Che cosa sono le aree interne

Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Parliamo di oltre 4.000 comuni, con 13 milioni di abitanti, a forte rischio spopolamento (in particolare per i giovani), e dove la qualità dell’offerta educativa risulta spesso compromessa.

Definizione

Le aree interne sono i comuni italiani più periferici, in termini di accesso ai servizi essenziali (salute, istruzione, mobilità). Per definire quali ricadono nelle aree interne, per prima cosa vengono definiti i comuni “polo”, cioè realtà che offrono contemporaneamente (da soli o insieme ai confinanti):

  1. un’offerta scolastica secondaria superiore completa (cioè almeno un liceo, un istituto tecnico e un istituto professionale);
  2. almeno un ospedale sede di d.e.a. I livello;
  3. una stazione ferroviaria almeno di tipo silver.

I comuni che distano meno di 20 minuti dal polo più vicino si definiscono “cintura”; quelli che distano oltre 20 minuti rientrano nelle aree interne. Le aree interne si suddividono a loro in 3 categorie, sempre in base alla distanza dal polo: comuni intermedi, comuni periferici, comuni ultraperiferici.

Classificazione delle aree interne

Classificazione del comuneMacro-categoriaDistanza dal polo più vicino (in minuti)
PoloPolo-
Polo intercomunalePolo-
CinturaAree peri-urbane0
IntermedioAree interne20
PerifericoAree interne40
UltraperifericoAree interne75

Dati

Quasi 4.200 comuni (ovvero oltre la metà del totale) ricadono nelle aree interne. Questi territori coprono il 60% della superficie nazionale, e sono abitati da circa 13 milioni di persone (22% della popolazione residente al 1° gennaio 2018). La maggior parte degli abitanti delle aree interne (8,8 milioni di persone) vive nei comuni intermedi, distanti dai 20 ai 40 minuti dal polo più vicino. 3,7 milioni abitano in comuni periferici, mentre altre 670mila persone vivono in aree ultraperiferiche (cioè comuni, perlopiù montani o isolani, distanti almeno 75 minuti dal centro più vicino).

Analisi

La classificazione per aree interne è stata introdotta a partire dal 2012, con l’obiettivo di centrare le politiche pubbliche su un tema spesso dimenticato. Dal dopoguerra, l’Italia “interna” ha subito una progressiva marginalizzazione: la popolazione residente è diminuita, così come il livello di occupazione e l’offerta di servizi. Processi che si sono accompagnati ad altri di pari o superiore gravità, come il dissesto idrogeologico.

Dal punto di vista dell’istruzione questi territori incontrano spesso forti problematiche, che acuiscono la tendenza allo spopolamento. L’offerta educativa (e la sua stessa qualità) è compromessa dalle difficoltà di spostamento e dalla tendenza alla forte mobilità degli insegnanti. Oltre l’80% dei comuni nelle aree interne non ha nessuna scuola superiore statale (a fronte della quasi totalità dei poli che ne ospitano uno o più). Il 39% non ospita neanche una scuola media. Non stupisce quindi che questi territori si caratterizzino per una maggiore dispersione scolastica e per livelli di apprendimento significativamente più bassi. Perciò il ruolo del sistema scolastico e in generale dell’offerta di servizi rivolti ai minori è decisivo. La scuola è chiamata a diverse funzioni, come riportato nella strategia nazionale per le aree interne. Tra queste, quella di offrire alle ragazze e ai ragazzi le competenze per decidere in autonomia se andarsene o restare. Ma anche garantire gli strumenti che consentano di restare dove sono nati. Inoltre nelle aree interne il ruolo delle scuole come presidio territoriale, oltreché educativo, è ancora più importante.

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