I servizi per i minori nelle aree montane Povertà educativa

Le aree montane rappresentano oltre un terzo del territorio nazionale. Realtà con caratteristiche peculiari, che non devono essere trascurate nella programmazione dei servizi per l’infanzia.

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I servizi per i minori, a partire da quelli per la prima infanzia, devono essere diffusi sul territorio per risultare davvero accessibili. Ciò vale per le periferie urbane delle grandi città, come nel caso di Roma. Ma la loro presenza è importante anche in realtà meno popolate, come le aree montane. Un aspetto spesso sottovalutato è quello della condizione dei minori in questi territori e i servizi loro dedicati.

La necessità di servizi diffusi in un territorio disomogeneo

L’Italia è un paese molto differenziato al suo interno. Non solo dal punto di vista sociale e culturale, ma anche rispetto alla conformazione territoriale. Anche se circa la metà della popolazione italiana abita in pianura, questa copre appena il 23,2% della superficie totale. Buona parte del territorio (41,6%) è classificato come collinare, in base alla ripartizione per zone altimetriche operata da Istat. In questo quadro, le aree montane rappresentano oltre un terzo del territorio nazionale.

35,2% della superficie nazionale è territorio montano.

Nei comuni di montagna abita circa il 12% dei residenti in Italia di tutte le età e attorno all’11% dei minori di 18 anni. Se si conta solo la montagna interna, ovvero i territori montani dell’entroterra, ci vive circa una persona ogni 10. Quota che in rapporto ai soli minori è sensibilmente inferiore (9,3%).

Ciò non deve far pensare che in queste zone la presenza di servizi rivolti ai bambini e ai ragazzi sia una questione marginale.

Nei comuni montani, la carenza di servizi peggiora la qualità della vita e disincentiva ad abitare.

Nel valutare l’offerta di servizi per i minori, uno degli aspetti chiave è la distribuzione sul territorio. Spesso nelle aree montane organizzare la presenza di strutture, risorse e personale è più difficile, sia a causa della conformazione territoriale, sia per la minore densità abitativa. È la strategia nazionale delle aree interne a sottolineare come questo provochi almeno due conseguenze negative. Da un lato ovviamente riduce il benessere di chi già ci vive. Dall’altro, è un incentivo allo spopolamento di queste zone. Ciò è vero a maggior ragione per i giovani e le famiglie con figli.

Perciò a fronte della disomogeneità del territorio italiano, è necessario monitorare la presenza dei minori nelle diverse aree montane del paese, e quanto sia diffusa l’offerta di servizi loro rivolti.

Bambini e adolescenti nelle aree montane

Abbiamo visto come in media, a livello nazionale, la quota di bambini che abitano in montagna si attesti attorno al 10%. Tale cifra che varia molto da regione a regione. Sono ovviamente le regioni maggiormente attraversate dalle Alpi e dagli Appennini quelle dove la percentuale di minori residenti in aree montane è più alta.

Dopo Trentino Alto Adige e in Valle d'Aosta, dove il 100% dei minori (e della popolazione) risiede in aree di montagna interna, a seguire spiccano Molise, Basilicata e Abruzzo. In Liguria sommando i comuni di montagna interna e quelli di montagna litoranea, notiamo come circa la metà dei bambini e degli adolescenti risieda in aree montane.

Questi dati segnalano unicamente quali sono le regioni dove più minori vivono in montagna. Non ci dicono ancora nulla sulla condizione economica e sociale delle diverse aree montane, regione per regione. Ricostruire questo tipo di informazioni non è semplice, con i dati a disposizione. Qualche indicazione interessante però la possiamo desumere incrociando i dati sui redditi con quelli sulla zona altimetrica del comune. Basandoci sul reddito medio comunale registrato nelle dichiarazioni del 2015, possiamo identificare i comuni in base alla categoria di reddito. Il 25% dei comuni italiani con il reddito medio più alto (primo quartile) è stato classificato come comuni reddito "medio-alto". Al contrario, il 25% dei comuni italiani con il reddito medio più basso (ultimo quartile) è stato classificato come comuni a reddito "medio-basso".

Ovviamente si tratta di una semplificazione che non ci consente di fare valutazioni sulla effettiva condizione economica di ciascuna zona (ad esempio non tiene conto di altri parametri come il costo della vita). Però ci permette di confrontare, per ciascuna regione, la quota di comuni montani nella fascia di reddito basso rispetto al totale dei comuni. In modo approssimativo può aiutarci a capire se e quanto sono profonde le differenze tra le aree montane rispetto al resto del territorio regionale.

Nelle regioni dove tutti i comuni sono montani, come Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, ovviamente non c'è differenza tra le due linee, quella blu (che rappresenta la percentuale di comuni nell'ultimo quartile di reddito) e quella rossa (che indica la stessa percentuale tra i soli comuni di montagna).

Al netto di questa precisazione, è interessante notare due cose. In primo luogo, come era ragionevole attendersi, i comuni del mezzogiorno hanno un reddito medio più basso, soprattutto nelle aree montane ma anche sull'intero territorio regionale. Allo stesso tempo si nota come la linea blu sia generalmente più lunga della linea rossa. Ciò segnala che la percentuale di comuni dove il reddito medio è inferiore è più alta nelle aree montane. Le differenze più marcate si notano in Puglia, Campania e Sardegna. In queste regioni la quota di comuni montani nell'ultimo quartile di reddito sopravanza di oltre 20 punti percentuali il dato regionale. Distanze significative tra comuni montani e il resto della regione si notano anche nelle regioni centrosettentrionali: 12 punti nelle Marche, 7 in Friuli Venezia Giulia, 6,5 in Piemonte. In Valle d'Aosta nessun comune montano (cioè nessun comune della regione) si colloca nell'ultimo quartile di reddito.

Alla luce di questi dati, in alcuni territori della montagna, la presenza di servizi per i minori può essere decisiva. Da un lato, per venire incontro alle possibili difficoltà (logistiche, economiche o sociali) delle famiglie con figli già residenti. Dall'altro, perché l'assenza di questi servizi nelle aree montane si trasforma in un incentivo allo spopolamento, scoraggiando la presenza di famiglie giovani.

I servizi per l'infanzia nei territori di montagna

Per le ragioni appena esposte, diventa cruciale monitorare in primo luogo i servizi per l'infanzia, a partire dagli asili nido. Per una famiglia giovane, infatti, si tratta del primo servizio socio-educativo a cui può avere accesso. La diffusione sul territorio può fare la differenza, riducendo l'isolamento delle aree montane rispetto al resto del paese.

Inoltre, nel verificare la presenza dei servizi rivolti alla prima infanzia, possiamo avvalerci di un indicatore codificato a livello europeo, che ci aiuta nella comparazione.

Nel 2002 il consiglio europeo ha stabilito che gli stati membri devono impegnarsi ad offrire i servizi prima infanzia ad almeno il 33% di bambini sotto i 3 anni. Vai a "Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido"

Una premessa aiuta a contestualizzare i dati: in alcuni casi anche capoluoghi e città di medie dimensioni possono essere conteggiate tra i comuni montani, un esempio su tutti è Aosta. Come già osservato, capoluoghi e città maggiori tendono ad avere una copertura più alta in termini di servizi prima infanzia, e ciò contribuisce a trainare anche il dato della provincia circostante.

Le aree montane più servite sono soprattutto quelle che si trovano nelle province del centro-nord. Una tendenza del tutto in linea rispetto a quanto già rilevato per tutti i comuni italiani. Nell'Italia settentrionale, spiccano le aree montane comprese nelle province di Udine (35%) e Biella (45%). Senza ovviamente contare quelle in Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, dove tutti i comuni sono classificati come montagna interna.

In Emilia Romagna si attestano su quota 30% le aree montane delle province di Modena e Reggio Emilia. In Toscana e Umbria i territori montani delle province di Prato, Siena e Perugia superano tutti il 33% di posti rispetto ai bambini residenti. Più a sud, si segnalano per un livello di copertura discreto - attorno al 25-26% - le aree montane del Molise e quelle della provincia di Agrigento. Esclusi questi e pochi altri casi, gran parte dei comuni del mezzogiorno classificati come montagna interna e litoranea presentano un basso livello di copertura.

Il dato di fondo resta lo stesso anche se prendiamo in esame l'altro criterio per definire se un comune è montano (il grado di montanità). Questa classificazione è diversa dalla precedente, e divide i comuni in solo tre categorie: totalmente montani, parzialmente montani, non montani. In questo caso il criterio per distinguerli non è solo l'altimetria, ma anche la redditività dei terreni. Applicando questa metodologia, aumenta il numero dei comuni che consideriamo montani ma il risultato non cambia. Le aree "totalmente montane" più servite dagli asili nido si trovano ancora nelle province del centro-nord: Prato, Aosta, Biella, Perugia, Udine. Con poche eccezioni, come i comuni classificati come totalmente montani della provincia di Ragusa.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

Mettiamo a disposizione in formato aperto, regione per regione, i dati utilizzati nell'articolo. Come openpolis li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi a livello comunale. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.  La fonte dei dati sugli asili nido e servizi per la prima infanzia a livello comunale è il datawarehouse Istat. L'istituto di statistica li rileva annualmente attraverso questionari, in collaborazione con il ministero dell'economia, regioni e province autonome.

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