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Ad un anno dall’approvazione del decreto sicurezza siamo andati ad analizzare le conseguenze che le norme volute dal 1° Governo Conte hanno cominciato a produrre sul fronte interno delle politiche di immigrazione, quello dell’accoglienza dei migranti in Italia.

Due, in particolare, gli effetti potenzialmente esplosivi. Da una parte l’aumento consistente del numero di irregolari, collegato all’abolizione della protezione umanitaria, diventa una vera e propria emergenza di cui occorrerà farsi carico. Dall’altra il taglio dei costi per la gestione dei centri di accoglienza crea non poche difficoltà nell’assegnare i nuovi bandi e favorisce il ritorno alla prassi disastrosa della concentrazione dei richiedenti asilo abbandonati nei grandi centri, ora senza più i servizi per l’integrazione nelle comunità locali.

Una politica che in nome della sicurezza e del taglio agli sprechi rischia di produrre più illegalità e più emarginazione sociale, più sfruttamento e esclusione. I cui costi sono disseminati come tante bombe sociali innescate nei territori e nelle periferie delle città.

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428 le gare d’appalto che abbiamo analizzato dall’approvazione del decreto sicurezza ad agosto 2019.

La fortezza Italia: sigillare le frontiere

Il disegno della politica migratoria, impersonata dal protagonismo assoluto dell’ex ministro dell’Interno Salvini, si articola sostanzialmente su due fronti: quello interno, con la stretta al sistema di accoglienza ed integrazione dei migranti – decreto sicurezza – e quello esterno, attraverso la progressiva chiusura delle frontiere e i “porti chiusi” – decreto sicurezza bis.

Nelle intenzioni il programma complessivo è chiaro: meno arrivi, meno diritti per chi arriva, più espulsioni. L’esito promesso è più sicurezza.

Non è un disegno né nuovo né originale. Era stato il ministro dell’Interno Minniti a promuovere, grazie all’accordo con la Libia, la strategia di esternalizzazione delle frontiere che fa dell’Italia l’avamposto delle politiche migratorie dell’Europa. Allo stesso ministro Minniti si devono pure le prime misure di contrasto alle azioni di salvataggio in mare delle Ong, oltre al consolidamento del cosiddetto “Approccio hotspot”, ossia l’utilizzo di pratiche arbitrarie di respingimento e rimpatrio utilizzate nei centri di frontiera come quello di Lampedusa. Una politica che ha ottenuto i risultati sperati, visto il repentino calo degli sbarchi a partire dal secondo semestre 2017.

A febbraio 2017 l’allora ministro Minniti concluse con la Libia il memorandum of understanding in tema di contrasto all’immigrazione illegale e di lì a poco varò le prime misure di contrasto alle azioni di salvataggio in mare delle ONG.

FONTE: Unhcr
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Settembre 2019)

Tuttavia l'effetto collaterale di questa politica, proseguita e rafforzata dal ministro Salvini, è stato, e continua ad essere, il trattenimento di migliaia di migranti e profughi nei campi di concentramento libici. Secondo le stime ufficiali dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni sarebbero almeno 600mila quelli esposti a violazione dei diritti umani e abusi.

Migranti e rifugiati subiscono orrori inimmaginabili durante il loro transito e soggiorno in Libia. Dal momento in cui entrano nel suolo libico, sono soggetti a uccisioni illegali, torture e altri maltrattamenti, detenzione arbitraria e privazione illegale di libertà, stupro e altre forme di violenza sessuale e di genere, schiavitù e lavoro forzato, estorsione e sfruttamento sia da parte dello Stato che di altri soggetti.

Dunque, sotto il profilo della difesa dei confini, l'azione del 1° governo Conte si inserisce in un solco già tracciato e appare più l'accentuazione di provvedimenti ereditati dal precedente governo di centro-sinistra che una vera svolta. Cambia il grado e l'intensità delle misure, non la direzione politica e culturale, che è quella della chiusura, del contenimento, della deterrenza in nome della sicurezza. Elementi diventati nel tempo capisaldi della retorica e delle politiche europee.

16% i rifugiati accolti nei paesi sviluppati. Il Libano ne ospita un milione su una popolazione di 6, quanto la Germania che ha 80 milioni di abitanti. In Italia i rifugiati sono meno di 190mila.

Al di là delle valutazioni politiche ed etiche che questa linea comporta, la domanda è se questa strategia funzioni oppure no. Se sia in grado di produrre più sicurezza e meno tensioni sociali o se è destinata ad alimentarle.

Un decreto chiamato “sicurezza”

Il punto 13 del Contratto per il Governo del cambiamento, siglato da Luigi di Maio e Matteo Salvini nel maggio del 2018, chiarisce, nel titolo, il programma su cui il nascente governo intendeva impostare la propria azione in materia migratoria: "Immigrazione: rimpatri e stop al business".

La questione migratoria attuale risulta insostenibile per l’Italia, visti i costi da sopportare e il business connesso alimentato da fondi pubblici nazionali spesso gestiti con poca trasparenza e permeabili alle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Il disegno riformatore del sistema di accoglienza, poggia principalmente su due provvedimenti: il decreto sicurezza e il nuovo capitolato di gara. Il decreto a sua volta contiene due misure destinate ciascuna a produrre effetti rilevanti: l'abolizione della protezione umanitaria e la soppressione dello Sprar.

Senza più protezione umanitaria

L’abolizione della protezione umanitaria interviene sul principale canale di accesso per ottenere il permesso di soggiorno da parte dei richiedenti asilo.

Eppure, se si osserva l'andamento degli sbarchi in relazione a quello delle richieste di asilo, si nota come la drastica riduzione degli arrivi, iniziata nel 2017, si sia tradotta in un forte calo anche delle richieste registrate nel corso dell'anno successivo, accentuatosi poi nel 2019.

L’abolizione della protezione umanitaria mira alla drastica riduzione del numero degli aventi diritto ad essere accolti o comunque ad avere un regolare permesso di soggiorno. Vai a "Che cosa s’intende per migranti irregolari, richiedenti asilo o rifugiati"

FONTE: Ismu, Unhcr, Ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Settembre 2019)

Mentre l'andamento delle domande esaminate resta pressoché costante, anche nel 2018, a causa del carico accumulato negli anni precedenti. Tuttavia le richieste pendenti si sono dimezzate nel corso dell'ultimo anno (passate da 134.475 nel giugno 2018 a 63.380 nel giugno 2019). Se gli arrivi resteranno relativamente stabili, c'è dunque da attendersi che il problema delle domande pendenti andrà risolvendosi nel corso 2020.

Quindi la scelta di abolire la protezione umanitaria interviene proprio nella fase in cui gli sbarchi sono al minimo dal 2010. Una misura per contrastare un'emergenza che non c'è e che va ad esasperare l'emergenza reale. Quella degli irregolari, che lo stesso sistema contribuisce a creare.

Nonostante a fine 2018 sia stata eliminata la protezione umanitaria, nel 2019 risulta ancora un certo numero di esiti di questo tipo, che abbiamo stimato, sulla base dell’andamento mensile, possano raggiungere i 1.500 circa entro fine anno. Il Ministero dell’Interno riconduce questo dato alle procedure decise prima della abolizione della protezione umanitaria, ma immesse nell’apposito sistema informatico in fase successiva.

FONTE: Ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Settembre 2019)

Irregolari: la vera emergenza

Ad oggi sarebbero circa 500 mila i migranti irregolari presenti sul nostro territorio e, pertanto, una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria.

L'impatto della soppressione della protezione umanitaria è, infatti, immediato. Si traduce nell'aumento della percentuale dei "diniegati" (coloro ai quali viene negato il riconoscimento di una forma di protezione internazionale).

80% La percentuale di domande di asilo esaminate che nel 2019 che ha avuto come esito il diniego. Nel 2018 erano il 67%.

In numeri assoluti significa che nel 2019 il totale dei dinieghi si avvicinerà alla cifra di 80mila persone che rischieranno di essere estromesse dal sistema e destinate, in gran parte, ad aggiungersi alla popolazione degli irregolari. Questa dal 2013 è in costante crescita, a causa principalmente della sostanziale chiusura dei canali legali di ingresso per motivi lavorativi. In questo scenario stimiamo che il numero degli irregolari potrà arrivare a circa 680mila entro il 2019 e superare i 750mila a gennaio del 2021.

Nella simulazione si parte dalle stime dell’Ismu degli irregolari che arrivano a 530mila in gennaio 2018. Sono ipotizzati costanti il numero di sbarchi, dei rimpatri e le percentuali dei dinieghi (stimati 77mila dinieghi su 96mila domande esaminate – comprese le pendenti – nel 2019 e 56mila su 70mila nel 2020). Infine si considera che i 40mila permessi umanitari concessi tra 2017 e 2018 vadano progressivamente in scadenza e si suppone che i dinieghi diventino definitivi trasformandosi in situazioni di irregolarità.

FONTE: Elaborazione openpolis su dati Ismu e Ministero dell'Interno
(ultimo aggiornamento: venerdì 11 Ottobre 2019)

Secondo la nuova normativa, coloro ai quali è stata respinta in via definitiva la domanda di protezione internazionale dovrebbero essere mandati nei Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) per essere poi forzatamente riportati nel paese d'origine.

Solo che la capienza dei Cpr ad oggi è di 1.085 posti - per non parlare delle condizioni di trattenimento, spesso segnate da una completa sospensione dei diritti - e la media dei rimpatri annuali non supera le 5.600 unità, in leggera diminuzione nel 2019.

Di questo passo, anche nell'ipotesi impossibile di 0 arrivi nei prossimi decenni, occorrerà oltre un secolo e oltre 3,5 miliardi di euro (5.800 euro a rimpatrio) per rimpatriarli tutti.

La ragione per cui l’Italia riesce a eseguire il rimpatrio di solo il 20% delle persone cui era stato dato l’ordine di lasciare il territorio, è legata in buona parte alle nazionalità dei migranti. In paesi come la Germania, che raggiungono il 78% dei rimpatri effettivi, circa un terzo dei migranti proviene da paesi Balcanici, Stati con cui è più facile raggiungere accordi di rimpatrio rispetto a quelli africani da cui provengono buona parte dei richiedenti asilo nel nostro paese.

FONTE: Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Settembre 2019)

Un processo che porta a un inevitabile aumento degli irregolari.

Dunque la stragrande maggioranza di questa popolazione è destinata a restare in Italia senza documenti, senza alternative alla strada, senza la possibilità di trovare casa o lavoro se non in nero o illegale. Una popolazione spinta dalle misure vigenti verso la progressiva invisibilità. Un'emergenza reale, in diretta relazione con il decreto sicurezza, rimossa dall'agenda politica e dalla gran parte del dibattito mediatico che una qualsiasi scintilla accesa dalla propaganda razzista può facilmente fare esplodere.

Il sistema capovolto

Il disegno di riorganizzazione del sistema di accoglienza si articola tra le norme previste dal decreto sicurezza e quelle del nuovo capitolato di gara.

Il sistema negli anni precedenti era evidentemente cresciuto sulla spinta dell'emergenza, con tutti i problemi connessi. L'andamento della distribuzione dei posti tra i centri del Sistema di protezione per i richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) e i Centri di accoglienza straordinaria (Cas), racconta come i secondi siano aumentati a dismisura.

Quello che avrebbe dovuto essere il sistema ordinario, lo Sprar, è rimasto negli anni largamente minoritario.

Così i Cas che avrebbero dovuto essere la risposta straordinaria e temporanea all'emergenza degli sbarchi, sono diventati la soluzione definitiva. Mentre lo Sprar, che rappresenta il modello virtuoso basato sui centri di piccole dimensioni gestiti dai comuni e che ha dimostrato di sapere produrre l'inclusione sociale e lavorativa degli stranieri, è rimasto largamente minoritario. La proporzione è arrivata ad essere meno del 20% degli Sprar contro oltre l'80% dei Cas.

FONTE: Def 2018, Ministero dell'Interno, Commissione affari costituzionali della camera
(ultimo aggiornamento: giovedì 19 Settembre 2019)

E nei Cas, gestiti dalle prefetture che fanno capo al Ministero dell'Interno, si sono concentrate, com'è noto, la gran parte delle criticità legate alla poca trasparenza, agli scarsi controlli, ai contratti di milioni da euro affidati senza gara e spesso prorogati. In questo contesto è nato e si è espanso in tutte le regioni d'Italia il mercato sull'accoglienza. Il ricorso all’accoglienza straordinaria ha favorito la nascita di un terreno fertile per profitti talvolta illeciti.

È stato così che un comparto generalmente sano, costituito dai soggetti del terzo settore che gestiscono i centri offrendo servizi di qualità, è stato infiltrato da albergatori, titolari di servizi di pulizie, imprenditori vari e finte onlus, che si sono improvvisati operatori dell’accoglienza.

Lo smantellamento dello Sprar

Il mercato sull'accoglienza nasce e si sviluppa nell'emergenza, nell'assenza di una politica capace di adeguare il sistema alla dinamica del fenomeno migratorio.

Invece di agire su questo insano squilibrio, riducendo la parte più problematica (Cas) e potenziando quella più virtuosa (Sprar), la nuova normativa voluta dal 1° governo Conte va nella direzione esattamente contraria, contraddicendo la strategia che lo stesso Ministero dell'Interno stava seguendo nel recente passato.

Con il decreto sicurezza, lo Sprar viene fortemente ridimensionato e sostituito con il Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati (Siproimi). Scompaiono quindi i "richiedenti asilo" e restano solo i titolari delle forme di protezione internazionale, già riconosciuti come tali (o di nuove tipologie di permessi di soggiorno, oltre ai minori non accompagnati). Solo questi ultimi avranno diritto all’integrazione. I richiedenti asilo sono quindi confinati nei "nuovi" Cas che restano affidati alle prefetture e vengono privati dei minimi servizi volti all’inserimento economico e sociale. Vengono garantiti di fatto solo vitto e alloggio.

Eppure l'analisi delle esperienze dimostra come proprio la possibilità di imparare la lingua, di ricevere assistenza psicologica e l'orientamento al lavoro, nelle prime settimane e mesi dopo l'arrivo, sia il fattore decisivo per favorire l'autonomia degli stranieri, il loro inserimento nelle comunità locali e la riduzione delle tensioni sociali.

I nuovi Cas: diminuiscono i costi aumentano i problemi

La rinnovata disciplina organizzativa dei Cas è contenuta nel nuovo Capitolato per gli appalti di gestione dei centri di prima accoglienza e dei centri di permanenza per il rimpatrio. Gli obiettivi del nuovo capitolato, emanato a fine 2018, sono la razionalizzazione degli appalti e la compressione dei costi di gestione.

Per quanto riguarda i Cas infatti, sono tre i capitolati previsti: uno per i centri composti da singole unità abitative (21,35 euro pro-die/pro-capite), uno per i centri collettivi fino a 50 posti (26,35 euro pro-die/pro-capite), e uno per i centri collettivi da 51 a 300 posti (25,25 euro pro-die/pro-capite).

Vai al rapporto di

Vengono incentivati i centri più numerosi che permettono di realizzare economie di scala e gli operatori di medie-grandi dimensioni.

La riduzione delle cifre rispetto ai 35 euro pro-die/pro-capite, mediamente stanziati con i bandi precedenti, va evidentemente a penalizzare i centri più piccoli e ad incentivare quelli medi e soprattutto grandi, per i quali sono possibili economie di scala. Questo però significa anche favorire la selezione di gestori di medie grandi dimensioni, a danno delle piccole cooperative e associazioni che impiegano personale qualificato con costi non comprimibili.

L'opacità del sistema che ostacola l'accesso alle informazioni

Al fine di analizzare lo stato di applicazione delle nuove disposizioni e le loro conseguenze, abbiamo rivolto al detentore dei dati, il Ministero dell'Interno, una richiesta di accesso al Sistema informatico di gestione dell’accoglienza (Sga), che raccoglie tutte le informazioni trasmesse dalle prefetture in relazione ai centri gestiti, alle presenze, ai pagamenti, ai gestori e altro. Accesso che ci è stato negato con la motivazione che i dati sarebbero incompleti e che quelli disponibili sono contenuti nella relazione al Parlamento del ministro dell'Interno. La relazione, che la legge prevede debba essere comunicata alle camere entro il 30 giugno di ogni anno, ad oggi non risulta però essere stata ancora trasmessa.

Ci siamo quindi dovuti basare sulle informazioni della banca dati dei contratti pubblici gestita da Anac e abbiamo raccolto altri dati direttamente da un certo numero di prefetture attraverso richieste di accesso agli atti alcune delle quali hanno risposto positivamente.

Le difficoltà delle prefetture ad assegnare i contratti pubblici

Dal 10 dicembre 2018, data di entrata in vigore del nuovo capitolato, a inizio agosto 2019 abbiamo contato 428 contratti d’appalto messi a bando da 89 prefetture su tutto il territorio italiano. Per oltre la metà dei casi si tratta di proroghe di contratti in corso o di procedure rivolte a situazioni specifiche, spesso per trovare soluzioni provvisorie in attesa che il nuovo sistema entrasse pienamente in funzione.

Oltre la metà dei bandi pubblicati dalle prefetture nel 2019 sono proroghe di contratti scaduti e ripetizioni di gare non assegnate.

Dunque risultano soltanto 208 accordi quadro che hanno seguito gli standard del nuovo capitolato.Tra questi, poi, ve ne sono alcuni ripetuti. Questo accade quando una prima gara pubblicata da una prefettura è andata deserta, perché nessuno si presenta, oppure quando i posti assegnati non sono sufficienti per coprire il fabbisogno.

La nuova normativa prevede, a parte casi specifici, che ogni prefettura metta a bando, per ciascuna delle tre tipologie di centro, un accordo quadro rivolto a più operatori economici. L’obiettivo è quello di siglare un accordo preventivo con gli operatori che copra l’intero fabbisogno previsto dalla prefettura. In una fase successiva, seguendo l’ordine di graduatoria emerso dall’accordo quadro, verranno firmate le convenzioni vere e proprie tra prefettura e gestori, tenendo in considerazione il numero effettivo di persone che necessitano di accoglienza.

FONTE: Elaborazione openpolis su dati Anac
(ultimo aggiornamento: giovedì 8 Agosto 2019)

Diversi approcci tra centro-nord e mezzogiorno d'Italia

In generale si può osservare come, malgrado l'impostazione del capitolato, le prefetture abbiano decisamente tentato di puntare sui piccoli centri (unità abitative). Tendenza evidentemente più marcata nelle regioni del nord Italia, dove il modello dell'accoglienza diffusa è stato tradizionalmente più seguito anche da parte delle prefetture. Tuttavia i bandi per unità abitative sono anche quelli che sembrano avere incontrato i maggiori problemi. Perché sono quelli che mostrano una percentuale maggiore di gare che sono state riproposte.

Per analizzare le intenzioni e le preferenze iniziali delle prefetture tra le diverse tipologie di centro previste dal capitolato abbiamo preso in considerazione solo i bandi non ripetuti, comprendendo sia i bandi per l’assegnazione di centri di accoglienza con immobili di proprietà pubblica sia gli accordi quadro rivolti a più operatori economici (che non prevedono gli immobili pubblici).

FONTE: Elaborazione openpolis su dati Anac
(ultimo aggiornamento: giovedì 8 Agosto 2019)

Un contesto questo che in qualche misura viene confermato dalle cronache locali, che raccontano delle difficoltà degli operatori piccoli e medi a partecipare ai nuovi bandi per l'insostenibilità economica determinata dai costi ridotti. Diversi sono anche i soggetti del terzo settore che si sono rifiutati di trasformare il proprio lavoro da operatori sociali orientati all'inclusione dei migranti a qualcosa di più simile al gestore di albergo - o a servizi di guardiania - in grandi strutture.

Non facciamo attività alberghiera: questo non è il nostro mestiere.

È  ancora presto per tirare le somme circa l'applicazione delle nuove norme che faticano ad entrare a pieno regime. Tuttavia, nel complesso, emergono diversi segnali della difficoltà da parte delle prefetture e degli operatori del settore ad adeguarsi al disegno governativo che tende a privilegiare un modello - grandi gestori per grandi centri - che va in direzione opposta a quella indicata dallo stesso Ministero dell'Interno nell'immediato passato. Nella relazione al Parlamento (agosto 2018) proprio la concentrazione di immigrati in grandi strutture era indicata come causa di problemi di gestione, di conflittualità sociale e del maggior pericolo di coinvolgimento della criminalità.

le concentrazioni di migranti, accolti in un’unica grande struttura, rendono difficile la gestione del centro con effetti negativi sia sull’efficienza dei servizi forniti ai migranti, sia sulle collettività locali, sia infine per l’eventuale rischio di attirare interessi economici degli ambienti criminali

Nel bilancio meno fondi per l'accoglienza

L'esame della spesa si concentra principalmente sulle voci di bilancio del Ministero dell’Interno in cui rientrano i costi destinati alla gestione dei centri di accoglienza. Sotto questo profilo, tra il 2016 e il 2018 le spese sono sostanzialmente aumentate, passando da 1,6 a 2,7 miliardi di euro. Nel 2018 quasi l’80% di questa spesa è stata destinata ai Cas e agli altri centri di prima accoglienza mentre circa il 20% è servito a finanziare quello che sarebbe dovuto essere il sistema ordinario di accoglienza, ovvero lo Sprar/Siproimi e i centri per i minori non accompagnati (Msna).

Dal rendiconto generale dello stato per gli anni 2016, 2017 e 2018 sono stati considerati gli importi in conto competenza impegnati a rendiconto. Per i Cas e gli altri centri governativi è stato tenuto in conto il capitolo di spesa 2351 afferente al Ministero dell’Interno, per lo Sprar sono stati considerati i capitoli 2352 e 2311, per i minori stranieri non accompagnati (Msna) il capitolo 2353.

FONTE: Ministero dell'Economia e delle Finanze
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Settembre 2019)

Per quanto poi riguarda il 2019, non potendo disporre ancora del rendiconto, possiamo basarci solo sulle cifre preventivate nella legge di bilancio nel corso degli anni.

Dunque per il 2019 si prevede una riduzione di spesa di circa 150 milioni di euro rispetto al 2018. Dovuta principalmente al calo dei costi previsti per la gestione dei Cas e dei centri di prima accoglienza (-125milioni circa). Si riducono anche i fondi destinati ai minori stranieri non accompagnati (- 20milioni circa) e di poco anche gli stanziamenti per i centri Siproimi - ex Sprar (6 milioni circa).

Dal bilancio di previsione dello stato per gli anni 2016-2019 è stato considerato il conto di competenza. Per i Cas e gli altri centri governativi è stato tenuto in conto il capitolo di spesa 2351 afferente al Ministero dell’Interno. Da questo capitolo, per gli anni 2018 e 2019, è stato scorporato il piano gestionale numero 10 che considera in particolare i fondi destinati alla gestione dei centri di permanenza e rimpatrio (Cpr). Per lo Sprar sono stati considerati i capitoli 2352 e 2311, per i minori stranieri non accompagnati (Msna) il capitolo 2353.

FONTE: Ministero dell'Economia e delle Finanze
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Settembre 2019)

Più soldi per i rimpatri

In controtendenza la voce relativa ai Centri di permanenza e rimpatrio (Cpr) che nel confronto tra 2018 e 2019 mostra una crescita della spesa pari a circa 6 milioni di euro (+46,9%). Un aumento, in realtà, già previsto dal governo Gentiloni.

Tuttavia le cifre effettivamente registrate al momento del rendiconto sono solitamente molto più alte rispetto a quelle previste in particolare per quanto riguarda i Cas (+187% nel 2016, +53% nel 2017 e +33% nel 2018), per cui occorre attendere per sapere come effettivamente andranno le cose, in base ai flussi di persone effettivamente accolte.

Quanto poi al fondo rimpatri – “finalizzato a finanziare le spese per il rimpatrio dei cittadini stranieri rintracciati in posizione irregolare sul territorio nazionale verso il paese d'origine ovvero di provenienza” - si registra un picco notevole, da 3,9 milioni di euro nel 2018 a 11,4 nel 2019, tre volte tanto.

Il fondo rimpatri è un capitolo di spesa (2817) a valere sul bilancio del Ministero dell’Interno. Per gli anni 2016-2019 è indicata la previsione di spesa per il conto competenza. Per gli anni 2016-2018 sono indicati anche i fondi di competenza impegnati a rendiconto.

FONTE: Ministero dell'Economia e delle Finanze
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Settembre 2019)

Anche qui però occorre considerare la sostanziale differenza tra previsioni e rendiconto. Per quanto riguarda i rimpatri infatti nel 2018, a fronte di uno stanziamento di 3,8 milioni di euro, ne sono stati spesi ben 28,2. Tuttavia la volontà di aumentare la spesa per i rimpatri è evidente.

Si riducono i fondi per l'inclusione e si aumentano quelli per i rimpatri.

Le scelte di bilancio in tema di accoglienza, quindi, confermano, almeno in fase di preventivo, l'indirizzo generale del 1° governo Conte. Approccio basato sull’associazione, indimostrata e indimostrabile, tra migranti e sicurezza dei cittadini, da risolvere penalizzando l'inclusione e finanziando il trattenimento e le espulsioni. Alla riduzione della spesa destinata ai centri di accoglienza (Cas in particolare, ma anche Siproimi - ex Sprar e minori non accompagnati) fa, quindi, da contraltare l'aumento di quella per i centri per il rimpatrio.

In sintesi

Il fronte interno è quello sul quale la politica dell'immigrazione del 1° governo Conte ha lasciato il segno più marcato, con le conseguenze più pesanti. Le scelte guidate dalla cattura del consenso genericamente anti-immigrati, condannano il paese, nei prossimi mesi e anni, a subire l'esasperazione delle contraddizioni di una politica sull'accoglienza programmaticamente contraria all’inclusione.

Il disegno del Siproimi - in sostituzione dello Sprar - significa che l'integrazione non è più, neanche formalmente, un obiettivo generale del sistema di accoglienza ma diventa un privilegio per pochi, i soli rifugiati e titolari di forme residuali di protezione.

La ricerca del consenso sulle politiche migratorie sta producendo effetti gravi con cui poi dovremo fare i conti.

Per la grande massa dei richiedenti asilo, invece, è stato tracciato un percorso di esclusione. Che si articola attraverso una prima tappa nei "nuovi" Cas, dove i migranti attendono senza poter fare nulla l'esito della domanda di asilo che - con il contributo della cancellazione della protezione umanitaria - sarà negativo nell'80% dei casi. La tappa finale, per la grande maggioranza di loro, sarà la caduta nell'irregolarità.

L'esito annunciato del decreto sicurezza è dunque quello di un'esplosione dell'emergenza degli irregolari per la quale non esiste una politica pubblica, eccetto la finzione dei rimpatri. Di conseguenza si dovrà registrare una probabile crescita dei fenomeni di disagio sociale, di sfruttamento da parte del lavoro nero, di illegalità e di criminalità. Fenomeni che costituiscono le precondizioni per un aumento della devianza, del conflitto sociale e del razzismo.

L'integrazione viene concepita solo come un costo quando invece, se fatta bene, potrebbe essere un grande investimento.

Coerentemente con questo approccio, i risparmi previsti - tutti da confermare - concepiscono i servizi di integrazione per i richiedenti asilo come uno spreco da ridurre. Tuttavia sarebbe sufficiente consultare gli studi nazionali e internazionali in materia, per capire come la spesa destinata a finanziare l'inclusione e l'autosufficienza degli stranieri sia da considerare, al contrario, un investimento per un paese come l'Italia che si spopola e nel quale interi settori dell'economia da tempo vanno avanti grazie al lavoro degli immigrati. Un investimento nello sviluppo di competenze umane e professionali degli operatori sociali che lavorano a contatto con gli stranieri. Un fattore di sviluppo locale e per il ripopolamento dei paesi delle aree interne.

D’altro canto non si calcolano i costi conseguenti ai supposti risparmi. Costi collegati ai mancati introiti fiscali relativi ai tanti lavoratori che potrebbero essere regolari, alla disoccupazione nel settore dell'accoglienza e i costi amministrativi e di sicurezza sociale, di cui le amministrazioni locali dovranno farsi carico per affrontare le conseguenze della mancata integrazione.

Per quanto ci è dato vedere dalle prime iniziative in materia e dal silenzio sulla necessità di ristabilire un assetto dell’accoglienza con titolarità pubblica e diffuso sul territorio, il 2° Governo Conte, non sembra orientarsi verso una politica di “discontinuità” rispetto all’esecutivo precedente mantenendo una cultura politica a detrimento dei diritti dei migranti.

In conclusione il livello di trasparenza del sistema di accoglienza garantito dalle nostre istituzioni non avanza. Sebbene le prefetture abbiano mediamente migliorato la comunicazione a seguito dei Foia effettuati (maggiore coerenza delle modalità di presentazione del dato), rimaniamo di fatto di fronte all’inaccessibilità delle informazioni e all’impossibilità di fruirne facilmente. Il Sistema informatico di gestione dell’accoglienza (Sga) risulta essere ancora completamente chiuso alla società civile.

Visto il quadro delineato, nelle prossime parti di questo report si approfondiranno alcuni degli effetti del nuovo assetto dell’accoglienza accennati in questa prima panoramica. L’obiettivo sarà quello di comprendere le nuove dinamiche delle assegnazioni. Verranno messe in luce le difficoltà del nuovo schema di capitolato di gara per i centri di accoglienza, con bandi andati deserti e ricorsi presentati da alcuni candidati. Allo stesso modo sarà analizzato come il nuovo assetto favorisca la realizzazione di mega-strutture e la concentrazione della gestione dell’accoglienza nelle mani di pochi grandi soggetti attuatori.

 

Foto Credit: Guglielmo Mangiapane (Reuters)

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