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Negli ultimi anni, sulla scorta degli obiettivi nazionali ed europei in materia, l’offerta di asili nido e di servizi per la prima infanzia è in parte cresciuta nel nostro paese. Nel 2013 erano 22,5 i posti a disposizione in queste strutture ogni 100 bambini con meno di 3 anni. In base ai dati più recenti, relativi all’anno educativo 2018/19, sono arrivati a 25,5 ogni 100 minori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

Una crescita non trascurabile, che nel periodo 2016-18 è stata pari a 1,5 punti, ma che risulta ancora troppo lenta. In primo luogo, rispetto agli obiettivi nazionali ed europei. Nel consiglio europeo di Barcellona (2002) fu infatti fissato come target per gli stati Ue di raggiungere i 33 posti ogni 100 bambini, sfida poi recepita anche nella normativa nazionale.

Lo Stato promuove (...) il progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l'accessibilità dei servizi educativi per l'infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l'obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale

È necessario un investimento sui primi 1.000 giorni di vita dei bambini.

Questo obiettivo è molto meno noto rispetto ad altri parametri che quotidianamente dominano il dibattito pubblico. Eppure si tratta di una sfida centrale per il nostro sistema educativo. È ormai acquisito nella letteratura come i primi 1.000 giorni di vita del bambino siano quelli più determinanti per il suo sviluppo successivo (Monica Mancini, Istituto degli Innocenti 2020). È a partire da questa fase, in cui i bambini sono così ricettivi, che va garantito a tutti - a prescindere dalle condizioni della famiglia - un ambiente di crescita quanto più favorevole possibile. Vanno in questa direzione le ricerche sulla genetica, che hanno evidenziato l'influenza ambientale sul funzionamento dei geni. E ancora di più le neuroscienze, che hanno fatto emergere il ruolo dei fattori ambientali sullo sviluppo delle reti neurali del bambino. Specie nei primi anni di vita, in cui questa formazione procede ad una velocità che non raggiungerà mai più negli anni successivi.

È sulla base di queste evidenze che gli standard internazionali fissati da Unicef pongono in primo piano la cura della prima infanzia, per le sue conseguenze di lungo periodo. Nell'interesse del singolo bambino, ovviamente, ma anche per l'intera società. A dicembre dello scorso anno, l'Alleanza per l'infanzia in collaborazione con la rete #educAzioni ha ribadito le ragioni per cui i primi anni di vita devono essere centrali nella definizione delle politiche pubbliche. Un percorso su cui il lavoro da fare è ancora molto.

Se nella fascia tra i 3 anni e la scuola dell'obbligo (quella che nel nostro paese è coperta dalle scuole dell'infanzia) l'Italia è tra i paesi Ue con il maggior sviluppo del servizio, nella cura dei primi 1.000 giorni siamo ancora lontani dal garantire un'offerta adeguata. In primo luogo rispetto all'obiettivo fissato in sede Ue. Con una copertura complessiva del 25,5%, sono circa 100mila i posti che mancano per raggiungere questo target.

100.000 i posti che mancano a livello nazionale per raggiungere l’obiettivo europeo del 33%.

E il parametro europeo, essendo calcolato su tutti i posti disponibili sul territorio nazionale (pubblici e privati, comprendendo sia nidi che i servizi integrativi) appare probabilmente sottostimato rispetto al bisogno effettivo. L'alleanza per l'infanzia ha infatti evidenziato la necessità di un aumento di quasi 300mila posti per raggiungere una copertura pari ad almeno il 33% attraverso asili nido pubblici.

Next generation Eu: risorse per ridurre le distanze tra i territori

Gli asili nido rappresentano un investimento sulle prossime generazioni.

Alla luce di questi dati, è necessario aprire una riflessione. Nei prossimi anni il nostro paese sarà chiamato a programmare e gestire risorse nell’ambito dell’iniziativa europea Next Generation Eu. Tali fondi, che per il nostro paese valgono circa 200 miliardi di euro di cui più della metà da prestiti, non sono pensati solo per uscire dall’emergenza attuale. Come lascia intendere il nome stesso dello strumento, servono per investire sul futuro delle prossime generazioni, che oggi appare compromesso dalla crisi. In questo quadro, sarebbe un enorme spreco penalizzare un settore come quello della cura ed educazione per la prima infanzia che, come vedremo, è strategico per il contrasto della povertà educativa e per il futuro del paese.

Il primo obiettivo, correttamente messo a fuoco dal piano nazionale di ripresa e resilienza, è ovviamente portare il nostro paese al di sopra della soglia del 33% stabilita nel consiglio europeo di Barcellona quasi venti anni fa.

L’obiettivo dell’investimento è superare il target fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2002, relativo al raggiungimento di un’offerta minima al 33% per i servizi per la prima infanzia, entro il 2026.

Raggiungere il 33% nazionale non basta: il potenziamento deve servire anche ridurre i divari tra i territori.

Ma è dalla modalità con cui la soglia del 33% verrà raggiunta che dipenderà l'effettivo successo nell'utilizzo di queste risorse. Come approfondiremo nel corso del report, vi sono profonde distanze tra i territori nella diffusione di asili nido e servizi prima infanzia. Bastano pochi, macroscopici dati per inquadrare il fenomeno. A fronte di un centro-nord che ha quasi raggiunto l'obiettivo di Barcellona (32%) e dove in media 2/3 dei comuni offrono il servizio, nel mezzogiorno i posti ogni 100 bambini sono solo 13,5, e il servizio è garantito in meno della metà dei comuni (47,6%).

E questa è solo la disparità più macroscopica: scopo di questo report, come di tutto il lavoro dell'osservatorio povertà educativa in questi anni, sarà proprio andare a monitorare l'offerta effettiva sul territorio, molto diversa dalle medie nazionali e regionali. Persino nelle regioni in media più servite si trovano zone maggiormente carenti, che spesso coincidono con le aree interne più lontane dai centri maggiori.

L'obiettivo del 33% deve perciò essere calato in questi divari, per ridurli. Se questo target verrà raggiunto potenziando solamente le aree del paese già più "infrastrutturate" significa che le risorse europee, nonostante il conseguimento dell'obiettivo nazionale, non saranno servite per abbattere le distanze esistenti. Un esito che sarebbe in aperta contraddizione con l'obiettivo di riequilibrio territoriale indicato dal decreto 65/2017. Ma anche con le stesse premesse del piano italiano di ripresa e resilienza. Documento che, da un lato, stabilisce esplicitamente come obiettivo quello di "aumentare l’offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e favorirne una distribuzione equilibrata sul territorio nazionale". Dall'altro indica il potenziamento dei servizi prima infanzia come uno degli interventi per sostenere l'occupazione e l'imprenditorialità femminile.

È infatti enorme il contributo che lo sviluppo del servizio può offrire nella riduzione dei divari di genere: una questione che incrocia disuguaglianze sociali e territoriali profonde. Le regioni del mezzogiorno, economicamente più fragili, sono sia quelle dove l'occupazione femminile è più bassa che quelle dove l'estensione dei servizi prima infanzia è inferiore.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

La campagna di consultazione sulle linee guida per lo 0-6 è un'occasione unica per riportare il tema al centro della discussione pubblica.

La necessità di superare tale ritardo è stata acquisita nella strategia del piano nazionale di ripresa e resilienza, e nella gestione delle risorse sarà fondamentale essere conseguenti con tale impegno. Un investimento forte sulla prima infanzia può infatti aiutare a colmare tanti divari diversi: educativi, di genere, territoriali, socio-economici. Per questo il potenziamento del sistema integrato 0-6 anni, e in particolare per la fascia 0-3, deve essere considerato una priorità nazionale. Va in questa direzione la campagna di consultazione avviata a fine marzo sulle linee pedagogiche per il sistema integrato 0-6. Il confronto sulle linee guida elaborate dalla commissione nazionale, che coinvolgerà nei prossimi mesi i diversi stakeholder, educatori, genitori, gestori dei servizi, istituzioni, deve essere l'occasione per riportare il tema al centro del dibattito pubblico.

Un servizio non solo sociale, ma educativo

È stata riconosciuta la funzione educativa, ma la copertura ancora non basta.

Un altro aspetto da sottolineare è che lo sviluppo attuale del servizio - nonostante i miglioramenti - appare ancora inadeguato rispetto allo spirito e alle scelte operate dal decreto legislativo 65/2017. Istituendo il sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni, di cui asili nido e servizi per la prima infanzia costituiscono uno dei pilastri, il decreto legislativo ha riconosciuto definitivamente la natura educativa del servizio. Ma se nella pratica la copertura potenziale arriva a un bambino su 4, siamo ancora lontani da poterlo qualificare come pienamente educativo.

Quasi cinquant'anni fa, nel dicembre 1971, entrava in vigore la legge 1044/1971, avente come obiettivo "l'istituzione di asili nido comunali con il concorso dello stato". Per la prima volta, dopo le prime esperienze e sperimentazioni a livello locale, gli asili nido diventavano a pieno titolo un servizio di interesse pubblico, il cui sviluppo doveva essere promosso dallo stato.

50 anni dalla prima legge sugli asili nido. Da allora è cambiata la concezione del servizio: da assistenziale a educativo.

L'approvazione di questa legge fu un passo avanti fondamentale per il nostro paese. Ma rispetto ad allora, ovviamente, molte cose sono cambiate. Per decenni, al netto di alcune esperienze pionieristiche (su tutte quella del Reggio Emilia approach, sviluppato tra gli anni '60 e '70 e centrato sulla crescita e sulle potenzialità del bambino), a livello nazionale lo sviluppo degli asili nido è stato considerato un obiettivo socio-assistenziale. Senza una attenzione specifica al ruolo educativo dei nidi.

Gli asili-nido hanno lo scopo di provvedere alla temporanea custodia dei bambini, per assicurare una adeguata assistenza alla famiglia e anche per facilitare l’accesso della donna al lavoro nel quadro di un completo sistema di sicurezza sociale.

Persino gli stessi obiettivi di Barcellona, formulati agli inizi degli anni 2000, risentono ancora di questa impostazione. Lo sviluppo dei servizi prima infanzia veniva considerato non come un fine in sé, ma come lo strumento per promuovere l'occupazione femminile.

Gli Stati membri dovrebbero rimuovere i disincentivi alla partecipazione femminile alla forza lavoro e sforzarsi, tenuto conto della domanda di strutture per la custodia dei bambini e conformemente ai modelli nazionali di offerta di cure, per fornire, entro il 2010, un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l'età dell'obbligo scolastico e per almeno il 33% dei bambini di età inferiore ai 3 anni.

Le basi gettate nei primi anni di vita condizioneranno tutto il percorso successivo.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è affermato anche a livello normativo quanto già emerso nella letteratura scientifica. Gli asili nido, e in generale i servizi per la prima infanzia, rivestono un ruolo chiave nello sviluppo del minore.

Il motivo è che le esperienze vissute dai bambini nei primi anni di vita sono cruciali. Pongono le basi per tutto ciò che il bambino apprenderà negli anni successivi, non solo in ambito strettamente scolastico, ma anche nelle relazioni sociali e nello sviluppo della propria personalità. Ne consegue che aver potuto frequentare, prima dei 3 anni, un ambiente educativo che offre questo tipo di stimoli e esperienze sarà determinante sulle prospettive future del minore.

Per questa ragione estendere l'offerta del servizio, garantendone l'accesso a tutti i bambini - a prescindere dal reddito familiare - è il primo passo nel contrasto della povertà educativa.

I limiti attuali allo sviluppo del servizio

Oggi, nonostante il positivo cambio di mentalità ormai entrato anche nella normativa, per una serie di fattori il sistema di assistenza alla prima infanzia non è nelle condizioni di assolvere a queste funzioni sull'intero territorio nazionale. Una delle ragioni principali è che il servizio non è ancora diffuso in modo territorialmente omogeneo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

Osservando la mappa, emergono due spaccature nell'offerta di servizi prima infanzia. La prima, e più evidente, è quella tra un centro-nord dove il servizio appare più capillare e un mezzogiorno dove risulta molto meno presente.

18,5 i punti di divario tra centro-nord (32%) e mezzogiorno (13,5%) nella copertura di nidi e servizi prima infanzia.

Le aree del paese dove la copertura potenziale è più elevata sono spesso quelle dove il servizio si è affermato storicamente prima. Tutte le province emiliane e romagnole (tranne Piacenza, che è comunque al 25,8%), superano i 33 posti ogni residenti tra 0 e 2 anni. In Toscana 6 province superano la soglia del 33%, una (Arezzo, 32,7%) l'ha praticamente raggiunta e le altre 3 sono poco sotto, con dati superiori al 29%.

Parallelamente, permane un forte ritardo del mezzogiorno, dove sono concentrate quasi tutte le province con meno di 20 posti ogni 100 bambini. Inoltre sono tutte meridionali le 8 province che non raggiungono un posto ogni 10 bambini residenti: Trapani (9,7%), Napoli (8,9%), Ragusa (8,7%), Catania (8,1%), Palermo (8%), Cosenza (7,7%), Caserta (6,6%), Caltanissetta (6,2%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

L'altra frattura è quella tra i maggiori centri urbani, dove il servizio è più diffuso (anche se soggetto a una pressione maggiore, data la maggiore ampiezza dell'utenza potenziale) e i comuni delle aree interne, dove la domanda debole e dispersa ha storicamente limitato lo sviluppo di una rete di servizi.

Le aree interne sono i territori del paese più distanti dai servizi essenziali (quali istruzione, salute, mobilità). Vai a "Che cosa sono le aree interne"

Le 2 linee di frattura nell'offerta di servizi prima infanzia si sovrappongono.

Se nei poli, i comuni baricentrici in termini di servizi, l'offerta raggiunge oltre il 30% dell'utenza potenziale, nei comuni periferici e ultraperiferici, distanti almeno 40 minuti dal polo più vicino, si attesta attorno al 18%. Con differenze che si vanno a sovrapporre a quelle appena viste, tra centro-nord e resto del paese. Nelle aree periferiche e ultraperiferiche di Emilia Romagna, Toscana e Umbria la copertura sfiora comunque il 30% dell'utenza potenziale, mentre nei maggiori centri urbani del sud non raggiunge il 15%: Napoli (13,5), Palermo (6,2), Bari (14,1).

13,8 i punti di divario tra i comuni polo (31,6%), baricentrici in termini di servizi, e quelli periferici e ultraperiferici (17,8%).

Mettere a fuoco queste differenze nell'offerta di servizi è essenziale, perché altrimenti si rischia di vanificare le politiche in materia. A partire dal bonus asilo nido, istituito con la legge 232/2016, che per incentivarne l'utilizzo ha introdotto un contributo di 1.000 euro (innalzato a 3.000 euro con la legge di bilancio 2020). Nell'ottobre dell'anno scorso, in audizione alla commissione affari sociali della camera dei deputati, il presidente dell'Istat ha messo chiaramente in luce questo aspetto.

Il diverso grado di sviluppo sul territorio del sistema di offerta dei servizi, anche se in lieve miglioramento, rappresenta un limite anche alle potenzialità perequative della misura del bonus asilo nido istituito con la legge n. 232/2016. La quota di beneficiari sui bimbi di 0-2 anni varia, infatti, dal 15,1% del Mezzogiorno al 29,5% del Centro Italia e le risorse erogate in rapporto ai bambini residenti sotto i 3 anni variano da un minimo i 106 euro annui al Mezzogiorno a un massimo di 247 euro al Centro.

Gli incentivi economici dal lato della domanda sono fondamentali nel promuovere l'uso del servizio. Parallelamente, è necessario investire sul potenziamento della rete sul territorio per renderli davvero efficaci.

La capillarità del servizio è il presupposto per valorizzarne il ruolo educativo.

Per questa ragione, nel corso del report saranno analizzate le due principali linee di frattura che oggi limitano un'offerta omogenea del servizio, cioè il presupposto affinché l'asilo nido rivesta una funzione educativa e non solo sociale.

Nel prossimo capitolo, affronteremo il divario tra il mezzogiorno e il resto del paese e i divari interni allo stesso mezzogiorno. Vedremo come nel sud l'offerta sia cresciuta in modo significativo negli ultimi anni. Allo stesso tempo, il servizio partiva da un livello di copertura molto basso e quindi la strada resta ancora lunga. In questo quadro, non mancano comunque realtà più servite, in particolare tra i capoluoghi.

Nel capitolo successivo, ricostruiremo l'altra linea di frattura appena identificata, quella tra centri urbani e aree interne. All'interno di una tendenza generale per cui i comuni periferici e ultraperiferici sono meno serviti di quelli polo, emergono delle forti spaccature territoriali che meritano di essere approfondite con maggior dettaglio.

Perché nel post-Covid la presenza dei nidi sarà ancora più importante

Nella fase che stiamo vivendo, segnata dall'emergenza coronavirus e dalla necessità di garantire una ripresa per il paese nei prossimi anni, il ruolo degli asili nido e dei servizi prima infanzia sarà ancora più strategico.

Una loro maggiore presenza, come abbiamo detto, non è solo una questione sociale o assistenziale. Riguarda prima di tutto le opportunità educative a disposizione del minore e la sua possibilità di avere accesso - fin dai primi anni di vita - ad un percorso educativo di qualità, a prescindere dal reddito della famiglia. È proprio in considerazione dell'essenzialità di questo servizio che le linee guida Unicef sottolineano l'importanza dell'apertura dei nidi, per non compromettere un pieno sviluppo cognitivo dei minori. Tenere presenti queste misure e le prescrizioni stabilite dall'Oms è l'unico modo per garantire ambienti sani e sicuri per la crescita di chi oggi ha meno di tre anni.

Nell'immediato, con la ripresa dei contagi, è sicuramente questa la prima sfida che abbiamo di fronte. E anche nel prossimo futuro, con l'emergenza sanitaria sperabilmente in via di superamento, ma con quella economica e sociale ancora da affrontare, a maggior ragione garantire l'offerta di servizi prima infanzia assumerà contorni ancora più strategici. Una delle principali vittime della crisi in corso sembra essere soprattutto l'occupazione femminile, e questo nel secondo paese europeo (dopo la Grecia) con i divari più ampi nel tasso di occupazione di uomini e donne con figli. Potenziare i servizi per la prima infanzia è una delle politiche pubbliche a disposizione per arginare tale tendenza e aumentare le opzioni a disposizione delle donne, su cui a causa di pregiudizi sociali gravano più frequentemente le responsabilità di cura dei figli.

In questo senso, un'estensione più omogenea del servizio, con l'obiettivo di superare i divari che approfondiremo nel corso del report, può dare un contributo fondamentale per ridurre le distanze educative, sociali, economiche, di genere e territoriali presenti nel paese.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi ad asili nido e servizi prima infanzia sono di fonte Istat.

Per conoscere quanto è ampia l’offerta di asili nido e servizi per la prima infanzia nel tuo territorio, clicca sulla casella Cerca… e digita il nome del tuo comune. Puoi cambiare l’ordine della tabella cliccando sull’intestazione delle colonne.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 27 Ottobre 2020)

Foto credit: Sigmund (unsplash) - Licenza

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