Con il governo Meloni pochi voti di fiducia ma più decisivi Governo e parlamento

Il ricorso alla questione di fiducia fatto dal governo Meloni è più limitato rispetto a quello dei suoi predecessori. Dato il basso numero di leggi approvate però, tali voti diventano molto più incisivi nell’iter legislativo.

|

Nelle ultime settimane il governo è tornato a fare un ricorso massiccio della questione di fiducia. Il 6 giugno infatti si è tenuto un voto di questo tipo per il disegno di legge di conversione del decreto sul rafforzamento della pubblica amministrazione. Dopo nemmeno 48 ore poi ce n’è stato un altro per l’approvazione del decreto siccità.

Questi passaggi, avvenuti in un così breve lasso temporale, hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’abuso di questo strumento da parte degli esecutivi. La fiducia viene solitamente posta con il triplice obiettivo di blindare le disposizioni contenute nei testi, di ricompattare la maggioranza e di velocizzare l’iter per l’approvazione delle leggi.

A una prima analisi potrebbe sembrare che il ricorso allo strumento fatto dall’attuale esecutivo sia in linea con quello dei suoi predecessori, se non addirittura inferiore. Tale dato però deve essere contestualizzato. Il ricorso alle questioni di fiducia fatto dal governo Meloni infatti risulta essere ancora piuttosto limitato se consideriamo i dati in valore assoluto e anche in base alla media mensile. Lo scenario però cambia radicalmente se confrontiamo il numero di voti di fiducia rispetto alle leggi approvate.

50%  il rapporto tra questioni di fiducia poste e leggi approvate durante il governo Meloni. 

Considerando questo indicatore vediamo che l’attuale esecutivo sale al primo posto superando, anche nettamente, gli esecutivi delle ultime 4 legislature.

I dati sulle questioni di fiducia

Per analizzare l’utilizzo della questione di fiducia che è stato fatto dai vari governi negli ultimi anni possiamo partire valutando i dati in termini assoluti. In questo caso il valore dell’attuale esecutivo risulta essere ancora relativamente basso.

16 le questioni di fiducia poste dal governo Meloni dal suo insediamento. 

Soltanto i governi Conte I (15) e Letta (10) infatti hanno fatto registrare un valore inferiore. Ai primi posti invece troviamo gli esecutivi Renzi (66), Draghi (55) e Monti (51).

Occorre sempre ricordare però che i governi hanno avuto durate diverse. L’attuale esecutivo ad esempio è in carica da circa 8 mesi. Per questo un indicatore più adatto per fare confronti è quello del numero medio di voti di fiducia tenutisi per mese. In base a questo indicatore al primo posto troviamo il governo Monti con una media di 3 voti di fiducia al mese. Seguono gli esecutivi Draghi (2,89) e Conte II (2,25).

Da notare che ci troviamo di fronte a 3 governi che hanno dovuto fronteggiare situazioni particolarmente complesse: la crisi economica del 2011-2012 nel primo caso, le fasi più dure della pandemia da Covid-19 negli altri. Anche in base a questo indicatore comunque il governo Meloni si trova lontano dalle prime posizioni. L’attuale esecutivo infatti fa registrare un dato medio di 2 questioni di fiducia poste ogni mese, a pari merito con il governo Renzi.

Il dato sulla media di questioni di fiducia poste al mese è approssimato per eccesso considerando 8 mesi di attività del governo Meloni anche se in realtà questo traguardo sarà raggiunto il 22 giugno. Per il numero di leggi approvate invece è stato preso in considerazione il governo in carica nel momento dell’entrata in vigore, a prescindere che la proposta fosse stata presentata in precedenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Giugno 2023)

In base a questo valore si potrebbe concludere che l’attuale esecutivo ha fatto ricorso alla fiducia in maniera significativamente inferiore rispetto a buona parte dei suoi predecessori. Tale dato però deve essere contestualizzato. Sul numero abbastanza basso di fiducie poste infatti pesa in maniera significativa anche il dato altrettanto basso di leggi approvate finora.

32 le leggi approvate nel corso della XIX legislatura.

Calcolando il rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate nello stesso periodo osserviamo che l’attuale esecutivo sale al primo posto, con un valore che si attesta al 50%. Considerando questo indicatore, al secondo posto troviamo il governo Monti (45,13%) mentre al terzo c’è il governo Draghi (37,41%). Sostanzialmente quindi è vero che il governo Meloni ha fatto un uso limitato della questione di fiducia in termini assoluti. D’altra parte però tra le leggi approvate molte sono passate per almeno un voto di fiducia. Ciò significa quindi che il peso di ogni voto di questo tipo è stato molto più rilevante che per gli esecutivi precedenti.

Ovviamente su questo aspetto occorre sempre tenere presente che non tutte le leggi hanno lo stesso peso politico. Per questo un’analisi solamente quantitativa risulta essere inevitabilmente parziale. Sarebbero necessarie anche valutazioni qualitative per capire in quali casi i governi hanno fatto ricorso alla fiducia. Analisi che faremo, limitatamente all’attuale esecutivo, nel prossimo paragrafo.  

Le fiducie del governo Meloni nel dettaglio

Nel caso del governo in carica, come già detto, le leggi approvate definitivamente finora sono state 32. Di queste, 26 sono di iniziativa governativa (il Ddl di conversione del decreto legge 144/2022, anche se presentato in questa legislatura, risale al governo Draghi) e solo 6 di iniziativa parlamentare. Tra queste ultime possiamo citare 3 leggi per l’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta, 2 ratifiche di trattati internazionali e una legge sull’equo compenso delle prestazioni professionali.

Già da questo primo elemento si nota come le norme più importanti da un punto di vista politico portino la firma dell’esecutivo. Un secondo elemento che emerge è che quando il governo deve legiferare lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, attraverso decreti legge (21 conversioni su 26 leggi approvate). Da questa rapidissima disamina possiamo concludere che è chiaramente il governo a detenere saldamente nelle proprie mani anche il potere legislativo.

La fiducia viene posta per blindare i provvedimenti più rilevanti per l’esecutivo.

In questo quadro si inserisce il fatto che il governo ha spesso posto la fiducia sui provvedimenti politicamente più rilevanti. Possiamo osservare infatti che delle 32 leggi approvate finora sono 14 quelle passate per almeno un voto di fiducia alla camera o al senato. Parliamo della legge di bilancio per il 2023 a cui si aggiungono 13 leggi di conversione di decreti. Possiamo dire quindi che non solo il governo ha dato impulso alla propria azione a colpi di decreto. Ma anche che in molti casi ha fatto ricorso alla questione di fiducia per blindare i testi e velocizzare i procedimenti.

L’iter per l’approvazione del Ddl sulla conversione del decreto legge per il rafforzamento della pubblica amministrazione non si è ancora concluso.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Giugno 2023)

Un ulteriore elemento interessante da analizzare riguarda il fatto che c’è una significativa disparità tra i voti di fiducia tenuti alla camera (13) e quelli al senato (3). Le motivazioni di questo squilibrio possono essere molteplici ma ve ne sono 2 principali. La prima riguarda il fatto che, come abbiamo spiegato in questo articolo, il margine di vantaggio della maggioranza a palazzo Madama è più ridotto rispetto a Montecitorio. Porre la questione di fiducia al senato è quindi più rischioso per il governo. In caso di incidente di percorso infatti, qualora venisse battuto, sarebbe costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

Questo aiuta anche a spiegare un’altra dinamica. E cioè il fatto che, escludendo i Ddl in cui è stata posta la fiducia in entrambe le camere, negli altri casi è stato fatto ricorso allo strumento principalmente nell’aula che ha esaminato la proposta di legge per seconda. Ciò è accaduto in 7 casi su 12. Questa dinamica è anche certamente legata al fatto che molti dei disegni di legge discussi dalle camere sono stati conversioni di decreti che, come noto, devono essere approvati entri 60 giorni. Questo riduce drasticamente i tempi per la discussione in parlamento.

2 i Ddl del governo Meloni blindati con doppio voto di fiducia. Si tratta del decreto aiuti quater e della legge di bilancio per il 2023. 

Si tratta di un dato particolarmente basso rispetto a quello dei suoi predecessori. Il governo Draghi infatti lo ha fatto per 19 provvedimenti, il Conte II per 15. Anche questo dato è certamente influenzato dalla dinamica che abbiamo appena descritto. Ma potrebbe anche significare che l’attuale esecutivo intende lasciare un margine di manovra, sia per deputati e senatori che per il governo stesso, per apportare correttivi in corsa. Com’è accaduto ad esempio per l’emendamento al decreto legge 44/2023 che ha disposto la cessazione del controllo concomitante della corte dei conti sul Pnrr. D’altra parte, lasciare un margine di intervento agli esponenti parlamentari diventa anche una necessità per l’esecutivo. Infatti il ricorso combinato a decreti legge e questioni di fiducia in entrambe le camere di fatto escluderebbe del tutto il parlamento dall’iter legislativo.

Quale che sia la motivazione che ha portato a questa dinamica, risulta particolarmente evidente anche in questo caso come si stia andando sempre di più nella direzione del monocameralismo di fatto. Ovvero la prassi di discutere le proposte di legge in una sola camera con l’altra che si limita a ratificare quanto già deciso. Una pratica che, seppur ampiamente tollerata, sarebbe in contrasto con il dettato costituzionale.

Foto: GovernoLicenza

PROSSIMO POST