ragazzi oggi determinerà il futuro del nostro paese. Approfondiamo la situazione italiana tra confronto internazionale e divari interni.

L'articolo Perché è essenziale puntare sulle capacità e le competenze dei più giovani proviene da Openpolis.

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Quello che ragazze e ragazzi apprendono, sui banchi di scuola e non solo, sarà determinante per le prospettive del nostro paese nei prossimi anni.

È per questo motivo che investire sulle capacità e le competenze dei più giovani è così importante. In un mondo del lavoro che richiede competenze sempre più elevate, il livello di istruzione è spesso uno degli aspetti che più contribuisce a determinare la stabilità economica delle persone.

52,5% il tasso di occupazione tra i giovani di 30-34 anni che hanno al massimo la licenza media nel 2020. Era il 56% l’anno precedente.

Con profondi riflessi anche in termini sociali e territoriali. Basti pensare che i territori con gli apprendimenti più bassi generalmente coincidono con quelli con la quota più elevata di neet, e viceversa. Ad esempio, Sicilia, Calabria e Campania sono sia le regioni con più neet (rispettivamente il 37,5%, il 34,6% e il 34,5% della popolazione giovanile), che quelle con gli apprendimenti più bassi nei test Invalsi degli studenti di V superiore.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)


Aumentare il livello di competenze degli studenti è una delle sfide dei prossimi anni.

Questi dati inducono ad intervenire in due direzioni: proseguire nell'abbattimento del tasso di abbandono esplicito (i giovani che lasciano la scuola prima del tempo) e in parallelo migliorare il livello di apprendimenti degli studenti.

Il piano nazionale di ripresa e resilienza affronta il tema individuando chiaramente il collegamento tra la mancanza di prospettive dei giovani e il ritardo nell'acquisizione delle competenze.

La mancanza di prospettive certe e di opportunità di sviluppo si manifesta sia nell’elevato tasso di emigrazione giovanile, sia nei risultati dell’indagine Ocse-Pisa che certificano i ritardi nelle competenze rispetto ad altri paesi europei.

Ma che cosa è previsto nello specifico per arginare questo problema, sempre più attuale, a maggior ragione nel contesto post-pandemico?

Cosa prevede il Pnrr su questo fronte

Già dal nome, il Next generation Eu indica la necessità di investire le risorse europee, in parte a fondo perduto, in parte a debito, nell'interesse delle nuove generazioni. Ed è per questo che è cruciale monitorare le previsioni del Pnrr su questo fronte. Riferimento fondamentale quando parliamo di competenze degli studenti va alla quarta missione del piano, relativa agli impegni per istruzione e ricerca.

In particolare alla componente che, nello specifico, è dedicata proprio a questo, con una serie di misure come l'investimento 3.1, per l'acquisizione di nuove competenze e linguaggi. Un intervento volto a migliorare il curriculum educativo dei più giovani, intervenendo sull'acquisizione delle abilità digitali, abilità comportamentali e conoscenze applicative. Si tratta di 1,1 miliardi di euro, ovvero circa il 14% di quanto stanziato per la terza componente della missione istruzione e ricerca, dedicata proprio all'ampliamento delle competenze.

€ 7,6 mld gli investimenti per l'ampliamento delle competenze e il potenziamento delle infrastrutture nel Pnrr.

Ma quando parliamo di competenze, lo sguardo deve necessariamente allargarsi rispetto alla componente specifica.

Investire sulle competenze dei ragazzi significa estendere le opportunità future.

Molte delle misure comprese nella missione "istruzione e ricerca", che da sola muove quasi 31 miliardi di euro, sono infatti finalizzate a potenziare l'offerta educativa e con essa il livello di competenze degli studenti. Prendiamo ad esempio l'investimento 1.1, riguardante il piano per gli asili nido e le scuole dell’infanzia. Come abbiamo avuto modo di sottolineare in diverse occasioni, l'estensione della rete per la prima infanzia non rappresenterebbe solo la garanzia di un servizio per le famiglie, ma anche l'innalzamento del livello educativo degli studenti.

La letteratura degli ultimi anni ha spesso indicato come la partecipazione all'istruzione prima dei 6 anni contribuisca a migliorare gli apprendimenti in tutto il percorso successivo.

Come emerso anche dalle indagini internazionali che confrontano i diversi paesi, emerge anche con i dati nazionali che l’aver frequentato la scuola dell’infanzia ha un effetto positivo sugli apprendimenti anche tenendo conto del background socio-economico-culturale degli studenti

Perciò vanno lette in quest'ottica anche misure come l'estensione del tempo pieno (e quella, parallela, delle mense), nonché gli investimenti sulla riduzione dei divari e sulla formazione dei docenti. Tutti gli interventi dedicati a migliorare la qualità dell'offerta educativa vanno considerati strategici, proprio rispetto alla capacità di aumentare il livello di apprendimenti degli studenti. E, in definitiva, anche le opportunità di cui disporranno in futuro.

L'Italia nel confronto internazionale

L'esigenza di investire sulle capacità degli studenti nel nostro paese si ricava innanzitutto dal confronto internazionale. Da questo punto di vista, i dati delle rilevazioni Ocse-Pisa offrono uno sguardo prezioso sul tema. Si tratta di test somministrati ogni 3 anni a un campione di studenti 15enni di diversi paesi, volto proprio a monitorare il livello di competenze in ambiti come lettura, matematica e scienze.

79 paesi coinvolti nelle rilevazioni Ocse-Pisa 2018.

I dati più recenti con cui confrontare il dato nazionale sono relativi al 2018: a causa dell'emergenza Covid la rilevazione 2021 è infatti slittata di un anno, con i nuovi risultati che saranno pubblicati nel corso del 2023. Tuttavia anche i dati esistenti consentono di individuare linee di tendenza nella condizione educativa del nostro paese.

Stabili i punteggi in lettura e matematica, dopo una crescita in anni precedenti. In calo le scienze.

Partiamo dalle competenze in lettura. In questo ambito il punteggio medio raggiunto dall'Italia nel 2018 è stato di 476, inferiore alla media Ocse di 11 punti. Rispetto agli altri maggiori paesi Ue, il nostro paese si colloca sia al di sotto del dato tedesco che di quello francese.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse-Pisa
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2019)

Da notare come - dopo una crescita iniziata alla fine degli anni 2000 - negli anni successivi il dato nazionale sia rimasto fondamentalmente stabile. Motivo per cui l'analisi specifica per il nostro paese stilata da Ocse non individua alcuna chiara direzione di cambiamento.

In Italia, il punteggio medio in lettura nel 2018 è stato inferiore a quello di Pisa 2000 e Pisa 2009 (le due rilevazioni precedenti con lettura come ambito principale), ma vicino al livello osservato nella maggior parte delle restanti rilevazioni; non è stato, quindi, possibile determinare una chiara direzione di cambiamento.


I punteggi più elevati in lettura si registrano in estremo oriente, Estonia, Canada e Finlandia.

Allargando il confronto ad altri paesi, il punteggio italiano nelle prove di lettura del 2018 è stato comparabile con quello raggiunto dagli studenti svizzeri (484), lettoni (479), ungheresi (476), lituani (476) e israealiani (470). I livelli più elevati nella rilevazione 2018 sono stati conseguiti da studenti dell'estremo oriente. Come nelle regioni cinesi di Beijing-Shanghai-Jiangsu-Guangdong (555 punti), Macao (525) e Hong Kong (524), e a Singapore (seconda con 549). Seguono, con almeno 520 punti, Estonia, Canada e Finlandia (cfr. Invalsi, 2019).

476 il punteggio medio in lettura in Italia nei test Ocse-Pisa del 2018.

Per quanto riguarda le competenze in matematica si è assistito a un riavvicinamento dell'Italia alla media Ocse nel corso degli ultimi 20 anni. In particolare negli anni 2000, quando il divario è passato da 33 punti del 2003 ai 16 del 2009. Da allora il dato nazionale si è stabilizzato ed è oggi in linea con la media dei paesi Ocse.

La media nel rendimento è calcolata sui paesi Ocse con dati validi in tutte le rilevazioni Pisa.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse-Pisa
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2019)

Un dato comunque distante dai top performers a livello internazionale, anche in questo caso prevalentemente asiatici. In particolare le regioni cinesi di Beijing-Shanghai-Jiangsu-Guangdong (591 punti), Macao (558), Hong Kong (551), oltre a Singapore (seconda con 569 punti), Taipei (531), Giappone (527) e Corea del sud (526). Seguiti da 3 paesi Ue: Estonia (523), Paesi bassi (519) e Polonia (516).

487 il punteggio medio in matematica in Italia nei test Ocse-Pisa del 2018.

Nelle scienze si è assistito a un peggioramento nel corso degli anni. Se tra 2006 e 2012 il livello di competenza era cresciuto nel nostro paese di quasi 20 punti (da 475 a 494) negli anni successivi tale miglioramento non si è consolidato come avvenuto per la matematica. In una tendenza al calo che riguarda anche altri paesi, spicca il dato italiano: -26 punti tra 2012 a 2018, di cui 13 persi dal 2015. Nel confronto Ocse si tratta di uno dei decrementi più ampi registrati.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ocse-Pisa
(ultimo aggiornamento: lunedì 2 Dicembre 2019)

Questi dati, già prima della pandemia, indicavano molti margini di miglioramento. Con un ritardo nel confronto internazionale, la cui riduzione è indicata come obiettivo nel Pnrr. Altro elemento critico è il permanere di ampi divari territoriali, testimoniati in questo caso dai test Invalsi.

Le differenze territoriali, comune per comune

Per l'anno scolastico 2020/21 non sono purtroppo disponibili i dati sugli apprendimenti dei ragazzi del grado 10, ovvero di seconda superiore. Questo perché - perdurante l'emergenza Covid - per quelle classi la somministrazione delle prove era stata sospesa in via straordinaria.

Per ricostruire le differenze negli apprendimenti in italiano e matematica possiamo comunque ricorrere ai dati relativi al grado 13, cioè quelli degli studenti all'ultimo anno delle superiori.

In matematica i livelli più elevati si riscontrano in provincia di Lecco. Il punteggio mediano tra i comuni per cui è disponibile il dato è infatti pari a 221,45. Seguono - a distanza - Como (punteggio mediano dei comuni pari a 210,87), Bergamo (210,82), Trento (210,32) e Treviso (210,18).

I dati presentati per ciascun comune corrispondono al punteggio medio (stima delle abilità secondo il modello di Rasch) su scala nazionale, corretto per il cheating. Il dato non è disponibile se non sono presenti almeno 2 plessi per comune oppure 2 istituti per comune. Nel caso i risultati delle prove fossero stati resi pubblici direttamente dalle scuole il dato è stato restituito anche se relativo a un solo plesso o un solo istituto per comune.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

In dieci province - tutte del mezzogiorno - il punteggio non raggiunge quota 170: Agrigento, Caserta, Siracusa, Reggio Calabria, Salerno, Caltanissetta, Sud Sardegna, Foggia, Crotone e Cosenza.

163,08 il punteggio mediano raggiunto nei comuni della provincia di Cosenza nelle prove Invalsi di matematica.

Tra i capoluoghi, spiccano ai primi posti - con oltre 210 punti - Sondrio, Trento, Pordenone, Bergamo, Lecco, Belluno e Vicenza. Mentre in fondo alla classifica - con meno di 160 punti - compaiono le città di Avellino (157,58) e Cosenza (158,59).

I territori con bassi rendimenti in italiano generalmente coincidono con quelli con bassi rendimenti in matematica.

Anche in italiano i livelli più elevati si registrano in provincia di Lecco, con un punteggio mediano tra i comuni per cui è disponibile il dato pari a 210,4. Seguono nell'ordine, con punteggi mediani superiori a 200, le province di Aosta, Sondrio, Bergamo, Trieste, Como, Trento e Cuneo.

Anche in questo caso i territori in cui i comuni registrano i punteggi mediani più bassi si trovano nel mezzogiorno. In particolare, con un punteggio inferiore a 160, Crotone (158,19). Poco sopra questa soglia, ma comunque al di sotto di quota 165, le province di Foggia, Agrigento, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Salerno e Cosenza.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Tra i capoluoghi si segnalano, ai vertici della classifica, Sondrio, Trento e Aosta, tutti superiori a quota 208. Superano quota 200 anche i comuni di Pordenone, Treviso, Belluno, Bergamo, Cuneo, Macerata, Udine, Vicenza, Lecco, Trieste, Verona, Padova e Gorizia.

148,77 il punteggio medio nel comune di Avellino nelle prove Invalsi di italiano.

Ancora una volta, sono i capoluoghi del sud ad occupare il fondo della classifica. Oltre ad Avellino (sotto la soglia dei 150 punti) si segnalano infatti - tra i 160 e 170 punti - i comuni di Cosenza, Carbonia, Crotone, Taranto, Brindisi, Vibo Valentia, Caltanissetta, Enna, Agrigento e Napoli.

La necessità di intervenire sul divario internazionale e interno

I dati fin qui passati in rassegna evidenziano due tendenze. La prima è un ritardo rispetto alla media dei maggiori paesi Ue nelle competenze acquisite dagli studenti del nostro paese. In alcuni casi, come nelle scienze, si individua un vero e proprio allontanamento dal benchmark internazionale.

-13 i punti di calo per l'Italia nei test di scienze Ocse-Pisa tra 2015 e 2018.

La seconda tendenza, altrettanto importante, è la distanza interna tra aree del paese. Basta osservare i risultati raggiunti nei capoluoghi per individuare come la linea di frattura si innesti sulla divisione tra nord e sud.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Da questo punto di vista la diagnosi del Pnrr è chiara, dal momento che individua come criticità prioritarie un gap nelle competenze di base, l'alto tasso di abbandono scolastico e i divari territoriali ancora presenti.

Gli studenti italiani di 15 anni si collocano al di sotto della media OCSE in lettura, matematica e scienze, con ampie differenze territoriali che documentano risultati migliori della media Ocse al Nord ma molto inferiori al Sud. I due problemi - l’abbandono scolastico e i divari di competenze - sono tra loro fortemente connessi, perché la mancata acquisizione di competenze di base (basic skills) è una delle principali cause dell’abbandono scolastico.

Dall'intervento su questi due fenomeni, così intimamente legati, non dipende solo il futuro dei giovani ma quello dell'intero paese.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti è Invalsi.

Foto: Adam Winger (unsplash) - Licenza

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Quanto incide la povertà tra famiglie e bambini dopo l’emergenza Covid https://www.openpolis.it/quanto-incide-la-poverta-tra-famiglie-e-bambini-dopo-lemergenza-covid/ Tue, 10 May 2022 07:03:42 +0000 https://www.openpolis.it/?p=184225 Nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat, il livello medio di povertà assoluta resta stabile sui livelli raggiunti nel primo anno di pandemia. Tuttavia alcune fasce di popolazione, come i minori e le famiglie più numerose, mostrano una maggiore difficoltà.

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Negli oltre due anni passati dall’inizio della pandemia, il dibattito pubblico si è spesso concentrato su quali effetti avrebbe avuto l’emergenza sulla vita delle persone.

Un tema così importante da essere trasversale a qualsiasi ambito: economico, sanitario, sociale, ambientale, tecnologico, educativo. E, allo stesso tempo, tanto sentito da porre la questione se tali effetti sarebbero stati temporanei, essendo direttamente collegati con l’emergenza, oppure di più lungo periodo.

Uno degli aspetti su cui abbiamo posto l’attenzione in questi mesi, monitorandolo nel tempo, è la condizione economica e sociale delle famiglie e dei bambini. Le ultime stime dell’istituto di statistica indicano che la povertà assoluta in Italia nel 2021 resta stabile sui livelli raggiunti nel 2020. Allo stesso tempo, i dati preliminari mostrano segnali di maggiore sofferenza proprio tra i minori e tra i nuclei più numerosi. Una tendenza sicuramente rafforzata dall’emergenza Covid, ma che è presente nel nostro paese da lungo tempo.

La povertà in Italia nel 2021

Nel 2020, primo anno dell’emergenza Covid, il numero di poveri assoluti in Italia aveva raggiunto la cifra record di 5,6 milioni di persone. Questo dato si conferma nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat.

Una persona si trova in povertà assoluta quando vive in una famiglia che non può permettersi l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, sono considerati essenziali per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile. Il dato 2021 deriva da una stima preliminare dell’istituto di statistica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Il 2021 ha visto una ripresa dei consumi, sebbene la spesa media familiare non abbia recuperato del tutto il crollo del 2020. In questo quadro, la crescita dell'inflazione avrebbe penalizzato soprattutto le famiglie meno abbienti. Senza gli effetti di quest'ultima, l'istituto di statistica ha stimato che anche il tasso di povertà assoluta sarebbe lievemente diminuito rispetto al 2020.


FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 3 Marzo 2022)

Una serie di fattori che - anche in una situazione di stallo sul numero di poveri assoluti - porta al rafforzamento di 2 trend di lungo periodo della società italiana. Primo, l'allargamento progressivo del divario tra generazioni: da oltre un decennio infatti più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta. Secondo, la tendenza delle famiglie numerose e con figli a trovarsi più spesso in condizione di indigenza.

Famiglie in povertà, le 2 tendenze aggravate con la pandemia

Con l'emergenza Covid entrambi i trend sono esplosi, diventando sempre più oggetto di dibattito pubblico. A partire dal 2020, una quota vicina al 14% dei ragazzi si trova in povertà assoluta. Una tendenza confermata con l'ultima rilevazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Le prime stime sul 2021 mostrano che la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta avrebbe raggiunto il 14,2%. Quasi 3 punti al di sopra di quanto rilevato prima della pandemia, nel 2019. In termini assoluti parliamo di quasi 1,4 milioni di minori sugli oltre 9,3 milioni residenti in Italia.

1,38 milioni di bambini e ragazzi in povertà assoluta nel 2021.

Se i bambini sono la fascia d'età più vulnerabile è perché lo sono le famiglie con figli. Da questo punto di vista si conferma l'altra tendenza, per cui più una famiglia è numerosa, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Tra i due dati vi è un legame evidente: la presenza di uno o più figli nel nucleo familiare costituisce spesso un fattore di potenziale vulnerabilità. A maggior ragione, a fronte delle conseguenze economiche seguite all'emergenza Covid.

La presenza di figli minori continua ad essere un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio; infatti l’incidenza di povertà assoluta si conferma elevata (11,5%) per le famiglie con almeno un figlio minore e nel caso di famiglie formate da coppie con 3 o più figli sale al 20,0%.


Da 10 anni i minori e le loro famiglie sono la fascia più povera.

Tuttavia nessuno di questi due fenomeni è nuovo. È ormai dalla fine degli anni 2000 che la quota di bambini e ragazzi indigenti è aumentata, accrescendo i divari generazionali. Prima della grande recessione seguita alla crisi del 2008, c’era molta meno distanza tra la povertà rilevata nelle diverse fasce d’età. I più in difficoltà erano gli over-65 (4,5% in povertà assoluta), mentre nella fascia 35-64 anni erano circa il 2,7%. Il dato dei minori allora era in linea con quello delle altre classi di età. Gli effetti della crisi economica hanno allargato le distanze, penalizzando soprattutto le giovani generazioni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

La vulnerabilità dei bambini e delle loro famiglie è perciò un tema prioritario per il nostro paese. A maggior ragione per i suoi riflessi sulle tendenze della povertà a livello territoriale. Tra 2020 e 2021, ad esempio, a fronte di una sostanziale stabilità nella quota di famiglie povere in Italia (passate dal 7,7% al 7,5%), nel mezzogiorno la quota è cresciuta dal 9,4 al 10%. Ma come monitorare la vulnerabilità delle famiglie di fronte alle fasi di crisi economica, in modo da intervenire con efficacia?

Gli strumenti per valutare il rischio povertà dopo l'emergenza

Uno strumento molto utile in questo senso è l'indice di vulnerabilità sociale e materiale. Quando parliamo di vulnerabilità di un territorio, intendiamo la possibilità che una situazione di crisi economica possa comprometterne la coesione sociale. La capacità di misurare tale aspetto diventa perciò particolarmente importante in una fase come quella che stiamo vivendo.

+1,9% la crescita dei prezzi al consumo nel 2021. In base alle stime di Istat senza questo aumento la povertà assoluta sarebbe leggermente calata rispetto al 2020.

Per fare un esempio, un comune in cui vivono tante famiglie monoreddito, con tanti giovani che non studiano e non hanno lavoro e in cui una quota significativa della popolazione abita in case sovraffollate, è più esposto agli effetti sociali negativi di una congiuntura economica sfavorevole.

Di qui l'esigenza di creare un indicatore composito, che sintetizzi in un'unica misura una serie di variabili che segnalano diverse situazioni di sofferenza sociale ed economica.

Attraverso un indicatore proposto da Istat, è possibile stimare per ciascun territorio la sua vulnerabilità, a partire dalle caratteristiche di chi ci abita. Più è alto, maggiore è il rischio di disagio e vulnerabilità in quella zona.
Vai a "Che cos’è la vulnerabilità sociale"

Sono tanti i fattori che possono condurre alla vulnerabilità sociale.

Sono 7 gli indicatori elementari che sono stati selezionati per produrre l'indice complessivo. Tra questi, la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico, calcolata come quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha meno di 64 anni e nessun componente è occupato o ritirato dal lavoro. Ma anche l'incidenza di famiglie numerose, quelle con almeno 6 componenti. Inoltre vengono valutati aspetti come la presenza di famiglie monogenitoriali giovani oppure composte solo da anziani, la quota di popolazione adulta (25-64 anni) senza titolo di studio, la percentuale di giovani neet e l'incidenza di persone che vivono in grave sovraffollamento. Tutti segnali di una maggiore fragilità del tessuto sociale.

Sono perciò informazioni preziose, purtroppo raccolte con questo tipo di granularità territoriale solo in occasione dei censimenti (quello generale più recente si è svolto nel 2011). Negli ultimi anni Istat ha esplorato la possibilità di un suo aggiornamento con fonti alternative a quella censuaria, anche in relazione al lavoro svolto con il censimento permanente.

7 gli indicatori elementari selezionati per la costruzione dell'indice di vulnerabilità sociale e materiale.

Questi indicatori vengono combinati insieme per produrre un indice che va da 70 a 130: più è alto il valore, maggiore il rischio di vulnerabilità sociale e materiale del territorio. Osservando i dati raccolti per il censimento generale e riclassificati sulla base dei confini del 2018, emerge come i valori maggiori si registrino soprattutto in alcune aree urbane del mezzogiorno. La mappa evidenzia come le concentrazioni più elevate dell'indice si raggiungano nello specifico in alcuni territori: nell'hinterland di Napoli, in quello di Reggio Calabria e in quello di Catania. Nelle 3 città metropolitane citate, infatti, la mediana dell'indice rilevato nei comuni supera quota 103.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Seguono, con un valore mediano superiore a 101, altre 12 province, tutte del mezzogiorno: Siracusa, Palermo, Crotone, Caserta, Salerno, Vibo Valentia, Agrigento, Enna, Cosenza, Barletta-Andria-Trani, Foggia e Catanzaro.

Per un confronto omogeneo, è interessante isolare i comuni italiani dove vivono più famiglie. In modo da capire in quali di queste città la condizione dei nuclei familiari sia esposta - potenzialmente - a una maggiore vulnerabilità in caso di crisi economica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Tra i 15 comuni con più famiglie residenti, quelli più vulnerabili si trovano nel sud, in base alle informazioni raccolte durante l'ultimo censimento generale (2011). Napoli e tre città siciliane (nell’ordine Catania, Palermo e Messina) presentano infatti l'indice di vulnerabilità sociale più elevato. Seguono Bari e Roma (indice vicino a quota 101), e poi Torino, Firenze e Genova (tra 99 e 100). Minore vulnerabilità sociale e materiale nelle città di Trieste e Venezia (dove l'indice non raggiunge la soglia di 98).

Nuovi dati per monitorare una situazione in evoluzione.

In questo senso è importante ribadire come molte delle informazioni più sensibili per monitorare la condizione sociale dei territori siano spesso aggiornate all'ultimo censimento generale. Raccogliere informazioni così disaggregate richiede un tipo di impegno che in passato si concentrava solo in occasione dei censimenti, ogni 10 anni. In questo senso, va letto positivamente il tentativo di Istat, negli scorsi anni, di aggiornare i dati del censimento attraverso fonti alternative a quella censuaria, in attesa di quelli provenienti dal censimento permanente. In prospettiva - anche alla luce della situazione che stiamo vivendo - disporre di dati sempre più aggiornati sarà sempre più importante. Perciò è decisivo accelerare su questo percorso.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sull'indice di vulnerabilità sociale e materiale è Istat, che ha elaborato l'indicatore con le informazioni del censimento 2011. Queste sono state riclassificate dall'istituto di statistica ai confini comunali 2018.

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L’impatto sull’occupazione dei divari territoriali negli apprendimenti https://www.openpolis.it/limpatto-sulloccupazione-dei-divari-territoriali-negli-apprendimenti/ Tue, 26 Apr 2022 06:08:16 +0000 https://www.openpolis.it/?p=178876 Un basso livello di istruzione rende più vulnerabili nel mondo del lavoro, soprattutto nelle crisi. Perciò migliorare il livello degli apprendimenti degli studenti è così importante. Purtroppo, i dati sui test Invalsi in terza media mostrano come i divari territoriali siano ancora molto ampi.

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In un mondo del lavoro che richiede competenze sempre più elevate, il livello di istruzione è spesso uno degli aspetti che più contribuisce a determinare la stabilità economica delle persone. E quindi anche la resilienza dell’intero tessuto sociale di fronte a possibili crisi.

Tale tendenza era già emersa chiaramente dopo la recessione del 2008. A distanza di pochi anni dall’insorgere della crisi economica, le analisi Ocse mostravano chiaramente come – pur in un incremento generalizzato dei tassi di disoccupazione – fossero soprattutto le persone meno scolarizzate a soffrirne di più le conseguenze.

Al culmine della crisi, gli individui con un livello d’istruzione più basso hanno una probabilità maggiore di essere destinati alla disoccupazione (:..)

E questa stessa tendenza si registra ancora oggi, nello scenario successivo alla pandemia.

Istruzione, apprendimenti e occupazione dopo il Covid

Tra 2019 e 2020, in seguito all’emergenza, il tasso di occupazione è calato per tutti, specialmente per i più giovani. Tuttavia, se tra i 30-34enni con titoli di studio più elevati il calo è stato di pochi decimi, tra i coetanei con al massimo un titolo secondario inferiore la quota è diminuita di oltre 3 punti.

52,5% il tasso di occupazione tra i giovani di 30-34 anni che hanno al massimo la licenza media nel 2020. Era il 56% l’anno precedente.

Si tratta di una tendenza significativa se si considera che anche prima della pandemia il tasso di occupazione era già più basso tra le persone con minore scolarizzazione. Con la pandemia questa dinamica si è rafforzata. Tra i giovani di 30-34 anni con un titolo terziario (laurea o simili) il tasso di occupazione passa dal 78,9% del 2019 al 78,3%, una flessione di 0,6 punti. Tra chi ha un titolo secondario superiore, come il diploma, varia dal 69,5% al 68,2% (-1,3 punti). Con al massimo un titolo secondario inferiore, il calo è stato pari a 3,5 punti percentuali.


FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 23 Dicembre 2021)

 

Rispetto al 2008 è evidente il calo dell'occupazione tra chi ha un titolo di studio più basso.

In un'ottica di lungo periodo, si osserva chiaramente come sia cambiato il rapporto tra istruzione e lavoro nell'arco degli ultimi 10-15 anni, segnati dalla crisi economica a cavallo tra 2008 e 2012 e poi da quella seguita alla pandemia. Nel 2008 i giovani con al massimo la licenza media erano occupati in quasi 2/3 dei casi. Inoltre, non vi era troppa distanza tra il tasso di occupazione dei diplomati (78,9%) e quello di chi possiede un titolo di studio terziario (78,3%). A distanza di 12 anni, il calo dell'occupazione è stato di oltre 10 punti sia per chi ha al massimo un titolo secondario inferiore (-12,6 punti) che superiore (-10,7). Questi ultimi nel 2020 sono occupati nel 68,2% dei casi, contro il 78,3% dei laureati.

10,1 i punti di svantaggio nel tasso di occupazione dei giovani diplomati rispetto a quelli con un titolo terziario. Erano solo 2,3 nel 2008.

I dati passati in rassegna evidenziano come la questione educativa rappresenti un aspetto imprescindibile per la tenuta sociale del paese. Per questa ragione è necessario che l'offerta educativa e il livello degli apprendimenti conseguiti a scuola aumenti su tutto il territorio nazionale. Pena il rischio che i divari territoriali ed economici esistenti si cristallizzino: con solo alcune aree del paese in grado di crescere e di fare fronte alle fasi di crisi. Fasi che, al contrario, possono diventare esiziali per i territori con minore scolarizzazione.

21,6% il tasso di occupazione dei giovani 18-29 anni in Sicilia, nel 2020 ultima tra le regioni italiane. Nello stesso anno, è stata anche la regione con più abbandoni precoci (19,4%).

Da questo punto di vista, prima ancora degli abbandoni scolastici, un elemento utile per valutare la condizione educativa nelle diverse aree del paese sono i risultati nei test Invalsi. In particolare quelli delle ragazze e dei ragazzi di terza media, ovvero all'ultimo anno prima della scelta del percorso di studi alle superiori. Per chi abbandona precocemente, in molti casi si tratta anche dell'ultimo anno di scuola tout court. Si tratta quindi di un anno cruciale, perché il successo o l'insuccesso scolastico in questa fase è un buon predittore del percorso di studio successivi, o al contrario della propensione a lasciare la scuola. Ma cosa sappiamo su questo fronte?


Le 3 regioni con minore occupazione giovanile (Sicilia, Campania e Calabria) sono anche quelle con gli apprendimenti più bassi in terza media.

I test Invalsi di italiano nell'anno scolastico 2020/21 hanno indicato una notevole polarizzazione tra nord e sud del paese. In termini di macroaree, i risultati maggiori si riscontrano nel nord-est, con risultati medi significativamente superiori rispetto alla media italiana (punteggio pari a 202,5, a fronte di un dato nazionale di 196). Seguono il centro Italia (199,3), il nord-ovest (198,6) e il sud (ripartizione che ai fini Invalsi comprende solo Abruzzo, Campania, Molise e Puglia, con 190,6). Pur nelle differenze, la distanza rispetto alla media nazionale degli apprendimenti non è considerata statisticamente significativa per questi territori. Mentre ha un punteggio significativamente inferiore alla media italiana la ripartizione sud e isole (comprendente Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna).

4 le regioni sotto quota 190 nei punteggi Invalsi di italiano in terza media (a.s. 2020/21): Sardegna (189), Campania e Sicilia (188), Calabria (183).

Gli apprendimenti Invalsi, comune per comune

Scendendo a livello locale, comune per comune, è possibile approfondire meglio la tendenza. In linea con quanto appena rilevato, sono soprattutto i comuni del centro-nord, e in particolare quelli dell'Italia nord-orientale, a mostrare i livelli più alti in termini di apprendimenti in italiano, arrivati in terza media.

I dati presentati per ciascun comune corrispondono al punteggio medio (stima delle abilità secondo il modello di Rasch) su scala nazionale, corretto per il cheating. Il dato non è disponibile se non sono presenti almeno 2 plessi per comune oppure 2 istituti per comune. Nel caso i risultati delle prove fossero stati resi pubblici direttamente dalle scuole il dato è stato restituito anche se relativo a un solo plesso o un solo istituto per comune.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Se si isolano i 15 capoluoghi con i punteggi più alti nei test Invalsi, nessuno si trova nel mezzogiorno. Sono 6 quelli del nord-ovest, peraltro tutte città lombarde: Sondrio, Pavia, Lecco, Como, Monza e Bergamo. Cinque si trovano nel nord-est, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia: Belluno, Rovigo, Padova, Pordenone e Udine. Quattro infine appartengono all'Italia centrale: Perugia, Siena, Macerata e Ascoli Piceno.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Viceversa, si trovano quasi tutti nel sud e nelle isole i capoluoghi con i punteggi più bassi per le terze medie in italiano. Spiccano le città siciliane: 6 su 15 (Trapani, Palermo, Messina, Caltanissetta, Catania e Siracusa). Da notare che la sedicesima in classifica sarebbe un altro capoluogo dell'isola: Agrigento, con un dato di un centesimo superiore rispetto a Siracusa (ma nella sostanza a pari merito con quest'ultima). Tra le 15 compaiono anche 4 comuni pugliesi (Taranto, Trani, Barletta e Brindisi), 2 calabresi (Crotone e Vibo Valentia) e uno campano (Napoli).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Allo stesso tempo, si può osservare come nella classifica siano presenti anche due citta del centro-nord. Parliamo della piemontese Vercelli e della toscana Prato.

Si tratta di dati che - in una fase come questa - devono essere necessariamente portati all'ordine del giorno nel dibattito pubblico. Intervenire su quello che ragazze e ragazzi apprendono oggi, infatti, significa migliorare le loro prospettive economiche e sociali. E quindi anche quelle dell'intera società nei prossimi anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti è Invalsi.

Foto: Allison Shelley/The Verbatim Agency (EDUimages) - Licenza

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Come variano opportunità e servizi educativi, tra province e comuni della Sicilia https://www.openpolis.it/esercizi/come-variano-opportunita-e-servizi-educativi-tra-province-e-comuni-della-sicilia/ Tue, 22 Jun 2021 14:00:06 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=142014 In questa fase storica delicata, specialmente per bambini e ragazzi, è ancora più importante monitorare i fenomeni della povertà educativa. Dall’offerta di asili nido alla digitalizzazione e condizione delle scuole, abbiamo analizzato i servizi e le opportunità educative in Sicilia.

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In Sicilia abitano circa 800mila minori, in base ai dati del censimento permanente recentemente rilasciati da Istat. Chi oggi ha meno di 18 anni sta attraversando le fasi cruciali dello sviluppo in un momento storico molto particolare. L’emergenza Covid infatti ha avuto delle pesanti ripercussioni anche per bambine e bambini, ragazzi e ragazze. Dal contesto familiare, con il rischio concreto che la propria famiglia possa soffrire la crisi economica, fino all’accesso ad opportunità educative e sociali, molto più difficile in questa fase.

814.527 residenti con meno di 18 anni in Sicilia nel 2020.

Da questo punto di vista, il ruolo del territorio di residenza è cruciale. Perché la presenza di presidi educativi e reti comunitarie costituisce la garanzia principale di contrasto alla povertà educativa. E in questo senso una regione come la Sicilia mostrava diversi fronti critici già prima dell’emergenza Covid.

Il report completo in pdf

Prendiamo alcuni indicatori regionali sulla condizione educativa dei più giovani. Ad esempio, a fronte di un obiettivo europeo di riduzione del tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10%, in Sicilia nel 2019 la quota di giovani tra 18 e 24 anni che aveva lasciato la scuola prima del diploma si attestava al 22,4%. Un valore al di sopra della media nazionale del 13,5% rilevato in quell’anno.

Un dato che va letto insieme ad indicatori di abbandono scolastico implicito, ovvero gli studenti che – pur completando il percorso di studi – non ci arrivano con competenze adeguate. Spesso trascinandosi lacune fin dal primo ciclo di istruzione. In questo senso, la regione ha il 27,9% di alunni in difficoltà in terza media. Studenti cioè che terminano l’ultimo anno prima delle scuole superiori di secondo grado con livelli di competenza inadeguati in italiano, matematica e inglese, a fronte di una media nazionale del 14,4%.

22,4% giovani che hanno lasciato la scuola senza diploma o qualifica professionale in Sicilia nel 2019. Quasi 10 punti al di sopra della media nazionale.


L’emergenza Covid ha avuto un impatto decisivo sulla condizione di bambini e ragazzi.

Per queste ragioni, un territorio come la Sicilia già prima dell’emergenza si trovava di fronte a sfide importanti nella lotta alla povertà educativa. Allo stesso tempo però, l’emergenza Covid ha posto anche delle sfide nuove. I mesi di didattica a distanza hanno dimostrato quanto agenda digitale e contrasto della povertà educativa siano legate in modo determinante. Inoltre sono riemerse questioni di lungo periodo. Il distanziamento in classe, con la necessità di riadattare le scuole, ha riproposto la condizione del patrimonio edilizio scolastico. Così come è tornata in primo piano la questione dei trasporti per raggiungere la scuola. Infine, è stata ridata attenzione pubblica alla necessità di disporre di una rete capillare servizi educativi per la prima infanzia. Non solo come conciliazione dei tempi familiari, stressata nella fase post-Covid. Ma come investimento di lungo periodo sull’occupazione femminile e sull’apprendimento dei bambini nei primi 1.000 giorni, cioè la fase della vita in cui sono più ricettivi.

Su tutti questi aspetti la pandemia non ha giocato un ruolo neutro: ha avuto l’effetto di acuire i divari preesistenti. Un tema che non può non riguardare anche il territorio di una regione come la Sicilia. A fronte di un dato medio regionale più o meno positivo, ogni realtà locale fa storia a sé: ricostruire tali differenze è cruciale.

Per questo nel corso del report approfondiremo alcuni degli aspetti più salienti in questa fase. Dalla diffusione della rete internet ultraveloce alla condizione dell’edilizia scolastica, dalla raggiungibilità delle scuole all’offerta di asili nido.

Lo faremo con il metodo proprio dell’osservatorio povertà educativa #conibambini, utilizzando dati di livello comunale. Perché se le medie regionali sono il punto di partenza dell’analisi, solo dati con una maggiore granularità possono aiutarci a comprendere la reale condizione dei minori sul territorio.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Agcom, Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

Foto credit: Malega (Flickr) - Licenza

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