Venezia Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/venezia/ Thu, 29 Jan 2026 16:41:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Uno sguardo d’insieme alla condizione dei giovani nelle periferie italiane https://www.openpolis.it/esercizi/uno-sguardo-dinsieme-alla-condizione-dei-giovani-nelle-periferie-italiane/ Thu, 11 Dec 2025 08:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=303065 Come vivono gli adolescenti nelle periferie delle città italiane? Che differenza c’è, in termini di opportunità sociali, economiche ed educative, tra crescere nel centro di una città o nella sua periferia? Rispondere a domande come queste è tanto complesso, quanto urgente. A partire dalla pandemia, si è molto discusso sulla condizione dei giovani nel nostro […]

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Come vivono gli adolescenti nelle periferie delle città italiane? Che differenza c’è, in termini di opportunità sociali, economiche ed educative, tra crescere nel centro di una città o nella sua periferia?

Rispondere a domande come queste è tanto complesso, quanto urgente. A partire dalla pandemia, si è molto discusso sulla condizione dei giovani nel nostro paese. Temi come disagio sociale e dispersione scolastica si sono imposti nel dibattito, in forza di un disagio finalmente percepito nell’opinione pubblica. In particolare rispetto alla situazione delle periferie: luoghi lontani dal centro non solo in termini geografici, ma sempre più anche economici, sociali, culturali.

Il report completo, in formato pdf

Purtroppo, come abbiamo avuto modo di raccontare nel rapporto dello scorso anno, nell’ambito della campagna Non sono emergenza promossa da Con i bambini, la discussione sul disagio giovanile risente di un’elevata infodemia. Abbiamo cioè accesso a tantissime informazioni, pareri, argomentazioni, e allo stesso tempo a pochi dati su fenomeni la cui possibilità di misurazione resta complessa. In un panorama informativo così articolato è difficile orientarsi; è invece molto facile ricadere in due tendenze di fondo, entrambe deleterie per la condizione di ragazze e ragazzi. L’allarmismo emergenziale, da un lato; la sottovalutazione del fenomeno, dall’altro.

9,8% i giovani tra 18 e 24 anni in abbandono precoce nel 2024, in netto calo negli ultimi anni. Nel 2025 però è tornata a crescere la dispersione implicita: studenti che completano il percorso di studi senza competenze adeguate.

Partire dai dati è, a nostro avviso, l’unico modo per impostare correttamente la discussione, individuare cause e predisporre soluzioni. Quando parliamo di soluzioni, non ci riferiamo ad approcci uniformi, validi per ogni situazione e replicabili in qualsiasi contesto. Al contrario, pensiamo a interventi calibrati sulle esigenze e i bisogni di ciascun territorio.

Per poterlo fare, serve avere gli strumenti per riconoscere i problemi a livello locale: comune per comune, municipio per municipio, addirittura quartiere per quartiere nelle grandi città. Con questo approccio, il rapporto di quest’anno si focalizza proprio su tali aspetti, anche avvalendosi della preziosa attività di rilascio dati svolta da Istat nell’ambito del censimento permanente, nonché per la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni delle città e delle periferie.

6,2% le famiglie con figli in potenziale disagio economico a Catania. Nel sesto municipio del comune la quota raggiunge il 9,3%.

L’obiettivo è restituire un quadro chiaro delle disuguaglianze che attraversano le città, mettendo in luce dimensioni cruciali come il disagio socio-economico delle famiglie con figli, la condizione di Neet, la dispersione scolastica e l’accesso a opportunità educative e sociali.

A questo scopo il report è così strutturato. Nel prossimo paragrafo, inquadreremo le tendenze di fondo nella condizione giovanile nel paese dopo la pandemia, focalizzandoci, dove i dati lo consentono, sulle specificità delle grandi città e aree urbane. In quelli successivi, approfondiremo l’analisi città per città, per i 14 comuni capoluogo di città metropolitana. Nella consapevolezza di fondo che il dato medio spesso nasconde la reale condizione sul territorio, specie per comuni di grandi dimensioni e popolazione quali i capoluoghi delle città metropolitane. A questo scopo, cuore del rapporto sono i paragrafi dedicati a ciascuna città, e al confronto tra centri e periferie nella condizione degli adolescenti.

Il volto economico, educativo e sociale del disagio tra gli adolescenti

Negli ultimi anni, si sono imposti all’attenzione pubblica i segnali di disagio attraversato da tante ragazze e ragazzi. Questo fenomeno, reso evidente dalla pandemia nei mesi di isolamento fisico e troppo spesso sociale, incrocia tante dimensioni diverse.

In primis, riguarda la questione socio-economica per le famiglie con figli. Da circa quindici anni ormai si registra la tendenza per cui più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

13,8% i minori di 18 anni in povertà assoluta nel 2024. Molto più della media (9,8%).

Una questione particolarmente pressante nelle città, dove il costo della vita rende meno sostenibile per le famiglie il mantenimento dei figli. In media, nel 2024, il 12,3% delle famiglie in cui vivono minori di 18 anni si è trovato in povertà assoluta; la quota sale al 16,1% dei nuclei con minori nei comuni centro di area metropolitana.

I dati sulla povertà e l’esclusione sono il punto di partenza ineludibile, poiché strettamente connessi alla cosiddetta trappola della povertà educativa. Chi cresce in una famiglia con minori possibilità economiche, generalmente ha anche minore accesso alle opportunità educative, sociali e culturali che potrebbero consentirgli di affrancarsi da una condizione di svantaggio.

Ne sono indiretta testimonianza gli esiti educativi, in molti casi differenziati in base all’origine sociale. Il nostro purtroppo resta un paese dove il percorso di istruzione di ragazze e ragazzi tende a riflettere la condizione di partenza. Ciò è particolarmente visibile nell’adolescenza, con la scelta dell’indirizzo di studi dopo le scuole medie. Nel 2024 su 100 diplomati del liceo, in base ai dati Almadiploma, solo 16 erano figli di operai e lavoratori esecutivi. Al contrario, questi rappresentano il 27,9% dei diplomati negli istituti tecnici e oltre un terzo dei diplomati in quelli professionali (33,8%). Le percentuali sono pressoché ribaltate per gli studenti delle classi più elevate, che rappresentano oltre un terzo dei diplomati dei licei e appena il 13,9% dei diplomati nei professionali.

E se perlomeno negli anni, anche sulla scorta degli obiettivi europei in materia, è calata la quota di chi abbandona gli studi prima di raggiungere il diploma, non si può dire lo stesso della dispersione scolastica implicita. Parliamo di chi completa il percorso di studi, ma lo fa con competenze del tutto inadeguate, più vicine al livello previsto alla fine delle medie che a quello dei diplomati. La quota di alunni che arrivano alla fine delle superiori con competenze insufficienti nelle materie di base è nettamente cresciuta durante la pandemia, per assestarsi nell’immediato post-Covid su livelli vicini al 10%. Da allora è cominciato un percorso di calo, anche se l’ultima rilevazione del 2025 mostra che i ritardi del periodo pandemico non sembrano ancora del tutto recuperati.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 9 Luglio 2025)

I fenomeni di dispersione scolastica, tanto espliciti (l’abbandono vero e proprio) quanto impliciti (le basse competenze) riguardano soprattutto alcune aree geografiche e sociali. Gli studenti di quinta che hanno alle spalle una famiglia con status socio-economico-culturale inferiore alla media si trovano in dispersione implicita nel 9,8% dei casi, una frequenza quasi doppia rispetto ai coetanei più avvantaggiati (5,3%).

In terza media, prima che gli effetti dell’abbandono scolastico vero e proprio si facciano sentire (eliminando dalla statistica gli studenti più svantaggiati), il contrasto risulta ancora più stridente: 13,4% di alunni in dispersione implicita tra i meno avvantaggiati, 6% tra i coetanei con famiglie più benestanti.

Restano divari territoriali su entrambi gli aspetti. In alcune in regioni la quota di ragazze e ragazzi in dispersione implicita supera ampiamente il 10% alla fine delle superiori: tra queste Campania (17,6%), Sardegna (15,9%), Sicilia (12,1%) e Calabria (11,6%). Si tratta delle regioni che, pur nel miglioramento degli ultimi anni sull’abbandono scolastico, restano anche tra le più colpite dalla parte “esplicita” del fenomeno.

Nelle periferie l’abbandono scolastico precoce è ancora molto presente.

Inoltre, nonostante per la prima volta sia scesa sotto la soglia del 10% la quota di giovani che hanno lasciato la scuola prima del diploma o di una qualifica, la situazione appare più critica nelle città. Rispetto alla media nazionale del 9,8%, l’incidenza massima si raggiunge infatti nelle aree urbane densamente popolate dove sfiora l’11%. Mentre scende all’8,8% nei comuni a densità intermedia, quindi già al di sotto dell’obiettivo europeo del 9% entro il 2030. Risale al 10% in aree meno densamente popolate come quelle interne: un altro tipo di periferie – diverso da quelle urbane di cui ci occupiamo in questo rapporto – ma altrettanto rilevante per un paese come il nostro.

Gli aspetti economici ed educativi del disagio sono strettamente connessi con quelli sociali. La possibilità cioè per gli adolescenti di avere accesso a tempo libero di qualità, con tutto ciò che questo comporta: luoghi di aggregazione, aree verdi, opportunità sportive e culturali, dentro e fuori la scuola. Per l’osservatorio sulla povertà educativa curato insieme a Con i bambini abbiamo avuto modo di raccontare come questi aspetti si colleghino direttamente al benessere sociale e psicologico dei più giovani, al rischio di inattività ed esclusione sociale.

Negli ultimi vent’anni, la quota di adolescenti che vede i propri amici tutti i giorni si è pressoché dimezzata, passando da oltre il 70% a poco più del 30%. Una tendenza i cui fattori alla base sono molteplici, da affrontare senza allarmismi, basti pensare al concomitante ruolo delle tecnologie e alle nuove possibilità di comunicazione. Allo stesso tempo, garantire a ragazze e ragazzi luoghi di incontro, dai centri di aggregazione all’apertura pomeridiana delle scuole, deve essere un obiettivo delle politiche pubbliche, nazionali come locali.

In questo senso, appare centrale l’apertura delle scuole. La possibilità di svolgere attività educative, didattiche, formative anche al di fuori dell’orario scolastico può offrire un contributo decisivo nel contrasto dei fenomeni di dispersione e per la riduzione dei divari educativi appena citati. Ma una scuola aperta di pomeriggio, o d’estate, non è “solo” questo. È un presidio sociale sul territorio, un luogo sicuro dove poter trascorrere il tempo libero, essenziale specie laddove questo tipo di spazi mancano. Come, purtroppo, è spesso il caso di alcune periferie urbane delle nostre città.

Una prospettiva utile per le politiche pubbliche in senso ampio

Questa prospettiva sul disagio, che tiene insieme aspetti socio-economici, educativi e di accesso ai servizi, è assolutamente da considerare anche nella definizione delle politiche pubbliche in senso più ampio. Negli ultimi mesi, il tema del disagio giovanile e dei comportamenti a rischio o violenti tra gli adolescenti è diventato parte del dibattito pubblico. I primi studi esplorativi, come evidenziato nel lavoro di Transcrime, centro di ricerca interuniversitario, in collaborazione con il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del ministero della giustizia, mostrano alcuni segnali di peggioramento proprio tra i più giovani, tra prima e dopo il Covid.

Il tasso di presunti autori di delitti violenti denunciati o arrestati dalle forze dell’ordine ogni 100mila abitanti è rimasto sostanzialmente stabile nella popolazione complessiva, se si confrontano i dati precedenti la pandemia (133,14 nel periodo 2007-19) con quelli successivi all’emergenza (133,43 tra 2021 e 2022). Tra i minori e gli adolescenti, al contrario, il quadro mostra un situazione molto più critica. Nella fascia tra 14 e 17 anni si è passati da una media di 196,61 presunti autori ogni 100mila giovani nel periodo 2007-19 a 301,87 dopo la pandemia. Nella fascia fino a 13 anni, l’incremento è stato ancora maggiore, trattandosi di numeri in partenza molto più contenuti: da 2,38 a 6,25 ogni 100mila minori, per un aumento del 163%.

+ 54% la crescita del tasso di presunti autori di delitto denunciati/arrestati dalle forze di polizia ogni 100.000 residenti tra 14 e 17 anni, tra prima e dopo la pandemia.

Sono dati da interpretare con estrema cautela, come specifica giustamente lo stesso centro di ricerca, dal momento che riguardano un periodo ancora troppo ristretto di tempo (appena un biennio). Non abbastanza per delineare una tendenza consolidata. Tuttavia sottendono un problema da non sottovalutare su cui è fondamentale proseguire nell’attività di monitoraggio, allo scopo di definire politiche pubbliche che vadano alle radici, anche sociali, economiche ed educative di questi fenomeni.

Questo rapporto – che pure nello specifico non si occupa direttamente di comportamenti a rischio o violenti, mancando dati disaggregati sul fenomeno – vuole contribuire evidenziando le potenziali criticità esistenti nelle aree urbane. Aspetti come la condizione di partenza delle famiglie, l’accesso all’istruzione, la capacità della scuola di trattenere ragazze e ragazzi ed essere presidio sul territorio vanno tenuti presenti nella definizione di strumenti e interventi pubblici. Si tratta infatti di fattori da mettere a fuoco nel contrasto di due fenomeni spesso collegati: povertà educativa e disagio giovanile, specie nelle periferie delle città.

La situazione nelle città italiane

Per comprendere a fondo la condizione dei giovani che vivono nelle periferie è quindi fondamentale analizzare i dati al livello più granulare possibile, fino a cogliere le specificità di ciascuna zona. Prima di entrare nel dettaglio delle singole realtà locali, tuttavia, è utile confrontare le grandi città per avere un quadro d’insieme delle disuguaglianze territoriali e delle loro caratteristiche.

L’analisi condotta sui 14 comuni capoluogo di città metropolitana conferma quanto le disuguaglianze territoriali pesino sulla condizione educativa dei più giovani. Le situazioni di maggiore fragilità sociale si concentrano nelle aree del mezzogiorno. A Catania (6,2%), Napoli (6%) e Palermo (5,8%) l’incidenza delle famiglie con figli in potenziale disagio economico risulta molto marcata. Si tratta di nuclei con figli a carico in cui la persona di riferimento ha meno di 65 anni e non è né occupata né pensionata, una condizione che verosimilmente si associa spesso con una potenziale vulnerabilità sociale. Tali valori sono oltre 4 volte superiori rispetto a quelli registrati in altre città del centro-nord, dove l’incidenza è più contenuta: Bologna si ferma all’1,2%, Venezia e Genova all’1,3%, Milano e Firenze all’1,4%.

Le condizioni socio-economiche della famiglia di origine incidono molto sul percorso scolastico dei giovani.

Il legame tra condizioni economiche e opportunità educative emerge anche osservando il fenomeno delle uscite precoci dal sistema di istruzione e formazione. A Catania oltre un quarto dei giovani tra i 18 e i 24 anni (26,5%) ha lasciato gli studi prima di conseguire un diploma o una qualifica, mentre a Palermo e Napoli le quote si attestano rispettivamente al 19,8% e al 17,6%. Valori che si riducono sensibilmente a Bologna (12%), Roma (9,5%) e Reggio Calabria (8,4%), in base ai dati ricostruiti da Istat attraverso il censimento permanente. Ancora più marcate risultano le differenze se si considerano le uscite precoci dal sistema educativo per i giovani con genitori privi di diploma. In questo caso, l’abbandono scolastico raggiunge il 36,5% a Catania, il 31,9% a Cagliari e il 29,1% a Palermo, contro il 17,4% di Torino, il 16,3% di Roma e il 14% di Reggio Calabria.

Gli abbandoni precoci della scuola, con al massimo la licenza media, rappresentano oltretutto solo la parte esplicita di un fenomeno molto più complesso, la cosiddetta dispersione implicita.

I dati Invalsi mostrano come, già al termine della scuola media, prima quindi della scelta dell’indirizzo successivo o dell’abbandono della scuola, in molte città una quota consistente di alunni evidenzi gravi carenze nelle materie di base. Nelle prove Invalsi 2022/23, a Palermo, quasi un quarto degli studenti (24,7%) si è attestato al livello più basso di competenze in italiano, più vicino a quanto previsto in uscita dalla scuola primaria che alla fine delle medie. Percentuali simili si registrano a Napoli (22,9%) e Catania (22,1%). In città come Bologna (12,8%), Roma (11%) e Cagliari (10,1%) la quota è invece nettamente inferiore. Se si aggiungono gli studenti con risultati deboli (livello 2), le criticità si accentuano ulteriormente: a Catania, Napoli e Palermo oltre la metà dei ragazzi conclude il primo ciclo di istruzione con competenze linguistiche non del tutto adeguate.

Per quanto riguarda le competenze in italiano, i test Invalsi valutano la capacità degli studenti di leggere e interpretare un testo scritto, comprendendone il significato e alcuni aspetti fondamentali di funzionamento della lingua italiana. I livelli 1 e 2 sono considerati non sufficienti per ragazzi e ragazze che si apprestano ad iniziare il percorso nelle scuole superiori. 

  • Livello 1: risultato molto debole, corrispondente ai traguardi di apprendimento in uscita dalla V primaria;
  • Livello 2: risultato debole, non in linea con i traguardi di apprendimento posti al termine del primo ciclo d’istruzione.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 6 Luglio 2022)

Si tratta di lacune che si trascinano lungo tutto il percorso successivo. In primo luogo negli studi: influenzando sia gli apprendimenti che sarà possibile raggiungere alle superiori, sia il rischio di lasciare precocemente la scuola. In secondo luogo impatteranno sull’intera vita adulta, cioè sulla possibilità di accedere al mondo del lavoro nelle migliori condizioni possibili.

Ne è testimonianza, tra gli adolescenti e i giovani adulti, la condizione dei Neet: giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. Anche in questo caso, il divario territoriale è evidente: Catania (35,4%), Palermo (32,4%) e Napoli (29,7%) registrano i valori più elevati, a fronte di percentuali più contenute nelle città del centro-nord, come Venezia (19,7%), Firenze e Genova (17,7%) e Bologna (17,3%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat per la Commissione periferie
(ultimo aggiornamento: lunedì 16 Dicembre 2024)

I dati delineati, e le relative ricorrenze territoriali, sembrano indicare un percorso nitido. Un percorso che collega, nella più classica “trappola della povertà educativa” la condizione di partenza familiare, l’accesso all’istruzione, gli esiti nella vita adulta. Offrire opportunità che rompano questo circolo vizioso è la principale sfida per le politiche pubbliche nel contrasto della povertà educativa.

In questo senso, un indicatore interessante da analizzare è quello riguardante la quota di alunni che ha accesso al tempo pieno. Questo peraltro conferma come all’interno di una stessa città convivano realtà molto diverse, da analizzare con una lente ulteriore, municipio per municipio, quartiere per quartiere. Questo indicatore infatti in molti casi risulta polarizzato, con zone in cui tutti gli alunni o quasi frequentano anche di pomeriggio e altri in cui questa possibilità è del tutto assente. Una dinamica riscontrata, con diverse intensità, in città come Bologna, Firenze, Genova, Milano, Roma e Torino. Da notare che generalmente al sud la possibilità di frequentare la scuola anche al pomeriggio è solitamente più limitata.

All’interno della stessa città coesistono realtà molto diverse.

Gli indicatori analizzati finora fanno emergere delle ricorrenze piuttosto chiare, con alcune delle maggiori città del mezzogiorno, tra cui Catania, Palermo e Napoli che necessitano di interventi strutturali e mirati. Evidentemente, questa informazione è del tutto insufficiente però per programmare delle politiche pubbliche efficaci in materia. Tornando alla domanda iniziale: come vivono e di che opportunità dispongono gli adolescenti nelle periferie italiane?

Per rispondere a questa domanda è indispensabile un’analisi di dettaglio a livello subcomunale. Le differenze interne ai grandi centri urbani sono infatti notevoli. A titolo di esempio, se Catania presenta la maggiore incidenza di famiglie in potenziale disagio economico tra i capoluoghi metropolitani, il valore più alto in assoluto si registra nel quartiere palermitano di Brancaccio-Ciaculli (9,9%). In modo analogo, a Bologna – dove la quota complessiva di abbandoni precoci è tra le più basse – vi sono anche aree della città che superano la soglia 35%. Un altro caso da segnalare, a titolo esemplificativo, è quello del quartiere veneziano di Marghera. Qui infatti, pur in un contesto comunale meno critico di altri, si registrano valori significativi di famiglie in potenziale disagio, abbandono scolastico e inattività giovanile.

Nelle prossime sezioni del report entreremo più nel dettaglio delle periferie delle diverse città metropolitane. Solo conoscendo a fondo le caratteristiche di ciascun territorio infatti sarà possibile disegnare politiche efficaci e realmente mirate alla riduzione dei divari educativi e sociali.

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Quali informazioni condividono sul Pnrr i comuni e le città metropolitane https://www.openpolis.it/quali-informazioni-condividono-sul-pnrr-i-comuni-e-le-citta-metropolitane/ Mon, 15 Apr 2024 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=286893 Mentre ancora scarseggiano le informazioni sul nuovo piano a livello nazionale, siamo andati a vedere cosa pubblicano sui propri siti web i comuni e le città metropolitane. Ne è emerso un quadro molto disomogeneo.

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La carenza di informazioni chiare e puntuali sul piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è una criticità che denunciamo sin dal 2021. La situazione in questo senso si è aggravata a seguito dell’approvazione della proposta di revisione del piano italiano da parte delle istituzioni europee lo scorso dicembre. Solo recentemente, con la pubblicazione del decreto Pnrr quater e della quarta relazione per il parlamento, le nubi si sono un po’ diradate. Nonostante questi aggiornamenti tuttavia il quadro è tutt’altro che esaustivo.

In questo contesto piuttosto complicato anche gli enti territoriali, che giocano un ruolo importante nell’attuazione del Pnrr, possono fare molto per fornire informazioni ai cittadini. Compensando almeno in parte le lacune delle amministrazioni centrali. In un precedente approfondimento abbiamo visto quali sono i dati messi a disposizione dalle regioni, adesso invece ci soffermeremo sulle città metropolitane e su alcuni dei comuni più popolosi del paese. 

13 su 15 i comuni che ricevono più fondi Pnrr che hanno allestito un sito o una sezione dedicata ai progetti che realizzeranno.

Quello che emerge dall’analisi è un quadro piuttosto disomogeneo tra i territori. Si passa infatti da situazioni vicine all’eccellenza ad altre dove invece l’accesso alle informazioni per i cittadini è molto complicato. In generale gli aspetti più critici riguardano i dati sulla spesa sostenuta, che non sono quasi mai presenti, e la disponibilità di file in formato aperto. Elementi fondamentali per condurre analisi e confronti.

Le informazioni messe a disposizione, cosa cerchiamo

Prima di passare in rassegna i dati condivisi dai comuni e dalle città metropolitane sono importanti alcune premesse. In primo luogo, è bene sottolineare che il Pnrr stesso individua nel governo il soggetto competente alla pubblicazione di informazioni riguardanti i progetti finanziati.

Il governo è responsabile della pubblicazione dai dati sul Pnrr.

Nonostante ciò, in una recente conferenza stampa il ministro Raffaele Fitto ha scaricato proprio sugli enti territoriali la responsabilità della mancanza di informazioni aggiornate sul Pnrr. Molte amministrazioni locali infatti, secondo il ministro, non sarebbero particolarmente solerti nel caricare i dati su Regis, la piattaforma creata ad hoc per la rendicontazione del piano.

Nel decreto legge inseriremo degli elementi che daranno un’accelerazione nell’inserimento dei dati.

Tornando alla condivisione pubblica di informazioni da parte degli enti locali, abbiamo individuato 8 criteri per la nostra analisi:

  • presenza di un sito dedicato al Pnrr o di una sezione apposita all’interno del portale istituzionale dell’ente; 
  • disponibilità di dati in formato aperto; 
  • presenza di grafici e mappe che aiutino i cittadini a comprendere l’impatto effettivo del Pnrr sul territorio; 
  • possibilità di recuperare facilmente i bandi Pnrr pubblicati e conoscerne gli esiti; 
  • presenza di un elenco dettagliato dei progetti finanziati; 
  • disponibilità di informazioni sullo stato di avanzamento degli interventi; 
  • notizie sulle spese già sostenute; 
  • localizzazione dei progetti sul territorio.

Un altro fattore trasversale di cui abbiamo tenuto conto è la facilità con cui queste informazioni sono reperibili anche per i non addetti ai lavori. Un elemento importante che non deve essere sottovalutato.

La situazione dei comuni

Ovviamente è impossibile passare in rassegna i portali istituzionali di tutti gli oltre 8mila comuni italiani. Per cui in questo articolo abbiamo scelto di approfondire l’analisi di 15 enti.

I comuni pubblicano dati sui progetti di loro diretta competenza.

Il primo dato che emerge è che in 13 casi dei 15 analizzati sono stati predisposti dei siti ad hoc o comunque delle sezioni dedicate all’interno dei portali istituzionali. In 11 casi invece è possibile reperire un elenco con informazioni sufficientemente dettagliate sui progetti gestiti dai comuni.

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)

Le voci più “critiche” tra quelle individuate, sono quelle relative alla disponibilità di dati in formato aperto, presenti per alcuni aspetti limitati solo sul sito del comune di Cagliari. L’altro dato che si trova più difficilmente è quello relativo alla spesa sostenuta. Informazione fornita solo da Cagliari e Palermo.

Più in generale, i due enti appena citati sono quelli che forniscono più informazioni. Buoni risultati anche per Bologna, Firenze, Padova, Roma e Torino.

Le informazioni dei comuni nel dettaglio

Come abbiamo appena visto la quantità e la qualità delle informazioni messe a disposizione varia anche di molto da territorio a terriotorio. Scendendo più nel dettaglio, possiamo osservare che per quanto riguarda il comune di Napoli la sezione dedicata al Pnrr consiste in una raccolta dei bandi pubblicati.

7 su 15 i comuni che pubblicano anche informazioni sullo stato di avanzamento dei progetti.

Nel caso del comune di Bari, sul sito è possibile rinvenire una descrizione generale del Pnrr e indicazioni su 2 specifici progetti, di cui uno finanziato dal fondo complementare. Attraverso il motore di ricerca inoltre si riescono a reperire diversi contenuti, principalmente comunicati stampa. Situazione simile anche per quanto riguarda Venezia anche se in questo caso si trovano alcuni comunicati molto dettagliati.

Nel caso di Genova, c’è una parte dedicata al Pnrr all’interno della sezione “amministrazione trasparente” del sito comunale che rimanda al portale appalti. A Taranto invece è disponibile un elenco dei progetti finanziati.

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)

Anche nelle realtà più virtuose dal punto di vista delle informazioni fornite si trovano alcuni elementi che potrebbero essere migliorati. Sul sito del comune di Cagliari ad esempio non esiste una tabella riassuntiva con i dettagli di tutti i progetti finanziati. È necessario navigare le varie sezioni del sito, misura per misura. Per quanto riguarda Bologna non è semplicissimo rintracciare i bandi né le ditte vincitrici degli appalti. C’è da dire però che molti progetti ancora devono partire.

Ovviamente, per questo specifico aspetto, molti enti rimandano alle sezioni avvisi e amministrazione trasparente dei propri siti. Tuttavia in questo modo non è immediato riuscire a reperire le informazioni sui bandi riguardanti i progetti finanziati dal Pnrr.

La situazione delle città metropolitane

Dopo aver analizzato le informazioni pubblicate dai comuni, passiamo a osservare un altro soggetto coinvolto nella realizzazione dei progetti del piano: le città metropolitane. Qui la situazione è un po’ diversa. Parliamo infatti di amministrazioni particolari, composte dall’unione di più comuni e senza organi elettivi diretti. Sono inoltre coinvolte nell’attuazione del Pnrr in misura più contenuta rispetto ad altri enti territoriali. In generale, la disponibilità e la qualità delle informazioni sono più limitate di quelle dei comuni.

Sono 11 su 14 le città metropolitane che hanno realizzato un sito ad hoc o una sezione all’interno del portale istituzionale per informare i cittadini sui progetti finanziati con i fondi del Pnrr. La città metropolitana di Genova è quella che mette a disposizione la maggior quantità di informazioni anche se manca una sezione facilmente consultabile relativa alle gare Pnrr e una riguardante le risorse già spese. In generale, 8 città metropolitane mettono a disposizione un elenco dettagliato dei progetti finanziati e in 4 casi sono fornite indicazioni sul loro stato di avanzamento (Bologna, Firenze, Genova e Torino).

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)

Troviamo poi 6 siti istituzionali che forniscono una localizzazione degli interventi facilmente individuabile per i cittadini (Bologna, Firenze, Genova, Milano, Torino e Bari). Le voci per cui è più difficile trovare materiale sono, anche in questo caso, la disponibilità di open data dedicati al Pnrr che sono pubblicati solo dalle città metropolitane di Genova e Napoli. Solo Reggio Calabria invece mette a disposizione indicazioni sui fondi già impegnati.

Le informazioni delle città metropolitane nel dettaglio

Andando più nel dettaglio, è interessante notare che il sito dedicato al Pnrr della città metropolitana di Bologna è condiviso con il comune. Si tratta dell’unico caso di questo tipo. Altro elemento degno di nota riguarda il fatto che le città metropolitane di Genova e di Torino riportano non solo i progetti di cui sono soggetti attuatori ma anche quelli per cui svolgono un ruolo di coordinamento. 

In molti casi non esiste un elenco completo di tutti i progetti finanziati.

Anche nei territori che forniscono più informazioni comunque si rilevano delle situazioni che potrebbero essere migliorate. Ad esempio, nel caso della città metropolitana di Milano i dati su progetti e importi non sono semplicissimi da reperire nonostante la presenza di una mappa che dovrebbe aiutare ad individuare la localizzazione degli interventi sul territorio.

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Aprile 2024)

Spostandoci su altri territori, possiamo osservare che per quanto riguarda la città metropolitana di Catania la sezione dedicata al Pnrr è sostanzialmente un raccoglitore degli avvisi pubblici. Mentre nel caso della città metropolitana di Roma sono indicate le misure e i progetti finanziati, in alcuni casi ci sono anche delle mappe ma non è possibile consultare un elenco completo di tutte le opere con l’esatta localizzazione. Situazione simile anche per la città metropolitana di Venezia.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: Anci

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I sindaci e il limite dei due mandati https://www.openpolis.it/i-sindaci-e-il-limite-dei-due-mandati/ Tue, 18 Jul 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=265175 Come per le regioni, anche per i comuni è attualmente in corso un dibattito sul limite al numero di mandati dei sindaci. Tra gli altri, anche due sindaci importanti e prossimi alla scadenza del secondo mandato, come Nardella e Decaro, si sono schierati contro questa limitazione.

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Negli scorsi giorni abbiamo visto come sia in corso un dibattito sul limite dei due mandati per i presidenti di regione. Da un punto di vista politico la discussione coinvolge anche i sindaci. D’altronde queste sono le uniche due cariche elettive per le quali, nel nostro ordinamento, è previsto questo limite. Da un punto di vista giuridico però la questione assume caratteri molto diversi. La costituzione infatti attribuisce chiaramente allo stato la competenza di legiferare in materia di elezioni comunali.

Lo Stato ha legislazione esclusiva nelle seguenti materie: […]
p) legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane;

Nondimeno anche i sindaci negli scorsi mesi hanno espresso al parlamento la richiesta di estendere il numero massimo di mandati se non proprio di eliminare questa restrizione.

Pur non potendo incidere direttamente sulla materia i sindaci sono figure politiche rilevanti sia a livello locale, che nei rispettivi partiti. Al secondo mandato peraltro si trovano esponenti di peso sia nel campo del centrosinistra (come Antonio Decaro a Bari, Dario Nardella a Firenze e Giuseppe Sala a Milano) che di centrodestra (come Luigi Brugnaro a Venezia, Marco Bucci a Genova e Roberto Dipiazza a Trieste).

Le norme attuali e le richieste dei sindaci

A partire dal 1993 in Italia il sindaco è eletto direttamente dai cittadini. Inizialmente era previsto che il mandato durasse 4 anni e già allora fu stabilito un limite massimo di due mandati consecutivi (L. 81/1993, articolo 2).

Alcuni anni più tardi, con l’approvazione del testo unico degli enti locali (Tuel – D.Lgs. 267/2000, articolo 51), la durata del mandato è stata estesa a 5 anni mantenendo però il limite di mandati.

Questa regola ha visto poi una prima modifica con l’adozione della legge Delrio che ha esteso il limite a 3 mandati ma esclusivamente per i comuni con popolazione fino a 3mila abitanti.

Lo scorso anno infine è stata approvata una nuova modifica del Tuel, grazie alla quale possono accedere a un terzo mandato, se eletti, anche i sindaci di comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti.

Chi ha ricoperto per due mandati consecutivi la carica di sindaco […] non è, allo scadere del secondo mandato, immediatamente ricandidabile alle medesime cariche. Per i sindaci dei comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti, il limite previsto dal primo periodo si applica allo scadere del terzo mandato.

Nel corso degli anni quindi, pur mantenendo fermo il principio, la tendenza è stata quella di estendere il mandato dei sindaci, in particolare per i comuni più piccoli.

La logica alla base di queste modifiche riflette la convinzione che, nei comuni più piccoli, sia sempre più difficile trovare persone disposte ad assumersi questo tipo di responsabilità.

Tuttavia la modifica introdotta non sembra aver soddisfatto del tutto i primi cittadini. La presidente dell’Associazione nazionale piccoli comuni italiani (Anpci), ad esempio, ha recentemente esortato il parlamento ad abolire del tutto il limite di mandati per i comuni sotto i 15mila abitanti.

Ancora più netta la posizione dell’Associazione nazionale comuni italiani (Anci) nel chiedere al parlamento di valutare l’eliminazione di questo limite per i sindaci di tutti i comuni.

I due mandati sono un limite al diritto costituzionale di elettorato attivo e passivo che non vale per nessun’altra carica elettiva e per nessun altro livello di governo

I sindaci al secondo mandato in Italia

In Italia poco meno della metà dei sindaci in carica sono almeno al secondo mandato (47,2%). Un dato che varia ma solo relativamente tra i comuni maggiori (41% in quelli con più di 100mila abitanti) e quelli più piccoli (51% in quelli con meno di 3mila abitanti).

47,2% la quota di sindaci che attualmente ricopre almeno il secondo mandato consecutivo.

Peraltro, come abbiamo visto proprio nei comuni più piccoli da alcuni anni è possibile per i sindaci correre per un terzo incarico. Situazione che al momento si rileva in circa il 17% dei casi.

Sono 47 i capoluoghi di provincia in cui il sindaco è al secondo mandato e quindi, a legislazione vigente, non potrà ricandidarsi (43,1%). E tra questi rientrano anche 5 città metropolitane: Milano, Venezia, Genova, Firenze e Bari.

La questione coinvolge esponenti sia di centrosinistra (in 25 capoluoghi di provincia) che di centrodestra (in 19) con una leggera prevalenza dei primi. Non stupisce quindi che a livello di Anci sia stata adottata una posizione trasversale ai partiti per abolire o quantomeno estendere il limite.

FONTE: openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 12 Luglio 2023)

Rimanendo sulle città metropolitane la tempistica rende il tema particolarmente urgente per due sindaci del Partito democratico. Ovvero il sindaco di Bari Decaro e quello di Firenze Nardella. In queste due città infatti le elezioni si terranno già il prossimo anno. Affinché possano ricandidarsi quindi il parlamento dovrebbe intervenire sulla materia in tempi piuttosto rapidi.

Quanto a Decaro poi la questione si intreccia anche a quella del limite dei mandati per i presidenti di regione. Il suo nome infatti è tra i più probabili per il centrosinistra per le prossime elezioni in Puglia. Questo però a patto che non si apra la possibilità di un terzo mandato per l’attuale presidente Emiliano.

Una dinamica simile peraltro potrebbe verificarsi anche in Veneto dove, a legislazione vigente, sono al loro ultimo mandato sia il sindaco di Venezia Brugnaro (Coraggio Italia) che il presidente della regione Zaia (Lega).

D’altronde, se è vero che quello dei sindaci rappresenta un fronte ampio e trasversale, non è affatto detto che la politica a livello nazionale decida davvero di spendersi su questo tema, per di più in tempi stretti.

La questione potrebbe essere affrontata nel disegno di legge sul riordino delle province attualmente in discussione al senato. E in questo senso in effetti vanno sia le richieste dei sindaci che alcuni emendamenti. Al momento però il testo base in discussione non prevede modifiche in questo senso.

La corte costituzionale e le ragioni del limite

È interessante notare come la spinta ad estendere il numero di mandati dei sindaci non abbia riguardato solo l’Anci e il parlamento. Infatti la Sardegna ha recentemente legiferato in proposito.

Contando sulla particolare autonomia che deriva dal suo statuto speciale la regione ha dunque esteso a 4 mandati il limite per i comuni fino a 3mila abitanti (Lr 9/2022).

Una decisione che è però stata censurata dalla corte costituzionale (sentenza 60/2023). In questo modo quindi è stata riaffermata la competenza statale in materia anche per le regioni a statuto speciale.

Dalla sentenza poi emergono elementi interessanti per valutare la posizione dell’Anci in merito all’abolizione del limite dei mandati. Secondo la consulta infatti sono comunemente riconosciute ottime ragioni affinché sia previsto un limite di questo genere.

[…] la previsione di un tale limite si presenta quale «punto di equilibrio tra il modello dell’elezione diretta dell’esecutivo e la concentrazione del potere in capo a una sola persona che ne deriva»: sistema che può produrre «effetti negativi anche sulla par condicio delle elezioni successive, suscettibili di essere alterate da rendite di posizione» […].

La corte inoltre sembra mettere in guardia il legislatore rispetto a modifiche che possono apparire marginali ma che tali non sono. Passare da un limite di 2 mandati a uno di 3 se non addirittura di 4 vuol dire estendere di molti anni la possibile permanenza al potere di un unica figura. Quattro mandati consecutivi infatti corrispondono a ben 20 anni con la stessa persona in una posizione di potere come quella del sindaco.

Foto: Antonio Decaro – Anci

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Cosa possono fare i comuni per il sostegno al turismo https://www.openpolis.it/cosa-possono-fare-i-comuni-per-il-sostengo-al-turismo/ Thu, 08 Jun 2023 13:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=258268 L'Italia è un paese caratterizzato da un importante flusso turistico sia interno che internazionale. I comuni possono prevedere sussidi al settore ma anche uscite per la promozione dell'immagine del territorio.

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Di recente, si è parlato di un possibile aumento importante delle presenze turistiche in Italia nel 2023, oltrepassando addirittura i valori pre pandemia. Ma il settore non è composto solo dall’ambito alberghiero, sono infatti collegate numerose attività, dai ristoranti alle attività ricreative connesse alla valorizzazione dell’offerta. I privati hanno un ruolo centrale a livello di titolarità e gestione ma anche i comuni possono contribuire a sostenere chi opera in questo ambito.

Nel 2021 si sono registrate circa 289,2 milioni di presenze negli esercizi ricettivi turistici, come rileva Istat. Un dato positivo sia per quel che riguarda i movimenti dei turisti italiani che per quelli internazionali. Si tratta di una iniziale ripresa dall’arresto causato dalle restrizioni per l’emergenza pandemica ma si tratta di risultati ancora lontani da quelli registrati pre-covid.

Gli esercizi alberghieri rilevati in Italia nel 2021 sono poco più di 32mila mentre quelli extra-alberghieri sono circa 188mila. Sono numerosi i tipi di struttura compresi in questa categoria: si parla infatti di campeggi e villaggi turistici ma anche alloggi in affitto e agriturismi. Per queste e altre attività connesse al settore, i comuni prevedono delle uscite per il loro supporto.

Le spese dei comuni per il turismo

All’interno dei bilanci comunali c’è una specifica missione destinata al supporto a questo comparto. Oltre alle uscite per i sussidi e le attività di coordinamento con i numerosi ambiti connessi a quello turistico, sono comprese anche tutte quelle spese legate alla promozione del territorio.

Rientrano le uscite per le manifestazioni turistiche, l’organizzazione di campagne pubblicitarie e di produzione di materiale promozionale legato all’immagine territoriale. Ma anche tutte le spese per gli uffici turistici di competenza dell’ente.

I dati mostrano la spesa per cassa per il turismo. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Tra le città italiane con più di 200mila abitanti non sono disponibili i dati di Palermo perché alla data di pubblicazione non risulta accessibile il bilancio consuntivo 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(consultati: giovedì 1 Giugno 2023)

Il capoluogo veneto è la grande città che riporta le uscite maggiori, con 30,89 euro pro capite, circa 10 euro in più della seconda (Genova, 18,21). Seguono altri due comuni superiori ai 200mila abitanti situati nel nord Italia: Genova (18,21), Bologna (15,78) e Trieste (7,3). Spendono invece di meno Napoli (1,38), Milano (1,94) e Messina (0,19).

Andando ad ampliare l’analisi, i comuni italiani spendono in media 23,09 euro pro capite. Le regioni in cui le amministrazioni riportano mediamente le uscite maggiori sono Valle d’Aosta (161,9), provincia autonoma di Bolzano (123,72) e Abruzzo (52,46). Spendono invece di meno i comuni del Molise (10,13), della Puglia (9,66) e della Calabria (3,97).

Stando ai dati Istat, tra i primi dieci comuni con più presenze negli esercizi ricettivi turistici, cinque si trovano in provincia di Venezia. Oltre al capoluogo, si citano Cavallino-Treporti, Jesolo, San Michele al Tagliamento, Carole. In particolare, Venezia risulta seconda dietro a Roma. Andiamo quindi ad analizzare i dati della rispettiva città metropolitana.

I dati mostrano la spesa per cassa per il turismo. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Le uscite di una missione o di un programma possono essere relative a più assessorati. Il dato non è disponibile per i comuni in grigio.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(consultati: giovedì 1 Giugno 2023)

Il comune capoluogo è tra i primi cinque per la spesa. Le amministrazioni che registrano uscite maggiori di Venezia sono: San Michele al Tagliamento (210,73 euro pro capite), Caorle (124,27), Jesolo (97,35) e Cavallino-Treporti (83,27). Sono tutti comuni che si trovano sulla parte costiera della città metropolitana.

Per sapere quanto viene speso nel tuo territorio, clicca sulla casella Cerca… e digita il nome del tuo comune. Puoi cambiare l’ordine della tabella cliccando sull’intestazione delle colonne.

I dati mostrano la spesa per cassa per il turismo. Spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le spese relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(consultati: giovedì 1 Giugno 2023)

Il comune che spende di più per il turismo si trova in Abruzzo. Si tratta di Rosello, in provincia di Chieti, con 7.315,87 euro pro capite di uscita. Seguono Drenchia (Udine, 2.762,96), Roaschia (Cuneo, 2.424,31) e Cesana Torinese (Torino, 2.340,99). Ventidue amministrazioni riportano spese superiori ai mille euro pro capite. È bene ricordare che quando troviamo importi così rilevanti in comuni di dimensioni ridotte è probabile che si tratti di progetti specifici registrati nel bilancio all’interno di quella voce.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti di questa rubrica sono realizzati a partire da Openbilanci, la nostra piattaforma online sui bilanci comunali. Ogni anno i comuni inviano i propri bilanci alla Ragioneria Generale dello Stato, che mette a disposizione i dati nella Banca dati amministrazioni pubbliche (Bdap). Noi estraiamo i dati, li elaboriamo e li rendiamo disponibili sulla piattaforma. I dati possono essere liberamente navigati, scaricati e utilizzati per analisi, finalizzate al data journalism o alla consultazione. Attraverso openbilanci svolgiamo un’attività di monitoraggio civico dei dati, con l’obiettivo di verificare anche il lavoro di redazione dei bilanci da parte delle amministrazioni. Lo scopo è aumentare la conoscenza sulla gestione delle risorse pubbliche.

Foto: Anna-Philinelicenza

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Le città che incassano di più dai pagamenti di tasse e imposte https://www.openpolis.it/le-citta-che-incassano-di-piu-dai-pagamenti-di-tasse-e-imposte/ Thu, 02 Mar 2023 14:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=233599 I tributi sono fondamentali per il funzionamento delle amministrazioni locali e per l'erogazione di servizi. Mentre Venezia incassa quasi mille euro per persona all'anno, a Roma le entrate sono aumentate del 21% in 5 anni.

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Un quarto delle entrate dei comuni provengono da tasse e imposte. Queste sono fondamentali per l’erogazione dei servizi necessari per le comunità. Le amministrazioni le registrano nei bilanci seguendo le indicazioni legislative dello stato centrale.

Si tratta di entrate di una certa importanza a qualsiasi livello governativo. Questo vale anche per i comuni.

23,5% incidenza delle tasse e delle imposte sul totale delle entrate dei comuni italiani (2021).

Sono però di importi che variano da comune a comune. Andiamo quindi ad analizzare nello specifico quali sono le amministrazioni che incassano di più da tasse e imposte.

Le entrate per imposte, tasse e proventi assimilati

Nei bilanci degli enti locali c’è il titolo “ad “entrate di natura tributaria, contributiva e perequativa”. Al suo interno, troviamo la voce “imposte, tasse e proventi assimilati” che rappresenta la somma di tutte le imposte e le tasse che entrano nelle casse comunali durante l’anno.

Le entrate fiscali delle amministrazioni sono composte da tre principali imposte: l’imposta municipale propria (Imu), la tassa sui rifiuti (Tari) e l’addizionale comunale all’Irpef. A queste si aggiungono i trasferimenti non fiscalizzati e le entrate a titolo di fondo di solidarietà comunale, nato con l’obiettivo di ridurre le differenze tra i territori. Sono inoltre incluse altre fonti di entrata tradizionali per le amministrazioni, come ad esempio l’imposta di soggiorno e i diritti sulle affissioni pubblicitarie.

I dati mostrano l’entrata per cassa per tasse, imposte e proventi assimilati. Entrate maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le entrate relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Tra le città italiane con più di 200mila abitanti non sono disponibili i dati di Palermo perché alla data di pubblicazione non risulta accessibile il rispettivo bilancio consuntivo 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(consultati: giovedì 23 Febbraio 2023)

Considerando soltanto le grandi città italiane, le prime quattro per incassi sono del centro-nord. Si tratta di Venezia (993,88 euro pro capite), Milano (949,24), Roma (840,99) e Bologna (815,91). Quelle che registrano meno entrate sono tutte situate nel sud Italia: Bari (566,99), Napoli (484,24), Messina (474,76) e Catania (410,08).

I dati mostrano le entrate per cassa relative a imposte, tasse e proventi assimilati. Entrate maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le entrate relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Tra le città italiane con popolazione superiore a 200mila abitanti, sono state considerate le 5 che hanno speso di più per la voce considerata nel 2021.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2016-2021
(consultati: giovedì 23 Febbraio 2023)

Tra i comuni considerati, Venezia riporta sempre le entrate pro capite maggiori. È però la città che rispetto al 2016 ha riportato il calo di introiti più consistente (-19,47%). L’altro grande comune che ha registrato una diminuzione è Firenze (-5,42%). Nelle altre città invece sono stati registrati degli aumenti. Nel dettaglio, a Milano l’incremento era pari dello 0,39%, a Bologna del 4,65% e a Roma del 21,26%.

I comuni italiani incassano mediamente 496,54 euro pro capite da imposte e tasse. Come per le grandi città, ci sono delle differenze a livello regionale. Le amministrazioni con le entrate maggiori sono quelle della Valle d’Aosta (1.138,79 pro capite), della Liguria (882,18) e della Toscana (688,43), tre territori del centro-nord. Al contrario, i comuni che mediamente incassano di meno appartengono a tre aree del sud: Basilicata (333,64 euro pro capite), Calabria (327,52) e Sardegna (324,49).

I dati mostrano le entrate per cassa relative a imposte, tasse e proventi assimilati. Entrate maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia. Da notare che spesso i comuni non inseriscono le entrate relative a un determinato ambito nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa.

FONTE: openbilanci – consuntivi 2021
(consultati: giovedì 23 Febbraio 2023)

Considerando i quasi ottomila comuni italiani, quello che registra le entrate maggiori è la nota località turistica valdostanta Courmayeur. Si tratta di 4.966,56 euro pro capite. Seguono Argentera (Cuneo, 4.906,95), Portofino (Genova, 4.747,11) e Madesimo (Sondrio, 4.521,33).

Sono numerosi gli enti in cui gli incassi superano i mille euro pro capite. Si tratta di 420 comuni italiani. Molti di questi sono località turistiche in cui vari fattori possono incidere sugli introiti comunali, come la presenza di seconde case oppure le tasse di soggiorno.

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Foto: wikipedialicenza

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I beni culturali a rischio alluvione https://www.openpolis.it/i-beni-culturali-a-rischio-alluvioni/ Fri, 10 Feb 2023 06:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=229265 Uno degli indicatori del dissesto idrogeologico è costituito dai beni culturali esposti al rischio. Nel 2021 se ne registravano quasi 50mila in Italia (il 23% del totale). La zona più esposta è l'Emilia Romagna, ma tra le città la prima è Venezia.

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Sono numerosi gli indicatori che l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) utilizza per descrivere il dissesto idrogeologico. Nel caso specifico del dissesto idraulico (i fenomeni alluvionali), abbiamo recentemente analizzato la quota di terreno a rischio.

Inquinamento, frane e alluvioni danneggiano i monumenti.

Si possono però considerare altri indicatori per misurare l’impatto potenziale delle alluvioni, come ad esempio la quota di popolazione esposta. Ma questi fenomeni hanno un impatto anche su ciò che è stato costruito dall’uomo come ad esempio i beni culturali. Si tratta di beni architettonici, monumentali e archeologici che necessitano di particolari tutele vista la loro fragilità. Insieme all’inquinamento, i fenomeni franosi e alluvionali sono infatti i principali fattori ambientali che contribuiscono al danneggiamento e al degrado dei monumenti.

I beni culturali a rischio nelle province italiane

Ispra realizza una mosaicatura a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale dei beni culturali esposti al pericolo idraulico. Nel 2021 in Italia se ne registravano quasi 50mila. Si tratta del numero di beni culturali, tra quelli catalogati nel progetto Vincoli in rete (Vir) realizzato dall’istituto superiore per la conservazione e il restauro (Iscr), che sono localizzati in aree considerate come a rischio idraulico. Queste ultime con riferimento alla mappatura realizzata dall’Ispra stessa.

Purtroppo non si può fare in questo caso un ragionamento di andamento temporale perché, come evidenzia Ispra stessa, negli anni la banca dati relativa ai beni culturali è stata ampliata e revisionata e così anche la mappatura delle zone a pericolosità idraulica.

49.903 i beni culturali a rischio alluvione in Italia nel 2021.

Ovvero il 23,3% di tutti i beni culturali registrati nel nostro paese. Parliamo qui specificamente dei beni culturali localizzati in zone che Ispra cataloga come “a pericolosità idraulica bassa” (che comprende, come suoi sottoinsiemi, le zone a pericolosità media ed elevata). Mentre sono 6.025 quelli in zone a rischio elevato (7,5% del totale).

L’Emilia Romagna è la regione italiana che riporta la quota più elevata: oltre il 65%. Veneto, Liguria e Calabria sono invece quelle con la quota più elevata di beni culturali a rischio idraulico elevato (con percentuali comprese tra il 16% e il 20%).

I dati si riferiscono al numero di beni culturali a rischio nelle aree a pericolosità bassa (la categoria più ampia, che racchiude in sé i vari gradi di pericolosità), nelle province italiane.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: martedì 31 Gennaio 2023)

La prima provincia per beni culturali esposti a rischio idraulico è Ferrara, dove oltre il 100% di tutti i beni culturali si trova in zone a pericolosità alluvionale. Come abbiamo recentemente raccontato infatti la provincia romagnola è esposta per il 99,9% del suo territorio.

Seguono da questo punto di vista le province di Reggio Emilia e Rovigo, entrambe con quote superiori al 90%. Mentre in numeri assoluti, la prima in Italia è Venezia, con oltre 4.500 siti a rischio.

La provincia di Venezia è prima anche se consideriamo la quota di beni culturali esposti a rischio idraulico elevato. È l’unica in cui la percentuale supera il 50% (attestandosi specificamente al 57,3%). Seguono le province di Pisa, Savona e Pordenone con quote comprese tra il 20% e il 30%.

L’esposizione dei beni culturali al rischio alluvione nelle città

I centri urbani sono le aree con il maggior numero di beni culturali. Per questo è interessante analizzare, a livello comunale, qual è la situazione delle principali città italiane da questo punto di vista. Anche in questo caso Venezia è quella che riporta la situazione più problematica.

I dati si riferiscono al numero di beni culturali a rischio nelle aree a pericolosità bassa (la categoria più ampia, che racchiude in sé i vari gradi di pericolosità), nei comuni capoluogo delle città metropolitane.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ispra
(consultati: martedì 31 Gennaio 2023)

Con 3.357 beni culturali a rischio nelle zone a pericolosità idraulica (ovvero l’80% del totale), Venezia registra il dato più elevato d’Italia. Segue Firenze con circa 1.800, anche in questo caso l’80% del totale. Ultima invece Napoli, con 8 siti in zone esposte, pari a meno dell’1%.

Foto: Andy Catlicenza

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Il Pnrr e il recupero delle periferie urbane https://www.openpolis.it/il-pnrr-e-il-recupero-delle-periferie-urbane/ Mon, 02 Jan 2023 06:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=217711 Il piano italiano stanzia quasi 3 miliardi di euro per riqualificare le aree periferiche delle città metropolitane al fine di ridurre situazioni di degrado e marginalizzazione. Vediamo quali sono i progetti finanziati e come si distribuiscono sul territorio.

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Uno degli obiettivi che il nostro paese punta a raggiungere con il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è la riduzione del divario di cittadinanza. Chiunque viva in Italia infatti dovrebbe poter avere accesso agli stessi servizi e allo stesso livello di qualità nella loro erogazione. Oggi però sappiamo che purtroppo non è così. Le differenze sono notevoli tra i diversi territori.

Squilibri nella qualità della vita e nell’erogazione dei servizi però non caratterizzano soltanto la dicotomia nord-sud o tra aree interne e centri maggiori. Anche all’interno delle città stesse infatti il divario può essere notevole. Ad esempio tra chi vive in centro e chi invece risiede in periferia.

È per questo motivo che nel Pnrr è prevista una specifica misura che punta a riqualificare le periferie delle principali aree metropolitane del nostro paese con l’obiettivo primario di ridurre l’emarginazione e le situazioni di degrado. Lo scorso maggio un decreto del ministero dell’interno di concerto con quello dell’economia ha assegnato le risorse per questo tipo di interventi. In questo articolo vedremo più nel dettaglio come si distribuiscono le risorse sul territorio e quali sono i progetti finanziati.

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Cosa prevede il Pnrr per le aree urbane

La misura del Pnrr di riferimento è denominata Piani urbani integrati e, come già anticipato nell’introduzione, punta a finanziare progetti volti alla riduzione di situazioni di degrado, in particolare nelle periferie delle aree metropolitane.

Ciò potrà avvenire anche attraverso interventi di rigenerazione urbana, con il recupero, la ristrutturazione e la rifunzionalizzazione ecosostenibile delle strutture edilizie e delle aree pubbliche. Saranno finanziati con questo investimento anche interventi per l’efficientamento energetico e idrico degli edifici e la riduzione del consumo di suolo, anche attraverso operazioni di demolizione e ricostruzione. Saranno sostenuti anche progetti legati alle smart cities, con particolare riferimento ai trasporti e al consumo energetico.

L’obiettivo del Pnrr per le periferie è anche offrire occasioni sociali e culturali.

L’intervento in particolare è dedicato a quei territori che rientrano nelle aree delle città metropolitane. Obiettivo primario è recuperare spazi urbani e aree già esistenti allo scopo di migliorare la qualità della vita, anche promuovendo processi di partecipazione sociale e imprenditoriale. I progetti inoltre non dovranno semplicemente riqualificare immobili. Con questo investimento infatti ci si pone anche l’ambizioso obiettivo di favorire occasioni di incontro per la comunità. Ciò potrà avvenire attraverso la promozione di attività sociali, culturali ed economiche, con particolare attenzione agli aspetti ambientali.

Per quanto riguarda il cronoprogramma del Pnrr, entro la fine dell’anno era prevista l’entrata in vigore del piano di investimenti per progetti di rigenerazione urbana nelle aree metropolitane. Milestone che è stata conseguita, in anticipo, lo scorso maggio con la pubblicazione in gazzetta ufficiale del decreto che assegna le risorse ai soggetti attuatori (in via principale i comuni). Entro il 30 luglio 2023 invece questi ultimi dovranno aggiudicare tutti gli appalti per la realizzazione dei progetti selezionati.

Anche in questo caso, come si legge nel decreto, ci sono state alcune difficoltà. Infatti il compito di individuare i progetti ammissibili al finanziamento era demandato alle città metropolitane. Operazione che si è conclusa nel marzo scorso. Tuttavia diversi soggetti (si fa esplicito riferimento ai territori di Catania e Messina) hanno commesso degli errori nella compilazione delle domande. Ciò ha reso necessario l’invio da parte del ministero di una nota alle amministrazioni interessate al fine di apportare le correzioni e integrazioni necessarie. Queste difficoltà, come vedremo tra poco, hanno determinato alcune lacune per quanto riguarda le informazioni sulla territorializzazione degli investimenti.

Come sono state distribuite le risorse

I criteri utilizzati per la selezione delle proposte da ammettere al finanziamento sono numerosi. Tra questi c’era la necessità di presentare delle proposte che fossero ad un livello progettuale avanzato. Come già evidenziato spesso infatti, la necessità di completare gli interventi entro il 2026 ha spinto in molte occasioni i soggetti coinvolti a ripresentare progetti vecchi che non avevano ricevuto risorse piuttosto che produrne appositamente di nuovi. I progetti finanziabili inoltre non potevano avere un valore complessivo inferiore a 50 milioni di euro.

Ma l’elemento forse più interessante riguarda il fatto che anche in questo caso si è fatto ricorso all’indice di vulnerabilità sociale e materiale (Ivsm). Un indicatore prodotto da Istat che è stato recentemente al centro di polemiche poiché giudicato obsoleto.

L’Ivsm misura la vulnerabilità di un territorio in base alle condizioni sociali e abitative dei suoi abitanti.
Vai a “Che cos’è la vulnerabilità sociale”

Per questo bando nello specifico, erano ammissibili al finanziamento quei progetti che sarebbero andati a intervenire su aree urbane il cui Ivsm è superiore a 99 o alla mediana dell’area territoriale. In questo caso però non si sono registrate particolari polemiche, sebbene la cifra messa a bando fosse consistente, perché tutte le aree metropolitane del nostro paese hanno avuto accesso ai fondi.

2,7 miliardi € le risorse del Pnrr per i piani urbani integrati delle città metropolitane. 

A questo ammontare inoltre si aggiungono altri 272 milioni di euro di risorse nazionali provenienti dal fondo ripresa resilienza Italia istituito dall’articolo 8 del decreto legge 152/2021. Tale fondo può coprire fino a massimo il 25% del costo dei progetti. Complessivamente i piani urbani finanziati sono 31. Questo perché, ovviamente, le città metropolitane potevano presentarne anche più di uno. Nel napoletano ad esempio ne saranno finanziati 6. Nell’area metropolitana di Roma 5, nel milanese 4 mentre nelle aree metropolitane di Torino, Bari, Firenze, Catania e Messina 2.

A livello di finanziamenti per progetto, quello che riceverà la quota più consistente di fondi interessa la città metropolitana di Palermo (circa 196 milioni di euro). Seguono Catania (185,5 milioni) e Bologna (157 milioni). Queste tre realtà hanno presentato un singolo progetto ciascuna.

Se però analizziamo la quantità di risorse assegnate a ogni città metropolitana, al primo posto troviamo Napoli (351 milioni circa). Seguono Roma (330 milioni) e Milano (277 milioni). Da notare che le risorse assegnate a territori del mezzogiorno ammontano al 46,9%. In questo caso quindi la clausola sulla riserva del 40% dei fondi del Pnrr al meridione è stata rispettata.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno
(consultati: martedì 8 Novembre 2022)

Le città metropolitane erano il soggetto istituzionale a cui spettava il compito di individuare i progetti da finanziare. Ma tutti i comuni il cui territorio insiste in queste aree potevano potenzialmente essere eletti come soggetti attuatori. Grazie alle informazioni fornite dagli allegati al già citato decreto, possiamo osservare che i territori interessati da questo punto di vista sono oltre 300. Se si esclude Roma (a cui vanno circa 330 milioni di euro) che ha una struttura istituzionale particolare (Roma capitale), il singolo comune a cui vanno più fondi è Milano (166 milioni). Troviamo poi Messina (132 milioni).

La tabella mostra i dettagli dei progetti finanziati nell’ambito della misura del Pnrr Piani urbani integrati, così come disposto dal decreto interministeriale dei ministeri dell’interno e dell’economia del 22 aprile 2022. Nella tabella sono indicati i soggetti attuatori dei progetti che in alcuni casi possono non coincidere con il territorio di effettiva realizzazione degli interventi. Per una descrizione più dettagliata e l’importo di ogni opera è possibile scaricare questo file. Per la localizzazione di ogni progetto è possibile scaricare questo file.

FONTE: elaborazione openpolis su dati ministero dell’interno
(consultati: martedì 8 Novembre 2022)

Anche quello della città siciliana però è un caso un po’ particolare. Infatti nel proprio piano non ha indicato la ripartizione territoriale tra i comuni che ne fanno parte. Escludendo quindi anche questo caso un po’ complesso, sul podio insieme a Milano troviamo Genova (127 milioni) e Bologna (125). Mentre il comune non capoluogo che riceverà l’importo più rilevante è Cardito (Na) a cui andranno oltre 52 milioni di euro. Seguono Bagheria (Pa, 20 milioni), Imola (Bo, 17 milioni circa) e Sant’Olcese (Ge, 14,5 milioni).

Alcune lacune nei dati

Come abbiamo rilevato in molte occasioni a proposito dei fondi Pnrr, le informazioni riguardanti i progetti finanziati presentano anche in questo caso diverse criticità. In primo luogo, dalle tabelle presenti negli allegati al decreto, non è possibile desumere alcuna informazione di dettaglio relativamente agli interventi realizzati. Si trova solo il titolo del piano. Per ottenere informazioni aggiuntive è necessario analizzare le proposte presentate dalle singole città metropolitane.

Inoltre, per ricostruire un database puntuale con il dettaglio delle opere finanziate e la territorializzazione delle risorse, l’unica alternativa è quella di ricollegare ogni singolo codice univoco di progetto (Cup), che si trova negli allegati del decreto citato, ai dati presenti sul portale Open cup. Anche così però si incontrano delle difficoltà. In questo database infatti non si trovano le informazioni legate a tutti i progetti riguardanti i piani urbani integrati. E anche dove presenti, non sempre tali informazioni sono state verificate.

Con i dati disponibili non è possibile una territorializzazione precisa delle risorse Pnrr. Una criticità non nuova.

Inoltre nei dati di Open cup in molti casi come soggetto attuatore è indicata la città metropolitana mentre nel decreto è indicato uno specifico comune. A ciò si deve aggiungere che un singolo progetto può riguardare più territori ma l’importo fornito è quello complessivo. Per tutti questi motivi quindi risulta attualmente impossibile spingere la territorializzazione delle risorse e degli interventi più in profondità.

A queste criticità avrebbe dovuto rispondere il portale Regis di cui abbiamo parlato anche in questo articolo. Tale portale avrebbe dovuto rappresentare la banca dati centralizzata contenente tutte le informazioni riguardanti le opere finanziate con i fondi del Pnrr. Dalla seconda relazione presentata al parlamento dal governo Draghi si apprende tuttavia che la pubblicazione in formato aperto e riutilizzabile di queste informazioni dipenderà dalla velocità con cui i vari soggetti coinvolti le invieranno all’amministrazione centrale. L’operazione sarebbe in corso in base al documento. Al momento però tali dati non risultano ancora accessibili.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Ogni lunedì pubblichiamo un nuovo articolo sulle misure previste dal piano e sullo stato di avanzamento dei lavori (vedi tutti gli articoli). Tutti i dati sono liberamente consultabili online sulla nostra piattaforma openpnrr.it, che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

Foto: Flickr – Leonardo Barbareschi

L'articolo Il Pnrr e il recupero delle periferie urbane proviene da Openpolis.

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Veneto https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-veneto/ Tue, 13 Dec 2022 05:32:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=215686 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Veneto e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche il Veneto, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Veneto nel 2020 sono 32.379 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 105mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 31,1%, un dato inferiore alla soglia del 33% fissata in sede Ue ma superiore alla media nazionale (27,2%).

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è Rovigo con 39,2 posti ogni 100 bambini. Segue il territorio di Padova, l’altra provincia che supera la soglia europea (34,5). Tutti i territori riportano un valore maggiore della media nazionale tranne la provincia di Belluno (25,4).

Tra i capoluoghi, tre riportano valori superiori al 40%. Si tratta di Padova (49,7%), Rovigo (48,3%) e Verona (42,2%). La percentuale minore si registra a Treviso (22,8%).

Al netto dei capoluoghi, tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, si segnalano Villafranca di Verona con 41,5 posti ogni 100 bambini e Bassano del Grappa (Vicenza, 35,6).

Complessivamente, in Veneto il 73,7% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, a fronte di una media nazionale del 59,3%. La diffusione maggiore nei territori di Rovigo (92%), Belluno (82%) Padova (78,4%) e Verona (74,5%). Le altre province riportano valori più bassi della media regionale ma più alti o comunque in linea con quella nazionale. In particolare possiamo citare Vicenza (70,2%), Venezia (68,2%) e Treviso (59,6%).

I dati qui presentati fanno riferimento agli esiti delle graduatorie pubblicate ad agosto dal ministero dell’istruzione. Comprendono le informazioni presenti negli allegati relativi agli interventi per asili nido e poli dell’infanzia (all. 1, 2 e 4). L’efficacia di tali graduatorie è subordinata alla registrazione degli organi di controllo e non si possono considerare ancora definitive. Va infatti tenuto presente che prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità dei progetti. Per alcuni importi è prevista una successiva rimodulazione; altri presentano l’indicazione “riserva” sulla graduatoria. Il dato sull’offerta attuale misura, in relazione alla popolazione residente tra 0 e 2 anni, quella prevista nel 2020 da asili nido e servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Veneto dovrebbero arrivare con il nuovo bando 142,2 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 5,8% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia di Vicenza (33,1 milioni di euro), seguita da Verona (27,6 milioni di euro) e Treviso (23,6 milioni di euro).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 102 progetti. Di questi, 39 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 63 come riserva. Per 4 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è una nuova costruzione per il comune di Livinallongo del Col di Lana (provincia di Belluno). Un intervento da circa 5,8 milioni di euro, classificato con la dicitura “riserva”. Segue un intervento analogo nel comune di Arzignano, in provincia di Vicenza, con 4,2 milioni di euro.

L’ente con più risorse previste è il comune di Vicenza con 8,1 milioni di euro per 4 progetti in graduatoria, seguito dal già citato comune di Livinallongo del Col di Lana (5,8 milioni di euro per un investimento) e dal comune di Venezia (4,4 milioni di euro per 3 progetti).

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 12 previste in Veneto.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 3.469 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 2.743 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 79,07% degli edifici scolastici in Veneto presenta quindi questo tipo di accorgimenti, più della media nazionale (57,5%). La regione è quella che riporta l’incidenza maggiore. Questa è però una quota che varia tra i diversi territori: mentre a Padova la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge l’84,69% a Belluno si attesta al 72,1%.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spiccano San Donà di Piave e Mira dove rispettivamente il 96,30% e il 94,44% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico.

I punti sulla mappa localizzano gli interventi finanziati nell’ambito del bando nuove scuole del Pnrr. La dimensione cresce in funzione dell’importo previsto. Il colore dei comuni varia in base alla quota di edifici scolastici che in quel territorio dispongono di accorgimenti per la riduzione dei consumi energetici (più intenso il colore, maggiore la quota di edifici per cui è dichiarata la presenza di accorgimenti).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 12 le aree individuate per il Veneto, per un totale di 35.562,03 mq e un importo complessivo richiesto di 77,7 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Tutti gli interventi per le nuove scuole della regione riguarderanno edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti. Un intervento su 7 vedrà interessati stabili della classe energetica G.

I maggiori interventi riguardano la scuola secondaria di II grado – Is Feltre – Itt Negrelli – Itg Forcellini (provincia di Belluno) con un importo richiesto di 15,9 milioni di euro. Si tratta di un intervento su edifici di 7.252 mq, attualmente in classe energetica G, per cui è prevista la demolizione con ricostruzione sul posto. Tra gli altri interventi di rilievo si può citare una demolizione con delocalizzazione nel comune di Albaredo D’Adige che riguarda la scuola Primaria Antonio Vivaldi – Secondaria I grado Renato Simoni. Un progetto su 4.299 mq con un importo richiesto di circa 9,4 milioni di euro.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Veneto il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 9,3%. Un dato inferiore alla media nazionale e in linea con l’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Nella regione restano comunque ampi divari educativi sugli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 31,2% degli studenti veneti in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa. A livello provinciale, tutti i risultati si attestano sotto la media nazionale. Nella provincia di Rovigo sono stati il 35,74%. Mentre nella provincia di Belluno sono risultati inadeguati i test del 24,94% degli studenti.

Si tratta di dati cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, nel Veneto, sono destinate a 193 istituti, per un totale di 26 milioni di euro circa. Si tratta del 5,21% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione agli istituti con sede nel comune di Venezia con 15 istituti finanziati.

L’istituto più finanziato è l’Is M.Sanmicheli, nel territorio di Verona, cui sono destinati 257.297,84 euro. Seguono l’Ipia Bernardi di Padova con 246.926,74 euro e l’istituto Medici di Verona con 246.048,82 euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Veneto

Nuove scuole Veneto

Piano dispersione (I tranche) Veneto

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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Quanto incide la povertà tra famiglie e bambini dopo l’emergenza Covid https://www.openpolis.it/quanto-incide-la-poverta-tra-famiglie-e-bambini-dopo-lemergenza-covid/ Tue, 10 May 2022 07:03:42 +0000 https://www.openpolis.it/?p=184225 Nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat, il livello medio di povertà assoluta resta stabile sui livelli raggiunti nel primo anno di pandemia. Tuttavia alcune fasce di popolazione, come i minori e le famiglie più numerose, mostrano una maggiore difficoltà.

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Negli oltre due anni passati dall’inizio della pandemia, il dibattito pubblico si è spesso concentrato su quali effetti avrebbe avuto l’emergenza sulla vita delle persone.

Un tema così importante da essere trasversale a qualsiasi ambito: economico, sanitario, sociale, ambientale, tecnologico, educativo. E, allo stesso tempo, tanto sentito da porre la questione se tali effetti sarebbero stati temporanei, essendo direttamente collegati con l’emergenza, oppure di più lungo periodo.

Uno degli aspetti su cui abbiamo posto l’attenzione in questi mesi, monitorandolo nel tempo, è la condizione economica e sociale delle famiglie e dei bambini. Le ultime stime dell’istituto di statistica indicano che la povertà assoluta in Italia nel 2021 resta stabile sui livelli raggiunti nel 2020. Allo stesso tempo, i dati preliminari mostrano segnali di maggiore sofferenza proprio tra i minori e tra i nuclei più numerosi. Una tendenza sicuramente rafforzata dall’emergenza Covid, ma che è presente nel nostro paese da lungo tempo.

La povertà in Italia nel 2021

Nel 2020, primo anno dell’emergenza Covid, il numero di poveri assoluti in Italia aveva raggiunto la cifra record di 5,6 milioni di persone. Questo dato si conferma nel 2021, in base alle stime preliminari di Istat.

Una persona si trova in povertà assoluta quando vive in una famiglia che non può permettersi l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, sono considerati essenziali per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile. Il dato 2021 deriva da una stima preliminare dell’istituto di statistica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Il 2021 ha visto una ripresa dei consumi, sebbene la spesa media familiare non abbia recuperato del tutto il crollo del 2020. In questo quadro, la crescita dell'inflazione avrebbe penalizzato soprattutto le famiglie meno abbienti. Senza gli effetti di quest'ultima, l'istituto di statistica ha stimato che anche il tasso di povertà assoluta sarebbe lievemente diminuito rispetto al 2020.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 3 Marzo 2022)

Una serie di fattori che - anche in una situazione di stallo sul numero di poveri assoluti - porta al rafforzamento di 2 trend di lungo periodo della società italiana. Primo, l'allargamento progressivo del divario tra generazioni: da oltre un decennio infatti più una persona è giovane, più è probabile che si trovi in povertà assoluta. Secondo, la tendenza delle famiglie numerose e con figli a trovarsi più spesso in condizione di indigenza.

Famiglie in povertà, le 2 tendenze aggravate con la pandemia

Con l'emergenza Covid entrambi i trend sono esplosi, diventando sempre più oggetto di dibattito pubblico. A partire dal 2020, una quota vicina al 14% dei ragazzi si trova in povertà assoluta. Una tendenza confermata con l'ultima rilevazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Le prime stime sul 2021 mostrano che la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta avrebbe raggiunto il 14,2%. Quasi 3 punti al di sopra di quanto rilevato prima della pandemia, nel 2019. In termini assoluti parliamo di quasi 1,4 milioni di minori sugli oltre 9,3 milioni residenti in Italia.

1,38 milioni di bambini e ragazzi in povertà assoluta nel 2021.

Se i bambini sono la fascia d'età più vulnerabile è perché lo sono le famiglie con figli. Da questo punto di vista si conferma l'altra tendenza, per cui più una famiglia è numerosa, più è probabile che si trovi in povertà assoluta.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

Tra i due dati vi è un legame evidente: la presenza di uno o più figli nel nucleo familiare costituisce spesso un fattore di potenziale vulnerabilità. A maggior ragione, a fronte delle conseguenze economiche seguite all'emergenza Covid.

La presenza di figli minori continua ad essere un fattore che espone maggiormente le famiglie al disagio; infatti l’incidenza di povertà assoluta si conferma elevata (11,5%) per le famiglie con almeno un figlio minore e nel caso di famiglie formate da coppie con 3 o più figli sale al 20,0%.

Da 10 anni i minori e le loro famiglie sono la fascia più povera.

Tuttavia nessuno di questi due fenomeni è nuovo. È ormai dalla fine degli anni 2000 che la quota di bambini e ragazzi indigenti è aumentata, accrescendo i divari generazionali. Prima della grande recessione seguita alla crisi del 2008, c’era molta meno distanza tra la povertà rilevata nelle diverse fasce d’età. I più in difficoltà erano gli over-65 (4,5% in povertà assoluta), mentre nella fascia 35-64 anni erano circa il 2,7%. Il dato dei minori allora era in linea con quello delle altre classi di età. Gli effetti della crisi economica hanno allargato le distanze, penalizzando soprattutto le giovani generazioni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Marzo 2022)

La vulnerabilità dei bambini e delle loro famiglie è perciò un tema prioritario per il nostro paese. A maggior ragione per i suoi riflessi sulle tendenze della povertà a livello territoriale. Tra 2020 e 2021, ad esempio, a fronte di una sostanziale stabilità nella quota di famiglie povere in Italia (passate dal 7,7% al 7,5%), nel mezzogiorno la quota è cresciuta dal 9,4 al 10%. Ma come monitorare la vulnerabilità delle famiglie di fronte alle fasi di crisi economica, in modo da intervenire con efficacia?

Gli strumenti per valutare il rischio povertà dopo l'emergenza

Uno strumento molto utile in questo senso è l'indice di vulnerabilità sociale e materiale. Quando parliamo di vulnerabilità di un territorio, intendiamo la possibilità che una situazione di crisi economica possa comprometterne la coesione sociale. La capacità di misurare tale aspetto diventa perciò particolarmente importante in una fase come quella che stiamo vivendo.

+1,9% la crescita dei prezzi al consumo nel 2021. In base alle stime di Istat senza questo aumento la povertà assoluta sarebbe leggermente calata rispetto al 2020.

Per fare un esempio, un comune in cui vivono tante famiglie monoreddito, con tanti giovani che non studiano e non hanno lavoro e in cui una quota significativa della popolazione abita in case sovraffollate, è più esposto agli effetti sociali negativi di una congiuntura economica sfavorevole.

Di qui l'esigenza di creare un indicatore composito, che sintetizzi in un'unica misura una serie di variabili che segnalano diverse situazioni di sofferenza sociale ed economica.

Attraverso un indicatore proposto da Istat, è possibile stimare per ciascun territorio la sua vulnerabilità, a partire dalle caratteristiche di chi ci abita. Più è alto, maggiore è il rischio di disagio e vulnerabilità in quella zona.
Vai a "Che cos’è la vulnerabilità sociale"

Sono tanti i fattori che possono condurre alla vulnerabilità sociale.

Sono 7 gli indicatori elementari che sono stati selezionati per produrre l'indice complessivo. Tra questi, la percentuale di famiglie con potenziale disagio economico, calcolata come quota di nuclei con figli dove la persona di riferimento ha meno di 64 anni e nessun componente è occupato o ritirato dal lavoro. Ma anche l'incidenza di famiglie numerose, quelle con almeno 6 componenti. Inoltre vengono valutati aspetti come la presenza di famiglie monogenitoriali giovani oppure composte solo da anziani, la quota di popolazione adulta (25-64 anni) senza titolo di studio, la percentuale di giovani neet e l'incidenza di persone che vivono in grave sovraffollamento. Tutti segnali di una maggiore fragilità del tessuto sociale.

Sono perciò informazioni preziose, purtroppo raccolte con questo tipo di granularità territoriale solo in occasione dei censimenti (quello generale più recente si è svolto nel 2011). Negli ultimi anni Istat ha esplorato la possibilità di un suo aggiornamento con fonti alternative a quella censuaria, anche in relazione al lavoro svolto con il censimento permanente.

7 gli indicatori elementari selezionati per la costruzione dell'indice di vulnerabilità sociale e materiale.

Questi indicatori vengono combinati insieme per produrre un indice che va da 70 a 130: più è alto il valore, maggiore il rischio di vulnerabilità sociale e materiale del territorio. Osservando i dati raccolti per il censimento generale e riclassificati sulla base dei confini del 2018, emerge come i valori maggiori si registrino soprattutto in alcune aree urbane del mezzogiorno. La mappa evidenzia come le concentrazioni più elevate dell'indice si raggiungano nello specifico in alcuni territori: nell'hinterland di Napoli, in quello di Reggio Calabria e in quello di Catania. Nelle 3 città metropolitane citate, infatti, la mediana dell'indice rilevato nei comuni supera quota 103.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Seguono, con un valore mediano superiore a 101, altre 12 province, tutte del mezzogiorno: Siracusa, Palermo, Crotone, Caserta, Salerno, Vibo Valentia, Agrigento, Enna, Cosenza, Barletta-Andria-Trani, Foggia e Catanzaro.

Per un confronto omogeneo, è interessante isolare i comuni italiani dove vivono più famiglie. In modo da capire in quali di queste città la condizione dei nuclei familiari sia esposta - potenzialmente - a una maggiore vulnerabilità in caso di crisi economica.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (mappa rischi)
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2018)

Tra i 15 comuni con più famiglie residenti, quelli più vulnerabili si trovano nel sud, in base alle informazioni raccolte durante l'ultimo censimento generale (2011). Napoli e tre città siciliane (nell’ordine Catania, Palermo e Messina) presentano infatti l'indice di vulnerabilità sociale più elevato. Seguono Bari e Roma (indice vicino a quota 101), e poi Torino, Firenze e Genova (tra 99 e 100). Minore vulnerabilità sociale e materiale nelle città di Trieste e Venezia (dove l'indice non raggiunge la soglia di 98).

Nuovi dati per monitorare una situazione in evoluzione.

In questo senso è importante ribadire come molte delle informazioni più sensibili per monitorare la condizione sociale dei territori siano spesso aggiornate all'ultimo censimento generale. Raccogliere informazioni così disaggregate richiede un tipo di impegno che in passato si concentrava solo in occasione dei censimenti, ogni 10 anni. In questo senso, va letto positivamente il tentativo di Istat, negli scorsi anni, di aggiornare i dati del censimento attraverso fonti alternative a quella censuaria, in attesa di quelli provenienti dal censimento permanente. In prospettiva - anche alla luce della situazione che stiamo vivendo - disporre di dati sempre più aggiornati sarà sempre più importante. Perciò è decisivo accelerare su questo percorso.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sull'indice di vulnerabilità sociale e materiale è Istat, che ha elaborato l'indicatore con le informazioni del censimento 2011. Queste sono state riclassificate dall'istituto di statistica ai confini comunali 2018.

Foto: Pexels (Pixabay) - Licenza

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La forestazione delle città metropolitane finanziata dal Pnrr https://www.openpolis.it/la-forestazione-delle-citta-metropolitane-finanziata-dal-pnrr/ Fri, 11 Mar 2022 09:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=183035 Nelle grandi città sono particolarmente alti i livelli di inquinamento atmosferico e consumo di suolo. La forestazione costituisce un efficace strumento per rigenerare l'ambiente urbano, contrastare il cambiamento climatico e migliorare la qualità della vita dei residenti.

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All’interno del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), oltre 300 milioni di euro sono stati stanziati per la forestazione dei principali centri urbani italiani. Si tratta di un progetto che prevede realizzazione di boschi nelle aree vaste delle 14 città metropolitane del paese, per un’area totale pari a 6.600 ettari.

L’investimento è relativo alla componente 4 della missione 2 del piano nazionale, e segue la linea di intervento 3: “Salvaguardare la qualità dell’aria e la biodiversità del territorio attraverso la tutela delle aree verdi, del suolo e delle aree marine”.

I boschi nelle città italiane e il ruolo del Pnrr

L’Italia ha una copertura arborea pari a 12 milioni di ettari, equivalenti a circa il 40% di tutto il territorio nazionale. Si tratta di una delle percentuali più elevate d’Europa.

Le grandi città sono particolarmente colpite dagli effetti dannosi del cambiamento climatico.

Una dimensione importante però, quando si considera la presenza di foreste in uno stato, è quante di queste si trovano in prossimità delle città. Infatti i grandi centri urbani risultano particolarmente esposti ad alcuni effetti del cambiamento climatico per via della densità abitativa, del traffico e del conseguente inquinamento. Oltre al fatto che la loro condizione ecologica ha un impatto su un numero più elevato di persone. Una maggiore presenza di foreste aiuterebbe quindi a mitigare molti fenomeni climatici di matrice antropica nocivi come le alluvioni, le frane, le ondate di calore e la cattiva qualità dell’aria. Fornendo così un valido strumento per combattere il cambiamento climatico.

Parte significativa del tema forestale è rappresentata dalla forestazione in ambito urbano, periurbano ed extraurbano, in particolare nelle aree vaste metropolitane.

L’obiettivo principale è quindi quello di rinforzare i polmoni verdi delle grandi aree urbane, per contrastare l’inquinamento atmosferico, tutelare la biodiversità e allo stesso tempo garantire una migliore qualità della vita ai residenti. A questo scopo sono stati stanziati 330 milioni di euro.

6,6 milioni di alberi da mettere a dimora nelle città metropolitane nell’ambito del progetto di forestazione.

Un obiettivo in linea con la strategia forestale europea, che prevede la messa a dimora 3 miliardi di alberi sul territorio europeo entro il 2030.

Stando ai dati del 2018, il grado di forestazione delle varie città metropolitane del nostro paese risulta piuttosto eterogeneo.

I dati sono riferiti a tutto il territorio della città metropolitana.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mite
(ultimo aggiornamento: mercoledì 9 Marzo 2022)

Genova è la città con la quota più elevata del proprio territorio ricoperto di alberi (72%). Parliamo di un totale di 132.613 ettari di superficie arborea rispetto ad un'estensione totale di 183.375 ettari. È importante però sottolineare che i dati sono riferiti a tutto il territorio della provincia e non esclusivamente al comune da cui la provincia prende il nome.

La seguono sotto questo aspetto Firenze, con una quota pari al 58%, e Reggio Calabria (48%). Mentre la capitale risulta coperta da alberi per il 37% della sua estensione. All'ultimo posto si posizionano invece Venezia (4%) e Milano (11%).

Inquinamento atmosferico e consumo di suolo, due grandi problemi dei grandi centri urbani

Il progetto di realizzazione di boschi all'interno delle città metropolitane è stato pensato anche per contrastare due fenomeni, caratteristici dei grandi centri urbani, che contribuiscono all'impatto negativo del cambiamento climatico. Fenomeni che la forestazione può efficacemente contribuire a contrastare.

In primo luogo, l'inquinamento atmosferico, che risulta particolarmente significativo all'interno delle grandi città per via di vari fattori tra cui il traffico. In secondo luogo, il consumo di suolo, ovvero la conversione di suolo naturale in superficie artificiale.

Per quanto riguarda il primo aspetto, sono numerosi i comuni facenti parte delle città metropolitane oggetto di procedure di infrazione in materia di qualità dell'aria. Parliamo di 328 comuni su 956, ovvero il 34,3% del totale. Anche in questo caso, la situazione si configura diversamente da centro a centro.

1 su 3 i comuni delle città metropolitane che sono stati oggetto di procedure di infrazione in materia di qualità dell'aria.


Sono escluse le città metropolitane che non hanno riportato nessuna infrazione (Reggio Calabria, Catania, Bari e Cagliari). Nella provincia di Milano risultano 134 comuni oggetto di procedure di infrazione nonostante il numero totale dei comuni sia 133 per via del fatto che due comuni si sono fusi nel 2019.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mite
(ultimo aggiornamento: mercoledì 9 Marzo 2022)


A Genova il minor numero di comuni oggetto di infrazioni.

Milano e Venezia, le due città metropolitane che presentano la quota più bassa di superficie arborea, registrano anche il maggior numero di infrazioni (in entrambi i casi, esse coinvolgono la totalità dei comuni). Mentre l'ultima sotto questo aspetto è Genova (con 1 solo comune coinvolto, per l'1,5% del totale), che è anche la città metropolitana più verde. Roma invece, con 43 comuni su 121 oggetto di procedure di infrazione (35,5%) risulta essere in linea con la media nazionale.

Altro fenomeno specifico delle realtà urbane è, come accennato, il consumo di suolo, ovvero la copertura artificiale di aree naturali, che favorisce alcuni fenomeni dannosi come l'emergere di isole di calore. Con isole di calore si intende il fenomeno microclimatico di forte innalzamento della temperatura specificamente all'interno dei centri urbani rispetto ai territori circostanti.

Con suolo consumato si intende la copertura artificiale del suolo (come l’asfaltatura e la cementificazione).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Mite
(ultimo aggiornamento: mercoledì 9 Marzo 2022)

Come impatto del consumo di suolo, è Napoli la prima città metropolitana d'Italia, avendo il 34% della sua superficie a copertura artificiale. La segue Milano (31,7%). Fatta eccezione per Venezia e Milano, con rispettivamente il 14,3% e il 13,1% di suolo consumato, gli altri grandi centri urbani riportano quote inferiori al 10%. Palermo (5,7%) e Reggio Calabria (5,8%) in particolare sono le ultime, con cifre inferiori al 6%.

 

Foto: Stanley Kustamin - licenza

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