Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido

Gli obiettivi europei di Barcellona riguardano la diffusione di asili nido, servizi e scuole per l’infanzia. Questi devono essere offerti almeno al 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% dei bambini tra 3 e 5 anni.

Definizione

Nel 2002 il consiglio europeo riunito a Barcellona ha stabilito 2 obiettivi, in termini di diffusione di servizi per l’infanzia, tra cui gli asili nido. Gli stati membri devono impegnarsi ad offrire questi servizi:

  1. ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni (obiettivo che riguarda la presenza di asili nido e di servizi per la prima infanzia);
  2. ad almeno il 90% dei bambini di età compresa fra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico (obiettivo che in Italia riguarda le scuole per l’infanzia).

Sul primo fronte, quello degli asili nido e dei servizi per la prima infanzia, il legislatore italiano ha integrato l’obiettivo del 33% anche nella normativa nazionale. Il decreto 65 del 2017 all’articolo 4 infatti recita:

Lo Stato promuove (…) il progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale

L’obiettivo del 33% è quindi parametrato in chiave nazionale, ma lo stesso legislatore ha fissato come metodo il perseguimento di un riequilibrio territoriale nell’offerta di servizi per la prima infanzia, per ridurre i territori carenti o privi di offerta.

Dati

Entrambi gli obiettivi erano fissati in origine al 2010. Per quanto riguarda quello del 90% nella fascia 3-5 anni, l’Italia si colloca stabilmente al di sopra. È al 92,6% (Eurostat 2016), dato che la pone 6 punti sopra la media europea e tra le 12 nazioni virtuose. Il ragionamento è invece più articolato rispetto all’obiettivo di offrire un posto in asili nido o in strutture per la prima infanzia almeno al 33% dei bambini sotto i 3 anni.

L’Italia, come mostrano anche i recenti dati Eurostat, negli ultimi ha aumentato il livello di copertura potenziale. Se si calcola l’offerta rispetto alla platea 0-3 anni nel 2016 è al 34,4%. I dati Istat mostrano un 23% di copertura potenziale per l’anno 2014/15. Si tratta di dati meno aggiornati, ma sono calcolati sull’utenza 0-2 anni e soprattutto hanno una profondità territoriale. Questa fa emergere come la media nazionale nasconda forti disparità nella copertura potenziale dei nidi tra le diverse zone d’Italia. In particolare tra centro-nord e mezzogiorno, ma non solo.

Disuguaglianze nell’offerta di servizi sono rilevabili già a livello regionale, dove per l’anno educativo 2014/15 si va dal 6,4% della Campania al 40% della Valle d’Aosta. Ma che è possibile rintracciare su una scala ancora più locale, scendendo al livello comunale. Ad esempio, tra i capoluoghi, il comune di Bolzano spicca con 62 posti ogni 100 residenti sotto i 3 anni, quando a Palermo sono solo 7. Tra le grandi città, Roma e Milano si collocano attorno al 40%. Torino è al 34%, mentre a Napoli ci sono solo 8 posti disponibili ogni 100 bimbi.

E le disparità nell’offerta di servizi prima infanzia si possono cogliere addirittura all’interno di uno stesso comune, tra quartiere e quartiere. Ad esempio a Roma, dove un’offerta media molto elevata  si distribuisce in modo fortemente differenziato tra le 155 zone urbanistiche che compongono la città. Lo si nota osservando i dati rilasciati dal comune per l’anno educativo 2015/16 (relativi solo all’offerta comunale e in convenzione). Emergono zone con copertura potenzialmente quasi totale, ad esempio l’Eur (95%, con 175 posti disponibili per 185 bambini residenti 0-2 anni). Allo stesso tempo, risulta carente l’offerta in territori come Ostia Nord (7%) e Borghesiana (9%).

Analisi

L’indicatore nazionale è utile perché consente il confronto con gli altri paesi europei e soprattutto pone un obiettivo strategico per l’intero paese. Ma, se il punto di vista è ridurre gli squilibri territoriali nell’offerta di asili nido, i dati nazionali e purtroppo anche quelli regionali non bastano. Anzi, rischiano di comprimere eccessivamente l’analisi di un fenomeno che ha una distribuzione territoriale molto disomogenea e variegata. Per comprendere questi aspetti è necessario scendere a un livello più di dettaglio. In primo luogo quello comunale, se non addirittura subcomunale quando si parla di grandi aree urbane.

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