Carbonia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/carbonia/ Tue, 24 Sep 2024 07:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Bambini e anziani, un equilibrio diventato più fragile https://www.openpolis.it/bambini-e-anziani-un-equilibrio-diventato-piu-fragile/ Tue, 24 Sep 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293343 Il contributo delle persone anziane è centrale nella vita di molte famiglie, specialmente quelle con figli. In un paese che invecchia e dove nascono meno bambini, è salito a quasi 2 a 1 il rapporto tra over 65 e under 14. Un dato che rende meno sostenibile l'equilibrio tra generazioni.

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Istituita quasi 20 anni fa con legge dello stato, la giornata del 2 ottobre celebra la festa dei nonni, ed è l’occasione per ricordare il contributo degli anziani alla vita sociale e familiare nel nostro paese.

Abbiamo avuto modo di raccontare come nonne e nonni siano diventati progressivamente, di fatto, parte del sistema di welfare informale. In primo luogo, per il contributo alla attività di cura familiare verso i bambini, in un contesto dove i servizi per la prima infanzia non sono diffusi in modo omogeneo. Allo stesso tempo, anche a causa della crescita della povertà assoluta tra i minori e le famiglie con figli in seguito alla crisi del 2008, il supporto degli anziani è stato in alcuni casi anche di natura economica, potendo generalmente contare su redditi più stabili di quelli di figli e nipoti.

Alla luce delle tendenze demografiche in corso, si tratta di un equilibrio fragile. La denatalità, in parallelo con il progressivo invecchiamento della popolazione, ha reso nel tempo meno sostenibile il rapporto inter-generazionale. Oggi è quasi di 2 a 1 il rapporto tra over 65 e under 14. Un dato che, negli ultimi anni, è aumentato in oltre il 90% dei comuni italiani.

Nell’aumento della povertà minorile, tra gli anziani è rimasta stabile

Le stime diffuse nel marzo scorso dall’istituto nazionale di statistica hanno confermato un trend consolidato negli ultimi due decenni: al diminuire dell’età, cresce l’incidenza della povertà assoluta.

Nel 2023, in base alle stime preliminari, le persone con almeno 65 anni in povertà assoluta sono il 6,2% del totale. La quota sale al 9,5% tra 35 e 64 anni, sfiora il 12% tra i giovani adulti (18-34 anni) e raggiunge il 14% tra i minorenni. Oltre il doppio delle persone anziane. Rispetto alla tipologia familiare, i nuclei con almeno un minore si trovano in povertà assoluta nel 12% dei casi; tra quelli con almeno un anziano l’incidenza scende 6,4%.

In questo quadro si comprende come il contributo di nonne e nonni sia spesso andato ben oltre quello di supporto alle attività di cura familiare. E questo nonostante anche per le persone anziane la situazione economica non sia sempre delle migliori.

La condizione sociale tra gli anziani

Uno degli indicatori selezionati da Istat per le analisi sul benessere equo e sostenibile evidenza con chiarezza l’eterogeneità nella condizione sociale degli anziani, anche in un quadro generale di minore soggezione alla povertà assoluta.

Nel 2022 poco meno di un anziano su 10 (9,2%) ha un reddito pensionistico inferiore a 500 euro. Una quota che, a conferma del trend descritto in precedenza, è diminuita nel tempo. Dieci anni prima, nel 2012, gli anziani con pensioni di basso importo erano 2 punti in più (11,2%).

Questa quota però è fortemente variabile tra i diversi territori. Anche se ovviamente l’incidenza in termini sociali è legata soprattutto al costo della vita, molto diversificato, nel crotonese in media il 16,8% dei pensionati percepisce un reddito pensionistico lordo mensile inferiore a 500 euro. Seguono, con oltre il 15%, le province di Agrigento e Barletta-Andria-Trani e la città metropolitana di Napoli.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (benessere dei territori)
(pubblicati: lunedì 1 Luglio 2024)

Si attestano tra il 14 e il 15% 5 province, tutte del mezzogiorno: Cosenza, Caltanissetta, Lecce, Avellino e Reggio di Calabria. In tutte le province supera comunque il 5%, con l’incidenza più bassa (5-6%) in 7 di queste: Mantova, Ravenna, Novara, Rovigo, Bologna, Ferrara e Biella.

Un equilibrio demografico sbilanciato tra giovani e anziani

In una situazione spesso già critica per molti giovani e anziani, il declino demografico in corso è destinato a rendere più fragili i pilastri su cui si regge la tenuta sistema sociale.

Nel 2005 vivevano in Italia 11,3 milioni di persone di almeno 65 anni di età e 8,2 milioni di giovani fino a 14 anni. Vale a dire un rapporto (in demografia noto come indice di vecchiaia) di 138 anziani ogni 100 bambini e ragazzi. Oggi gli over 65 sono 14,3 milioni, a fronte di meno di 7,2 milioni di minori di 14 anni. Un rapporto che – secondo le stime preliminari sul 2024 – per la prima volta arriva a sfiorare i 200 anziani ogni 100 giovani. Una crescita che, negli ultimi anni, ha riguardato tutto il paese.

Tra 2014 e 2021 il rapporto tra numero di residenti di almeno 65 anni e con meno di 15 anni è aumentato nel 92% dei comuni italiani. In alcune regioni questa tendenza riguarda praticamente tutti i territori: l’indice di vecchiaia è aumentato nel 98,8% dei comuni in Puglia, nel 97,5% in Veneto, nel 97,1% in Toscana. In 23 province su 107 tutti i comuni hanno visto una crescita dell’indice di vecchiaia dal 2014.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: venerdì 8 Marzo 2024)

Nel 2021 l’indice di vecchiaia più elevato si è registrato in alcune città della Sardegna. Tra i capoluoghi spiccano infatti Carbonia e Cagliari, dove il rapporto supera i 300 anziani ogni 100 minori di 14 anni. Sopra i 275 over 65 ogni 100 giovani anche Oristano, Ascoli Piceno e Biella.

Agli ultimi posti, con meno di 150 anziani ogni 100 under 14 si trovano le città di Andria, Crotone, Barletta e Napoli.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi all’indice di vecchiaia sono di fonte Istat e sono stati rilasciati nell’ambito delle statistiche sperimentali.

Foto: Johnny Cohen (Unsplash) – Licenza

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Quanto dista l’obiettivo Ue sulle scuole dell’infanzia https://www.openpolis.it/quanto-dista-lobiettivo-ue-sulle-scuole-dellinfanzia/ Tue, 25 Jun 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=290036 Nel 2022 il 92,7% dei minori tra 3 e 5 anni ha partecipato all'istruzione pre-primaria. Un dato in crescita rispetto al 2021, ma i livelli pre-pandemici non sono ancora recuperati. Uno sforzo ulteriore è necessario in vista del nuovo obiettivo Ue del 96%.

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In questi giorni, a qualche settimana dalla fine della scuola, si avviano alla chiusura per la pausa estiva anche le scuole dell’infanzia.

Nel corso dell’emergenza pandemica, la partecipazione dei minori ai percorsi di istruzione prescolari è molto diminuita. Non trattandosi di un livello di istruzione soggetto a obbligo scolastico nel nostro paese, tra 2019 e 2021 gli iscritti sono passati dal 94,8% dei minori nella fascia d’età tra 3 e 5 anni al 91%. Quasi 4 punti percentuali in meno.

-3,8 il calo, in punti percentuali, della quota di minori iscritti all’educazione tra 3 e 5 anni durante la pandemia.

Per avere un termine di paragone, anche la media Ue è diminuita nello stesso periodo, ma in modo più contenuto, passando dal 92,9% al 92,5% (-0,4 punti).

Nel 2022, il dato nazionale è risalito al 92,7%. Una crescita di quasi 2 punti, che però non significa ancora aver recuperato i livelli pre-pandemici.

Cifre da tenere sotto controllo, dal momento che proprio durante la pandemia a livello europeo è stato aggiornato l’obiettivo Ue sulla partecipazione all’educazione per i bambini tra i 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico.


Con una risoluzione del consiglio dell’Ue del febbraio 2021, l’obiettivo del 90% dei residenti nella fascia 3-5 anni è stato innalzato al 96%, nell’ambito dei target sull’istruzione da raggiungere entro il 2030.


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“Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido”

Dopo la fine dell’emergenza, è ancora presto per dire se l’Italia – che storicamente aveva un vantaggio solido sugli altri paesi europei per l’accesso all’istruzione in questa fascia d’età – potrà tornare ai primi posti tra i paesi Ue.

Abbiamo approfondito, attraverso l’uso dei diversi indicatori attualmente a disposizione, la posizione dell’Italia nel contesto europeo e l’ampiezza dei divari interni al paese.

L’accesso alla scuola dell’infanzia in Italia e in Ue

Un confronto tra paesi europei è reso più difficile dall’organizzazione eterogenea dei percorsi di istruzione nei diversi stati, per la fascia che va dai 3 anni all’età dell’obbligo scolastico.

Innanzitutto, perché quest’ultima varia molto da paese a paese: sebbene l’età più frequente sia quella prevista anche in Italia (6 anni), non mancano le eccezioni. I bambini di Croazia ed Estonia vi sono sottoposti solo a partire dai 7 anni, mentre in altri paesi si scende a 5 o 4. In due, Francia e Ungheria, l’istruzione obbligatoria inizia a 3 anni, coprendo quindi in modo completo la fascia d’età in esame.

Questi fattori – insieme ad altri, come l’organizzazione dei percorsi educativi, la loro gratuità e accessibilità – contribuiscono a spiegare le forti differenze tra paesi.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Eurostat
(pubblicati: martedì 14 Maggio 2024)



Nel 2019, la quota di bambini tra 3 e 5 anni iscritti in percorsi di istruzione pre-primaria era pari al 94,8%. Dopo una leggera flessione, nel 2021 è scesa al 91%: quasi 4 punti in meno. Nel 2022 il tasso di partecipazione – secondo i dati recentemente pubblicati da Eurostat – è tornato al 92,7%. Una tendenza in crescita, seppure su livelli inferiori rispetto a quelli pre-pandemici.

Prima della pandemia, nel 2019, l’Italia era il settimo paese con più minori iscritti alle scuole dell’infanzia, dopo Francia, Irlanda, Belgio, Danimarca, Spagna e Svezia. Nel 2022 è risultata undicesima su 27 stati Ue, collocandosi appena sotto la media Ue (93,1% in quell’anno, a fronte del 92,7% italiano). Ovvero a circa 3 punti dall’obiettivo europeo in vista del 2030.

L’accesso alle scuole dell’infanzia sul territorio

Nell’anno scolastico 2021/22 sono stati 1,3 milioni i bambini iscritti alle 22.283 scuole dell’infanzia sul territorio nazionale. Parliamo quindi della quasi totalità dei circa 1,4 milioni di residenti di età compresa tra 3 e 5 anni in Italia.

Il 72,6% degli iscritti frequenta scuole dell’infanzia pubbliche, che nella maggior parte dei casi sono statali (frequentate dal 63% degli alunni). Gli iscritti alle scuole dell’infanzia private sono circa 1 su 4 (27% del totale).

1.388.075 i residenti tra 3 e 5 anni in Italia nel 2022.

Analizzare la capacità dell’offerta di istruzione pre-primaria di fare fronte a questa utenza potenziale è molto più complesso di quanto possa sembrare in apparenza.

Soprattutto quando si approfondisce questo dato in chiave territoriale, mettere in relazione il numero di iscritti nelle scuole dell’infanzia con quello dei residenti tra 3 e 5 anni è una semplificazione che pone alcune questioni da considerare.

Il fenomeno degli anticipatari alla scuola d’infanzia è spesso il sintomo di carenze nell’offerta educativa sotto i 3 anni.

In primo luogo, si tratta di dati di fonte diversa (Istat e ministero dell’istruzione), rilevati con metodologie differenti in momenti temporali differenti, anche quando si riferiscono allo stesso anno. In secondo luogo, il numero di residenti tra 3 e 5 anni non necessariamente esaurisce l’utenza potenziale delle scuole dell’infanzia. Il Dpr 89/2009 disciplina infatti la possibilità per i bambini che compiono tre anni entro il 30 aprile dell’anno scolastico di riferimento di iscriversi come anticipatari alla scuola dell’infanzia. Un fenomeno particolarmente rilevante in alcune regioni del sud, anche per la carenza di servizi per l’infanzia sotto i 3 anni. Gli anticipi alla scuola dell’infanzia sono infatti spesso il sintomo di una domanda di asili nido e servizi integrativi che non trova risposta adeguata nell’offerta attuale.

Queste premesse spiegano perché il rapporto tra iscritti e residenti sia più elevato in molti territori dell’Italia meridionale. In 23 province raggiunge o supera l’unità. Tra queste Vibo Valentia, Oristano, Nuoro, Ascoli Piceno, L’Aquila, Sondrio, Enna. Tuttavia, non è così ovunque.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Mim e Istat
(consultati: martedì 14 Maggio 2024)



Le aree del paese con il rapporto più basso tra iscritti e utenza potenziale sono Roma, Palermo e Parma. Nella città metropolitana della Capitale, gli iscritti sono 0,86 per ogni residente tra 3 e 5 anni; a Palermo e Parma il rapporto sale a 0,87. Sotto la soglia di 0,9 iscritti alle scuole d’infanzia per minore anche le province di Prato e Gorizia, con un rapporto di 0,89 ciascuna.

Dove incide di più la domanda potenziale di scuole dell’infanzia

Questi dati, e la necessità di estendere l’offerta di istruzione pre-primaria, rendono essenziale comprendere dove vivono i bambini tra 3 anni e l’età dell’obbligo scolastico. Una fascia d’età che, pur non frequentando l’istruzione obbligatoria, non deve essere trascurata in termini educativi. Anche alla luce dell’obiettivo europeo del 96%, che di fatto mira a rendere universale – o quasi – l’accesso a questo livello di istruzione.

Tra i capoluoghi, Catania è quello dove i residenti tra 3 e 5 anni incidono di più sul totale della popolazione, essendo il 2,7% degli abitanti nel comune. Seguono, con almeno il 2,5% dei residenti, le città di Bolzano, Palermo, Crotone, Napoli, Piacenza, Reggio Emilia, Andria e Barletta.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Gennaio 2022)



Al contrario, il capoluogo con meno residenti nell’età per la scuola dell’infanzia è Carbonia (1,46%). Poco sopra, con quote poco superiori, si trovano 3 città sarde (Cagliari, Oristano e Nuoro) e la marchigiana Ascoli Piceno.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi ai residenti per fascia d’età sono di fonte Istat (portale demo.Istat).

Foto: Allison Shelley/The Verbatim Agency per EDUimagesLicenza

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Prosegue il calo delle nascite in Italia https://www.openpolis.it/prosegue-il-calo-delle-nascite-in-italia/ Tue, 21 May 2024 07:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=289231 Il 2023 segna un nuovo record storico nel calo delle nascite, che scendono a 379mila da 393mila dell'anno precedente. Il tasso di natalità è in calo nel 72% dei comuni; in 6 su 10 è inferiore alla media nazionale. Meno di 1 su 10 supera la media Ue.

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Con 379mila nuove nascite nel 2023, continua l’inverno demografico del paese. Dati ancora provvisori, che però confermano una tendenza visibile da alcuni anni. Rispetto al 2022 le nascite sono diminuite di 14mila unità (il 3,6% in meno). In confronto al 2008, ultimo anno di “picco” il calo è superiore a un terzo (-34,2%). Significa quasi 200mila nuovi nati in meno in soli 15 anni.

-197mila nati in Italia nel 2023 rispetto al 2008.

Una diminuzione che riguarda sia i nati con cittadinanza italiana che senza, e che incide anche sul tasso di natalità, ovvero il numero di nuove nascite in rapporto agli abitanti. Nel 2023 è sceso a 6,4 nati ogni mille abitanti, dai 6,7 del 2022.

Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, questa dinamica di progressivo declino demografico pone un’ipoteca sul futuro del paese. Con una popolazione in invecchiamento, senza un ricambio generazionale, sono destinati a diventare insostenibili il sistema sociale, quello previdenziale e sanitario. Con ripercussioni soprattutto sulla parte più debole della società, a partire dalle persone – in molti casi anche minori – in condizione di difficoltà economica o di esclusione sociale.

14% i minori in povertà assoluta nel 2023. Da anni è la fascia d’età più colpita dal disagio.

Un calo preoccupante anche per le sue conseguenze a livello territoriale: in oltre 6 comuni su 10 infatti il tasso di natalità è anche inferiore rispetto alla media nazionale.

Quanto sono diminuite le nascite negli ultimi 15 anni

Il 2008 è stato l’ultimo anno di “picco” all’interno della breve crescita demografica avvenuta alla metà degli anni duemila. Da allora la curva discendente non si è più arrestata e ogni anno segna nuovi record negativi.

Il dato relativo al 2023 è una stima provvisoria.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 29 Marzo 2024)



Nell’arco di 15 anni le nascite sono diminuite di quasi 200mila unità, oltre un terzo in meno rispetto alla fine degli anni 2000.

Una discesa che è visibile anche nel crollo del tasso di natalità, ovvero il numero di nuovi nati rispetto ai residenti nel paese. Erano 9,7 i nati ogni mille abitanti nel 2008, quota scesa a 8,3 nel 2014 e a 7 nel 2019, ultimo anno prima del Covid. Da allora la cifra è scesa sotto la soglia psicologica del 7, attestandosi a 6,8 nel biennio 2020-21, fino agli attuali 6,4 secondo le stime preliminari sul 2023.

La dimensione territoriale del calo delle nascite

Questo declino è visibile anche nei diversi territori. Tra 2014 e 2021 (ultimo dato per cui sono disponibili stime a livello comunale), il tasso di natalità è diminuito in oltre 5.600 comuni, ovvero il 71,6% del totale.

Nel 61,6% dei comuni il tasso di natalità registrato nel 2021 è stato inferiore alla media nazionale dello stesso anno (6,8 nati ogni mille abitanti). Solo nel 36,6% dei casi questa cifra è stata superata. In particolare in provincia di Bolzano (dove quasi 9 comuni su 10 superano il tasso di natalità italiano), nell’area di Ragusa (83,3% dei comuni sopra la media) e nella città metropolitane di Catania (81%) e Napoli (70,7%). 

Il tasso di natalità è il rapporto tra il numero dei nati vivi dell’anno e l’ammontare medio della popolazione residente, moltiplicato per 1.000.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: venerdì 8 Marzo 2024)



Tra i capoluoghi è Catania il comune con il tasso di natalità più alto nel 2021: 8,6 nati ogni mille abitanti. Seguono, con almeno 8 nati per mille residenti, le città di Andria, Barletta e Palermo. Mentre agli ultimi posti spiccano diverse città sarde e una delle Marche: Ascoli Piceno (4,9), Oristano (4,9), Cagliari (4,5), Nuoro (4) e Carbonia. Nel comune del Sud Sardegna il tasso di natalità si è attestato a 3,1 nati ogni mille abitanti nel 2021.

Una tendenza con cause strutturali, ma non da sottovalutare

Si tratta di un fenomeno che ha innanzitutto radici strutturali. Legate al fatto che le persone in età fertile – con l’uscita della generazione del boom economico dall’età riproduttiva – sono sempre meno.

Il calo delle nascite è in parte causato dai mutamenti strutturali della popolazione femminile in età feconda, convenzionalmente fissata tra 15 e 49 anni. In questa fascia di popolazione le donne sono infatti meno numerose di un tempo. Quelle nate negli anni del baby-boom (dalla seconda metà degli anni Sessanta alla prima metà dei Settanta) sono quasi tutte uscite dalla fase riproduttiva mentre quelle che oggi ancora vi si trovano scontano l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di continua riduzione della fecondità del ventennio 1976-1995 che ha portato al minimo storico di 1,19 figli per donna nel 1995.

Questa tendenza, su cui ovviamente è molto difficile intervenire nell’immediato, spiega circa i due terzi del crollo delle nascite negli ultimi anni. Allo stesso tempo, il restante terzo della diminuzione è dovuto a un calo del tasso di fecondità.

Si tratta di questioni complesse, connesse a fattori sociali e culturali molto più ampi e che non riguardano solo il nostro paese, per cui vanno assolutamente evitate letture (o, peggio, risposte) semplicistiche. Allo stesso tempo, non va sottovalutato come un investimento complessivo su un insieme di interventi a favore della conciliazione tra famiglia e lavoro possono rappresentare un supporto nella scelta della genitorialità.

Tra questi senza dubbio l’investimento sui congedi parentali, sull’assegno per i figli e sui servizi, in particolare quelli per l’infanzia, spesso ancora poco presenti in ampie parti del paese. Questi possono fornire un supporto necessario, anche se non sufficiente. Non c’è una politica pubblica che, da sola, sia in grado di invertire la tendenza. Ma ciò non significa che passi ulteriori in questa direzione siano inutili.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al tasso di natalità sono di fonte Istat, e sono stati rilasciati nell’ambito delle statistiche sperimentali. Ai fini dell’elaborazione, sono stati confrontati con dato sul tasso di natalità medio in Italia, sempre di fonte Istat.

Foto: mohadese marvi (Unsplash) – Licenza

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I minori restano la fascia più colpita dalla povertà assoluta https://www.openpolis.it/i-minori-restano-la-fascia-piu-colpita-dalla-poverta-assoluta/ Tue, 14 Nov 2023 08:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=268003 Gli ultimi dati Istat confermano che i minori restano la fascia d'età più spesso in povertà assoluta, come ormai da oltre un decennio. In questo quadro, il contrasto della povertà educativa minorile è un investimento sul futuro demografico ed economico del paese.

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Nel 2022 il 13,4% dei bambini e dei ragazzi che vivono in Italia si è trovato in povertà assoluta. Si tratta della condizione in cui una famiglia non può permettersi un paniere di spese considerato essenziale per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile.

Parliamo di oltre un milione di persone con meno di 18 anni. Una cifra in crescita, come descritto nell’ultimo rapporto di Istat, anche per l’impatto dell’inflazione sulle famiglie.

1,27 milioni le persone di minore età in povertà assoluta nel 2022.

La revisione metodologica avvenuta quest’anno non consente confronti di lungo periodo sulla condizione minorile. Sarà necessario aspettare il rilascio della serie storica ricostruita, previsto dall’istituto alla fine del 2023, per valutazioni più approfondite.

Ma la nuova pubblicazione conferma un dato consolidato, da oltre un decennio. Bambine e bambini sono la fascia d’età più soggetta alla povertà assoluta.

La fascia d’età più spesso in povertà assoluta

Una delle conseguenze dell’inflazione seguita alla fase post-pandemica è stato l’aumento della popolazione scesa al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Sono 5,6 milioni le persone povere nel 2022, pari al 9,7% dei residenti in Italia. Un dato in crescita rispetto al 9,1% dell’anno precedente. Di queste, oltre una su 5 è minorenne.

Tra i residenti con meno di 18 anni infatti la quota di poveri assoluti raggiunge il 13,4%, quasi 4 punti in più del dato medio della popolazione. Anche nel 2022, quindi, tendenzialmente al diminuire dell’età cresce l’incidenza della povertà assoluta. Un trend che – come abbiamo avuto modo di raccontare in passato – è stata una costante dagli anni successivi alla crisi del 2008.

Una persona si trova in povertà assoluta quando vive in una famiglia che non può permettersi l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, sono considerati essenziali per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile.

A seguito di una revisione metodologica avvenuta nel 2023, questi dati non sono confrontabili con la serie storica precedente. Entro la fine del 2023 è stato previsto dall’istituto il rilascio della serie storica ricostruita. Il 2021 è già stato ricostruito secondo la nuova metodologia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 25 Ottobre 2023)



I bambini sotto i 3 anni sono quelli più spesso in povertà.

Sono soprattutto alcune fasce d’età a risentirne particolarmente. Tra 0 e 3 anni si raggiunge l’incidenza massima: il 14,7% dei bambini più piccoli vive in povertà assoluta. La quota supera il 14% anche tra i 4 e i 6 anni (14,3%), ed è poco inferiore in quella successiva (13,6% tra 7 e 13 anni). Sopra la media anche gli adolescenti tra i 14 e i 17 anni (11,7%).

Le maggiori difficoltà nel mezzogiorno, ma non solo

L’analisi rispetto alle diverse aree del paese restituisce una situazione critica sull’intero territorio nazionale, in particolare nel sud e nelle isole.

Nel mezzogiorno il 15,9% dei residenti sotto i 18 anni si è trovato in povertà assoluta nel 2022. Più della media nazionale per i minori (13,4%) e di quella per l’intera popolazione (9,7%). Nel centro e nel nord del paese l’incidenza tra i minorenni si attesta rispettivamente all’11,5% e al 12,3%. Sebbene inferiore rispetto a quanto visto per il sud, è comunque superiore a quella dell’intera popolazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 25 Ottobre 2023)



Inoltre è importante sottolineare come nella fascia d’età tra 0 e 3 anni i livelli di povertà assoluta registrati nell’Italia centro-settentrionale siano molto elevati, superando in entrambi i casi il 15%.

In tutte le altre fasce d’età, e nella media della popolazione minorile, è invece il mezzogiorno a mostrare le maggiori criticità.

Il contrasto della povertà minorile è strategico nelle politiche per la natalità.

Dal momento che i minori di 18 anni sono la fascia d’età che più spesso vive nell’indigenza, è fondamentale mappare la presenza di bambini e ragazzi sul territorio nazionale. Per comprendere – e poter contrastare – una dinamica che rappresenta un vero e proprio circolo vizioso. Da un lato, i territori con più minori sono oggi potenzialmente più esposti al fenomeno della povertà, che per l’appunto colpisce soprattutto le famiglie in cui vivono figli piccoli. Dall’altro, proprio l’incidenza della povertà, se non contrastata, rischia di diventare un ulteriore incentivo alla denatalità e allo spopolamento.

In quali aree del paese vivono più minori

Dal momento che bambini e ragazzi sono la fascia d’età più esposta alla povertà assoluta, è fondamentale essere in grado di mapparne l’incidenza sul territorio nazionale.

In media, il 15,6% di chi vive in Italia ha meno di 18 anni. La quota supera il 17% in Trentino-Alto Adige (17,8%) e Campania (17,4%), mentre all’estremo opposto non raggiungono il 14% Molise (13,2%), Liguria (13,4%) e Sardegna (13,6%).

Alcune province dell’isola, come Oristano e Sud Sardegna, si collocano addirittura sotto la media regionale. I due territori sardi, con circa 12 minori ogni 100 residenti, sono le aree del paese con meno abitanti under-18. Poco sopra, con circa il 13% della popolazione in età minorile, si trovano una serie di province del centro-nord: Biella, Savona, Rovigo, Ferrara, Massa-Carrara e Trieste. Mentre sono la provincia autonoma di Bolzano, la città metropolitana di Napoli e l’area di Caserta a spiccare per quota di minori.

2 le province con oltre il 18% di minori: Bolzano e Napoli.

L’incidenza della popolazione minorile è ancora più differenziata se osservata comune per comune. Tra i comuni capoluogo, spicca Crotone, con il 17,6% di residenti con meno di 18 anni. Seguono altre città del mezzogiorno – come Andria (17,5%), Napoli e Palermo (entrambe al 17,3%), Catania (17,1%) – oltre a Bolzano (17%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Gennaio 2022)



Agli ultimi posti per incidenza di bambini e ragazzi sul totale della popolazione troviamo invece tre comuni capoluogo della Sardegna: Carbonia (11,1%), Oristano e Cagliari (entrambi all’11,6%). Poco sopra le città dell’isola si collocano i comuni di Ferrara (12,6%), Ascoli Piceno (12,7%) e Biella (12,9%).

Contrastare la povertà minorile è investire sul futuro del paese

Abbiamo visto come, in media, il 15,6% di chi vive in Italia abbia meno di 18 anni. Come conseguenza del declino demografico, questa quota negli anni è diminuita in modo significativo. Basti pensare che circa dieci anni fa, nel 2012, il 17% circa della popolazione era minorenne. Oltre 10 milioni di bambini e ragazzi, quasi un milione in più di oggi.

-915.130 minori residenti in Italia tra 2012 e 2022.

Una tendenza che non può non essere letta in parallelo con l’aumento della povertà tra le famiglie, in particolare quelle con figli minori. Se alla nascita di un figlio cresce il rischio per molti nuclei di trovarsi in povertà assoluta, anche l’impatto sulla natalità diventa prevedibile.

Le politiche di sostegno alla condizione delle famiglie sono centrali per contrastare questa tendenza. Possono essere attuate con un insieme di strumenti diversi, tra cui quelli per evitare di ricadere nell’esclusione sociale.

L’investimento su servizi e istruzione può rompere il circolo vizioso della povertà.

Ma altrettanto importante è l’investimento sulle infrastrutture sociali e sulla rete di servizi sociali ed educativi che possono contenere le spese delle famiglie per garantire un’educazione di qualità ai propri figli.

Educazione da intendere a tutto tondo: dalla scuola alla possibilità di avere accesso ad attività culturali, sportive, sociali. Con l’obiettivo di rompere il circolo vizioso che si instaura tra una condizione di povertà economica e la povertà educativa.


Povertà economica e povertà educativa si alimentano a vicenda. Le ristrettezze economiche limitano l’accesso alle opportunità educative, culturali e sociali, costituendo un ostacolo oggettivo per i bambini e i ragazzi che provengono da famiglie svantaggiate. A sua volta, la bassa istruzione riduce le opportunità occupazionali, generando un circolo vizioso.


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“Quali sono le cause della povertà educativa”

Nel breve periodo, politiche che potenzino i servizi sociali ed educativi contribuiscono creare un ambiente più favorevole per le famiglie che scelgono di avere un figlio. Nel lungo periodo, è anche un vero e proprio investimento sull’istruzione della prossima generazione, sulle sue capacità e competenze. Ponendo le condizioni per la crescita economica e sociale del paese nei prossimi anni.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi ai residenti per fascia d’età sono di fonte Istat.

Foto: Kelly Sikkema (Unsplash)Licenza

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Come stanno i bambini in un paese in progressivo invecchiamento https://www.openpolis.it/come-stanno-i-bambini-in-un-paese-in-progressivo-invecchiamento/ Tue, 26 Sep 2023 07:10:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=260125 Con l'allargamento dei divari generazionali nei livelli di povertà assoluta, i bambini in difficoltà economica sono aumentati negli ultimi decenni. Si è così rafforzato il ruolo dei nonni come vero e proprio welfare familiare, anche a causa della carenza di servizi.

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Il prossimo 2 ottobre si celebra la festa dei nonni. Si parla spesso dell’Italia come di un paese in progressivo invecchiamento. E in effetti, anche grazie all’allungamento delle prospettive di vita, il numero degli anziani nel nostro paese è notevolmente cresciuto rispetto al 2005, quando venne istituita la giornata nazionale con una legge dello stato.

+24% i residenti con almeno 65 anni tra 2005 e 2022.

A essere cambiato da allora però non è solo il loro numero, ma spesso di fatto anche la loro posizione all’interno di nuclei familiari che si sono man mano impoveriti. Soprattutto quelli con figli, dal momento che bambini e ragazzi sono diventati negli ultimi 15 anni la fascia di popolazione più spesso in povertà assoluta.

In questo quadro, il ruolo sociale dei nonni ha supplito a diverse necessità delle famiglie. Da quelle di conciliazione tra la vita lavorativa e quella domestica, in un paese dove – come abbiamo avuto modo di raccontare – l’offerta di asili nido resta ancora limitata, specialmente in alcune aree del paese. Fino a forme di vero e proprio welfare familiare, nel sostegno a figli e nipoti nei casi di difficoltà economica.

Approfondiamo questo ruolo alla luce delle differenze generazionali nella povertà assoluta. E ricostruiamo come la situazione di bambini e ragazzi sia cambiata nel tempo. Tanto dal punto di vista della condizione materiale, con l’aumento della povertà assoluta tra i minori. Quanto da quello della rilevanza sociale, dal momento che il loro numero rispetto agli anziani è calato drammaticamente.

Come gli anziani sono diventati di fatto parte del welfare del paese

In attesa di leggere le nuove statistiche sulla povertà, che saranno pubblicate da Istat nel prossimo mese, sappiamo infatti che negli ultimi vent’anni sono aumentati i divari generazionali. Specialmente dopo la grande recessione seguita alla crisi del 2008, e poi ancora dopo l’emergenza Covid.

Nel 2005 i più in difficoltà erano proprio gli anziani (4,5% in povertà assoluta). Gli effetti delle successive crisi economiche hanno invertito la situazione, colpendo in primis le famiglie lavoratrici, specialmente se giovani e in condizioni di lavoro precarie.

L’incidenza della povertà assoluta è rimasta così più stabile tra chi aveva un reddito fisso, come quello derivante da una pensione. Anche per questo motivo la quota di over 65 poveri nel 2021 (5,3%), pur in aumento, non è troppo lontana da quella di oltre 15 anni prima (4,5%). Non si può dire lo stesso della condizione della popolazione in età minorile.

14,2% i minori in povertà assoluta nel 2021. Un’incidenza oltre 3 volte superiore al 2005.

Tra bambini e ragazzi con meno di 18 anni si è passati da un’incidenza di povertà assoluta del 3,9% nel 2005 al 14,2% del 2021. Una quota di oltre 3 volte superiore, che testimonia le difficoltà vissute dai nuclei familiari giovani e con figli piccoli.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Giugno 2022)



Si sono così progressivamente allargate le distanze, in una dinamica che ha penalizzato soprattutto le giovani generazioni. Da alcuni anni in Italia più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

Il contributo dei “nonni” nella vita familiare ha spesso supplito alle carenze del welfare.

In un contesto simile, il ruolo dei nonni è stato spesso molto prezioso. Un contributo “sommerso” che i dati difficilmente riescono a cogliere, eppure ben noto nella vita quotidiana delle persone. Dal supporto nell’accudimento dei bambini, in molti casi essenziale per consentire ai genitori di lavorare, all’aiuto materiale, anche economico nelle situazioni di maggiore difficoltà.

Un ruolo di vero e proprio welfare familiare, che però ha messo anche in luce le criticità del sistema attuale, dove – nonostante gli sforzi degli ultimi anni in questa direzione – gli strumenti di supporto alla genitorialità e i servizi per l’infanzia risultano ancora troppo limitati. Aspetti su cui riflettere, alla luce del calo demografico e dell’invecchiamento della popolazione che caratterizzano il nostro paese da qualche decennio.

Il rapporto bambini-anziani in un paese in invecchiamento

Rispetto al 2005 il rapporto tra giovani e anziani nel paese non è mutato solo in termini economici, con i primi sempre più spesso in povertà e gli altri – pur nelle difficoltà – stabili sul livello degli anni 2000.

L’invecchiamento della popolazione ha cambiato nel tempo anche i rapporti numerici tra le generazioni. Le persone con almeno 65 anni di età erano il 19,5% della popolazione nel 2005. Oggi hanno quasi raggiunto il 24%, e si prevede che nel 2050 potrebbero arrivare al 38% dei residenti in Italia. Quasi il doppio del 2005.

A indicare con ancora più forza questa tendenza è l’indice di vecchiaia. Ovvero il numero anziani di almeno 65 anni ogni 100 giovani di età inferiore a 15 anni. Nel 2022 ha sfiorato il 188%. Un aumento di quasi 50 punti percentuali in meno di 20 anni: nel 2005 il rapporto era al 138%.

L’indice di vecchiaia è calcolato come rapporto percentuale tra la popolazione di 65 anni e più e la popolazione di età 0-14 anni. In altri termini, misura il numero di anziani presenti nella popolazione ogni 100 giovani. Più è alto il valore, più quella popolazione è anziana.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: giovedì 1 Giugno 2023)



Nei prossimi 20 anni, in base alle stime di Istat, si prevede un aumento di oltre 100 punti. Nel 2042 l’indice di vecchiaia potrebbe infatti essere pari al 293%.

Questi dati mettono in luce un fronte critico per l’Italia. Se non invertita o mitigata, la tendenza va nella direzione dell’invecchiamento della popolazione, nonché di un progressivo spopolamento. Con serie conseguenze per la tenuta sociale del paese.

Questa misura rappresenta il “debito demografico” nei confronti delle generazioni future, soprattutto in termini di previdenza, spesa sanitaria e assistenza. Gli individui in età 65 anni e oltre sono 14 milioni e 46 mila a inizio 2022, 3 milioni in più rispetto a venti anni or sono, e costituiscono il 23,8 per cento della popolazione totale; nel 2042 saranno quasi 19 milioni e rappresenteranno il 34 per cento della popolazione totale

Tendenze asimmetriche, perché colpiscono l’Italia in modo differenziato sul territorio. Attraverso i dati a livello locale, possiamo monitorare come questo debito demografico incida nelle diverse parti d’Italia, comune per comune.

L’invecchiamento della popolazione, comune per comune

Nell’anno dell’esplosione dell’emergenza Covid, il 2020, l’indice di vecchiaia era pari a 179,4. Ovvero quasi 180 persone di almeno 65 anni di età ogni 100 con meno di 15.

Tale rapporto risulta fortemente variabile sul territorio nazionale. Tra le regioni, l’indice di vecchiaia in Liguria ha raggiunto la quota di 262,43 e ha comunque superato i 200 in Molise, Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Piemonte, Umbria, Toscana, Marche e Basilicata. Ovvero più di 2 ultra-sessantacinquenni per ogni residente fino a 14 anni.

9 le regioni dove già nel 2020 c’erano 2 anziani per ogni minore tra 0 e 14 anni.

Mentre il rapporto più contenuto si registra in Campania (135,1), Trentino-Alto Adige (142,4) e Sicilia (159,45).

Del resto, anche a livello locale spiccano per un indice di vecchiaia molto inferiore alla media la città metropolitana di Napoli (121,8), la provincia di Caserta (122), la provincia autonoma di Bolzano (126,9) e la città metropolitana di Catania (140,3). Mentre i valori più alti, superiori a 270, si rilevano nelle province di Biella, Savona e Oristano.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(pubblicati: venerdì 23 Dicembre 2022)



Approfondendo in chiave comunale, appare evidente dalla mappa come i territori collocati in aree montane e interne risentano di un rapporto tra anziani e giovani molto più elevato della media.

Tra i capoluoghi, Carbonia supera quota 300 (313,7). Poco distante il capoluogo regionale, Cagliari con 295,1, seguita da Ascoli Piceno (275,6) e Oristano (275,2).

Nel 2020, i valori più contenuti tra i capoluoghi si sono registrati nelle città di Andria (124,98), Crotone (132,04), Barletta (140,55), Napoli (144,40), Reggio Emilia (149,57), Trani (149,59) e Palermo (149,98). In questi 7 comuni l’indice di vecchiaia è risultato in quell’anno inferiore a quota 150.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi all’indice di vecchiaia sono di fonte Istat.

Foto: Rod Long (unsplash)Licenza

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L’offerta di giardini scolastici non è omogenea tra le città https://www.openpolis.it/lofferta-di-giardini-scolastici-non-e-omogenea/ Tue, 19 Sep 2023 07:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=235829 I giardini scolastici hanno un valore educativo insostituibile, ma oggi la loro diffusione è molto disuguale sul territorio nazionale. Nelle città del sud l'offerta di verde per minore è spesso inferiore alla media.

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Il verde nelle scuole è spesso sottovalutato e, di conseguenza, sottoutilizzato. Si tratta invece di uno strumento importante nelle politiche di contrasto alla povertà educativa.

L’offerta di giardini scolastici non è omogenea sul territorio nazionale. Sono le città del sud ad avere una minore disponibilità di spazi verdi negli istituti.

5,3 i metri quadri per minore di giardini scolastici presenti nelle scuole delle città del sud. Meno della media nazionale (7,9) e la metà del nord (10,6).

In precedenti approfondimenti, abbiamo spesso sottolineato le differenze in termini di opportunità educative tra le aree del paese. Dalle mense scolastiche al tempo pieno, dagli asili nido ai centri di aggregazione, dalle palestre ai trasporti per gli studenti.

A questi si aggiunge il divario sui giardini scolastici, non meno importante. La letteratura internazionale e le linee guida esistenti in materia indicano chiaramente come il verde in ambito scolastico abbia una funzione sociale ed educativa che va molto oltre quella puramente estetica.

Approfondiamo perché sono così importanti per bambini e ragazzi, in quali città sono maggiormente diffusi rispetto ai minori residenti e cosa possono fare le scuole per potenziarne l’utilità, quando presenti.

Uno strumento educativo insostituibile e sottoutilizzato

Nello stilare le linee guida per le future scuole innovative, il gruppo di lavoro nominato dal ministero dell’istruzione ha dedicato un capitolo alla valorizzazione degli spazi dentro e fuori dall’edificio scolastico.

Il documento indica la potenzialità educativa degli spazi verdi di pertinenza delle scuole, osservando come restino ancora sottoutilizzati nel contesto italiano.

L’ambiente esterno è il luogo di elezione per fare esperienza non solo legata al contesto naturale (il contatto con la terra, l’osservazione dei fenomeni meteo, la coltivazione), ma anche come prolungamento degli ambienti interni. Spazi all’aperto dovrebbero essere facilmente accessibili dalle aule, ma anche da laboratori, biblioteche, spazi comuni e di ristorazione, in una sorta di continuità d’uso che ne faciliti l’appropriazione

L’impostazione del gruppo di lavoro, del resto, è coerente con la letteratura internazionale che ormai da anni ha evidenziato il valore educativo dei giardini scolastici.

Nel 2022 Unicef ha pubblicato un documento di lavoro che identifica alcuni aspetti strategici nell’estensione del verde scolastico.

Cortili e spazi verdi delle scuole offrono un luogo ideale per fare educazione ambientale o allo sviluppo sostenibile. Con potenzialità enormi anche di integrare e arricchire la didattica con attività curricolari ed extracurricolari. Ma anche al netto di queste possibilità di valorizzazione, vi sono riscontri che il beneficio potrebbe essere comunque positivo.

Secondo alcuni studi (…) gli studenti delle scuole superiori che dalla propria aula riescono a vedere uno spazio verde ottengono risultati migliori nei test per valutare l’attenzione, mentre i bambini che vivono nelle vicinanze di aree verdi hanno una migliore capacità di affrontare eventi stressanti.

Un contributo ulteriore è quello dato dalla valorizzazione di questi spazi anche per l’utilizzo da parte delle comunità locali. In particolare per la fruizione di famiglie e bambini anche al di fuori dell’orario scolastico. Un ruolo cruciale, specialmente nei territori dove sono carenti spazi verdi curati e dotati di servizi.

I divari nell’offerta di giardini scolastici

Come abbiamo avuto modo di approfondire, sono ampie le distanze tra i capoluoghi italiani in termini di dotazione di verde pubblico.

Questi stessi divari si riscontrano anche nella disponibilità di giardini scolastici rispetto ai bambini e ragazzi residenti. In media sono 7,9 i metri quadri di giardini scolastici per minore nei capoluoghi di provincia italiani. Spiccano le città settentrionali, con in media 10,6 metri quadri per abitante con meno di 18 anni. In particolare quelle del nord-est (12,5), ma anche quelle dell’Italia nord-occidentale superano la media nazionale (9,1).

12,5 i metri quadri per minore di giardini scolastici presenti nelle scuole delle città del nord-est.

Nelle città del centro Italia sono 6,7 i metri quadri per minore, mentre nel mezzogiorno scendono a 5,3. In particolare 6 mq nelle isole e meno di 5 (4,9 mq) nel sud continentale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 22 Febbraio 2023)



Osservando i dati delle singole città, superano i 20 metri quadri di giardini scolastici per minore residente 4 capoluoghi. Verona, prima con 26,5 mq, Carbonia (Sardegna) con 21,4 e le lombarde Como e Brescia, rispettivamente con 20,5 e 20,2.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 22 Febbraio 2023)



Sono 3 invece le città dove risulta – in base ai dati del 2021 – meno di un metro quadro di verde scolastico per minore residente. Due siciliane Messina (0,6) e Trapani (0,8) e la pugliese Trani (0,9). Poco sopra la vicina Barletta (1,2) e due capoluoghi liguri, Genova (1,2) e Imperia (1,3).

In un’Italia settentrionale che ha una maggiore densità di giardini scolastici, le città della Liguria – con l’eccezione di La Spezia (8,3) – spiccano per una diffusione molto minore rispetto alla media.

2,3 mq per minore nelle città liguri. Molto meno della media del nord Italia (10,6).

Come valorizzare i giardini scolastici

Differenze così ampie nella dotazione di giardini da parte delle scuole indicano un aspetto di cui gli investimenti in edilizia scolastica dovranno occuparsi, seguendo le raccomandazioni del documento del gruppo di lavoro per le nuove scuole.

Tuttavia la dotazione attuale, quando disponibile, può già oggi essere maggiormente valorizzata. Le scuole, con il supporto delle istituzioni locali e nazionali e delle comunità educanti, possono adottare l’insieme di interventi consigliati dalle linee guida di Unicef.

5 gli interventi consigliati da Unicef per la valorizzazione del verde in scuole e asili.

Il primo punto riguarda la manutenzione del verde scolastico. Conservare, migliorare, creare e mantenere spazi verdi accessibili e sicuri fuori dagli edifici scolastici è ovviamente la condizione imprescindibile. Su questa premessa, è possibile prevedere e aumentare le attività da svolgere all’aperto: dall’educazione ambientale alle normali attività ricreative.

Le ultime due raccomandazioni riguardano il coordinamento da trovare con i soggetti al di fuori della scuola, attivando la rete della comunità educante. In primo luogo, il necessario sostegno economico per la valorizzazione del verde che può arrivare da amministrazioni locali, istituzioni pubbliche e private. In secondo luogo, la collaborazione da ricercare con le comunità locali sia per mantenere gli spazi, sia per farli vivere anche al di fuori dell’orario scolastico.

Si tratta di interventi, in alcuni casi piccoli, in altri più complessi, in grado di potenziare molto le opportunità educative di ragazze e ragazzi. Soprattutto nei territori dove ve ne sono di meno e il verde pubblico è più carente.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al verde urbano nelle città sono di fonte Istat e sono aggiornati al 2021.

Foto: Amanda Mills, USCDCP (Pixnio) – Licenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Sardegna https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-sardegna/ Tue, 13 Dec 2022 04:23:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214873 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Sardegna e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Sardegna, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Sardegna nel 2020 sono 8.355 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 28mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 30,7%, la più elevata tra le regioni del mezzogiorno, al di sopra della media nazionale (27,2%) e a meno di 3 punti dalla soglia del 33% fissata in sede Ue.

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è la città metropolitana di Cagliari con 34,5 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori di Sassari (33,4%), Nuoro (28,3%), Oristano (25,6%) e del Sud Sardegna (25,4%).

Tra i capoluoghi, svetta il comune di Nuoro con un’offerta potenziale di 75,5 posti ogni 100 bambini. Seguono le città di Sassari (52,5), Carbonia (40,4), Oristano (38,6) e Cagliari (31,3). Nessun capoluogo è quindi al di sotto del 30%. Dati piuttosto elevati anche tra i comuni non capoluogo con più residenti tra 0 e 2 anni. Si attestano tra il 30 e il 40% Olbia, Quartu Sant’Elena, Alghero, Assemini e Porto Torres. Selargius raggiunge il 56%, mentre a Capoterra sono 20,7 i posti ogni 100 minori.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Sardegna dovrebbero arrivare con il nuovo bando quasi 87,9 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 3,6% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia del Sud Sardegna (31 interventi per un totale di 34,65 milioni di euro), seguita da Sassari (21 interventi, 25,9 milioni).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 82 progetti. Di questi, 38 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 44 come riserva. Per 3 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è una nuova costruzione di edifici dedicati. Un intervento, classificato come “riserva” nelle graduatorie di agosto, riguardante il comune di Iglesias (3,36 milioni di euro). Segue un intervento – sempre ammesso inizialmente con riserva – di ampliamento di edifici esistenti (comune di Budoni, circa 2,86 milioni di euro).

L’ente con più risorse previste è il comune di Olbia (poco meno di 3,57 milioni di euro per 2 interventi), seguito da Iglesias (3,36 milioni) e Capoterra (3,23 milioni).

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 7 previste in Sardegna.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 1.657 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 1.128 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 68,07% degli edifici scolastici in Sardegna presenta quindi questo tipo di accorgimenti, oltre 10 punti in più della media nazionale (57,5%). Una quota che varia tra i diversi territori. Mentre nel Sud Sardegna la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge il 71,65%, in provincia di Nuoro si attesta al 63,92%, un dato comunque superiore alla media nazionale.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spiccano Cagliari dove il 77,31% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico e Olbia, dove la quota raggiunge l’84,62%. Mentre tra i comuni maggiori il dato più contenuto è quello di Nuoro (34,55%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 7 le aree individuate per la Sardegna, per un totale di 12.574,42 mq e un importo complessivo richiesto di 27,5 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Il 42,86% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano la scuola secondaria di II grado “Iis G. Dessì”, della provincia del Sud Sardegna. Un intervento di demolizione edilizia con ricostruzione in situ su edifici di 3.427,2 metri quadri, per un importo richiesto di quasi 7,64 milioni di euro. Segue un intervento su una scuola primaria e secondaria di I grado del comune di Villaputzu. Anche in questo caso, una demolizione edilizia con ricostruzione in situ da 2.551 metri quadri (importo poco inferiore ai 5 milioni di euro).

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Sardegna il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 13,2%. Un dato poco superiore alla media nazionale e a 4,2 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Nella regione si registrano del resto divari educativi negli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 48,6% degli studenti sardi in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa. Nella provincia di Sassari il dato supera il 49%. Mentre nella città metropolitana di Cagliari sono risultati inadeguati i test del 41,4% degli studenti.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, in Sardegna, sono destinate a 122 istituti, per un totale di 16,25 milioni di euro. Si tratta del 3,25% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione agli istituti con sede nel comune di Cagliari, con 13 istituti finanziati, per un totale di 2.087.263,93 euro.

L’istituto più finanziato è il Salvator Ruju di Sassari, cui sono destinati 243.315,51 euro. Segue l’Ipsar-Ipseoa della stessa città, con circa 238mila euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Sardegna

Nuove scuole Sardegna

Piano dispersione (I tranche) Sardegna

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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Quanto sono diffusi i giardini scolastici nelle città italiane https://www.openpolis.it/quanto-sono-diffusi-i-giardini-scolastici-nelle-citta-italiane/ Tue, 01 Feb 2022 08:15:18 +0000 https://www.openpolis.it/?p=170849 I giardini scolastici possono avere molteplici funzioni. Non solo come aree verdi, ma anche per le potenzialità nell'educazione ambientale e alimentare. Tuttavia la loro presenza non è omogenea sul territorio nazionale. Nei capoluoghi meridionali sono spesso meno diffusi.

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Giardini, cortili e spazi verdi nella disponibilità delle scuole costituiscono un patrimonio da non sottovalutare. Non si tratta di una questione meramente estetica.

I giardini scolastici possono infatti essere utilizzati per molteplici scopi: da occasione per momenti dedicati al gioco e allo sport a vere e proprie attività didattiche. Legate ad esempio all’apprendimento dell’educazione ambientale e di quella alimentare.

Già prima dell’emergenza la letteratura internazionale aveva individuato nel “verde scolastico” una fonte quasi inesauribile di opportunità educative.

Il verde, progettato e realizzato in continuità o facilmente accessibile dagli spazi della didattica quotidiana, può assumere valore anche per l’educazione ambientale e alimentare dei giovani.

Si tratta di un’opportunità ancora più preziosa nel contesto della crisi pandemica, come sottolineato in analisi e riflessioni più recenti (Wwf, 2020). A maggior ragione se si inserisce nello sviluppo dell’educazione civica, dopo che la legge 92/2019 ne ha reintrodotto l’insegnamento obbligatorio, con voto e per tutti i gradi di istruzione.

Dal punto di vista dei contenuti, la scelta è stata quella di concentrare gli studi civici su 3 assi principali: costituzione e leggi, cittadinanza digitale, sviluppo sostenibile e agenda 2030. Quest’ultimo aspetto prevede una formazione incentrata su educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio, salute e tutela dei beni comuni.

Aspetti su cui la presenza dei giardini scolastici – se ben sfruttata – può giocare un ruolo importante. Per rendere lo studio dell’ambiente e il suo rispetto una pratica concreta, e non solo parte di una spiegazione tra le mura scolastiche.

In quali città ci sono più giardini scolastici per minore

Se si considerano i capoluoghi di provincia, gli unici comuni per cui abbiamo a disposizione dati strutturati, in media in Italia nel 2019 ci sono 7,5 metri quadri di giardini scolastici per ciascun minore di 18 anni residente. Un dato che è possibile ricostruire incrociando i dati ambientali sui capoluoghi rilasciati annualmente dall’istituto di statistica con quelli – sempre di Istat – sui residenti per età.

Nelle città del nord-est i giardini scolastici per minore sono circa 2 volte quelli presenti nel sud.

Questa quota è fortemente variabile tra le diverse aree del paese. Le città del nord-est ad esempio superano i 10 metri quadri per minore, quel del nord-ovest raggiungono gli 8,7. I capoluoghi dell’Italia centrale e delle isole si attestano su cifre inferiori, con rispettivamente 6,7 e 6,1 metri quadri per minore. Nelle città del sud il rapporto è inferiore a 5, essendo pari a 4,9 metri quadri per minore. Tuttavia, la carenza di giardini scolastici non è una questione solo nel mezzogiorno. Dal confronto regionale emerge infatti come anche territori settentrionali (ad esempio le città liguri) si trovino molto al di sotto della media nazionale. Insieme alla Liguria, hanno meno di 5 metri quadri per minore – anche i capoluoghi, in media – di Calabria, Puglia e Lazio.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)

Se si confrontano le singole città emergono ulteriori elementi di interesse. Le città con più giardini scolastici per minore sono Lodi, Carbonia, Mantova, Nuoro, Como, Biella, Belluno, Verbania, Campobasso, Ferrara e Reggio Emilia. In tutti questi comuni sono oltre 15 i metri quadri di giardini scolastici per residente. Un dato che supera i 20 metri quadrati in 2 di queste città, Lodi e Carbonia.

Il dato calcola il rapporto tra i giardini scolastici (in mq) presenti nel comune capoluogo e i residenti con meno di 18 anni del comune stesso.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)

Sono 51 su 109 i capoluoghi con un rapporto tra giardini scolastici e minori residenti inferiore alla media nazionale. In particolare non raggiungono i 2 metri quadri per minore 7 città: Brindisi, Reggio Calabria, Imperia, Genova, Trani, Trapani e Messina. Con una tendenza che - nel 2019 - vede una minore diffusione soprattutto nelle città del sud e in quelle liguri.

Oltre il 38% dei capoluoghi del sud ha meno di 3 mq di giardini scolastici per minore.

Del resto, se in media in Italia il 12,8% dei capoluoghi non raggiunge un rapporto di 3 metri quadri per bambino o ragazzo residente, la quota raggiunge il 14,3% nelle isole e il 38,5% nel sud. Significa che quasi 4 città del sud su 10 dispongono di meno di 3 metri quadri di giardini scolastici per minore residente.

In altri termini, nell'Italia meridionale e continentale si trovano il 23,9% dei capoluoghi italiani ma oltre il 70% di quelli che hanno meno giardini scolastici.

14 i capoluoghi con meno di 3 metri quadri per minore. Di questi, 12 si trovano nel mezzogiorno.

Viceversa, delle 11 città che superano i 15 metri quadri per minore, 5 si trovano nel nord-ovest, 3 nel nord-est, 2 nelle isole e una nel sud. Si tratta di Campobasso, che si attesta sui 15,54 metri quadri di giardini scolastici per ciascun residente tra 0 e 17 anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sul verde urbano sono di fonte Istat.

Foto: Flickr mbeo - Licenza

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Perché la bassa natalità è un problema per il paese https://www.openpolis.it/perche-la-bassa-natalita-e-un-problema-per-il-paese/ Tue, 02 Mar 2021 08:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=115703 Da alcuni anni l'Italia è ultima in Ue per numero di nuovi nati rispetto ai residenti. Una questione che riguarda gran parte del paese: in quasi il 90% dei capoluoghi il tasso di natalità è calato.

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Nel 2019 in Italia sono nati circa 400mila bambini, ovvero 7 nuovi nati ogni 1.000 abitanti. Si tratta del tasso di natalità più basso dell’intera Unione europea.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Ottobre 2020)

 

Non si tratta di una novità: nella classifica europea l'Italia è ultima tra i 28 paesi dal 2015. Un dato che ha spiegazioni in gran parte strutturali, dato che le coorti generazionali più numerose, a partire dai baby boomers, sono o stanno progressivamente uscendo dall'età riproduttiva.

7 nuovi nati ogni 1.000 abitanti nel 2019 in Italia: 2,5 in meno rispetto alla media europea.

Allo stesso tempo questa tendenza demografica si può ricollegare in parte anche con gli effetti della precedente crisi economica.

Il dispiegarsi degli effetti sociali della crisi economica ha agito direttamente sulla cadenza delle nascite. Le donne residenti in Italia hanno accentuato il rinvio dell’esperienza riproduttiva verso età sempre più avanzate (...)

Dopo la crisi alla fine degli anni 2000, la tendenza di quasi tutti i paesi Ue è stata quella di un calo delle nascite. La media europea è scesa da 10,8 nuovi nati ogni 1.000 abitanti nel 2009 a 9,5 nel 2019.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Ottobre 2020)

Per l'Italia tale tendenza è stata ancora più accelerata. Nel 2009 i nuovi nati erano 9,6 ogni 1.000 abitanti, dato che già allora ci poneva al quartultimo posto in Ue, a pari merito con l'Ungheria e appena prima di Portogallo (9,4), Austria (9,2) e Germania (8,1).

Nel decennio appena trascorso il numero di nati è calato drasticamente.

Nel 2012 era terzultima, prima di Portogallo (8,5) e Germania (ultima con 8,4 nati ogni 1.000 abitanti). Sette anni dopo, nel 2019, la Germania dall'ultimo posto è salita al 19esimo (comunque al di sotto della media Ue), mentre l'Italia è passata dal terzultimo posto all'ultimo. All'interno di un calo generalizzato, il tasso di natalità italiano è diminuito in modo ancora più netto.

-2,6 nuovi nati ogni mille abitanti in Italia tra 2009 e 2019. È il quinto maggior calo tra i 28 paesi Ue.

In Italia quindi si fanno sempre meno figli, anche rispetto a un contesto europeo dove pure la natalità è in calo. Un problema che presenta tanti aspetti diversi. Si ricollega ad esempio con la capacità del nostro paese di investire sulle giovani generazioni; con le condizioni economiche delle famiglie che hanno figli; con la sostenibilità a lungo termine del nostro stesso sistema economico e sociale.

10,6% l'incidenza di povertà assoluta nelle famiglie con due figli minori, contro una media del 6,4%.

Un fenomeno con conseguenze così importanti da dover essere analizzato anche in chiave territoriale. Nel 2017, rispetto a una media nazionale di 7,6 nati ogni 1.000 abitanti, solo 32 capoluoghi di provincia (il 29% del totale) superavano tale soglia.

Ai primi posti in particolare Catania (9,37) e Palermo (8,53), seguite da Reggio Emilia, Napoli e Prato (circa 8,4). Agli ultimi posti, con meno di 5,5 nati ogni mille abitanti, Oristano, Ascoli Piceno, Cagliari, Urbino e Carbonia.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Confrontando l'andamento nel tempo, solo una minoranza di capoluoghi ha registrato un aumento negli ultimi anni.

88% dei capoluoghi hanno avuto un calo del tasso di natalità tra 2014 e 2017.

Quelli più significativi, tra 2014 e 2017 si registrano a Verbania (+0,43), La Spezia (+0,39), Benevento (+0,37) e Pavia (+0,31). I cali maggiori invece si rilevano a Trani (-2,52, dove il comune resta comunque sopra la media nazionale con 7,69 nati ogni mille abitanti), Urbino (-2,31), Biella (-1,83) e Isernia (-1,81).

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sulle famiglie in potenziale disagio economico è Istat, che ha elaborato l'indicatore con le informazioni del censimento 2011. I dati sul tasso di natalità sono stati raccolti dalle statistiche sperimentali dell'istituto di statistica nazionale.

Foto credit: Picsea (unsplash) - Licenza

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Il ruolo delle lim nel promuovere la scuola digitale https://www.openpolis.it/il-ruolo-delle-lim-nel-promuovere-la-scuola-digitale/ Tue, 08 Dec 2020 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=110189 Le lavagne interattive multimediali possono essere uno strumento molto utile non solo per l'alfabetizzazione digitale degli alunni, ma anche per stimolare nuovi approcci educativi. Attraverso i dati, vediamo in quali territori sono più diffuse.

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Nel corso degli ultimi mesi, la scuola digitale e l’importanza di garantire un’alfabetizzazione tecnologica per tutte le ragazze e i ragazzi hanno guadagnato maggiore centralità nel dibattito pubblico.

Con la necessità di dover ricorrere alla didattica a distanza anche per periodi prolungati, è diventato chiaro a tutti come si tratti di un tema che non può essere eluso. Solo superando i divari sociali, territorialidi genere negli apprendimenti degli alunni sarà concretamente possibile arrivare ad una alfabetizzazione digitale di massa, purtroppo ancora lontana.


FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Aprile 2020)

Il supporto delle lim nel fare scuola digitale

Come abbiamo avuto modo di approfondire, si tratta un processo molto complesso, che non riguarda solo la presenza di dispositivi nelle scuole: serve soprattutto un investimento formativo su ragazze e ragazzi.

Allo stesso tempo, la disponibilità di strumenti tecnologici per scuole e studenti è uno dei presupposti per innescare questo processo. Il primo pensiero va al computer, ma questo è solo uno dei dispositivi con cui poter svolgere didattica digitale.

La presenza di lim, acronimo di lavagna interattiva multimediale, può essere altrettanto importante. La lavagna interattiva offre infatti una serie di possibilità che vanno nella direzione di un approccio diverso rispetto alla lezione frontale. Consente all'insegnante di sviluppare altri metodi di apprendimento, più focalizzati sul singolo studente, oppure di far interagire nel lavoro di gruppo anche ragazzi che non si trovano nella stessa classe.

Esternamente la lim è strutturata come una vera e propria lavagna tradizionale, all’interno però, è assolutamente tecnologica (...) Con essa si possono realizzare molteplici attività, tra cui la navigazione in internet, la proiezione di contenuti testuali o visuali, si possono ascoltare e vedere materiali audio-visuali, svolgere esercizi interattivi, archiviare lezioni e condividerle. Le lezioni possono essere costruite in maniera nuova e dinamica, favorendo contestualmente l’ingresso in aula di altri metodi e approcci.

Grazie a questa versatilità, è stata anche una delle prime modalità utilizzate per la didattica a distanza,  in alcune sperimentazioni previste per realtà insulari come le Egadi, già dalla metà degli anni 2000. Sono i documenti ufficiali del Miur a raccontare le prime esperienze di utilizzo. Dal progetto apprendere digitale (2005), destinato a 4.000 alunni e 300 docenti delle prime medie, a digiscuola (2006) - rivolto a un target di studenti delle superiori.

I piani nazionali sul tema

Alla luce di tali esperienze didattiche innovative, l'uso delle lim è stato progressivamente integrato nella programmazione del Miur. Dapprima nel biennio 2008-2009, con il piano di diffusione delle lavagne interattive multimediali, il primo a stabilire in modo organico l'obiettivo di diffonderne l'utilizzo attraverso il coinvolgimento e la formazione degli insegnanti.

35.114  lim assegnate alle classi in attuazione del piano, tra 2008 e 2012.

A seguito del piano di diffusione, gli anni successivi vedono i primi investimenti non rivolti solo a sperimentazioni: 93 milioni di euro circa, di cui 80,9 per l'acquisto dei dispositivi e 12,5 per la formazione di 72.357 insegnanti al loro utilizzo.

La tecnologia dovrebbe sempre essere al servizio dell'apprendimento.

Un processo confermato con il piano nazionale scuola digitale (2015), che tra le diverse azioni prevede quella rivolta a potenziare gli "ambienti per la didattica digitale integrata". L'utilizzo dei dispositivi digitali, tra cui le lim, viene identificato come la base per costruire nuovi sistemi di apprendimento. In questo approccio, la tecnologia non è il fine, ma il mezzo per migliorare l'esperienza scolastica di alunni e insegnanti. Attraverso l'utilizzo di aule collegate a internet e attrezzate per la fruizione di contenuti digitali e la possibilità di utilizzare spazi alternativi come i laboratori multimediali.

A un decennio dall'inizio delle sperimentazioni, nell'anno scolastico 2014/15, il servizio statistico del Miur aveva rilevato come il 41,9% delle aule e il 43,6% dei laboratori fosse dotato di lim. Per le prime in particolare, una forte crescita rispetto al 2013, quando erano il 29,3% del totale.

+12,6 l'aumento in punti percentuali della quota di aule dotate di lim, tra gli anni scolastici 2013/14 e 2014/2015.

Un dato comunque con ampie differenze regionali alla data di rilevazione: si va da oltre 8 aule su 10 in Sardegna a meno di una su 4 in Basilicata, Liguria e Piemonte. In parte, la maggiore o minore diffusione dello strumento è dipesa anche dall'utilizzo dei fondi europei: sono soprattutto le regioni del mezzogiorno che rientrano nell'obiettivo convergenza dell'Ue ad aver visto gli incrementi maggiori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Ottobre 2015)

In conseguenza dell'utilizzo dei fondi Ue, sono le maggiori regioni del mezzogiorno a registrare una crescita sia delle lavagne interattive sia dei proiettori interattivi.

Infine, nelle regioni dell’Obiettivo Convergenza le scuole hanno beneficiato di contributi per il miglioramento delle dotazioni tecnologiche, finanziati dai fondi strutturali europei (...) in Calabria, Campania e Sicilia si riscontra un aumento significativo del numero di aule dotate di LIM e in Puglia delle aule dotate di proiettore interattivo.

Rispetto al grado di istruzione, la diffusione di lim prevale soprattutto nel primo ciclo di istruzione. Ad ottobre 2015, il 54,6% delle aule di scuola media e il 38,5% di quelle primarie aveva una lim. Dato leggermente inferiore per le scuole superiori (37% in media).

Questi dati sono molto utili perché offrono un inquadramento sul tema, basato su dati certificati dal ministero dell'istruzione, attraverso un'indagine che ha coinvolto oltre il 97% delle istituzioni scolastiche statali. Ma cosa sappiamo sulla presenza delle lim a un livello più disaggregato e più aggiornato?

La diffusione di lim nelle scuole italiane

Per ricostruire questa informazione, esattamente come avevamo fatto per i computer, abbiamo raccolto i dati - scuola per scuola - dal portale Miur "Scuola in chiaro". In questo portale ogni plesso scolastico ha una pagina dedicata, da cui si può risalire al numero di dotazioni tecnologiche nell'anno scolastico 2018/19.

Da questa fonte è possibile risalire al numero di lim (o comunque di dispositivi in grado di svolgere funzioni simili, come proiettori interattivi e smart tv) e metterlo in relazione con il numero di studenti.

(...) proiettori interattivi, tipologia di dispositivi, quest’ultima, che si sta velocemente affermando come valida alternativa alle LIM, avendo caratteristiche meno vincolate al tipo di hardware e software da utilizzare per la connessione e la proiezione dei contenuti didattici multimediali.

L'indicatore ricavato (n. di lim o dispositivi simili ogni 100 alunni della scuola) è la base di partenza per ricostruire i divari territoriali esistenti al 2018/19. Purtroppo, poiché il dato è pubblicato mediamente per il 70% delle scuole (con forti differenze di pubblicazione da regione a regione), nei casi restanti è impossibile stabilire se l'informazione sia assente perché non ci sono lim oppure perché il dato non è stato comunicato.

Perciò abbiamo tenuto conto di entrambe le ipotesi. Nella prima, più pessimistica, abbiamo considerato il dato mancante come 0. Nella seconda, abbiamo escluso dal computo tutte le scuole per cui il numero di lim non era presente, mantenendo invece quelle per cui il dato dichiarato era 0.

Entrambe le ipotesi, pur con numeri ovviamente diversi, convergono su una tendenza. Il numero di lavagne e proiettori interattivi ogni 100 studenti è più elevato nel primo ciclo di istruzione (elementari e medie) e, nel secondo ciclo, tra gli istituti tecnici. In entrambe le elaborazioni, le lim appaiono meno diffuse nei licei e soprattutto negli istituti professionali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Settembre 2018)

Dati che confermano quanto già emergeva nella rilevazione svolta dal Miur per l'anno scolastico 2014/15. Per quanto riguarda la diffusione territoriale delle lim, le province con la maggiore densità (dispositivi ogni 100 alunni) variano in base all'ipotesi adottata (ovvero se si sceglie di considerare gli "nd" come 0, oppure se si escludono dall'analisi).

Al netto di questa differenza alcuni territori emergono in tutti e due i casi. Ai vertici di entrambe le classifiche troviamo ad esempio il Sud Sardegna, con 4,5 lim ogni 100 alunni (2,6 se le scuole che non pubblicano il dato vengono considerate 0); Lecco e Sondrio (3,8 lim ogni 100 alunni - 3,2 nell'altra ipotesi); Macerata (3,6 - 2,9).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Settembre 2018)

Dal momento che sono più spesso le scuole del mezzogiorno ad avere il numero di dispositivi non censito, escluderle dal conteggio (anziché considerarle 0) porta ad un aumento relativamente maggiore in questi territori. Nella seconda ipotesi, infatti, le prime 5 posizioni sono occupate da province meridionali, e in particolare sarde: Enna (5,1 lim per 100 alunni), Sud Sardegna (4,5 - come già visto), Nuoro (4,2), Oristano (4) e Cosenza (3,9). Seguono Lecco, Sassari, Sondrio (tutte a 3,8 escludendo le scuole con numero di pc nd) e Macerata (3,6).

Spiccano alcuni capoluoghi sardi e delle Marche.

Approfondendo l'analisi a livello comunale, sono 4 i capoluoghi che emergono in entrambe le classifiche per diffusione di lim rispetto agli alunni. Due si trovano nelle Marche: si tratta di Pesaro e Macerata; altri due in Sardegna: Carbonia e Oristano.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: sabato 1 Settembre 2018)

Considerando tutte le scuole, dietro Pesaro e Carbonia (3,7 lim ogni 100 alunni), troviamo Ragusa, Macerata, e Verbania (tutte attorno ai 3 dispositivi). Se invece si escludono quelle per cui il dato non è disponibile, la classifica vede ai primi posti 3 capoluoghi sardi: Carbonia, Oristano, Nuoro, seguiti da Pesaro, Enna, Vibo Valentia e Macerata.

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Foto credit: Flickr Pablo Garcia - Licenza

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