Nuoro Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/nuoro/ Tue, 27 May 2025 15:25:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 In Italia continuano a diminuire le nascite https://www.openpolis.it/in-italia-continuano-a-diminuire-le-nascite/ Tue, 27 May 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=300693 Nel 2024 sono scesi a 370mila i nuovi nati nel paese, circa 10mila in meno rispetto al 2023. Anche per cause strutturali, gli anni recenti hanno segnato nuovi record di denatalità, con implicazioni su politiche pubbliche e condizione dei territori.

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Non accenna a interrompersi il calo delle nascite in Italia. È quanto certificano gli ultimi dati disponibili recentemente pubblicati da Istat. Nel 2024 infatti i nuovi nati sono stati circa 370mila, cioè 10mila in meno rispetto al 2023, con una riduzione del 2,6% in un solo anno. Rispetto al 2008 il calo è addirittura di oltre 200mila nati. Vale a dire oltre un terzo in meno dell’anno che ha segnato il “picco” nella serie storica recente.

-206mila nati in Italia nel 2024 rispetto al 2008.

Un percorso di denatalità che ha in primo luogo cause strutturali: sono diminuiti i potenziali genitori, perché l’attuale generazione di adulti in età riproduttiva è meno numerosa di quelle precedenti. A questo si accompagna un minor tasso di fecondità rispetto al passato, che anche in questo caso ha raggiunto il minimo storico.

La fecondità, nel 2024, è stimata in 1,18 figli per donna, sotto quindi il valore osservato nel 2023 (1,20) e inferiore al precedente minimo storico di 1,19 figli per donna registrato nel 1995.

Abbiamo approfondito le possibili implicazioni di questa tendenza nelle politiche rivolte alla povertà educativa; nonché la dimensione nazionale e territoriale del progressivo calo delle nascite.

La dimensione della denatalità in Italia

In Italia nel 2024 sono nati circa 370mila bambini secondo le stime provvisorie rilasciate a fine marzo da Istat. Un calo del 2,6% rispetto all’anno precedente, con circa 10mila nuovi nati in meno.

Rispetto al 2008 parliamo di oltre 200mila nuovi nati in meno. Dai quasi 577mila di allora ai 370mila attuali, si tratta di un calo del 35,8% da quello che era stato un anno di relativo picco per la serie storica recente. Il grafico mostra chiaramente la tendenza alla decrescita negli ultimi 15 anni.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 31 Marzo 2025)

Le cause di questo declino sono di due tipi. Vi sono in primo luogo ragioni strutturali, collegate alla situazione demografica della popolazione residente in Italia.

La tendenza al calo delle nascite non è infatti un fenomeno nuovo e ha avuto un impatto sulla diversa numerosità delle generazioni. Risalendo indietro nella serie storica si osserva come fossero circa un milione i nati all’anno verso la metà degli anni ’60. Dopo il picco di quel periodo (definito baby boom), il numero di nati – pur in calo – ha continuato a superare gli 800mila all’anno fino alla fine degli anni ’70.

La struttura demografica contribuisce a spiegare il calo della natalità.

Da allora il trend discendente è stato piuttosto nitido: a metà degli anni ’80 i nuovi nati erano scesi sotto la soglia dei 600mila annui e poi sotto i 550mila nei ’90. Solo dopo i 2000, per l’apporto delle donne con cittadinanza straniera, il numero è tornato a crescere, fino al già citato picco demografico del 2008. Da allora il calo è stato costante.

Questa propensione di lungo periodo ha modificato la struttura demografica del paese: con la progressiva uscita dall’età riproduttiva dei cosiddetti baby boomers, la ridotta numerosità delle generazioni successive ha reso strutturale la tendenza al calo delle nascite.

La rilevanza dell’aspetto strutturale è ben evidente: considerando che la popolazione femminile nelle età convenzionalmente considerate riproduttive (15- 49 anni) è passata da 14,3 milioni di unità al 1° gennaio 1995 a 11,4 milioni al 1° gennaio 2025. Gli uomini nella stessa fascia di età, pari a 14,5 milioni trenta anni fa, sono oggi circa 11,9 milioni. In tali condizioni, nel 1995, con una fecondità solo poco superiore a quella odierna di 1,18 figli per donna, le coppie misero comunque al mondo 526mila bambini, ossia 156mila in più di quelli nati nel 2024.

A questo si aggiunga che – come si vede dai dati più recenti, seppur ancora provvisori – la fecondità è comunque in diminuzione, e nel 2024 ha superato il minimo storico registrato nel 1995: 1,18 figli per donna residente, in ulteriore flessione rispetto agli 1,20 del 2023 e agli 1,24 del 2022.

Cosa implica questa tendenza nelle politiche per i minori

È proprio su questa parte non strutturale del fenomeno che devono concentrarsi gli sforzi delle politiche pubbliche nel facilitare la genitorialità, anche attraverso l’attivazione delle tutele e dei servizi per la prima infanzia.

Come abbiamo avuto modo di raccontare in passato, circa una donna su 5 fuoriesce dal mercato del lavoro a seguito della maternità. Nel contesto europeo, il nostro paese è tra quelli con il minor tasso di occupazione tra le madri, anche in ragione di una diffusione di asili nido e servizi per la prima infanzia fortemente disomogenea sul territorio nazionale. Oggi è soprattutto nei comuni con più disparità di genere nell’occupazione che i servizi per l’infanzia risultano maggiormente carenti.

Il calo delle nascite rischia di comportare una riduzione della priorità attribuita ai minori nel nostro paese.

Incentivi in questa direzione potrebbero almeno contribuire rispetto alla parte non strutturale del fenomeno, nel tentativo di mitigare la tendenza al declino delle nascite in corso. Una questione che è importante tenere viva nel dibattito pubblico: il rischio infatti è che il calo delle nascite e dei minori residenti in Italia comporti anche una minore percezione dell’importanza dei bambini e delle famiglie nelle politiche pubbliche, nazionali e locali.

In una tendenza complessiva al calo delle nascite, la situazione infatti oggi appare molto differenziata nei diversi territori.

La situazione delle nascite sui territori

Nel 2024, il tasso di natalità è stato di 6,3 nati ogni mille residenti, in calo rispetto ai 6,4 registrati nel 2023 e ai 6,7 del 2022.

Rispetto al pre-Covid, tra il 2019 e l’ultimo anno consolidato (il 2023) il calo è stato ancora più dirompente. Dai 7 ai 6,4 nati ogni mille residenti. In termini assoluti significa oltre 40mila nati in meno rispetto a quell’anno: dalle 420mila nascite registrate nel 2019 a meno di 380mila oggi.

-9,6% i nati in Italia tra l’ultimo anno prima del Covid e il 2023.

Attraverso i dati sulle nascite a livello locale, è possibile ricostruire la tendenza al declino demografico sul territorio nazionale. La regione Sardegna, insieme alla Basilicata, è l’area del paese maggiormente colpita dal fenomeno negli ultimi anni. Nell’isola, i nati sono passati da quasi novemila nel 2019 a circa 7.200 nel 2023 (in media -18,2%). Cali attorno al 15% anche in Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta. Nessuna regione italiana mostra una tendenza di segno diverso rispetto a quanto rilevato a livello nazionale.

A livello locale, Gorizia è invece l’unica provincia in Italia dove il numero di nati tra 2019 e 2023 non è diminuito, passando nel periodo da 845 a 918 nati. Il dato resta tutto sommato stabile, sebbene in leggera diminuzione, anche nel casertano (con un calo nel periodo considerato dello 0,5%).

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: martedì 29 Aprile 2025)

Al contrario, si registrano cali vicini al 20% in diverse province sarde (Sud Sardegna, Sassari, Nuoro, Cagliari); soglia superata nel territorio di Isernia (-21,6% di nuovi nati tra 2019 e 2023). Anche altre province, nel mezzogiorno e non solo, superano ampiamente la media nazionale. Tra queste si possono citare Pescara (-15,5%), Potenza, Perugia, Lucca (-15%) e Matera (14,8%).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La variazione percentuale del numero di nuovi nati tra 2019 e 2023 è stata elaborata a partire da dati di fonte Istat.

Foto: Freepik (licenza)

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Asili nido e obiettivi europei https://www.openpolis.it/asili-nido-e-obiettivi-europei/ Thu, 29 Aug 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=294845 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Italia a 3 punti dall’obiettivo del 33% sugli asili nido“. Ascolta il nostro […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Italia a 3 punti dall’obiettivo del 33% sugli asili nido“.

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i posti nei servizi di prima infanzia ogni 100 bambini con meno di 3 anni, nel 2022. Si tratta di un dato in crescita rispetto al 2021 (28) con un progressivo avvicinamento all’obiettivo europeo del 33%. Bisogna però considerare che questa dinamica è causata sia dall’aumento dei posti autorizzati che dal calo delle nascite. Vai all’articolo.

1,2 milioni

i residenti in Italia con età compresa tra 0 e 2 anni nel 2022. Si tratta di un dato in calo del 9% rispetto al 2019 e del 24% rispetto al 2013, primo anno considerato da Istat nella serie storica. Per questa utenza, i posti negli asili nido sono effettivamente in crescita anche in termini assoluti, passando dai 350mila del biennio 2020-2021 ai 366mila del 2022. Vai all’articolo.

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le regioni italiane che registrano una quota superiore al 33%. A queste si può aggiungere il Piemonte che ha sostanzialmente raggiunto questo livello (32,7%). Le percentuali maggiori si registrano in Umbria (46,5%), Emilia-Romagna (43,1%) e Valle d’Aosta (43%). In coda quasi tutte le regioni del sud, in particolare Calabria (15,7%), Sicilia (13,9%) e Campania (13,2%). Vai al grafico.

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i capoluoghi che presentano un livello di servizi che supera il 45%, il nuovo obiettivo stabilito dall’Unione europea. Ad eccezione di tre città concentrate in Sardegna, le altre si trovano tutte nel centro-nord. I valori maggiori a Nuoro (82,1 posti ogni 100 bambini), Sassari (61,5%) e Ferrara (60%). Sono invece 9 i capoluoghi in cui si registra una quota minore del 15% e sono tutti collocati nel mezzogiorno. Le incidenze più basse si rilevano a Barletta (8,3%), Catania (8%) e Campobasso (7%). Vai al grafico.

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i posti ogni 100 bambini nelle aree interne. Rispetto alle zone baricentriche in termini di servizi, si tratta di un dato in calo. Nei comuni polo, l’incidenza è pari al 37%, con una diminuzione al 27% nelle zone cintura, gli hinterland delle città. Più ci si allontana dai centri, più scende il valore: nei comuni intermedi l’offerta si attesta sul 24%, in quelli periferici al 22,5% mentre in quelli ultraperiferici (che distano oltre 67 minuti dal polo più vicino) si scende sotto i 18 posti ogni 100 bambini. Vai all’articolo.

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Italia a 3 punti dall’obiettivo del 33% sugli asili nido https://www.openpolis.it/italia-a-3-punti-dallobiettivo-del-33-sugli-asili-nido/ Tue, 27 Aug 2024 06:55:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293128 Nel 2022 sono saliti a 30 i posti in asili nido e servizi prima infanzia ogni 100 bambini residenti in Italia. Un aumento in parte dovuto alla crescita dei posti, in parte al calo delle nascite. Restano divari territoriali su cui intervenire.

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Tra 2021 e 2022 è cresciuta l’offerta di posti in asili nido e servizi prima infanzia. In questo periodo è infatti passata da 28 a 30 posti ogni 100 bambini con meno di 3 anni residenti in Italia.

Il nostro paese si avvicina quindi all’obiettivo del 33% fissato originariamente in sede europea, e poi codificato anche nella normativa nazionale con il decreto legislativo 65/2017.

Lo Stato promuove (…) il progressivo consolidamento, ampliamento, nonché l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia, anche attraverso un loro riequilibrio territoriale, con l’obiettivo tendenziale di raggiungere almeno il 33 per cento di copertura della popolazione sotto i tre anni di età a livello nazionale

Mancano quindi 3 punti a quell’obiettivo, concordato nel consiglio europeo di Barcellona del 2002, mentre resta sullo sfondo il target da raggiungere entro il 2030. Durante la pandemia, nell’ottica di potenziare l’educazione pre-scolare, le istituzioni europee hanno infatti stabilito una nuova soglia al 45% (commisurata rispetto alla situazione di partenza del paese).


Gli obiettivi Ue di Barcellona riguardano la diffusione di nidi, servizi e scuole per l'infanzia, da offrire ad almeno il 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% di quelli tra 3 e 5 anni. Dopo il Covid sono stati innalzati al 45% e al 96%.


Vai a
“Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido”

Abbiamo approfondito come l’avvicinamento agli obiettivi europei sia dovuto a due fattori. Da un lato, si registra un incremento dell’offerta di posti autorizzati tra 2021 e 2022. Dall’altro incide molto anche il calo della domanda potenziale, legata al crollo delle nascite in corso da diversi anni. Come vedremo, restano inoltre ampi i divari territoriali, tanto tra città e aree interne, quanto tra gli stessi capoluoghi.

Le cause dell’avvicinamento agli obiettivi Ue sugli asili nido

Nel corso dell’ultimo decennio, è aumentata di quasi 10 punti l’offerta di posti in asili nido e servizi per la prima infanzia in rapporto alla popolazione tra 0 e 2 anni.

Nel 2013, primo anno della serie storica, erano 22,5 i posti ogni 100 bambini sotto i 3 anni. Questa quota è cresciuta progressivamente di anno in anno, attestandosi su 23 posti nel biennio 2014-15 e salendo a circa 25 tra 2017 e 2018. Per poi raggiungere i 27 posti nel pre-Covid e i 28 posti del 2021.

In uscita dalla pandemia, i posti disponibili sono 30 ogni 100 bambini. Una crescita di 2 punti rispetto al 2021 e di 7,5 dal 2013.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: mercoledì 3 Luglio 2024)



L’aspetto che però non va trascurato è il fatto che l’avvicinamento agli obiettivi europei è l’esito di due fattori concomitanti. In primo luogo, si registra un’effettiva crescita dell’offerta tra pre e post-pandemia. Nel 2019 i posti autorizzati erano 361mila, calati a 350mila unità nel biennio 2020-21. Nel 2022 l’offerta sale a 366mila posti, il dato più alto della serie storica: +4,5% rispetto al 2021, +1,5% rispetto al periodo pre-pandemia.

Ma la crescita dal rapporto posti-bambini nell’intero periodo si spiega anche con il calo dell’utenza potenziale. Agli inizi della serie storica, nel 2013-14, i residenti con meno di 3 anni in Italia erano circa 1,6 milioni. Già prima della pandemia erano scesi sotto la soglia degli 1,4 milioni. Nel 2022 sono diventati poco più di 1,2 milioni: un calo del 9% rispetto al 2019 e addirittura del 24% rispetto al 2013.

-9% i residenti tra 0 e 2 anni tra prima e dopo la pandemia.

Questa tendenza demografica fa sì che basti anche un aumento moderato dell’offerta per aumentare il rapporto tra posti e bambini. Potenzialmente, persino una diminuzione dell’offerta effettiva – se resta inferiore alla velocità con cui cala la popolazione minorile – basterebbe per aumentare il rapporto.

Sarebbe però controproducente puntare solo su questo secondo fattore per raggiungere gli obiettivi europei. Per diverse ragioni, è necessario che continui ad essere anche la crescita effettiva dei posti a sostenere lo sforzo di avvicinamento alle soglie target. In primo luogo, perché quei target per il nostro paese sono funzionali proprio a invertire (o perlomeno rallentare) il trend di denatalità.

Secondo, perché dietro un obiettivo misurato in chiave nazionale resta un paese con tanti livelli di offerta differenti. In alcuni casi, già sopra la nuova soglia del 45%. In altri, a 20 punti o più da quella precedente del 33%.

Un paese con tante velocità diverse sugli asili nido

Nel 2022 salgono a 11 le regioni al di sopra della soglia del 33%. A queste si può aggiungere il Piemonte che con il 32,7% l’ha sostanzialmente raggiunta. Si tratta di un dato rilevante, dal momento che nel 2021 erano 6 le regioni che la raggiungevano. Tuttavia, non deve far trascurare l’ampiezza delle distanze esistenti nel paese.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: mercoledì 3 Luglio 2024)



Le maggiori regioni del mezzogiorno, che pure in questi anni hanno visto un incremento importante rispetto all’offerta da cui partivano, continuano a collocarsi agli ultimi posti della classifica.

In particolare Calabria, con 15,7 posti ogni 100 bambini, Sicilia e Campania, con un rapporto rispettivamente del 13,9% e del 13,2%. La Puglia ha superato la soglia psicologica del 20%, così come si attestano tra 20 e 30% altre regioni del sud continentale: Basilicata, Molise e Abruzzo. Con 35,2 posti ogni 100 bambini, la Sardegna nel 2022 si colloca invece in linea con le altre regioni del centro-nord.

Restano i due divari: nord-sud e città-aree interne

In passato, abbiamo avuto modo di raccontare come sull’offerta di asili nido e servizi prima infanzia vi siano due fratture nel paese.

La prima, facilmente riconoscibile a partire dai dati regionali, è quella tra centro-nord e mezzogiorno. La seconda, per cui occorre approfondire in chiave almeno comunale il dato, è quella tra le città maggiori e le aree interne.

Nel 2022 nei comuni polo, baricentrici in termini di servizi, era presente in media un’offerta superiore alla soglia obiettivo stabilita in sede Ue. Sono infatti 37 ogni 100 bambini i posti disponibili nelle città. Il rapporto scende al 27% nei comuni di cintura, gli hinterland delle città polo. Nelle aree interne, i territori del paese più lontani dai principali servizi, cala a 23 posti ogni 100 minori.

Con varie gradazioni: nei comuni intermedi, da cui si impiegano tra 27 e 40 minuti per raggiungere i poli, l’offerta si attesta sul 24%. In quelli periferici (tra 41 e 67 minuti dai poli) è al 22,5% circa. In quelli ultraperiferici (a oltre 67 minuti dal polo più vicino) scende sotto i 18 posti ogni 100 bambini.

Il dato misura l’offerta di asili nido e di servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

A causa della natura associativa del fenomeno, come specificato nei metadati di Istat, la disaggregazione dei dati a livello comunale ha richiesto l’introduzione di una componente di stima. Va inoltre osservato che vi sono forme di associazione, meno strutturate, che non sono rappresentate dai dati a livello comunale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: mercoledì 3 Luglio 2024)



Anche tra le città vi sono comunque ampi divari in termini di rapporto tra posti disponibili e popolazione con meno di 3 anni residente. Prendendo i capoluoghi, 32 presentano un livello di offerta di nidi e servizi per la prima infanzia che già supera la nuova soglia del 45% fissata in sede Ue. In 29 casi, si tratta di comuni del centro-nord, con le 3 eccezioni concentrate in Sardegna.

Ai primi posti Nuoro (82,1 posti autorizzati ogni 100 minori), Sassari (61,5%) e Ferrara (60%). Seguono Siena (59,7%), Bergamo (58%), Forlì (58%), Lecco (56,2%) e Firenze (55,4%).

Sono 9, tutti collocati nel mezzogiorno, i comuni che non raggiungono i 15 posti ogni 100 bambini. Si tratta di Caserta (14,9%), Palermo (12,8%), Isernia (12,4%), Andria (11,2%), Ragusa (10,7%), Messina (10,3%), Barletta (8,3%), Catania (8%) e Campobasso (7%).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi ad asili nido e servizi prima infanzia sono stati elaborati a partire da fonte Istat, incrociati con i dati demografici (demo.istat) e con quelli relativi alla classificazione per aree interne di fonte dipartimento per la coesione territoriale.

Foto: Mats Eriksson (Flickr)Licenza

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L’impatto della povertà tra le famiglie monogenitoriali dopo il Covid https://www.openpolis.it/limpatto-della-poverta-tra-le-famiglie-monogenitoriali-dopo-il-covid/ Tue, 07 May 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=287649 I nuclei monogenitoriali, in oltre 8 casi su 10 composti dalla madre sola con figli a carico, sono tra i più esposti alla povertà. In attesa di dati definitivi, la deprivazione sociale in questi nuclei mostra alcuni segnali di aumento.

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Nel 2017, prima dell’emergenza Covid, il 14,9% dei minori di 16 anni in famiglie monogenitoriali viveva una condizione di deprivazione materiale e sociale. Nel 2021, l’incidenza della deprivazione tra bambini e ragazzi in famiglie con un solo genitore è salita di due punti, al 16,9%.

Parliamo di situazioni familiari in cui sono presenti alcuni segnali di fragilità, che possono andare dalla difficoltà di assicurare pasti sani al non poter sostituire gli indumenti, dal non riscaldare adeguatamente la casa all’impossibilità di acquistare giochi oppure permettersi libri o attività di svago.

16,9% dei minori di 16 anni nelle famiglie monogenitore si trova in deprivazione nel 2021. Era il 14,9% nel 2017.

Una crescita contrapposta alla sostanziale stabilità degli altri nuclei familiari. Tra le coppie con figli, l’incidenza della deprivazione materiale e sociale è passata nello stesso periodo dal 12,4% al 12,3%.

Questa tendenza si è rafforzata nella pandemia, ma non è nuova. Le famiglie monogenitoriali – dove in 8 casi su 10 la persona di riferimento è la madre – attraversano in molti casi una maggiore vulnerabilità rispetto alla media.

Attraverso i dati disponibili, approfondiamo composizione, condizione attuale e incidenza sul territorio di questi nuclei.

In oltre 8 casi su 10 sono nuclei con una madre sola

Nel biennio 2021-22 i nuclei composti da un genitore solo con figli rappresentano circa l’11% delle famiglie. Nell’81% dei casi la persona di riferimento è la madre; mentre in quasi il 19% è il padre.

Nel 2042 circa 3 milioni di famiglie potrebbero essere monogenitoriali.

Parliamo di oltre 2,8 milioni di famiglie. In quelle dove la persona di riferimento del nucleo è un uomo – 540mila – si tratta di genitori separati o divorziati (50,2%), vedovi (37%) o celibi (12,8%). Nei circa 2,3 milioni di famiglie dove la persona di riferimento è donna, si tratta di persone separate o divorziate (46,9%), vedove (35,3%) o nubili (17,8%). Secondo le proiezioni di Istat il fenomeno è in crescita: nel 2042, circa 3 milioni di famiglie potrebbero essere composte da monogenitori con figli.

Un ulteriore distinzione può essere fatta rispetto all’età del figlio più piccolo a carico. Si tratta di un minore in circa un milione di famiglie, il 36,1% del totale. In poco meno di 600mila nuclei la fascia d’età va da 18 a 24 anni, mentre in circa il 44% dei casi è una persona di almeno 25 anni.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: giovedì 4 Aprile 2024)



Su 1 milione e 39mila famiglie monogenitoriali con figli minori, in 290mila il figlio più piccolo ha meno di 5 anni, in 473mila ha tra 6 e 13 anni, in 276mila invece si tratta di adolescenti tra 14 e 17 anni. Nuclei che non di rado vivono un disagio sociale ed economico.

Monogenitori con figli minori più esposti alle difficoltà economiche

Da anni diversi indicatori segnalano questi nuclei come tra i più vulnerabili, per la presenza di un solo genitore con a carico uno o più bambini.

Di recente, l’indagine sulle condizioni di vita dei minori ha segnalato come tra gli under-16 che vivono in una famiglia monogenitoriale sia più frequente una condizione di deprivazione sociale e materiale. Un’incidenza del 16,9% nel 2021, a fronte di una media che tra i coetanei si attesta al 13,5% e scende al 12,4% tra gli under-16 che vivono con entrambi i genitori. La quota peraltro è cresciuta di 2 punti rispetto al 2017, prima della pandemia.

Il rischio povertà o esclusione colpisce ancora di più le madri sole con figli.

Altri indicatori di disagio mostrano come la situazione sia addirittura più grave per le donne sole con figli a carico. Nel 2022, il rischio di povertà o esclusione sociale colpisce il 28,8% dei bambini e ragazzi con meno di 16
anni, valore che supera di oltre 4 punti quello medio della popolazione (24,4%). Nelle famiglie monoparentali raggiunge il 39,1%, rispetto al 27,2% delle coppie con figli minori. Tuttavia, mentre se il monogenitore è uomo l’incidenza del rischio povertà o esclusione cala al 27,6%, quando in famiglia è presente soltanto la madre arriva al 41,3%.

4 su 10 i minori con madre sola a rischio di povertà o esclusione sociale.

Pesano diversi fattori, tra cui la questione abitativa. I nuclei monogenitoriali composti dalla madre e da almeno un minore di 16 anni vivono in affitto nel 31% dei casi. In caso di monogenitore uomo, la quota scende al 26,8%. Allo stesso tempo, le famiglie monogenitoriali con persona di riferimento donna vivono più spesso in abitazioni in usufrutto o in uso gratuito (20,9% a fronte del 8,2%).

Tra i nuclei con monogenitore donne è più frequente la bassa intensità lavorativa. Il 19,2% degli under-16 che vivono con la madre sola vive una situazione familiare di questo tipo, contro una media del 5,9%.

Dove vivono le famiglie monogenitoriali

Attraverso i dati Istat provenienti dalle statistiche sperimentali, che utilizzano fonti amministrative integrate per stimare la composizione delle famiglie per tipologia, possiamo analizzare l’incidenza sul territorio dei nuclei monogenitoriali. Un dato che purtroppo è ricostruibile solo per i comuni con oltre cinquemila abitanti.

Tra i capoluoghi italiani, Nuoro è quello con la maggiore incidenza di famiglie monoparentali (14,1% delle famiglie anagrafiche residenti nel comune nel 2019). Seguono, con almeno il 13% di nuclei monogenitoriali, Avellino, Caserta, Frosinone, Carbonia e Roma.

Il dato, ricostruito attraverso l’integrazione di fonti amministrative, è disponibile solo per i comuni sopra 5.000 abitanti.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: venerdì 8 Marzo 2024)



Le città dove l’incidenza è minore sono Andria (7,1%), Monza (8,1%) e Siena (8,4%). Prendendo in considerazione i dati di tutti i comuni, e non solo di quelli capoluogo, spiccano Sant’Agata li Battiati (Catania) con il 15,7% di famiglie monogenitoriali. Superano il 14%, oltre alla già citata Nuoro, anche Grottaferrata (Roma), Macomer (Nuoro), Tremestieri Etneo (Catania) e Monte Porzio Catone (Roma). Mentre non raggiunge il 6% Acate, nel ragusano, con il 5,9%.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla distribuzione delle famiglie anagrafiche per tipologia familiare sono stati elaborati a partire da fonte Istat (statistiche sperimentali).

Foto: Bicanski (Pixnio) – Licenza

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Le aree interne, tra spopolamento e carenza di servizi https://www.openpolis.it/le-aree-interne-tra-spopolamento-e-carenza-di-servizi/ Tue, 21 Feb 2023 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=224870 Le province dove più minori vivono nelle aree interne sono quelle destinate a spopolarsi maggiormente nei prossimi anni. Spesso si tratta anche dei territori dove l'offerta di nidi e servizi oggi risulta più carente.

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Le aree interne hanno sofferto di un progressivo spopolamento negli ultimi decenni. Parliamo dei territori più distanti dalle città, dove le opportunità di lavoro sono meno frequenti e anche i servizi in molti casi scarseggiano.

Spesso si trovano in contesti montani o isolani che rendono più difficile organizzare una rete di infrastrutture, collegamenti e servizi. Compresi quelli sociali, educativi, culturali, scolastici.

La conseguenza è che ampie aree del paese risultano meno vivibili per le famiglie, specialmente se hanno figli a carico. Da ciò deriva il progressivo spopolamento che ha caratterizzato i comuni periferici, fin dal dopoguerra.

Dal 1951 a oggi, la popolazione nei comuni polo – baricentrici in termini di servizi – è aumentata del 30,6%: da 15,8 a 20,6 milioni di abitanti. Nei comuni cintura, hinterland delle città maggiori, l’aumento è stato del 48,9% (da 16 a quasi 24 milioni). In quelli periferici e ultraperiferici si è registrato un crollo negli ultimi 70 anni, rispettivamente del 17,7 e del 26,4%. Ovvero da 6,7 milioni di abitanti censiti agli inizi degli anni ’50 a 5,4 settant’anni dopo.

I comuni in blu sono quelli dove la popolazione è diminuita: più è intenso il colore, maggiore la diminuzione. I comuni in rosso sono quelli dove la popolazione è aumentata: più è intenso il colore, maggiore la crescita dei residenti.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: lunedì 16 Gennaio 2023)



-19% i residenti in comuni periferici e ultraperiferici dal 1951 a oggi.

Tale tendenza è proseguita anche negli ultimi anni. Dal 2011 a oggi la popolazione in Italia è rimasta stabile sui 59 milioni e mezzo di residenti (+0,35%). I poli sono aumentati del 2,5%, gli hinterland sono rimasti stabili (+0,3%), mentre i comuni interni hanno visto un calo in proporzione alla loro distanza dai servizi.

In quelli intermedi, dove si impiegano tra 27 e 40 minuti per raggiungere il polo più vicino, il calo è stato dell’1,9% rispetto agli abitanti censiti nel 2011. Quelli periferici, dove servono tra 40 e 67 minuti, hanno visto la popolazione ridursi del 3,8%. Nei comuni ultraperiferici i residenti sono il 4,5% in meno del 2011. Si tratta dei territori più remoti, situati ad almeno 67 minuti di distanza dai poli.

Un trend di progressivo spopolamento che, osservando i dati sulle previsioni di popolazione al 2030, è probabile sia destinato a continuare anche nei prossimi anni.

Il calo dei bambini nelle aree interne da oggi al 2030

Le province con più minori residenti in aree interne sono anche quelle destinate a spopolarsi maggiormente nei prossimi anni.

È quanto emerge se si incrociano i dati sulle previsioni demografiche di Istat al 2030 (formulati su uno scenario mediano) con quelli sull’incidenza di minori in comuni periferici e ultraperiferici.

In media in Italia l’8,6% dei bambini sotto i 2 anni vive in questi comuni interni, distanti oltre 40 minuti dai poli di servizi. E la percentuale cresce ulteriormente in 46 province su 107. Tutte e 46, tranne una (Trento), vedranno il numero di minori calare da qui al 2030. Per 36 di queste il decremento sarà superiore a quello registrato nel paese.

A livello nazionale, il numero di bambini nella fascia demografica più giovane (quella più bassa disponibile è compresa tra 0 e 4 anni) si prevede che cali del -8,32% in questo decennio. Passando da 2,26 milioni nel 2020 a 2,08 milioni nel 2030.

-8,3% i minori fino a 4 anni in Italia tra 2020 e 2030.

Nelle province con tanti bambini che vivono in aree interne tale spopolamento procederà a un ritmo molto più sostenuto. A Nuoro (prima per quota di residenti 0-2 anni in comuni periferici e ultraperiferici, 85% del totale nel 2020) i bambini nel 2030 potrebbero essere il 19,1% in meno di oggi. A Isernia (seconda, con il 66,4% di minori in aree periferiche) si prevede un calo del 16,7%. Enna (terza, 62,75%) potrebbe assistere a una diminuzione di bambini dell’11%.

Territori con pochi servizi e rischio spopolamento

In tanti casi, cali particolarmente significativi colpiranno i territori che oggi hanno una minore disponibilità di servizi educativi, in particolare quelli rivolti all’infanzia.

Una serie di province – 17, tutte del mezzogiorno – attualmente si caratterizzano per un’offerta nelle strutture per la prima infanzia inferiore ai 15 posti ogni 100 bambini residenti con meno di 3 anni.

In tutti e 17 questi territori, i bambini fino a 4 anni nel 2030 saranno meno di oggi. Con un calo che in 15 casi su 17 supera la media nazionale, e in 6 sfonda quota 10%: Crotone (-10,74%), Palermo (-11,87%), Vibo Valentia (-13,79%), Catanzaro (-14,96%), Reggio Calabria (-16,23%) e Cosenza (-17,07%).

Ogni punto è una provincia. In basso a sinistra quelle con minore offerta di asili nido e servizi per l’infanzia e maggiore calo di residenti tra 0 e 4 anni previsto per il 2030. In alto a destra, viceversa, quelle con maggiore offerta di servizi e prevista crescita di minori tra 2020 e 2030.

La previsione relativa alla popolazione è stata effettuata nell’ambito delle statistiche sperimentali di Istat, sulla base dello scenario mediano. Le previsioni sono formulate tenendo come base il numero di residenti al 1° gennaio 2020.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 14 Luglio 2022)



Ovviamente, il fenomeno dello spopolamento nei prossimi anni sarà generalizzato in quasi tutto il paese e quindi colpirà anche territori più attrezzati. Basti pensare alle 3 province che superano la quota di 45 posti ogni 100 bambini, Ravenna, Bologna e Ferrara, dove il calo di residenti 0-4 anni oscillerà tra l’8 e il 10%.

Inoltre il caso della Sardegna mostra come anche territori con ampie aree interne, pur in presenza di un livello di servizi in linea o superiore media nazionale, saranno fortemente colpiti dallo spopolamento. E del resto, si potrebbe anche dire che l’offerta dei servizi attuale è commisurata allo spopolamento in corso e previsto per il futuro.

Tuttavia, parlando di politiche pubbliche chiave per il futuro del paese, lo scopo dovrebbe essere proprio invertire la tendenza. Ovviamente nidi e altri servizi rivolti ai minori, come quelli scolastici, sono solo una parte di una strategia per fermare declino demografico.

Ma è anche dalla capacità di offrire servizi per le famiglie e i minori, su tutto il territorio nazionale, che passa sfida per interrompere il calo della natalità. Anche e soprattutto nelle aree più distanti dalle città.

Un focus sui 10 territori più soggetti a spopolamento

Interessante osservare come le 10 province dove entro il 2030 si dovrebbe registrare il maggior calo di bambini siano anche tra quelle con più minori che oggi vivono in aree interne e in cui spesso i servizi sono meno capillari.

10 le province dove il numero di bambini tra 0 e 4 anni diminuirà di oltre il 15% in questo decennio.

Le aree in spopolamento sono spesso quelle più periferiche.

Si tratta di Nuoro, dove oggi oltre l’85% dei bambini con meno di 2 anni vive in un comune periferico o ultraperiferico, Isernia (66,4%), Potenza (53,7%), Campobasso (45,9%). In queste 4 province, tutte ai primi 10 posti per percentuale di minori in aree periferiche, i residenti più giovani nel 2030 potrebbero tra il 15 e il 20% in meno di oggi, secondo lo scenario di previsione mediano di Istat. Segue Cosenza, anch’essa a forte rischio spopolamento e 15esima provincia in Italia con più bambini nei comuni maggiormente distanti dai centri (24,1%).

Tutte le altre province a maggior spopolamento sono comunque tra le prime 35 per quota di bambini in aree interne: Sud Sardegna, Sassari, Oristano, Reggio Calabria. L’unica eccezione è la città metropolitana di Cagliari, dove un forte spopolamento da qui al 2030 non è associato a presenza di minori in territori periferici.

Sull’offerta attuale di servizi, ad esempio quelli rivolti alla prima infanzia, la situazione è molto variabile tra i territori considerati.

La linea rossa delimita i territori delle 10 province per cui è previsto, in uno scenario mediano, il maggior calo di residenti tra 0 e 4 anni tra 2020 e 2030.

Nell’elaborazione è considerata l’offerta di asili nido e di servizi integrativi per la prima infanzia, nel settore pubblico e in quello privato.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 14 Gennaio 2023)



In termini di offerta media (numero di posti rispetto agli utenti potenziali), sono 3 le province in forte spopolamento dove il servizio nel 2020 non raggiunge i 20 posti ogni 100 minori. Si tratta di Cosenza (8,9 posti ogni 100 bambini residenti), Reggio Calabria (14,3) e Isernia (19,8). Potenza e Campobasso si attestano poco sopra questa soglia, con rispettivamente 22,1 e 22,4.

Da questo punto di vista, fa eccezione la Sardegna: pure in forte spopolamento previsto per i prossimi anni, le sue province si attestano su un’offerta di nidi vicina alla media nazionale e in 2 casi (Cagliari e Sassari) anche di poco superiore alla soglia Ue del 33%.

Offerta meno capillare nelle aree periferiche soggette a spopolamento

Tuttavia il quadro cambia se invece della copertura media provinciale si va ad approfondire la capillarità dell’offerta di strutture sul territorio. In 9 province su 10 a maggior spopolamento, meno della metà dei comuni offre il servizio.

Cinque di queste (Nuoro, Oristano, Sud Sardegna, Potenza e Reggio Calabria) sono tra le ultime 15 province in Italia per capillarità del servizio. I comuni che lo erogano in questi territori oscillano tra il 20 e il 25% del totale. Molto meno della media nazionale, pari al 59,3% nel 2020. La città metropolitana di Cagliari è l’unica a superare questa media (76,5% dei comuni dotati del servizio). Nel sassarese e nel cosentino i comuni in cui è garantito si attestano tra il 30 e il 40%, rientrando tra le 30 province su 107 con minore capillarità. Anche nelle aree di Campobasso e Isernia meno della metà dei comuni ne è dotata.

5,7 posti ogni 100 residenti 0-2 anni nelle aree periferiche della provincia di Oristano.

La questione della capillarità del servizio si collega direttamente a quella delle aree interne. Come abbiamo visto, in tutti i territori considerati – eccetto la città metropolitana di Cagliari – una percentuale rilevante di bambini sotto i 3 anni vive in comuni periferici e ultraperiferici.

Bambini che molto spesso vivono in un comune dove il servizio è assente o carente. Nelle aree periferiche l’orografia, l’estensione territoriale e la bassa densità di minori contribuiscono a rendere più difficile la sostenibilità delle strutture.

Copertura potenziale più bassa nei comuni interni.

Perciò a Oristano – dove in media vi sono 25,6 posti ogni 100 minori – la copertura scende al 5,7% se si isolano i soli comuni più distanti dai centri. A Cosenza da un dato medio già basso (8,9%) si scende al 7,1% nei comuni periferici e ultraperiferici, così come a Reggio Calabria (14,3% contro 11,0%). Nel Sud Sardegna da 25,4 posti su 100 si scende a circa 17, nell’area di Isernia da 19,8 a 17,5, nel sassarese da 33,4 a 21. Solo nel territorio di Campobasso i posti presenti nei comuni più periferici (24,3%) superano leggermente la media provinciale (22,4%).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla variazione dei residenti per comune (1951-2019), così come quelli sull’offerta di asili nido e servizi prima infanzia sono di fonte Istat. Sono stati incrociati con quelli sulla classificazione per aree interne (fonte Agenzia per la coesione territoriale). Sono di fonte Istat (statistiche sperimentali) i dati relativi alle previsioni sulla popolazione 0-4 anni tra 2020 e 2030.

Per conoscere come è cambiato il numero di residenti nel tuo territorio digita il nome del tuo comune.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: lunedì 16 Gennaio 2023)



Foto: PORTOBESENOLicenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Sardegna https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-sardegna/ Tue, 13 Dec 2022 04:23:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214873 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Sardegna e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Sardegna, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Sardegna nel 2020 sono 8.355 i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 28mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 30,7%, la più elevata tra le regioni del mezzogiorno, al di sopra della media nazionale (27,2%) e a meno di 3 punti dalla soglia del 33% fissata in sede Ue.

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è la città metropolitana di Cagliari con 34,5 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori di Sassari (33,4%), Nuoro (28,3%), Oristano (25,6%) e del Sud Sardegna (25,4%).

Tra i capoluoghi, svetta il comune di Nuoro con un’offerta potenziale di 75,5 posti ogni 100 bambini. Seguono le città di Sassari (52,5), Carbonia (40,4), Oristano (38,6) e Cagliari (31,3). Nessun capoluogo è quindi al di sotto del 30%. Dati piuttosto elevati anche tra i comuni non capoluogo con più residenti tra 0 e 2 anni. Si attestano tra il 30 e il 40% Olbia, Quartu Sant’Elena, Alghero, Assemini e Porto Torres. Selargius raggiunge il 56%, mentre a Capoterra sono 20,7 i posti ogni 100 minori.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Sardegna dovrebbero arrivare con il nuovo bando quasi 87,9 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 3,6% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia del Sud Sardegna (31 interventi per un totale di 34,65 milioni di euro), seguita da Sassari (21 interventi, 25,9 milioni).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 82 progetti. Di questi, 38 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 44 come riserva. Per 3 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è una nuova costruzione di edifici dedicati. Un intervento, classificato come “riserva” nelle graduatorie di agosto, riguardante il comune di Iglesias (3,36 milioni di euro). Segue un intervento – sempre ammesso inizialmente con riserva – di ampliamento di edifici esistenti (comune di Budoni, circa 2,86 milioni di euro).

L’ente con più risorse previste è il comune di Olbia (poco meno di 3,57 milioni di euro per 2 interventi), seguito da Iglesias (3,36 milioni) e Capoterra (3,23 milioni).

La costruzione di nuove scuole

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 7 previste in Sardegna.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 1.657 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 1.128 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 68,07% degli edifici scolastici in Sardegna presenta quindi questo tipo di accorgimenti, oltre 10 punti in più della media nazionale (57,5%). Una quota che varia tra i diversi territori. Mentre nel Sud Sardegna la percentuale di edifici con accorgimenti raggiunge il 71,65%, in provincia di Nuoro si attesta al 63,92%, un dato comunque superiore alla media nazionale.

Scendendo a livello comunale, tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni spiccano Cagliari dove il 77,31% delle scuole è dotato di accorgimenti per il risparmio energetico e Olbia, dove la quota raggiunge l’84,62%. Mentre tra i comuni maggiori il dato più contenuto è quello di Nuoro (34,55%).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 7 le aree individuate per la Sardegna, per un totale di 12.574,42 mq e un importo complessivo richiesto di 27,5 milioni di euro, in base alle graduatorie pubblicate nel maggio scorso. Il 42,86% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano la scuola secondaria di II grado “Iis G. Dessì”, della provincia del Sud Sardegna. Un intervento di demolizione edilizia con ricostruzione in situ su edifici di 3.427,2 metri quadri, per un importo richiesto di quasi 7,64 milioni di euro. Segue un intervento su una scuola primaria e secondaria di I grado del comune di Villaputzu. Anche in questo caso, una demolizione edilizia con ricostruzione in situ da 2.551 metri quadri (importo poco inferiore ai 5 milioni di euro).

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Sardegna il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 13,2%. Un dato poco superiore alla media nazionale e a 4,2 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Nella regione si registrano del resto divari educativi negli apprendimenti in classe. Nei test Invalsi 2020/21, il 48,6% degli studenti sardi in III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa. Nella provincia di Sassari il dato supera il 49%. Mentre nella città metropolitana di Cagliari sono risultati inadeguati i test del 41,4% degli studenti.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, in Sardegna, sono destinate a 122 istituti, per un totale di 16,25 milioni di euro. Si tratta del 3,25% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione agli istituti con sede nel comune di Cagliari, con 13 istituti finanziati, per un totale di 2.087.263,93 euro.

L’istituto più finanziato è il Salvator Ruju di Sassari, cui sono destinati 243.315,51 euro. Segue l’Ipsar-Ipseoa della stessa città, con circa 238mila euro.

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Nidi e poli per l’infanzia Sardegna

Nuove scuole Sardegna

Piano dispersione (I tranche) Sardegna

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Quanto incide la segregazione di genere nei percorsi di istruzione https://www.openpolis.it/quanto-incide-la-segregazione-di-genere-nei-percorsi-di-istruzione/ Tue, 08 Mar 2022 08:00:06 +0000 https://www.openpolis.it/?p=179917 Le ragazze proseguono gli studi soprattutto in facoltà umanistiche oppure legate a cura e istruzione. Un fenomeno noto come segregazione di genere, che spesso riflette stereotipi sul ruolo della donna nella società. Vediamo come incide in Italia e in Ue.

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A una lettura superficiale dei dati sulla scolarizzazione, parlare di segregazione di genere nell’istruzione può sembrare ingiustificato. È infatti vero che, rispetto al passato, si è invertita la tendenza che vedeva molte donne di fatto precluse dalla prosecuzione degli studi.

Come testimoniano i dati sul livello di istruzione disaggregati per genere ed età, fino a un passato non tanto remoto – quello vissuto dagli attuali 60 e 70enni – la quota di donne diplomate e laureate era molto inferiore a quella dei coetanei uomini.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: venerdì 11 Febbraio 2022)

Oggi la tendenza si è invertita e nelle classi di età più giovani si osservano due dinamiche: l'innalzamento nella quota di persone con almeno il diploma e - in parallelo - il progressivo annullamento del gap di genere, almeno su questo aspetto.

83% le ragazze di 20-24 anni diplomate o laureate. Tra i coetanei maschi la quota è di quasi 10 punti inferiore: 74%.

Le ragazze proseguono più spesso gli studi, ma molti percorsi di istruzione rimangono segmentati rispetto al genere.

Ciò tuttavia non significa che i percorsi di istruzione siano oggi effettivamente paritari. Anche se le ragazze proseguono più spesso del passato gli studi, con maggiore frequenza dei ragazzi si iscrivono all'università e raggiungono un titolo di studio terziario, rimane una disparità rispetto ai percorsi scelti. Con le studentesse ampiamente sovrappresentate in alcune facoltà (su tutte quelle umanistiche e artistiche, così come nella formazione e nella cura della salute) e sottorappresentate in altri ambiti (in particolare quelli scientifici e tecnologici).

85% dei laureati nel 2020 in Italia in ambito informatico e Ict sono stati uomini.

Approfondiamo perché questo fenomeno è spesso indicativo di una segregazione di genere, quali conseguenze ha per la società e quanto incide in Italia e negli altri paesi Ue.

Le ragazze vanno più avanti negli studi...

Con una tendenza comune a molti paesi del mondo (cfr. Barro-Lee, 2013), nel corso degli ultimi decenni il divario di genere nell’accesso all'istruzione si è ridotto, fino a cambiare progressivamente di segno. Se in passato le donne restavano spesso escluse dalla prosecuzione degli studi, da diversi anni l'accesso e il successo nei percorsi di istruzione è prevalente tra le ragazze rispetto ai ragazzi. Ciò è vero anche per l'Italia.

Nei primi anni Novanta il numero delle laureate in Italia ha raggiunto quello dei laureati: da allora si è assistito ad un aumento delle lauree femminili (...)

Oggi le ragazze tendono ad abbandonare gli studi meno dei coetanei, hanno risultati mediamente migliori e - finite le scuole superiori - si iscrivono più spesso all'università.

Il dato sull’abbandono scolastico precoce (% giovani 18-24 anni senza diploma o qualifica professionale) sono relativi al 2020. Quelli sulle competenze alfabetiche (% di studenti delle classi II della scuola secondaria di secondo grado con competenze alfabetiche non adeguate) e sul passaggio all’università (% di neodiplomati che si iscrivono per la prima volta all’università nello stesso anno in cui hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di II grado) sono relativi al 2019.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat-Bes
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Settembre 2021)

Nel 2019, circa la metà dei neodiplomati si è successivamente iscritto all'università (51,4%). Tra le neodiplomate il tasso di immatricolazione supera di oltre 12 punti quello dei ragazzi (57,7% contro 45,1%). E questo divario a vantaggio femminile si riscontra praticamente su tutto il territorio nazionale.

L’indicatore rappresenta la differenza tra il tasso di immatricolazione all’università di ragazze e ragazzi. Il tasso di immatricolazione è dato dalla percentuale di neodiplomati che si iscrivono per la prima volta all’università nello stesso anno in cui hanno conseguito il diploma di scuola secondaria di II grado.

Il colore del gradiente diventa più scuro all’aumentare del divario tra immatricolate e immatricolati.

Nel calcolo del tasso d’iscrizione all’università della provincia autonoma di Bolzano non sono compresi i circa 7mila giovani che risultano iscritti nelle università pubbliche austriache e che rappresentano più del 50% del totale degli iscritti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat-Bes
(ultimo aggiornamento: lunedì 6 Settembre 2021)

Difatti le ragazze sono sovrarappresentate nelle immatricolazioni all'università in tutte le province italiane. Con la sola eccezione di Bolzano, i cui dati però risultano incompleti poiché non comprendono le molte iscrizioni in università austriache.

99% le province in cui il tasso di immatricolazione all'università delle ragazze supera quello dei ragazzi.

Il gap nelle iscrizioni a vantaggio femminile supera i 20 punti nelle province di Nuoro (24,8 punti) e Rieti (20,5). In generale, la quota di neodiplomate che si iscrivono all'università supera il 66% del totale in 10 territori: Isernia (69,2%), Ascoli Piceno (68,7%), Macerata (68,4%), Teramo (67,9%), Lecco (67,5%), L'Aquila (67,2%), Perugia (67,1%), Chieti (67%), Nuoro (66,1%) e Parma (66,1%).

...ma alcuni percorsi restano ancora "separati"

Ciononostante, l'accesso all'istruzione mostra ancora tanti segni di disparità, se non di veri e propri divari di genere. In coerenza con i dati sulle immatricolazioni appena visti, nel 2020 il 58,7% dei laureati sono state donne. Una quota che tuttavia non è omogenea nei diversi ambiti disciplinari.

Nel 2020 il 58,7% dei laureati erano donne. Un dato che tuttavia non è omogeneo nei diversi ambiti disciplinari. Oltre il 70% dei laureati sono uomini in settori come l’informatica, le tecnologie Ict e l’ingegneria industriale. Viceversa la concentrazione femminile è netta negli ambiti legati alla formazione, alla cura e salute della persona e alle discipline umanistiche e artistiche. Addirittura nel comparto educazione e formazione le donne costituiscono quasi il 94% dei laureati. Mentre sono solo il 15% dei laureati in informatica e Ict.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati AlmaLaurea
(ultimo aggiornamento: venerdì 18 Giugno 2021)

Oltre il 70% dei laureati sono uomini in settori come l'informatica, le tecnologie Ict e l'ingegneria industriale. Viceversa la concentrazione femminile è netta negli ambiti legati alla formazione, alla cura e salute della persona, nonché nelle discipline umanistiche e artistiche. Addirittura nel comparto educazione e formazione le donne costituiscono quasi il 94% dei laureati. Mentre sono appena il 15% dei quelli in informatica e Ict. Con effetti a catena anche sulle future carriere professionali.

15,6% le donne che in Italia lavorano in ambiti tecnico-scientifici, nel 2020.

Segregazione di genere e impatto sulla condizione delle donne

Tale dinamica, al netto delle preferenze individuali, tende spesso a rispecchiare una rappresentazione sul ruolo della donna nella società legata prevalentemente a compiti di cura, formativi ed educativi. Ciò ha conseguenze sui divari sociali e salariali, dato che le professioni meglio retribuite e più stabili derivano da percorsi di istruzione in cui le studentesse sono meno rappresentate.

È in questo quadro che si inserisce il concetto di segregazione di genere. Modelli e stereotipi sul ruolo della donna che possono condizionare tanto i percorsi di istruzione, quanto la vita professionale e familiare.

Abbattere gli stereotipi che portano a una segregazione di genere nei percorsi di istruzione.

Lavorare per il superamento di tali stereotipi, fin dall'infanzia, è cruciale per garantire un'effettiva parità di accesso all'istruzione indipendentemente dal genere. Come abbiamo avuto modo di raccontare in passato, anche a parità di risultati in matematica, i genitori sono mediamente più propensi a pensare che i figli maschi, piuttosto che le figlie, lavoreranno in campo scientifico e tecnologico. Inoltre solo il 12,5% delle studentesse con ottimi risultati in matematica prevede un futuro lavorativo nelle discipline Stem, contro il 26% dei coetanei.

Tendenze i cui effetti, come già ricordato, condizioneranno l'intero futuro di bambine e ragazze, dalla scelta del percorso di studi alla carriera lavorativa, dalle relazioni sociali alla vita familiare.

La segregazione di genere nell'istruzione terziaria, in Italia e in Ue

Un indicatore dei progressi nell'abbattimento dei divari di genere nell'istruzione è stato proposto da Eige, all'interno del gender equality index stilato annualmente.

La segregazione di genere nell'istruzione è un indicatore utilizzato in sede europea per monitorare le disuguaglianze.

Una dimensione dell'indice proposto dall'istituto europeo è proprio la segregazione di genere in ambito educativo, calcolata attraverso il confronto tra due dati Eurostat. Il primo è la quota di studentesse di livello terziario (università e strutture analoghe) che studiano in settori quali educazione, salute, welfare, discipline artistiche e umanistiche. Il secondo, la stessa percentuale per gli studenti uomini. Quanto più il dato è basso tra i ragazzi e alto tra le ragazze, maggiore è la potenziale segregazione.

43% le studentesse europee del ciclo terziario dedicate a educazione, salute, welfare, discipline artistiche e umanistiche. Tra gli studenti la quota scende al 21%.

Nel 2019 l'Italia ha registrato un 46,8% di studentesse universitarie in questi ambiti, mentre per gli studenti tale quota è stata pari al 24%. Tra i maggiori paesi Ue, la quota di ragazze che studiano in questi settori è pari al 39,9% in Germania (17% per i ragazzi) e al 39% in Francia (20% per i maschi).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 28 Ottobre 2021)

Allo stesso tempo, il nostro dato nazionale è invece inferiore a quello di altri 8 paesi Ue, il più popoloso dei quali è la Spagna (49,2% delle studentesse del ciclo terziario negli ambiti di cura e umanistici).

Si tratta di dati che vanno necessariamente letti insieme ad altri, come quelli sui divari di genere nelle Stem, per comporre il complesso mosaico del diritto di accesso all'istruzione per le bambine e ragazze. E che tuttavia ci ricordano come la strada per la parità passi prima di tutto da un investimento - educativo e culturale - per superare gli stereotipi che ancora resistono sul ruolo della donna nella società.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sul tasso di passaggio all'università per genere è Istat (indicatori Bes).

Foto: Allison Shelley - The Verbatim Agency (EDUimages) - Licenza

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Quanto sono diffusi i giardini scolastici nelle città italiane https://www.openpolis.it/quanto-sono-diffusi-i-giardini-scolastici-nelle-citta-italiane/ Tue, 01 Feb 2022 08:15:18 +0000 https://www.openpolis.it/?p=170849 I giardini scolastici possono avere molteplici funzioni. Non solo come aree verdi, ma anche per le potenzialità nell'educazione ambientale e alimentare. Tuttavia la loro presenza non è omogenea sul territorio nazionale. Nei capoluoghi meridionali sono spesso meno diffusi.

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Giardini, cortili e spazi verdi nella disponibilità delle scuole costituiscono un patrimonio da non sottovalutare. Non si tratta di una questione meramente estetica.

I giardini scolastici possono infatti essere utilizzati per molteplici scopi: da occasione per momenti dedicati al gioco e allo sport a vere e proprie attività didattiche. Legate ad esempio all’apprendimento dell’educazione ambientale e di quella alimentare.

Già prima dell’emergenza la letteratura internazionale aveva individuato nel “verde scolastico” una fonte quasi inesauribile di opportunità educative.

Il verde, progettato e realizzato in continuità o facilmente accessibile dagli spazi della didattica quotidiana, può assumere valore anche per l’educazione ambientale e alimentare dei giovani.

Si tratta di un’opportunità ancora più preziosa nel contesto della crisi pandemica, come sottolineato in analisi e riflessioni più recenti (Wwf, 2020). A maggior ragione se si inserisce nello sviluppo dell’educazione civica, dopo che la legge 92/2019 ne ha reintrodotto l’insegnamento obbligatorio, con voto e per tutti i gradi di istruzione.

Dal punto di vista dei contenuti, la scelta è stata quella di concentrare gli studi civici su 3 assi principali: costituzione e leggi, cittadinanza digitale, sviluppo sostenibile e agenda 2030. Quest’ultimo aspetto prevede una formazione incentrata su educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio e del territorio, salute e tutela dei beni comuni.

Aspetti su cui la presenza dei giardini scolastici – se ben sfruttata – può giocare un ruolo importante. Per rendere lo studio dell’ambiente e il suo rispetto una pratica concreta, e non solo parte di una spiegazione tra le mura scolastiche.

In quali città ci sono più giardini scolastici per minore

Se si considerano i capoluoghi di provincia, gli unici comuni per cui abbiamo a disposizione dati strutturati, in media in Italia nel 2019 ci sono 7,5 metri quadri di giardini scolastici per ciascun minore di 18 anni residente. Un dato che è possibile ricostruire incrociando i dati ambientali sui capoluoghi rilasciati annualmente dall’istituto di statistica con quelli – sempre di Istat – sui residenti per età.

Nelle città del nord-est i giardini scolastici per minore sono circa 2 volte quelli presenti nel sud.

Questa quota è fortemente variabile tra le diverse aree del paese. Le città del nord-est ad esempio superano i 10 metri quadri per minore, quel del nord-ovest raggiungono gli 8,7. I capoluoghi dell’Italia centrale e delle isole si attestano su cifre inferiori, con rispettivamente 6,7 e 6,1 metri quadri per minore. Nelle città del sud il rapporto è inferiore a 5, essendo pari a 4,9 metri quadri per minore. Tuttavia, la carenza di giardini scolastici non è una questione solo nel mezzogiorno. Dal confronto regionale emerge infatti come anche territori settentrionali (ad esempio le città liguri) si trovino molto al di sotto della media nazionale. Insieme alla Liguria, hanno meno di 5 metri quadri per minore – anche i capoluoghi, in media – di Calabria, Puglia e Lazio.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)

Se si confrontano le singole città emergono ulteriori elementi di interesse. Le città con più giardini scolastici per minore sono Lodi, Carbonia, Mantova, Nuoro, Como, Biella, Belluno, Verbania, Campobasso, Ferrara e Reggio Emilia. In tutti questi comuni sono oltre 15 i metri quadri di giardini scolastici per residente. Un dato che supera i 20 metri quadrati in 2 di queste città, Lodi e Carbonia.

Il dato calcola il rapporto tra i giardini scolastici (in mq) presenti nel comune capoluogo e i residenti con meno di 18 anni del comune stesso.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)

Sono 51 su 109 i capoluoghi con un rapporto tra giardini scolastici e minori residenti inferiore alla media nazionale. In particolare non raggiungono i 2 metri quadri per minore 7 città: Brindisi, Reggio Calabria, Imperia, Genova, Trani, Trapani e Messina. Con una tendenza che - nel 2019 - vede una minore diffusione soprattutto nelle città del sud e in quelle liguri.

Oltre il 38% dei capoluoghi del sud ha meno di 3 mq di giardini scolastici per minore.

Del resto, se in media in Italia il 12,8% dei capoluoghi non raggiunge un rapporto di 3 metri quadri per bambino o ragazzo residente, la quota raggiunge il 14,3% nelle isole e il 38,5% nel sud. Significa che quasi 4 città del sud su 10 dispongono di meno di 3 metri quadri di giardini scolastici per minore residente.

In altri termini, nell'Italia meridionale e continentale si trovano il 23,9% dei capoluoghi italiani ma oltre il 70% di quelli che hanno meno giardini scolastici.

14 i capoluoghi con meno di 3 metri quadri per minore. Di questi, 12 si trovano nel mezzogiorno.

Viceversa, delle 11 città che superano i 15 metri quadri per minore, 5 si trovano nel nord-ovest, 3 nel nord-est, 2 nelle isole e una nel sud. Si tratta di Campobasso, che si attesta sui 15,54 metri quadri di giardini scolastici per ciascun residente tra 0 e 17 anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sul verde urbano sono di fonte Istat.

Foto: Flickr mbeo - Licenza

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Nella pandemia si conferma il legame tra povertà e bassa istruzione https://www.openpolis.it/nella-pandemia-si-conferma-il-legame-tra-poverta-e-bassa-istruzione/ Tue, 29 Jun 2021 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=147006 Nel 2020 si è consolidato il legame tra difficoltà economiche e bassi livelli di istruzione. Oltre una famiglia su 10 si trova in povertà assoluta quando la persona di riferimento non ha il diploma.

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Ancora oggi, resiste un legame molto profondo tra povertà, disuguaglianze sociali e disparità di accesso all’istruzione. Nascere in una famiglia con meno risorse, sia economiche che culturali, significa spesso non avere a disposizione le stesse opportunità educative e sociali degli altri ragazzi.

Offerta educativa di qualità per tutti è la chiave del contrasto alla povertà minorile.

Un legame che per certi versi nelle società odierne rischia di essere ancora più solido, dato che il bagaglio di competenze e conoscenze richieste è sempre più elevato. Ciò è vero a maggior ragione in un paese come il nostro, in cui il percorso scolastico dei figli resta ancora molto legato alla famiglia d’origine. La conseguenza è che i divari di partenza si ereditano di generazione in generazione: esattamente il meccanismo per cui tanti bambini e ragazzi finiscono nella trappola della povertà educativa. Soprattutto se non si dispiega completamente il ruolo della scuola e della comunità educante per riequilibrare tale situazione.

L’impatto della pandemia sul rapporto povertà-istruzione

L’aggiornamento da parte di Istat dei dati sulla povertà in Italia, quest’anno, era importante da monitorare anche per questo motivo.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, le conseguenze economiche della pandemia sono state enormi per i minori e per le loro famiglie. I dati definitivi, di recente pubblicazione, lo confermano pienamente. La quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta è cresciuta fino al 13,5%, il dato più elevato dal 2005 – anno di inizio della serie storica.

Una persona si trova in povertà assoluta quando vive in una famiglia che non può permettersi l’insieme dei beni e servizi che, nel contesto italiano, sono considerati essenziali per mantenere uno standard di vita minimamente accettabile.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 16 Giugno 2021)


La crisi acuisce la povertà tra i meno istruiti.

Accanto a questo elemento, già preoccupante perché conferma che da un decennio bambini e ragazzi sono la fascia d'età più spesso in povertà assoluta, ne emerge un altro molto critico.

La crisi economica seguita all'emergenza Covid ha avuto gli effetti più negativi proprio sulla parte di popolazione meno istruita. Nell'anno precedente alla pandemia era già evidente che le famiglie senza diplomati fossero più in difficoltà. Già nel 2019 infatti oltre l'8% dei nuclei familiari in cui la persona di riferimento aveva solo la licenza media si trovavano in povertà assoluta. Ciò a fronte del 3,4% tra diplomati e laureati.

La persona di riferimento del nucleo familiare è l’intestatario della scheda di famiglia all’anagrafe.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 16 Giugno 2021)

Se si escludono i nuclei con al massimo la licenza elementare (questi ultimi prevalentemente formati da persone in pensione), la crescita rilevata è stata statisticamente significativa in tutte le famiglie. Sia tra quelle dove la persona di riferimento ha il diploma che tra quelle in cui non ce l'ha.

+2,3 la crescita, in punti percentuali, dell'incidenza di povertà assoluta nelle famiglie in cui la persona di riferimento ha la licenza media.

Con una differenza: se la persona di riferimento ha il diploma o la laurea, l'incremento (1 punto percentuale) porta la famiglia in povertà nel 4,4% dei casi. Un dato comunque elevato, che indica come la povertà abbia colpito tutti i nuclei. Tuttavia, tra quelli con persona di riferimento con licenza media, la quota sfiora l'11%, con una crescita di oltre 2 punti percentuali.

Istruzione e livelli occupazionali migliori proteggono le famiglie dalla povertà. La diffusione della povertà diminuisce al crescere del titolo di studio.


Legame a doppio senso tra povertà e istruzione.

Come purtroppo prevedibile, la pandemia ha confermato una tendenza già in atto da alcuni anni. Configurandosi, anche in questo ambito, come un acceleratore di processi in corso, piuttosto che come vero e proprio spartiacque. Bassa istruzione e povertà si influenzano a vicenda: chi nasce in un nucleo più povero avrà a disposizione meno opportunità, anche educative. E a sua volta, da adulto, avrà più difficoltà ad ottenere lavori stabili e ben retribuiti e sarà più a rischio di esclusione sociale.

Per questa ragione, appare particolarmente prezioso il lavoro portato avanti dall'istituto di statistica con il censimento permanente, per monitorare nel tempo - comune per comune - il livello di istruzione della popolazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat (censimento permanente)
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Dicembre 2020)

Se si confronta, per le città maggiori, la percentuale di residenti con al massimo la licenza media con la quota di famiglie in potenziale disagio economico, emergono alcuni dati interessanti. Napoli, Catania e Palermo, dove la quota di famiglie in potenziale disagio è nettamente più elevata, sono anche quelle con più persone che hanno al massimo la licenza media.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 15 Dicembre 2020)

Viceversa, nel quadrante opposto del grafico, spiccano le città con quota di famiglie in disagio e residenti non diplomati più contenute. Tra queste, ad esempio, Milano e Bologna.

Indagare questa relazione, e la sua evoluzione nel tempo, è cruciale. L'aggiornamento dei dati sull'istruzione attraverso il censimento permanente va esattamente in questa direzione. Per rendere possibile un monitoraggio costante su questi temi, sarà fondamentale l'aggiornamento - nei prossimi mesi - anche dei dati sulla condizione delle famiglie, oggi purtroppo risalenti all'ultimo censimento del 2011.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sul livello di istruzione è il censimento permanente di Istat.

Foto credit: Annie Spratt (Unsplash) - Licenza

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In Italia il titolo di studio dei figli dipende troppo spesso da quello dei genitori https://www.openpolis.it/in-italia-il-titolo-di-studio-dei-figli-dipende-troppo-spesso-da-quello-dei-genitori/ Tue, 16 Mar 2021 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=126001 La scarsa mobilità sociale italiana ha radici nelle disuguaglianze dei percorsi educativi. Un aspetto già messo in luce in passato, oggi confermato da nuovi dati analizzati dai ricercatori dell'istituto nazionale per l'analisi delle politiche pubbliche.

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Tra i paesi europei, è stato spesso sottolineato come il nostro si caratterizzi per una bassa mobilità intergenerazionale. Il primo aspetto che viene in mente è quello economico e sociale, ovvero la concreta possibilità dei figli di migliorare la propria condizione rispetto a quella della famiglia d’origine.

Ma quando si parla di “ascensore sociale bloccato” riferendosi ai redditi o alla condizione sociale, spesso si sottovaluta il ruolo giocato dall’istruzione. Un aspetto che abbiamo avuto modo di approfondire nel report “Scelte compromesse“: sono molti i dati che mostrano un legame quasi ereditario tra il titolo di studio dei genitori e quello dei figli.

Un nuovo studio dei ricercatori di Inapp, l’ente pubblico che si occupa nel nostro paese di analisi delle politiche pubbliche, porta nuove evidenze a sostegno di questa tendenza. Tra i figli di genitori con la laurea, il 75% ha la probabilità di laurearsi a sua volta. Dato che scende al 48% tra chi ha alle spalle una famiglia dove il titolo di studio massimo è il diploma e al 12% se i genitori hanno la licenza media.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Brunetti I. (2020), Istruzione e mobilità intergenerazionale: un’analisi dei dati italiani, Sinappsi (rivista scientifica Inapp)
(ultimo aggiornamento: giovedì 4 Marzo 2021)

Si tratta di un fenomeno che ha radici anche economiche. Garantire un percorso educativo di lunga durata per le famiglie più in difficoltà rappresenta un costo sia diretto (il mantenimento negli studi) che indiretto (il mancato accesso in giovane età al mercato del lavoro). Questo del resto sembrano suggerire anche i dati sulla condizione sociale dei diplomati: la strada scelta dopo le scuole medie tende a riprodurre la condizione sociale della famiglia d'origine. Solo il 16,6% dei diplomati nei licei è figlio di un lavoratore esecutivo, percentuale che supera il 35% nei professionali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Almadiploma
(ultimo aggiornamento: lunedì 30 Settembre 2019)

 

Ma sono anche motivi culturali a minare il percorso di istruzione di chi viene da una famiglia più povera, come messo bene in evidenza nell'analisi dell'istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche.

Le famiglie poco istruite possono essere portate a ridurre l’investimento in capitale umano dei propri figli non solo per ragioni economiche, ma anche per ragioni culturali. Come evidenziato da Checchi et al. (1999), l’ammontare di investimento che i genitori decidono di effettuare dipende dalle aspettative che i primi hanno riguardo le capacità dei propri figli, aspettative comunque condizionate dalla loro esperienza. Un genitore poco istruito sarà di conseguenza meno propenso a investire nell’istruzione del proprio figlio/a ritenendolo simile a se stesso. Tutto ciò contribuisce a ridurre la probabilità che il/la figlio/a raggiunga una posizione/classe sociale superiore rispetto a quella del genitore.

La conseguenza è che i figli dei meno istruiti hanno percorsi di istruzione più brevi e una maggiore tendenza all'abbandono precoce. Una conferma, per quanto indiretta, si ricava analizzando i dati a livello territoriale. Le province con meno adulti diplomati e quelle con il più elevato tasso di abbandono in molti casi coincidono.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat e Svimez
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Settembre 2018)

Le 15 province con meno adulti diplomati e laureati sono tutte del mezzogiorno, e in 11 casi rientrano anche tra le prime province per quota di abbandoni. Nello specifico si tratta di cinque province siciliane (Caltanissetta, Ragusa, Trapani, Enna e Catania), 4 pugliesi (Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Foggia e Taranto), 3 sarde (Sud Sardegna, Nuoro e Oristano); 2 calabresi (Crotone e Vibo Valentia) e una campana (Napoli). Di queste 15 province, Catania e Vibo Valentia sono le uniche dove oltre la metà degli adulti sono diplomati (circa il 51% dei residenti tra 25 e 64 anni). Le altre oscillano dal 43% di Barletta-Andria-Trani al 49,5% di Taranto.

Una relazione che sembra in parte emergere anche a livello comunale, confrontando la mappa dei comuni per percentuale di adulti diplomati con la stessa mappa per quota di giovani fuori da percorsi di istruzione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)

Questi dati indicano un rischio ereditarietà che non riguarda solo la sfera dell'istruzione. Un basso titolo di studio, in un mondo che richiede competenze sempre più elevate, significa meno opportunità lavorative, redditi più bassi, rischio di esclusione sociale.

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Foto credit: Picsea (unsplash) - Licenza

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