Il livello di istruzione è troppo legato a quelli dei genitori #conibambini
I dati raccontano che i figli di genitori laureati hanno mediamente livelli di istruzione più alti. In Italia la mobilità sociale è ancora scarsa, e questo ha ricadute anche sull’occupazione. Un’analisi, comune per comune.
martedì 28 Aprile 2026 | Povertà educativa

- Nel 2024, il 52,7% dei giovani europei che ha abbandonato precocemente gli studi è disoccupato o inattivo.
- In Italia il vantaggio occupazionale tra chi ha la laurea e il diploma di scuola superiore è di circa 10 punti percentuali.
- Il 22,8% dei giovani 18-24 anni che hanno abbandonato precocemente gli studi ha dei genitori che hanno al massimo la licenza media.
- Tra 2019 e 2022 si registra una crescita in tutti i capoluoghi italiani sia per chi possiede almeno il diploma delle scuole superiori che per chi ha la laurea.
L’accesso al lavoro è un tema chiave in un paese come l’Italia, dove il raggiungimento dell‘indipendenza dal nucleo familiare d’origine è spesso più lento.
In questo contesto, un ruolo chiave è determinato dall’istruzione, che non soltanto permette di ottenere un’occupazione più facilmente ma anche di avere accesso a posizioni lavorative più stabili e con condizioni contrattuali più vantaggiose. Le opportunità di chi ha completato soltanto le scuole medie tendono ad essere minori rispetto a chi possiede un diploma di scuola superiore oppure una laurea.
Tendenzialmente, sono i figli dei laureati che possono permettersi di portare a termine i cicli di studi dei gradi più alti mentre chi ha abbandonato precocemente gli studi ha spesso genitori che a loro volta non hanno un titolo di studio superiore al diploma di scuola media. Questa dinamica familiare è un aspetto da non sottovalutare, dal momento che la disparità in termini di istruzione (con conseguenti difficoltà a livello di occupazione) rende questo svantaggio sociale ereditario tra le generazioni.
Quanto incide il tasso di istruzione sull’occupazione
Avere un grado di istruzione più alto rende le persone meno vulnerabili al rischio di disoccupazione. Questa dinamica viene influenzata da numerosi fattori come i veloci cambiamenti di natura tecnologica e l’importanza di determinate competenze che possono essere acquisite a scuola e all’università, oltre al fatto che per esercitare determinate professioni siano necessari specifici titoli di studio e percorsi abilitanti.
Chi abbandona precocemente la scuola ha difficoltà ad avere un’occupazione.
Questi sono tra i motivi per cui il tasso di occupazione tra chi ha abbandonato precocemente gli studi sia così basso. Secondo Eurostat nel 2024 il 9,8% delle persone con età compresa tra 18 e 24 anni riportano un titolo di studio pari al massimo al grado secondario inferiore, i cosiddetti early leavers from education and training (Elef). Il 47,3% di loro risulta impiegato in un contesto lavorativo, il 30,1% dichiara di essere alla ricerca di un’occupazione mentre il rimanente 22,6% è inattivo. Confrontando i singoli paesi, solo 9 stati europei riportano tra le persone che hanno lasciato gli studi prima del tempo una quota superiore al 50%.
Le complessità nel trovare un’occupazione per chi ha un titolo di studio più basso si rilevano anche nel totale della popolazione in età lavorativa.
L’incidenza degli occupati aumenta per titoli di studio più alti
Tasso di occupazione per titolo di studio (2024)
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Eurostat
(consultati: venerdì 13 Marzo 2026)
Sempre nel 2024, il tasso di occupazione nei paesi europei è pari al 78%. Questo dato riporta però un’ampia forbice tra chi ha un titolo al più secondario inferiore (59,1%) rispetto a chi invece ha concluso la scuola secondaria superiore (78,3%) o ha concluso un ciclo di studi terziario (87,8%). Una dinamica evidente anche in Italia, dove il tasso di occupazione totale è pari al 70,1% ma scende al 55% per chi ha concluso solo le scuole medie per poi risalire al 74% e all’84,7% rispettivamente per chi è in possesso di un diploma di scuola superiore e una laurea o titolo equiparabile.
Il vantaggio occupazionale della laurea risulta quindi ancora molto alto, nonostante sia in calo rispetto all’anno precedente. Sia nei paesi europei che in Italia è pari all’incirca a 10 punti percentuali. Su questo però incidono i diversi indirizzi di studio e le discipline Stem sono quelle in cui si registrano i tassi maggiori.
L’indirizzo di studio universitario incide significativamente sui tassi di occupazione: nel 2024, tra i 30-34enni il tasso di occupazione è del 77,9% per i laureati nell’area Umanistica e dei servizi, sale all’85,7% in quella Socio-economica e giuridica, raggiunge l’88,6% nell’area Medico-sanitaria e farmaceutica e tocca il valore più elevato nelle discipline STEM (88,9%).
Come incide il titolo di studio dei genitori
Il grado di istruzione di una persona è fortemente associato al livello di istruzione dei genitori. Sempre secondo Istat, nel 2024 la quota di figli 25-34enni con laurea è pari al 66,6% nelle famiglie con almeno un genitore laureato, 42,7% se almeno un genitore è al massimo diplomato mentre scende al 12,9% quando entrambi i genitori possiedono al più un titolo secondario inferiore. Per quanto l’incidenza sia in crescita per i figli dei diplomati (+2,4 punti percentuali rispetto al 2023), si tratta di un valore ancora ampiamente al di sotto di quello riportato tra le famiglie con genitori laureati.
L’abbandono scolastico è più frequente tra i figli di chi ha al massimo la licenza media.
L’altra faccia della medaglia è che anche l’abbandono scolastico è fortemente associato al grado di istruzione dei genitori. Nel 2024, il 22,8% dei giovani tra 18 e 24 anni con madre e padre aventi al massimo la licenza media ha abbandonato gli studi prima del conseguimento della qualifica o del diploma di scuola superiore. Questo valore scende al 5,3% per famiglie con almeno un genitore diplomato e all’1,2% in quelle in cui almeno uno ha una laurea.
Queste dinamiche sono tipiche di quella che viene definita “trappola della povertà educativa”: la possibilità di seguire gli studi, e quindi di poter accedere a occupazioni più stabili, meglio pagate e con condizioni più vantaggiose, è strettamente legata alla condizione economiche e sociali della famiglia di origine. Spesso quindi chi nasce in una famiglia svantaggiata dal punto di vista economico più difficilmente potrà distaccarsi da una tale condizione con lo studio. Di fatto quindi questa condizione di svantaggio risulta ereditaria.
Alla luce di questi dati, è importante avere un quadro chiaro di come si sviluppa la situazione nei territori italiani.
Il rapporto tra occupazione e titolo di studio, comune per comune
L’analisi a livello territoriale non può prescindere da una serie di annotazioni iniziali. Innanzitutto, sul piano comunale, i dati riportati da Istat fanno riferimento agli anni tra 2019 e 2022, con l’eccezione del 2020 per l’arrivo della pandemia.
Si tratta di un periodo particolare: questi dati sono stati rilevati a cavallo del periodo dell’emergenza pandemica, dove sono state limitate numerose attività in presenza e dove alcune imprese non hanno potuto continuare ad operare e le attività scolastiche e universitarie sono continuate grazie alla didattica a distanza. L’ultimo anno della rilevazione è quello della ripresa più continuativa delle attività in presenza.
Andiamo quindi a vedere nel dettaglio in quali aree del paese sono state rilevate le dinamiche più forti di ripresa dopo la pandemia.
In crescita chi possiede titoli di studio superiori alla licenza media
Differenze tra 2019 e 2022 del conseguimento del titolo di studio secondario e terziario e del tasso di occupazione
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat
(consultati: lunedì 16 Marzo 2026)
Tra 2019 e 2022, quasi tutti i comuni riportano una crescita delle persone tra 25 e 49 anni con titoli di studio secondari superiori e terziari (rispettivamente, il 93,7% e il 92,6% sui 7.903 territori presenti in Italia nel 2022). Al contrario, il tasso di occupazione nella popolazione con più di 15 anni è in crescita per il 50,8% dei territori. Questi sono dati che vanno comunque considerati alla luce dell’importante incidenza dei piccoli comuni italiani: sono infatti 5.532 quelli che non superano i 5.000 abitanti, quasi il 70% di tutti quelli presenti sul territorio nazionale.
A livello di capoluoghi, in tutti si registra una crescita della popolazione con diplomi e qualifiche secondarie e lauree. Nel dettaglio, le persone che concludono l’istruzione secondaria superiore sono maggiori nei capoluoghi di Barletta, Andria e Trani, tutte e tre con 6,5 punti percentuali in più rispetto al 2019. Rispettivamente, le città riportano nel 2019 delle incidenze pari a 59,7, 50,3 e 60,4 e nel 2022 66,2%, 56,8% e 66,9%. A registrare la crescita minore sono invece Milano con 0,5 punti percentuali (con quota nel 2019 pari all’82,5% e nel 2022 all’83%), Imperia sempre con 0,5 (incidenza al 71,2% che cresce al 71,7%) e Ancona con 0,1 (percentuale nel 2019 pari al 78,2% e nel 2022 al 78,3%). L’istruzione terziaria registra invece un aumento più ampio ad Agrigento con 5,4 punti percentuali (passando da 25,4% a 30,8%) , Padova (5,3 con una crescita da 42,9% a 48,2%) e Monza (5,2 con un incremento da 37,4% a 42,6%). Al contrario, è più contenuto a Carbonia (1,7 passando da 17,7% a 19,4%), Macerata (1,5 con un passaggio da 37,9% a 39,4%) e Imperia (0,8 con incremento da 24,3% a 25,1%).
Per quello che riguarda invece l’occupazione, ci sono 6 comuni capoluogo che registrano un calo, seppur contenuto entro il punto percentuale. Le diminuzioni maggiori si registrano a Macerata (-0,6, da 48,6% a 48%), Cesena (-0,3, da 50,7% a 50,4%), Fermo (-0,3, da 46,5% a 46,2%). Gli altri invece riportano un aumento, con i valori maggiori ad Agrigento (2,4, da 36,5% a 38,9%), Milano e Palermo (tutte e due con 2,2, rispettivamente da 52,3% a 54,5% e da 34,2% a 36,4%).
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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sulla presenza di biblioteche è il censimento sulle biblioteche pubbliche e private effettuato da Istat e relativo all’anno 2022. Successivamente sono stati messi in relazione con i dati sui minori residenti, sempre di fonte Istat.
Foto: Andrea Prochilo – licenza





