governo Berlusconi IV Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/chi/governo-berlusconi-iv/ Thu, 18 Jul 2024 08:48:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 I voti di fiducia del governo Meloni https://www.openpolis.it/i-voti-di-fiducia-del-governo-meloni/ Thu, 18 Jul 2024 08:13:19 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293499 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il governo Meloni è primo per rapporto tra questioni di fiducia e […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il governo Meloni è primo per rapporto tra questioni di fiducia e leggi approvate“.

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le questioni di fiducia su disegni di legge poste dal governo Meloni dal suo insediamento. Nelle ultime settimane il governo Meloni è tornato a fare ampio uso dei voti di fiducia. Lo ha fatto in particolare per velocizzare l’iter di conversione dei decreti legge in tema di sport e scuola, politiche di coesione e agricoltura. In termini assoluti, tra i governi delle ultime legislature, solo l’esecutivo guidato da Matteo Renzi ha fatto un ricorso maggiore allo strumento (68). Quest’ultimo però è rimasto in carica per quasi 3 anni, mentre l’attuale per meno di 2. Al terzo posto poi troviamo il governo Draghi che ha fatto ricorso alla fiducia in 55 occasioni durante i 20 mesi in cui è rimasto in carica. Vai all’articolo.

2,64

i voti di fiducia svolti di media al mese con il governo Meloni. Si tratta del terzo valore più alto considerando gli esecutivi delle ultime 4 legislature. Riportano un valore più alto sia il governo Monti (2,79) che quello guidato da Mario Draghi (2,68). Da notare però che in questo caso parliamo di due governi di grande coalizione. Esecutivi nati cioè per affrontare due momenti molto difficili nella storia del nostro paese e non solo. Vale a dire rispettivamente la crisi economico-finanziaria post 2008 e quella sanitaria dovuta al Covid-19. Vai all’articolo.

44,96%

il rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate durante il governo Meloni. Si tratta del valore più alto considerando le ultime 4 legislature. Al secondo posto troviamo in questo caso il governo Monti (42,5%) seguito dagli esecutivi Conte II (39,4%) e Draghi (37,4%). Vai al grafico.

95%

i voti di fiducia su Ddl di conversione di decreti legge. Le uniche eccezioni sono rappresentate dalle leggi di bilancio per il 2023 (fiducia in entrambe le camere) e per il 2024 (fiducia solo al senato). I decreti legge devono essere convertiti dal parlamento entro 60 giorni a pena di decadenza. Ricorrere alla fiducia è quindi un modo per cercare di velocizzare il dibattito in aula. Ecco quindi che quando i decreti da convertire si accumulano il governo è “costretto” a porre la questione di fiducia. Attualmente sono 8 i Dl che le camere devono ancora convertire. Vai all’articolo.

21

i disegni di legge su cui il governo Meloni ha posto la fiducia in entrambe le camere. Solo il governo Renzi fa registrare un dato lievemente superiore (22). Anche in questo caso quindi è molto probabile che l’esecutivo Meloni giungerà presto al primo posto. Dopo i governi Renzi e Meloni troviamo poi gli esecutivi Draghi (19) e Conte II (15). Se l’esecutivo arriva a porre la fiducia in entrambe le camere la limitazione delle prerogative dei parlamentari è massima. Quando ciò accade in maniera eccessivamente frequente ci troviamo di fronte a un elemento critico che vale la pena monitorare. Tra i provvedimenti più recenti approvati attraverso una doppia fiducia troviamo i Ddl di conversione di 4 decreti legge particolarmente rilevanti. Si tratta dei Dl Pnrr quater, superbonus, coesione e agricoltura. Vai al grafico.

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Il governo Meloni è primo per rapporto tra questioni di fiducia e leggi approvate https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-e-primo-per-rapporto-tra-questioni-di-fiducia-e-leggi-approvate/ Wed, 17 Jul 2024 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=293264 Si conferma la tendenza a fare un massiccio uso della fiducia, specie per la conversione dei decreti legge. In prospettiva, l’attuale esecutivo può diventare quello che ha fatto maggior ricorso allo strumento tra i governi degli ultimi anni.

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Nelle ultime settimane il governo Meloni è tornato a fare ampio uso della questione di fiducia. Lo ha fatto in particolare per velocizzare l’iter di conversione dei decreti legge in tema di sport e scuola, politiche di coesione e agricoltura. Per questi due ultimi casi peraltro la fiducia è stata posta sia alla camera che al senato. Non è da escludere che ciò possa avvenire anche per il terzo.

Complessivamente sta diventando molto consistente il numero di voti di fiducia fatti registrare dall’attuale esecutivo. In termini assoluti, tra i governi delle ultime legislature, infatti solo quello guidato da Matteo Renzi ha fatto un ricorso maggiore allo strumento.

58 le questioni di fiducia su disegni di legge poste dal governo Meloni dal suo insediamento.

Le motivazioni che spingono un governo a porre la fiducia su un disegno di legge possono essere molteplici. Da un lato può esserci la volontà di evitare che deputati e senatori possano modificare in maniera sostanziale un provvedimento ritenuto particolarmente importante dall’esecutivo. Oppure può esserci la necessità di velocizzare i tempi dell’iter di approvazione. È il caso ad esempio dei decreti legge che devono essere convertiti dalle camere entro 60 giorni dalla loro pubblicazione in gazzetta ufficiale.

Se l’esecutivo arriva a porre la fiducia in entrambe le camere la limitazione delle prerogative dei parlamentari è massima. Quando ciò accade in maniera eccessivamente frequente ci troviamo di fronte a un elemento critico che vale la pena monitorare. L’attuale esecutivo infatti si avvia a diventare quello che ha fatto il ricorso più massiccio alla fiducia sotto diversi punti di vista.

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Questioni di fiducia, i numeri del governo Meloni

Se si considera il numero assoluto di questioni di fiducia poste dai diversi esecutivi che si sono succeduti nelle ultime 4 legislature, possiamo osservare che il governo Meloni si colloca al secondo posto con 58. Solo la compagine guidata da Matteo Renzi riporta un dato più alto (68). Bisogna però considerare che questo esecutivo è rimasto in carica per quasi 3 anni mentre l’attuale si trova a palazzo Chigi da meno di 2. Al terzo posto poi troviamo il governo Draghi che ha fatto ricorso alla fiducia in 55 occasioni durante i 20 mesi in cui è rimasto in carica.

Considerando invece il dato relativo al numero medio di voti di fiducia al mese, in modo da poter fare un confronto omogeneo tra esecutivi che hanno avuto diversa durata, possiamo notare che quello di Meloni scende al terzo posto (2,64 voti di fiducia di media al mese). Riportano un valore più alto infatti sia il governo Monti (2,79) che quello guidato da Mario Draghi (2,68). Da notare però che in questo caso parliamo di due governi di grande coalizione. Esecutivi nati cioè per affrontare due momenti molto difficili nella storia del nostro paese e non solo. Vale a dire rispettivamente la crisi economico-finanziaria post 2008 e quella sanitaria dovuta al Covid-19.

In questi casi dunque il ricorso alla fiducia poteva anche essere in parte motivato dalla necessità di tenere unite le maggioranze eterogenee che sostenevano i due esecutivi in questione. Dinamica che invece non vale per il governo attualmente in carica.

Il governo Meloni è primo per rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate.

Un altro elemento molto interessante da questo punto di vista riguarda il fatto che il governo Meloni sale al primo posto se si considera il rapporto percentuale tra voti di fiducia e disegni di legge approvati. Durante il mandato dell’attuale esecutivo infatti sono entrate in vigore 129 norme, per un rapporto fiducie/leggi pari al 45% circa. Al secondo posto troviamo in questo caso il governo Monti (42,5%) seguito dagli esecutivi Conte II (39,4%) e Draghi (37,4%).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 17 Luglio 2024)

In base a questi dati e considerando che non sembrano esserci all’orizzonte possibili crisi di governo (ma sappiamo che questa situazione può cambiare rapidamente) non è improbabile che l’attuale esecutivo possa diventare, in prospettiva, quello che avrà fatto il ricorso più ampio alla questione di fiducia tra quelli presi in esame.

I provvedimenti approvati con doppia fiducia

Come già accennato nell’introduzione, il ricorso alla questione di fiducia rappresenta un modo per blindare un provvedimento in discussione e velocizzarne l’approvazione. Tale strumento però rappresenta di fatto una limitazione delle prerogative di deputati e senatori. Per questo dovrebbe essere utilizzato con grande attenzione e parsimonia.

I voti di fiducia nascevano per ricompattare la maggioranza in situazioni eccezionali ma sono diventati sempre più frequenti.
Vai a “Che cosa sono i voti di fiducia”

Tenendo presente quanto visto finora è quindi molto interessante osservare come il governo Meloni si caratterizzi anche per un alto numero di provvedimenti approvati ponendo la fiducia in entrambi i rami del parlamento. Parliamo di ben 21 disegni di legge. Solo il governo Renzi fa registrare un dato lievemente superiore (22) ma questo esecutivo è rimasto in carica molto più dell’attuale. Anche in questo caso quindi è molto probabile che il governo Meloni diventerà presto l’esecutivo con il maggior numero di provvedimenti approvati con doppia fiducia tra quelli degli ultimi anni.

Dopo i governi Renzi e Meloni troviamo poi gli esecutivi Draghi (19) e Conte II (15). Da notare come questi ultimi due siano quelli chiamati ad affrontare le fasi più complesse della pandemia. Nonostante ciò fanno comunque registrare un dato comunque inferiore rispetto all’attuale esecutivo avendo peraltro una durata abbastanza simile (anche se per entrambi inferiore).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: venerdì 12 Luglio 2024)

Tra i provvedimenti più recenti approvati attraverso una doppia fiducia troviamo i Ddl di conversione di 4 decreti legge particolarmente rilevanti. Si tratta del Dl Pnrr quater, del decreto superbonus e dei già citati Dl coesione e agricoltura.

Altri provvedimenti particolarmente rilevanti approvati attraverso un doppio ricorso alla fiducia sono la legge di bilancio per il 2023, il decreto aiuti quater, il decreto Caivano, il decreto sud, il Dl immigrazione e sicurezza e il decreto milleproroghe 2024.

Foto: GovernoLicenza

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Di cosa si occupano le leggi di iniziativa parlamentare https://www.openpolis.it/di-cosa-si-occupano-le-leggi-di-iniziativa-parlamentare/ Thu, 28 Dec 2023 06:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=279144 Ci troviamo ormai in una dinamica consolidata nel tempo per cui la stragrande maggioranza delle leggi approvate è di iniziativa governativa. Un altro sintomo del ruolo sempre più marginale delle camere nella produzione normativa.

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In questi giorni il parlamento sta discutendo il disegno di legge di bilancio per il 2024. Da quello che emerge dai resoconti delle sedute e dalle ricostruzioni stampa, i margini di intervento per deputati e senatori sembrerebbero non essere mai stati così limitati. Un ennesimo segnale di come ormai il parlamento sempre più spesso sia costretto, suo malgrado, a ratificare ciò che viene deciso a palazzo Chigi.

Una dinamica in corso da tempo che si può osservare molto facilmente se si analizza il rapporto tra le leggi proposte dall’esecutivo e quelle di iniziativa parlamentare entrate in vigore negli ultimi anni. In generale, la sproporzione ricade nettamente a favore degli esecutivi e la legislatura attualmente in corso non fa eccezione.

25,3% le leggi di iniziativa parlamentare entrate in vigore nel corso della XIX legislatura. 

Certo, l’aspetto quantitativo non è tutto. Per questo può essere interessante analizzare quali siano le leggi approvate su iniziativa del parlamento. Nel caso della legislatura attualmente in corso ad esempio, le norme di iniziativa parlamentare riguardano, salvo pochissime eccezioni, aspetti di secondo piano per la vita del paese o comunque non divisive.

Il peso dell’iniziativa parlamentare nella produzione legislativa

Come noto, è il parlamento ad approvare i testi finali ma ci sono anche altri soggetti che hanno la facoltà di presentare dei disegni di legge (Ddl). Da questo punto di vista, la capacità dei governi di far approvare i propri Ddl fa sì che questi diventino predominanti rispetto alla discussione delle proposte presentate da deputati e senatori, dai consigli regionali e dai cittadini.

La motivazione di questa dinamica è da ricercare nello stretto rapporto di co-dipendenza che lega gli esecutivi alle maggioranze che li sostengono in parlamento. Se durante la prima repubblica tale rapporto era più sbilanciato a favore delle camere, con i governi che avevano tendenzialmente una vita breve ma con le maggioranze che rimanevano sostanzialmente immutate, adesso tale prospettiva si è completamente ribaltata. È il governo infatti a tenere il pallino in mano. Di conseguenza le misure di iniziativa governativa, necessarie per dare attuazione al programma, assumono la priorità nella definizione dell’agenda dei lavori delle camere. A ciò si aggiunga, come abbiamo raccontato spesso, il progressivo incremento del ricorso ai decreti legge da parte dei governi al fine di velocizzare le procedure ed evitare troppe modifiche alle misure tramite la presentazione di emendamenti. Ciò impone alle aule di discutere prima questi provvedimenti rispetto alle altre proposte.


I decreti legge decadono se non vengono convertiti dal parlamento entro 60 giorni.


Vai a
“Che cosa sono i decreti legge”

Queste due dinamiche contribuiscono in maniera determinante alla cospicua sproporzione registrata negli ultimi anni tra le leggi di matrice governativa e quelle presentate dagli altri soggetti.

Nell’attuale legislatura, ad esempio, sono entrate in vigore per il momento 79 leggi. Il 75% circa (pari a 59 Ddl) proviene da palazzo Chigi mentre quelle che vedono come primo firmatario un esponente della camera o del senato sono il 25% del totale. Si tratta di una sproporzione piuttosto marcata ma non la più sbilanciata in favore dell’esecutivo se si considerano le ultime 4 legislature. Anzi, il dato attualmente risulta essere superiore rispetto alla media (23,4%). Bisogna tenere presente però che stiamo parlando di un periodo di tempo ancora limitato (14 mesi). Il disavanzo a favore dell’esecutivo Meloni potrebbe quindi aumentare o diminuire nei prossimi mesi. Per questo è molto interessante continuare a monitorare queste dinamiche.

Il grafico mostra le leggi approvate, suddivise per iniziativa, in base al governo in carica nel momento dell’entrata in vigore della norma. In alcuni casi un esecutivo successivo può portare avanti anche disegni di legge che erano stati presentati dal predecessore e che non avevano concluso l’iter nel momento delle dimissioni di quest’ultimo o dello scioglimento delle camere.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Dicembre 2023)



Al primo posto da questo punto di vista troviamo il governo Letta con l’89% di leggi approvate di iniziativa dell’esecutivo a fronte dell’11% di iniziativa parlamentare. Seguono i due governi che hanno dovuto fronteggiare il Covid-19: Conte II (84,9% governativa, 15,1% parlamentare) e Draghi (80,3% governativa, 19,1% parlamentare).

Da notare che, quando presenti, le iniziative di soggetti diversi da governo e parlamento rappresentano una percentuale estremamente ridotta delle leggi entrate in vigore negli ultimi anni. Ciò sia per i requisiti richiesti per la presentazione di proposte (la raccolta di almeno 50mila firme nel caso dell’iniziativa popolare, la discussione e approvazione in assemblea nel caso dei consigli regionali) ma anche perché spesso queste proposte vengono associate ad altre di iniziativa parlamentare che trattano lo stesso tema, finendo così per essere assorbite.

Di cosa si occupano le leggi di iniziativa parlamentare

La preponderanza dell’azione legislativa del governo ha delle ripercussioni negative sulle prerogative delle camere. In primo luogo, il fatto che le iniziative dell’esecutivo assumano la priorità fa sì che in genere sia necessario molto più tempo per approvare quelle proposte da deputati e senatori.

137 i giorni necessari in media per un Ddl di iniziativa parlamentare per concludere l’iter legislativo nell’attuale legislatura. Fonte: senato.

Le iniziative governative invece hanno impiegato in media finora all’incirca la metà del tempo (72 giorni). Una dinamica dovuta al fatto che, fatta eccezione per la legge di bilancio per il 2023 e pochissimi altri casi, tutti i Ddl proposti dall’esecutivo Meloni sono stati conversioni di decreti legge. Le tempistiche in questi casi quindi sono estremamente contingentate (in media 41 giorni).

Una seconda e più rilevante conseguenza di questa dinamica è che l’esecutivo generalmente monopolizza le questioni più rilevanti. Mentre alle iniziative del parlamento sono lasciati generalmente aspetti di secondo piano o comunque politicamente non problematici. Un esempio da questo punto di vista è stata la recente vicenda della proposta sul salario minimo. Presentato dalle opposizioni e fortemente osteggiato dal centrodestra, questo Ddl è stato trasformato attraverso un emendamento della maggioranza in una legge delega. In questo modo sì è depotenziata la portata del provvedimento e assegnato all’esecutivo il compito di normare la materia. Tanto che gli esponenti che avevano presentato la proposta originaria hanno scelto polemicamente di ritirare la loro firma.

Le leggi di iniziativa parlamentare riguardano ambiti non strategici o comunque non divisivi.

Ci sono però alcune eccezioni. Ad esempio, la legge che introduce novità in materia di violenza di genere. Un tema che è stato al centro del dibattito a seguito degli ultimi tragici fatti di cronaca. Anche se c’è da dire che la legge entrata definitivamente in vigore lo scorso 8 settembre riguarda degli aspetti molto limitati. Nello specifico, si va a introdurre la possibilità di revocare un procedimento a un magistrato nel caso in cui questo non rispetti i termini riguardanti l’acquisizione delle informazioni dalle vittime di violenza domestica e di genere. 

Un altro tema affrontato dal parlamento nelle ultime settimane che ha assunto una discreta rilevanza è quello relativo alla ratifica della riforma del meccanismo europeo di stabilità. La discussione in questo caso però non ha portato all’approvazione di alcuna legge. La proposta infatti, presentata dal Partito democratico, è stata bocciata alla camera.

Più in generale, possiamo osservare che delle 20 leggi di iniziativa parlamentare approvate finora 9 sono ratifiche di trattati internazionali. Ci sono poi 3 leggi istitutive di altrettante commissioni d’inchiesta parlamentare (femminicidio, mafia e illeciti ambientali). A cui se ne aggiungono altre 7 di natura ordinaria. Tra queste ultime, le principali hanno riguardato la pirateria, l’introduzione del reato di omicidio nautico, la diagnosi di celiachia e diabete nei bambini.

Nella tabella è riportato esclusivamente il nome del primo firmatario della proposta di legge, così come risulta dalla banca dati del senato. In caso di proposte assorbite o approvate in testo unificato, come firmatario è stato indicato l’autore della proposta meno recente.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Dicembre 2023)


Da notare anche l’approvazione di una proposta di legge di iniziativa della presidente del consiglio Giorgia Meloni in qualità di deputata. Si tratta della norma relativa all’equo compenso delle prestazioni professionali. Entrata in vigore nell’aprile scorso, per molto tempo è stata l’unica legge di iniziativa parlamentare che non riguardasse ratifiche di trattati o l’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta. Ddl generalmente approvati con larghe maggioranze e senza grandi discussioni.

C’è infine una legge di revisione costituzionale con cui si è riconosciuto il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva.

Le tipologie di leggi di iniziativa parlamentare

I Ddl di iniziativa parlamentare dunque non solo sono approvati in misura nettamente inferiore rispetto alle proposte dell’esecutivo ma trattano generalmente anche temi non problematici. Da questo punto di vista anche la diversa tipologia di leggi approvate ci fornisce indicazioni interessanti.

Analizzando i dati anche delle precedenti legislature possiamo osservare come non siano mai di iniziativa parlamentare ad esempio le norme relative al bilancio dello stato (ciò anche in virtù degli impegni derivanti dall’appartenenza all’Unione europea) né, logicamente, la conversione dei decreti legge. Le leggi che nascono in parlamento quindi sono in genere di natura ordinaria o, in misura molto limitata, costituzionale.

La ratifica di trattati internazionali, l’istituzione di commissioni di inchiesta e le deleghe al governo debbono intendersi come leggi ordinarie. In questo caso la divisione è stata fatta solo a fini esplicativi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: martedì 19 Dicembre 2023)



Le leggi di iniziativa parlamentare entrate in vigore nelle ultime 4 legislature sono in totale 272. Nel 12% dei casi si è trattato di ratifiche di trattati internazionali. Il 6,2% invece riguarda l’istituzione di commissioni d’inchiesta mentre il 2,5% la modifica della costituzione. Da notare infine che il 9,6% di leggi approvate di iniziativa parlamentare è composto da deleghe. In questo caso specifico quindi le camere approvano si una legge ma di fatto cedono all’esecutivo la facoltà di definire le norme di dettaglio.

Foto: Comunicazione camera

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A novembre un nuovo record per i voti di fiducia https://www.openpolis.it/a-novembre-un-nuovo-record-per-i-voti-di-fiducia/ Thu, 07 Dec 2023 06:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=279001 Con 8 questioni di fiducia poste in 30 giorni, a novembre si è toccato un nuovo record di votazioni mensili. L’esecutivo Meloni è peraltro salito al primo posto per numero di voti di fiducia di media al mese.

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Nel mese di novembre è tornato prepotentemente d’attualità il tema del massiccio ricorso fatto dal governo allo strumento della questione di fiducia. I voti di questo tipo che si sono tenuti in parlamento infatti sono stati ben 8, un nuovo record.

Il ricorso alla fiducia è andato costantemente aumentando negli ultimi mesi, tanto che il governo Meloni ha raggiunto anche il primo posto (a pari merito con l’esecutivo guidato da Mario Monti) se si considera la media dei voti di fiducia per mese.

39 le questioni di fiducia poste dal governo Meloni dal suo insediamento.

Una dinamica del genere è almeno in parte influenzata dall’eccessivo uso dei decreti legge (Dl) fatto dal governo. Come noto infatti, tali atti devono essere convertiti in legge entro 60 giorni. Quando però il parlamento è chiamato ad affrontarne molti contemporaneamente fatica a rispettare questa scadenza. Ecco che allora l’esecutivo pone la fiducia sul provvedimento, spesso in entrambe le camere, per velocizzare la discussione. In questo modo però l’iter per l’approvazione delle norme viene stravolto e il ruolo del parlamento, che dovrebbe essere il depositario del potere legislativo, si riduce alla ratifica delle scelte governative.

Una situazione che peraltro è destinata a ripresentarsi. Il parlamento infatti attualmente deve convertire ancora 5 decreti legge e approvare la legge di bilancio entro il 31 dicembre. 

I numeri del governo Meloni e i suoi predecessori

Come anticipato, novembre è stato un mese particolarmente intenso per quanto riguarda i voti di fiducia. Considerando i dati disponibili infatti, dal 2018 a oggi, non era mai successo che ci fossero ben 8 voti di questo tipo nell’arco di 30 giorni.

Il precedente record (7) risaliva al novembre del 2019, quando in carica c’era il governo Conte II. Da notare che nemmeno durante la pandemia da Covid-19 erano stati toccati picchi del genere. Si era arrivati al massimo a 6 voti di fiducia, sempre con il secondo esecutivo Conte nel dicembre del 2020.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Novembre 2023)



Allargando l’analisi alle ultime 4 legislature, possiamo osservare che in valori assoluti il governo Meloni sta rapidamente recuperando posizioni nella graduatoria degli esecutivi che hanno fatto maggiore ricorso allo strumento ma è ancora lontano dal podio. Ad aver posto maggiormente la fiducia finora è stato il governo Renzi con 66. Seguono gli esecutivi Draghi (55) e Monti (51). L’attuale governo si colloca al quinto posto, superato anche dal quarto esecutivo Berlusconi, con 39 questioni di fiducia poste dall’ottobre 2022 ad oggi.

È molto importante tenere presente però che i governi nel nostro paese hanno durate diverse. Chiaramente il numero di voti di fiducia varia anche in base al tempo trascorso a palazzo Chigi. Per questo dobbiamo considerare il numero medio di questioni di fiducia poste per ogni mese di governo per fare un confronto omogeneo. Analizzando questo dato, possiamo osservare che l’attuale esecutivo è primo con 3 questioni di fiducia di media al mese, a pari merito con il governo Monti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Novembre 2023)


Il dato del governo Meloni peraltro risulta essere in costante aumento negli ultimi mesi (+1 fiducia al mese di media rispetto a giugno), come avevamo già evidenziato in un precedente articolo.

Provvedimenti blindati

Con la sola eccezione della legge di bilancio per il 2023, tutti gli altri provvedimenti su cui l’attuale esecutivo ha posto la fiducia sono conversioni di decreti. È chiaro che la motivazione principale in questa circostanza è quella di velocizzare i tempi della discussione per evitare che questi decadano. Ma non si deve dimenticare che ponendo la fiducia di fatto il governo blinda i contenuti del disegno di legge, impedendo alle camere di intervenire sui testi.


Quando il governo pone la fiducia gli emendamenti proposti decadono e l’unica possibilità di intervento per i parlamentari è la dichiarazione di voto.


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“Che cosa sono i voti di fiducia”

Da questo punto di vista una dinamica da tenere particolarmente sotto controllo è quella dei provvedimenti approvati con voto di fiducia in entrambe le camere. Si tratta dei casi in cui le prerogative di senatori e deputati sono maggiormente compresse.

Possiamo osservare che i numeri del governo Meloni sono in rapido aumento. L’attuale esecutivo infatti, con 12 provvedimenti approvati attraverso la doppia fiducia, ha sopravanzato quello di Paolo Gentiloni (11) e si sta avvicinando rapidamente ai due che lo precedono: Conte II con 15 e Draghi con 19. Più distante invece il governo Renzi (22).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: giovedì 30 Novembre 2023)



Tra i provvedimenti più recenti approvati in questo modo ci sono il decreto Caivano, il decreto sud, il decreto contenente misure per sostenere il potere di acquisto delle famiglie, quello per il rinvio di scadenze fiscali e il decreto immigrazione e sicurezza (Cutro bis).

23% i decreti legge del governo Meloni convertiti con doppio voto di fiducia dalle camere. 

Da notare che sono 26 i decreti legge dell’attuale esecutivo che sono stati convertiti passando per almeno un voto di fiducia. Si tratta del 54% dei Dl totali.

Proposte di modifica

Come già detto, l’uso combinato di decreti legge e questioni di fiducia costituisce una pratica che stravolge il normale iter per l’approvazione di norme nel nostro paese. Per questo dovrebbe essere una soluzione a cui ricorrere in casi veramente eccezionali. Invece si tratta ormai di una prassi frequente e consolidata.

Del resto, è lo stesso parlamento che pare essere disposto ad assecondare questa deriva. Negli ultimi mesi infatti sono state avanzate alcune proposte che sembrano andare nella direzione di un ampliamento ulteriormente del margine di manovra dell’esecutivo.

Le proposte di modifica sembrano andare verso un rafforzamento dell’esecutivo.

Le più significative da questo punto di vista sono 2 proposte di revisione costituzionale presentate dai senatori Tosato (Lega) e Paroli (Forza Italia). Entrambi i disegni di legge prevedono, con piccole differenze, la modifica dell’articolo 77 della costituzione estendendo a 90 giorni il periodo di tempo che le camere hanno a disposizione per convertire in legge i decreti. Se da un lato entrambe le proposte hanno l’obiettivo di dare al parlamento più tempo per lavorare sui Dl, dall’altro occorre anche sottolineare che un’impostazione di questo tipo tende a dare per scontato il fatto che il governo utilizzi in maniera sempre più frequente e sistematica lo strumento. Tanto da richiedere una modifica della costituzione.

La seconda proposta di modifica riguarda il regolamento della camera dei deputati. L’articolo 116 comma 3 infatti prevede che il voto su una questione di fiducia debba avvenire con un minimo di 24 ore di distanza dalla richiesta, salvo diverso accordo tra i gruppi. Nelle ultime riunioni della giunta per il regolamento è emersa, nell’ambito di una revisione più generale delle norme di Montecitorio, la volontà di rimuovere questo paletto.

Nell’ultima riunione svoltasi del Gruppo di lavoro, alcuni Gruppi hanno rappresentato l’esigenza che il testo elaborato ponesse mano a questioni, come detto, di ordine più strutturale, a cominciare dal tema del termine delle 24 ore previsto in caso di posizione della questione di fiducia.

Si tratta certamente in questo caso di una modifica dalla piccola portata in termini pratici ma ugualmente significativa dell’indirizzo che la maggioranza sembra intenzionata a prendere. E cioè quello di puntellare il più possibile l’esecutivo di sua espressione piuttosto che porre al centro le prerogative del parlamento.

In entrambi i casi comunque si parla di ipotesi ancora allo stato embrionale che potrebbero eventualmente vedere l’approvazione nella seconda parte della legislatura.

Foto: GovernoLicenza

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Con il governo Meloni sempre più decreti e meno leggi ordinarie https://www.openpolis.it/con-il-governo-meloni-sempre-piu-decreti-e-meno-leggi-ordinarie/ Wed, 20 Sep 2023 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=264708 Il governo continua a fare massiccio uso dei decreti legge, anche al di fuori delle situazioni urgenti o emergenziali. Questo comporta problemi anche per l'attività del parlamento.

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In un recente consiglio dei ministri il governo Meloni ha approvato ben 3 distinti decreti legge (Dl) in una sola seduta. Peraltro uno di questi è stato successivamente modificato per aggiungere nuove misure di contrasto all’immigrazione. Questi passaggi riportano in auge il tema dell’eccessivo uso di questo strumento rispetto alle leggi ordinarie, divenute nel tempo sempre più marginali, almeno in termini quantitativi.

Una dinamica in corso da molto tempo ma che con l’esecutivo attualmente in carica sta raggiungendo livelli particolarmente significativi. Se da un lato le emergenze da affrontare non sono mancate negli ultimi mesi, dall’altro occorre sottolineare che in alcune circostanze il ricorso al decreto poteva essere evitato. Anche per favorire un maggiore coinvolgimento delle camere e un dibattito più ampio.


I decreti legge nascevano per risolvere situazioni straordinarie e urgenti, ma sempre più spesso sono utilizzati per implementare l’agenda di governo e bypassare il dibattito parlamentare.


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“Che cosa sono i decreti legge”

La proliferazione eccessiva di decreti legge produce anche degli effetti collaterali. Dovendo essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione infatti, questi atti acquisiscono normalmente la priorità nella definizione dei lavori del parlamento. Che quindi avrà pochissimo tempo per occuparsi di altro.

Inoltre la pubblicazione di più Dl in un periodo di tempo limitato può comunque comportare il rischio che le camere non riescano a discuterli e convertirli in tempo. Cosa che con il governo Meloni è già avvenuta 4 volte in meno di un anno.

I numeri del governo Meloni e il confronto con i suoi predecessori

Facendo un confronto in valori assoluti, possiamo osservare che l’attuale esecutivo presenta numeri ancora relativamente ridotti rispetto a buona parte dei suoi predecessori. In circa 11 mesi infatti il governo Meloni ha deliberato 39 decreti legge collocandosi al sesto posto tra gli esecutivi delle ultime 4 legislature. Ai primi posti della graduatoria troviamo invece i governi Berlusconi IV (80), Draghi (64) e Renzi (56). È significativo comunque osservare che il governo Meloni ha già sopravanzato il primo esecutivo guidato da Giuseppe Conte (26) e quello di Paolo Gentiloni (20), nonostante questi ultimi fossero rimasti in carica per più tempo (rispettivamente 15 e 17 mesi).

Il governo Meloni è primo per numero medio di Dl pubblicati al mese.

Ovviamente questi dati sono influenzati dal periodo più o meno lungo in cui i vari governi sono rimasti alla guida del paese. Per questo un buon modo per fare un confronto è quello di valutare il dato medio di pubblicazioni mensili. Da questo punto di vista il governo Meloni si trova al primo posto con 3,55 Dl pubblicati in media ogni mese. Seguono i governi Draghi (3,2), Conte II (3,18) e Letta (2,78).

Come si può notare quindi, dal 2008 a oggi, solo 3 esecutivi su 9 hanno pubblicato in media più di 3 decreti legge al mese. Il secondo esecutivo Conte e quello guidato da Mario Draghi però hanno dovuto fronteggiare le fasi più concitate della pandemia. Cosa che invece ha riguardato l’attuale governo in misura estremamente limitata.

Il governo Meloni è entrato ufficialmente in carica il 22 ottobre del 2022, per questo motivo è stato arrotondato a 11 mesi il periodo di attività dell’attuale esecutivo.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 12 Settembre 2023)



Come rovescio della medaglia, il massiccio ricorso ai Dl ha comportato un progressivo arretramento delle leggi ordinarie il cui peso in termini numerici è divenuto sempre meno rilevante. Nel corso dell’attuale legislatura, le leggi approvate definitivamente sono 52 e oltre la metà di queste norme è costituita da conversioni di decreti. Parliamo del 55,8%. Si tratta del dato percentuale più elevato se si confrontano i valori dei governi delle ultime 4 legislature. Al secondo posto troviamo infatti il governo Letta (52,4%) e al terzo il Conte II (34,7%).

L’incidenza dei decreti legge tiene conto esclusivamente di quelli che sono già stati convertiti in legge dal parlamento. Nella categoria “Altro” rientrano le ratifiche di trattati internazionali, le leggi costituzionali e quelle legate al bilancio dello stato. Le percentuali sono calcolate sulla base del governo in carica al momento dell’approvazione definitiva dei disegni di legge.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 13 Settembre 2023)



In questo contesto risulta evidente come il ruolo delle leggi ordinarie (al netto delle ratifiche di trattati internazionali) sia particolarmente ridimensionato. Parliamo, per la XIX legislatura, di appena 10 leggi approvate, pari a circa il 19,2% del totale. I già citati esecutivi Letta (16,7%) e Conte II (9,18%) sono gli unici che presentano una percentuale più bassa.

Alcuni aspetti critici

Un primo elemento critico riguarda il fatto che i decreti legge emanati affrontano congiuntamente temi anche molto diversi tra loro. Si tratta dei cosiddetti “atti omnibus”. Questa pratica, molto comune anche prima dell’avvento del governo Meloni, è impropria quando parliamo dei decreti legge. Ciò perché il contenuto di questi ultimi, in base a quanto previsto dall’articolo 12 della legge 400/1988 e ribadito dalla sentenza 22/2012 della corte costituzionale, dovrebbe essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo. Ciò non sempre è avvenuto anche per quanto riguarda i Dl del governo Meloni.

Per fare alcuni esempi, secondo il comitato per la legislazione della camera il decreto legge 105/2023 risulta essere riconducibile a ben 10 distinte finalità. Tra cui interventi volti a velocizzare i processi, contrastare gli incendi boschivi, per il recupero dalle tossicodipendenze, la riorganizzazione del ministero della cultura e la revisione di alcune norme in tema di Covid-19. Un caso simile riguarda il decreto legge 75/2023 che introduce con un solo provvedimento norme in ambito agricolo, sportivo, del mondo del lavoro oltre che per quanto riguarda l’organizzazione del giubileo del 2025. 

11 su 39 i decreti legge omnibus emanati dal governo Meloni.

Un secondo elemento che vale la pena evidenziare riguarda il fatto che non sempre i decreti legge vengono utilizzati per affrontare situazioni di emergenza. Spesso i governi infatti inseriscono in questi atti misure con cui puntano a dare attuazione al proprio programma, indipendentemente dalla loro effettiva urgenza.

Solo per fare qualche esempio, possiamo citare il Dl 35/2023 dedicato al ponte sullo stretto di Messina e il 48/2023, il famoso “decreto lavoro” pubblicato simbolicamente nel giorno della festa del primo maggio.

Il tema dei decreti legge non convertiti

Un’ultima criticità legata all’uso eccessivo dei decreti legge riguarda il fatto che, dovendone affrontare molti allo stesso tempo, il parlamento non sempre riesce a convertirli tutti entro i 60 giorni previsti. Questo comporta non pochi problemi. La mancata conversione in legge di un decreto infatti determina l’annullamento degli effetti giuridici da esso prodotti fin dal momento della sua entrata in vigore.

4 i decreti legge emanati dal governo Meloni e non convertiti in tempo dal parlamento. 

Per ovviare a questo problema, spesso il parlamento negli ultimi anni ha adottato la prassi di abrogare i Dl prima che questi decadano ma di farne salvi gli effetti da questo determinati. Ciò avviene praticamente con l’introduzione di uno specifico articolo all’interno della legge di conversione di un altro decreto. Tutti i Dl del governo Meloni non convertiti in tempo hanno avuto questo trattamento. Nello specifico:

  • il Dl 179/2022 che conteneva misure per limitare l’aumento del costo del carburante ma anche per finanziare la ricostruzione dopo l’alluvione che ha colpito le Marche è stato abrogato e recuperato dalla legge 6/2023 che però riguardava la conversione del decreto aiuti quater;
  • Il Dl 4/2023 che conteneva norme in ambito sanitario è stato recuperato dalla legge 14/2023 che riguardava il decreto milleproroghe del 2022;
  • Il cosiddetto decreto rigassificatori (che conteneva misure anche in altri ambiti) è stato abrogato dalla legge 95/2023 relativa alla conversione del decreto 57/2023 che conteneva norme in materia di enti locali e attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr); 
  • il decreto per la ricostruzione dell’Emilia Romagna, i cui effetti sono stati fatti salvi dalla legge 100/2023 che prevedeva la conversione del Dl 61/2023, sempre relativo all’evento alluvionale ma contenente solo le misure più urgenti e immediate.

Si tratta di una pratica non del tutto illegittima. Infatti l’articolo 77 della costituzione prevede che le camere possano regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti. Tuttavia questa prassi evidenzia certamente una ulteriore criticità.

Foto: GovernoLicenza

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Con il governo Meloni pochi voti di fiducia ma più decisivi https://www.openpolis.it/con-il-governo-meloni-pochi-voti-di-fiducia-ma-piu-decisivi/ Wed, 14 Jun 2023 13:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=256708 Il ricorso alla questione di fiducia fatto dal governo Meloni è più limitato rispetto a quello dei suoi predecessori. Dato il basso numero di leggi approvate però, tali voti diventano molto più incisivi nell'iter legislativo.

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Nelle ultime settimane il governo è tornato a fare un ricorso massiccio della questione di fiducia. Il 6 giugno infatti si è tenuto un voto di questo tipo per il disegno di legge di conversione del decreto sul rafforzamento della pubblica amministrazione. Dopo nemmeno 48 ore poi ce n’è stato un altro per l’approvazione del decreto siccità.

Questi passaggi, avvenuti in un così breve lasso temporale, hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’abuso di questo strumento da parte degli esecutivi. La fiducia viene solitamente posta con il triplice obiettivo di blindare le disposizioni contenute nei testi, di ricompattare la maggioranza e di velocizzare l’iter per l’approvazione delle leggi.

A una prima analisi potrebbe sembrare che il ricorso allo strumento fatto dall’attuale esecutivo sia in linea con quello dei suoi predecessori, se non addirittura inferiore. Tale dato però deve essere contestualizzato. Il ricorso alle questioni di fiducia fatto dal governo Meloni infatti risulta essere ancora piuttosto limitato se consideriamo i dati in valore assoluto e anche in base alla media mensile. Lo scenario però cambia radicalmente se confrontiamo il numero di voti di fiducia rispetto alle leggi approvate.

50%  il rapporto tra questioni di fiducia poste e leggi approvate durante il governo Meloni. 

Considerando questo indicatore vediamo che l’attuale esecutivo sale al primo posto superando, anche nettamente, gli esecutivi delle ultime 4 legislature.

I dati sulle questioni di fiducia

Per analizzare l’utilizzo della questione di fiducia che è stato fatto dai vari governi negli ultimi anni possiamo partire valutando i dati in termini assoluti. In questo caso il valore dell’attuale esecutivo risulta essere ancora relativamente basso.

16 le questioni di fiducia poste dal governo Meloni dal suo insediamento. 

Soltanto i governi Conte I (15) e Letta (10) infatti hanno fatto registrare un valore inferiore. Ai primi posti invece troviamo gli esecutivi Renzi (66), Draghi (55) e Monti (51).

Occorre sempre ricordare però che i governi hanno avuto durate diverse. L’attuale esecutivo ad esempio è in carica da circa 8 mesi. Per questo un indicatore più adatto per fare confronti è quello del numero medio di voti di fiducia tenutisi per mese. In base a questo indicatore al primo posto troviamo il governo Monti con una media di 3 voti di fiducia al mese. Seguono gli esecutivi Draghi (2,89) e Conte II (2,25).

Da notare che ci troviamo di fronte a 3 governi che hanno dovuto fronteggiare situazioni particolarmente complesse: la crisi economica del 2011-2012 nel primo caso, le fasi più dure della pandemia da Covid-19 negli altri. Anche in base a questo indicatore comunque il governo Meloni si trova lontano dalle prime posizioni. L’attuale esecutivo infatti fa registrare un dato medio di 2 questioni di fiducia poste ogni mese, a pari merito con il governo Renzi.

Il dato sulla media di questioni di fiducia poste al mese è approssimato per eccesso considerando 8 mesi di attività del governo Meloni anche se in realtà questo traguardo sarà raggiunto il 22 giugno. Per il numero di leggi approvate invece è stato preso in considerazione il governo in carica nel momento dell’entrata in vigore, a prescindere che la proposta fosse stata presentata in precedenza.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Giugno 2023)



In base a questo valore si potrebbe concludere che l’attuale esecutivo ha fatto ricorso alla fiducia in maniera significativamente inferiore rispetto a buona parte dei suoi predecessori. Tale dato però deve essere contestualizzato. Sul numero abbastanza basso di fiducie poste infatti pesa in maniera significativa anche il dato altrettanto basso di leggi approvate finora.

32 le leggi approvate nel corso della XIX legislatura.

Calcolando il rapporto tra voti di fiducia e leggi approvate nello stesso periodo osserviamo che l’attuale esecutivo sale al primo posto, con un valore che si attesta al 50%. Considerando questo indicatore, al secondo posto troviamo il governo Monti (45,13%) mentre al terzo c’è il governo Draghi (37,41%). Sostanzialmente quindi è vero che il governo Meloni ha fatto un uso limitato della questione di fiducia in termini assoluti. D’altra parte però tra le leggi approvate molte sono passate per almeno un voto di fiducia. Ciò significa quindi che il peso di ogni voto di questo tipo è stato molto più rilevante che per gli esecutivi precedenti.

Ovviamente su questo aspetto occorre sempre tenere presente che non tutte le leggi hanno lo stesso peso politico. Per questo un’analisi solamente quantitativa risulta essere inevitabilmente parziale. Sarebbero necessarie anche valutazioni qualitative per capire in quali casi i governi hanno fatto ricorso alla fiducia. Analisi che faremo, limitatamente all’attuale esecutivo, nel prossimo paragrafo.  

Le fiducie del governo Meloni nel dettaglio

Nel caso del governo in carica, come già detto, le leggi approvate definitivamente finora sono state 32. Di queste, 26 sono di iniziativa governativa (il Ddl di conversione del decreto legge 144/2022, anche se presentato in questa legislatura, risale al governo Draghi) e solo 6 di iniziativa parlamentare. Tra queste ultime possiamo citare 3 leggi per l’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta, 2 ratifiche di trattati internazionali e una legge sull’equo compenso delle prestazioni professionali.

Già da questo primo elemento si nota come le norme più importanti da un punto di vista politico portino la firma dell’esecutivo. Un secondo elemento che emerge è che quando il governo deve legiferare lo fa, nella stragrande maggioranza dei casi, attraverso decreti legge (21 conversioni su 26 leggi approvate). Da questa rapidissima disamina possiamo concludere che è chiaramente il governo a detenere saldamente nelle proprie mani anche il potere legislativo.

La fiducia viene posta per blindare i provvedimenti più rilevanti per l’esecutivo.

In questo quadro si inserisce il fatto che il governo ha spesso posto la fiducia sui provvedimenti politicamente più rilevanti. Possiamo osservare infatti che delle 32 leggi approvate finora sono 14 quelle passate per almeno un voto di fiducia alla camera o al senato. Parliamo della legge di bilancio per il 2023 a cui si aggiungono 13 leggi di conversione di decreti. Possiamo dire quindi che non solo il governo ha dato impulso alla propria azione a colpi di decreto. Ma anche che in molti casi ha fatto ricorso alla questione di fiducia per blindare i testi e velocizzare i procedimenti.

L’iter per l’approvazione del Ddl sulla conversione del decreto legge per il rafforzamento della pubblica amministrazione non si è ancora concluso.

FONTE: elaborazione openpolis su dati parlamento
(ultimo aggiornamento: venerdì 9 Giugno 2023)



Un ulteriore elemento interessante da analizzare riguarda il fatto che c’è una significativa disparità tra i voti di fiducia tenuti alla camera (13) e quelli al senato (3). Le motivazioni di questo squilibrio possono essere molteplici ma ve ne sono 2 principali. La prima riguarda il fatto che, come abbiamo spiegato in questo articolo, il margine di vantaggio della maggioranza a palazzo Madama è più ridotto rispetto a Montecitorio. Porre la questione di fiducia al senato è quindi più rischioso per il governo. In caso di incidente di percorso infatti, qualora venisse battuto, sarebbe costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

Questo aiuta anche a spiegare un’altra dinamica. E cioè il fatto che, escludendo i Ddl in cui è stata posta la fiducia in entrambe le camere, negli altri casi è stato fatto ricorso allo strumento principalmente nell’aula che ha esaminato la proposta di legge per seconda. Ciò è accaduto in 7 casi su 12. Questa dinamica è anche certamente legata al fatto che molti dei disegni di legge discussi dalle camere sono stati conversioni di decreti che, come noto, devono essere approvati entri 60 giorni. Questo riduce drasticamente i tempi per la discussione in parlamento.

2 i Ddl del governo Meloni blindati con doppio voto di fiducia. Si tratta del decreto aiuti quater e della legge di bilancio per il 2023. 

Si tratta di un dato particolarmente basso rispetto a quello dei suoi predecessori. Il governo Draghi infatti lo ha fatto per 19 provvedimenti, il Conte II per 15. Anche questo dato è certamente influenzato dalla dinamica che abbiamo appena descritto. Ma potrebbe anche significare che l’attuale esecutivo intende lasciare un margine di manovra, sia per deputati e senatori che per il governo stesso, per apportare correttivi in corsa. Com’è accaduto ad esempio per l’emendamento al decreto legge 44/2023 che ha disposto la cessazione del controllo concomitante della corte dei conti sul Pnrr. D’altra parte, lasciare un margine di intervento agli esponenti parlamentari diventa anche una necessità per l’esecutivo. Infatti il ricorso combinato a decreti legge e questioni di fiducia in entrambe le camere di fatto escluderebbe del tutto il parlamento dall’iter legislativo.

Quale che sia la motivazione che ha portato a questa dinamica, risulta particolarmente evidente anche in questo caso come si stia andando sempre di più nella direzione del monocameralismo di fatto. Ovvero la prassi di discutere le proposte di legge in una sola camera con l’altra che si limita a ratificare quanto già deciso. Una pratica che, seppur ampiamente tollerata, sarebbe in contrasto con il dettato costituzionale.

Foto: GovernoLicenza

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Non esistono più le leggi ordinarie https://www.openpolis.it/non-esistono-piu-le-leggi-ordinarie/ Wed, 10 May 2023 13:25:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=247200 Dall’inizio della legislatura sono state approvate solamente 5 leggi ordinarie sulle 24 totali. L’ennesima conferma di come anche il potere legislativo sia sempre più in mano all’esecutivo che legifera a colpi di decreto.

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Dal suo insediamento il governo Meloni ha dovuto far fronte a diverse situazioni di crisi. Dall’aumento del costo dell’energia e delle materie prime alle diverse emergenze che si sono consumate negli ultimi mesi, come la frana di Ischia e il naufragio di Cutro.

Per questo motivo, come abbiamo avuto modo di raccontare, l’attuale governo ha fatto un massiccio ricorso ai decreti legge. Sia per fronteggiare queste emergenze ma anche per dare attuazione al proprio programma. Se da un lato il ricorso alla decretazione d’urgenza può apparire giustificato, almeno nei casi citati, dall’altro questo pone un tema che non deve essere sottovalutato. E cioè la progressiva scomparsa delle leggi ordinarie.

5 su 24 le leggi ordinarie approvate dall’inizio della legislatura.

Nel confronto con gli esecutivi precedenti infatti, se si escludono le ratifiche di trattati internazionali, quello attualmente in carica presenta la percentuale più bassa di norme ordinarie approvate sul totale di quelle entrate in vigore (17,4%). Un dato ancora più rilevante se si considera che solo 4 norme approvate dall’inizio della legislatura sono di iniziativa parlamentare. Una di queste peraltro porta la firma della presidente del consiglio Giorgia Meloni.

Tale dinamica conferma ancora una volta le difficoltà del parlamento nel dettare l’agenda che, anche dal punto di vista legislativo, è sempre più saldamente in mano al governo.

La produzione normativa di governo e parlamento

Gli esecutivi svolgono quindi un ruolo sempre più centrale anche nel processo legislativo. Da un lato infatti, com’è normale che sia, hanno un potere di impulso verso i componenti della propria maggioranza nell’individuare quelle norme che devono assumere la priorità nel processo di approvazione parlamentare. Dall’altro sempre più spesso esponenti del governo sono anche autori delle proposte di legge che poi le camere sono chiamate ad approvare.

Con la pandemia l’accentramento del potere legislativo nelle mani del governo si è consolidato.

Tale dinamica peraltro, come vedremo meglio tra poco, si è ulteriormente consolidata dopo l’esplosione della pandemia. Da questo punto di vista quindi, è molto interessante valutare la capacità con cui gli esecutivi riescono a incidere sulla produzione normativa del parlamento. Sono passati ormai più di 6 mesi dall’inizio della legislatura. Non si può più parlare quindi di una coalizione di governo ancora in fase di rodaggio. Tuttavia dato che gli esecutivi delle ultime legislature hanno sempre avuto durate diverse, l’unico modo per operare un confronto omogeneo è il dato medio di leggi approvate al mese.

Da questo punto di vista un primo dato interessante riguarda il fatto che l’attuale esecutivo presenta il dato più basso in termini di produzione normativa nel confronto con i governi delle ultime 4 legislature. Dal novembre 2022 ai primi giorni di maggio 2023 infatti le leggi entrate definitivamente in vigore sono state 24, per una media di 4 al mese. Il secondo esecutivo meno performante da questo punto di vista è il Conte I con una media di 4,6 nuove norme al mese.

Il grafico mostra il numero di leggi di qualunque tipo e di qualunque iniziativa approvate per ogni governo in carica al momento dell’entrata in vigore.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Maggio 2023)


Al primo posto troviamo invece il governo Renzi (7,91) seguito dagli esecutivi Draghi (7,3) e Monti (7,12).

La tipologia di leggi approvate

Oltre al dato della produzione normativa, che evidenzia comunque un primo aspetto da non trascurare, un altro tema particolarmente rilevante riguarda la tipologia di leggi approvate. Come abbiamo anticipato, l’attuale esecutivo ha privilegiato ampiamente il ricorso ai decreti legge rispetto alle norme di natura ordinaria. Il cui numero, tra quelle approvate nel corso dell’attuale legislatura, è particolarmente esiguo.

Escludendo in questo caso dal conteggio le ratifiche di trattati internazionali, parliamo in totale di 4 norme ordinarie. A cui si deve aggiungere la legge di bilancio che però per la sua natura particolare gode di una classificazione propria.

Se si considerano i governi delle ultime 4 legislature possiamo osservare che, anche in questo caso, il dato dell’attuale esecutivo è il più basso in assoluto. Le norme ordinarie infatti rappresentano solamente il 17,4% di quelle approvate finora. Dall’altro lato, come già detto, il governo Meloni in questi primi mesi ha fatto un frequentissimo ricorso ai decreti legge per introdurre nuove misure. Con il 78,3% di leggi di conversione sul totale di quelle approvate l’esecutivo Meloni presenta il valore più alto in questo caso.

Sono state escluse dal conteggio le ratifiche di trattati internazionali. Questo perché tali norme sono generalmente approvate senza grandi discussioni. Inoltre spesso ne vengono approvate diverse nel corso della stessa seduta. L’attuale legislatura è ancora nella fase iniziale e per il momento è stata approvata una sola legge di ratifica. Considerarle nel conteggio avrebbe quindi falsato le percentuali.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Maggio 2023)



I governi legiferano sempre di più a colpi di decreto.

La progressiva riduzione del numero di leggi ordinarie approvate rispetto alla conversione dei decreti rappresenta un elemento di criticità che non deve essere sottovalutato. Anche tale dinamica infatti contribuisce in maniera sempre più incisiva all’erosione delle prerogative del parlamento. I decreti legge infatti, come noto, devono essere convertiti in legge dalle camere entro 60 giorni. Ciò significa che nella maggior parte dei casi deputati e senatori non hanno la possibilità di entrare realmente nel merito dei provvedimenti. Limitandosi quindi a ratificare quanto già deciso a palazzo Chigi. A ciò si aggiunge il fatto che la proliferazione dei decreti di fatto satura l’agenda delle camere. Che non avranno molto tempo quindi per dedicarsi ad altro.

Anche in passato il ricorso ai decreti legge era stato massiccio tuttavia c’era stato maggiore spazio per l’approvazione di norme ordinarie. Da questo punto di vista è interessante notare che in 3 casi abbiamo un dato di leggi ordinarie approvate superiore al 50%. Si tratta dei governi Gentiloni (74,2%), Renzi (56,3%) e Monti (52,4%).

È interessante notare che, fatta eccezione per il governo Letta, gli esecutivi con la quota più bassa di norme ordinarie approvate sono quelli insediatisi durante o dopo il Covid (Conte II, Draghi e Meloni). Una ulteriore conferma di come la dinamica dell’accentramento del potere legislativo nelle mani dell’esecutivo si sia consolidata negli ultimi anni.

Di cosa trattano le leggi ordinarie approvate

Finora abbiamo visto come nell’attuale sistema politico il ricorso al percorso ordinario per l’approvazione delle leggi sia sempre meno frequente. Il ruolo marginale delle leggi di natura ordinaria però non emerge soltanto a livello quantitativo, ma anche per le questioni di cui tali norme si occupano nello specifico.

Le misure principali del governo non passano per le leggi ordinarie.

Se analizziamo le leggi ordinarie approvate dal novembre 2022, possiamo osservare che in 2 casi ci troviamo di fronte all’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta. Si tratta della commissione antimafia e di quella relativa al femminicidio e alla violenza di genere

A queste si aggiungono poi la ratifica di un protocollo internazionale per la lotta al doping e l’approvazione di una legge delega per la riforma delle politiche in materia di terza età. L’ultima legge approvata in ordine di tempo è quella relativa alle disposizioni in materia di equo compenso delle prestazioni professionali. Salvo quest’ultimo caso, possiamo osservare come la portata di queste norme sia abbastanza limitata, trattandosi di misure per istituire organi interni al parlamento (le commissioni) o comunque senza un impatto immediato sulla vita del paese. Quest’ultima legge peraltro, seppur classificata come di iniziativa parlamentare, porta la firma della presidente del consiglio Giorgia Meloni (eletta alla camera dei deputati).

Il decreto aiuti ter nonostante sia stato convertito in legge nel corso dell’attuale legislatura, è un’iniziativa del governo Draghi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: martedì 9 Maggio 2023)



Legato a questo aspetto, un altro elemento da rilevare riguarda la norma sulle politiche della terza età. Anche in questo caso la capacità di incidere delle camere è molto limitata. Trattandosi di una delega infatti con tale norma il parlamento restituisce il potere di regolare il settore al governo. Quest’ultimo ha poi tempo fino al 31 gennaio 2024 per produrre uno o più decreti legislativi.

A questo si deve aggiungere che tale proposta di legge è stata presentata dal governo. In questo caso quindi il ruolo del parlamento è particolarmente marginale. Tenendo conto di questo ulteriore elemento possiamo osservare come siano solo 3 le leggi di iniziativa parlamentare approvate dall’inizio della legislatura (4 se si considera anche quella che vede Meloni come prima firmataria). Mentre tutte le altre sono appannaggio dell’esecutivo.

12,5%  le leggi di iniziativa parlamentare approvate nel corso della XIX legislatura. 

Un altro dato che pone il governo Meloni all’ultimo posto nel confronto tra gli esecutivi che si sono succeduti dal 2008 ad oggi. Una ulteriore conferma della posizione di subalternità delle camere. 

Foto: Comunicazione camera

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Anche con il governo Meloni si fa un uso massiccio dei decreti legge https://www.openpolis.it/anche-con-il-governo-meloni-si-fa-un-uso-massiccio-dei-decreti-legge/ Wed, 08 Mar 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=228822 L’attuale esecutivo è primo, tra quelli degli ultimi anni, per numero medio di decreti legge pubblicati al mese. Ciò nonostante la stessa leader di Fratelli d’Italia avesse criticato ampiamente questa pratica quando sedeva all’opposizione.

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Il 24 febbraio scorso è entrato in vigore il decreto legge 13/2023, ribattezzato giornalisticamente “decreto Pnrr ter”. Con questo provvedimento il governo Meloni ha voluto ridisegnare in maniera significativa la struttura della governance del piano nazionale di ripresa e resilienza nelle amministrazioni centrali dello stato. Inoltre sono state introdotte ulteriori semplificazioni volte anche in questo caso a velocizzare le procedure riguardanti il piano.

Pochi giorni dopo invece è stato pubblicato anche il Dl 16 del 2023 che prevede nuove disposizioni urgenti per la protezione temporanea di persone provenienti dall’Ucraina. Con questi ultimi 2 atti salgono a 18 i decreti legge che l’attuale esecutivo ha già pubblicato in appena 4 mesi. Un valore molto rilevante che pone momentaneamente il governo Meloni al primo posto fra gli esecutivi degli ultimi 10 anni per numero di decreti legge pubblicati mediamente ogni mese.

4,5 i decreti legge pubblicati in media al mese dal governo Meloni.

Il conflitto ucraino – così come altri fronti di crisi – ha certamente influito in maniera significativa anche sulle iniziative portate avanti dal governo italiano. Tuttavia è indubbio che questi dati evidenziano la contraddittorietà delle affermazioni fatte in passato dall’attuale presidente del consiglio Giorgia Meloni. Quando sedeva tra i banchi dell’opposizione infatti la leader di Fratelli d’Italia era stata molto critica su questo punto.

Il Decreto Rilancio è un decreto legge d’urgenza del Governo. Cosa c’è di così urgente da scavalcare il Parlamento nel bonus monopattini, nella lievitazione delle poltrone delle società pubbliche e nella sanatoria dei clandestini? Abbiamo ancora una Costituzione in Italia?

I numeri del governo Meloni

Considerati complessivamente gli esecutivi delle ultime 4 legislature, quello che ha emanato il maggior numero di decreti legge in termini assoluti è stato il governo Berlusconi (80). Seguono poi i governi Draghi (64) e Renzi (56). Con 18 decreti Meloni è quindi ancora molto distante da queste cifre.

Tuttavia l’attuale esecutivo è in carica da appena 4 mesi. Vista la durata variabile dei governi italiani in effetti, per avere un dato affidabile conviene valutare la media dei decreti legge pubblicati al mese.

Messa in questi termini, il governo Meloni passa al primo posto con una media di 4,5 Dl pubblicati ogni 30 giorni. Seguono i governi Draghi (3,2) e Conte II (3,18). Da notare però che questi ultimi hanno dovuto far fronte alla pandemia da Covid-19.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 7 Marzo 2023)



L’eccessiva proliferazione dei decreti legge peraltro tende a saturare le agende del parlamento che quindi ha poco tempo per dedicarsi ad altro. Come noto infatti i Dl devono essere convertiti in legge entro 60 giorni dalla loro pubblicazione in gazzetta ufficiale. Se ciò non avviene le misure in essi contenute decadono.


Quando vengono pubblicati contemporaneamente troppi decreti legge il parlamento non ha tempo per dedicarsi ad altro.


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“Che cosa sono i decreti legge”

Questa dinamica trova conferma anche nell’attuale legislatura. Le leggi approvate alla data del 2 marzo infatti sono 13 in totale. L’84,6% di queste (11 su 13) è costituito da conversioni di decreti legge. Fanno eccezione solamente la legge di bilancio per il 2023 e la legge che istituisce una commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio e la violenza di genere. Quest’ultima peraltro è l’unica norma di iniziativa non governativa approvata. 

Anche con Meloni si guida il paese a colpi di decreto

Il governo attualmente in carica ha quindi sostanzialmente monopolizzato la produzione legislativa, riempiendo inoltre le commissioni e le aule del parlamento di decreti legge da convertire. E lo ha fatto in maniera molto più significativa rispetto ai suoi predecessori.

In proporzione, il governo Meloni ha fatto maggiore ricorso ai decreti legge rispetto ai suoi predecessori.

Se si confrontano le leggi di iniziativa governativa approvate dai parlamenti delle ultime 4 legislature, possiamo osservare come la percentuale di conversioni presentate dal governo Meloni e già approvate sia particolarmente elevata. Anche in questo caso infatti l’attuale esecutivo si trova al primo posto come incidenza delle leggi di conversione rispetto al totale delle norme di iniziativa governativa già approvate. Al secondo posto troviamo il governo Draghi (80%). Seguono i governi Conte II e Monti (74,5%).

Il grafico mostra le leggi approvate in base all’iniziativa di ogni singolo governo, indipendentemente dalla data di approvazione definitiva. In alcuni casi infatti l’iter parlamentare di una legge può proseguire anche successivamente alla caduta del governo che aveva presentato la proposta. Questa scelta è stata fatta perché lo scopo dell’analisi è valutare quanto ha inciso il ricorso al decreto legge nell’attività legislativa di ciascun governo.

Nel grafico non sono conteggiate le ratifiche di trattati internazionali. Questo perché sono atti solitamente dalla scarsa rilevanza politica e che sono adottati con maggioranze bipartisan. Inoltre spesso ne vengono approvate molte in blocco. Dato che la XIX legislatura è appena iniziata, ancora nessuna ratifica è stata approvata. Tenerne conto avrebbe quinti comportato una sovrastima nel ricorso alle leggi ordinarie da parte dei governi precedenti.

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: martedì 7 Marzo 2023)



Come risulta evidente dal grafico, anche per gli esecutivi precedenti la quota di leggi di conversione approvate dal parlamento era maggioritaria rispetto alle altre tipologie di Ddl governativi. Tuttavia c’era stato spazio per la presentazione, anche per l’esecutivo, di norme ordinarie. Cosa che con il governo attualmente in carica non è ancora avvenuta. Da questo punto di vista al primo posto troviamo il governo Berlusconi IV con circa il 30% di leggi ordinarie approvate rispetto al totale delle norme di iniziativa governativa presentate. Seguono i governi Renzi (25%) e Conte I (23,5%).

Gli altri atti e la distanza tra comunicazione e realtà

Per completezza di informazione occorre precisare che il governo in carica non ha presentato al parlamento solamente decreti legge da convertire.

Come già ricordato infatti l’esecutivo ha già presentato alle camere anche la sua prima legge di bilancio. Inoltre, dall’insediamento a palazzo Chigi, il governo ha prodotto nuove norme anche attraverso 4 decreti legislativi. Si tratta dei decreti: 

  • 200 del 2022 sulla riorganizzazione degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs);
  • 201 del 2022 sul riordino della disciplina dei servizi pubblici locali;
  • 203 del 2022 sulla revisione delle norme in tema di protezione contro l’esposizione alle radiazioni ionizzanti;
  • 206 del 2022 sull’adeguamento delle procedure di contrattazione per il personale delle forze armate.

Va sottolineato però che il decreto legislativo è solo il secondo passaggio di un procedimento che inizia con l’approvazione di una legge delega da parte del parlamento. In questo caso quindi sono le camere a definire la cornice dell’intervento che non potrà discostarsi di molto da quanto previsto.

Inoltre, come già anticipato, l’attuale parlamento non ha ancora approvato nessuna legge di questo tipo. Di conseguenza, logicamente, questi decreti rappresentano un lascito delle legislature precedenti che avevano maggioranze anche molto diverse da quella attuale. Nel caso in esame quindi questi atti, anche per i settori che vanno a normare, non sono particolarmente rilevanti per valutare l’operato dell’attuale governo.

Oltre ai decreti legislativi occorre ricordare che, tra camera e senato, risultano attualmente in discussione anche 17 disegni di legge ordinari presentati dal governo, di cui 11 ratifiche di trattati internazionali e una legge delega. Nessuna di queste proposte tuttavia ha ancora concluso l’iter parlamentare.

Quando sedevano all’opposizione, gli esponenti di Fdi erano stati molto critici verso l’abuso dei decreti legge.

Nonostante la legge di bilancio rappresenti certamente un passaggio importante per qualunque governo, in sintesi possiamo quindi dire che finora l’attuale esecutivo ha guidato il paese a colpi di decreto legge. Una prassi adottata spesso dai governi degli ultimi anni, di tutti i colori politici. Abbiamo rilevato in precedenti approfondimenti come certamente in questi primi mesi della XIX legislatura le crisi da affrontare non siano mancate. Dalle conseguenze, economiche e umanitarie, della guerra in Ucraina all’alluvione nelle Marche e alla frana sull’isola di Ischia.

Tuttavia in questo caso è interessante rilevare come Fratelli d’Italia, unico partito che negli ultimi anni era sempre stato all’opposizione e che era stato molto critico nei confronti di questa prassi, si sia immediatamente allineato ai suoi predecessori non appena arrivato al governo.

Quello del partito di Meloni non è certamente un caso isolato. Si tratta semmai dell’ennesima dimostrazione di come spesso ci sia un’importante distanza tra la comunicazione politica quando si siede all’opposizione e le misure da mettere in atto quando invece si occupano posizioni di responsabilità.

Foto: Facebook – Giorgia Meloni

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Il governo Meloni al passaggio dei 100 giorni https://www.openpolis.it/il-governo-meloni-al-passaggio-dei-100-giorni/ Thu, 02 Feb 2023 07:38:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=230700 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento “I primi 100 giorni del governo Meloni“. Ascolta il nostro podcast […]

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Vai all’approfondimento “I primi 100 giorni del governo Meloni“.

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le leggi approvate definitivamente dall’inizio della XIX legislatura, tutte di iniziativa governativa. Si tratta del dato più basso tra i governi che hanno inaugurato le legislature negli ultimi anni. Il valore più elevato è invece quello del governo Prodi I (23). Seguono gli esecutivi Berlusconi IV (18) e Berlusconi II (15). L’attuale esecutivo invece si trova al primo posto (insieme al Berlusconi II) relativamente al rapporto tra leggi di iniziativa governativa sul totale di quelle approvate (100%). In passato c’era stato più spazio per l’iniziativa dei parlamentari. Vai al grafico. 

86%

le leggi di conversione di decreti rispetto al totale di quelle approvate durante il governo Meloni. L’esecutivo in carica ha dovuto varare la legge di bilancio nei suoi primi 100 giorni. Un unicum nella storia repubblicana del nostro paese. Al di là di questa eccezione, le altre leggi approvate sono tutte conversioni di decreti. Un dato forse dovuto alla necessità di dare attuazione al programma durante un periodo in cui il parlamento non è pienamente operativo. In passato però sono state approvate anche leggi ordinarie in questo periodo. Solo il governo Berlusconi II infatti presenta un dato più elevato da questo punto di vista (100% leggi di conversione sul totale delle approvate). Vai al grafico.

15

i decreti legge già varati dal governo Meloni. Si tratta del secondo dato più elevato tra i governi di inizio legislatura, superato solo dall’esecutivo Berlusconi II. L’attuale governo ha dovuto far fronte a diverse emergenze ma l’eccessivo ricorso alla decretazione d’urgenza comporta comunque dei problemi. Non ultimo il fatto che il parlamento non riesca a convertirli in tempo. Vai al grafico. 

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le questioni di fiducia già poste dal governo Meloni. Peraltro in 2 casi la fiducia sul disegno di legge è stata posta in entrambi i rami del parlamento. È accaduto per la legge di bilancio e la conversione del decreto aiuti quater. A livello numerico il dato del governo Meloni è il secondo più alto tra gli esecutivi presi in esame (insieme a quello del Berlusconi IV). In questo caso al primo posto troviamo il governo Prodi II con 6 voti di fiducia nei suoi primi 100 giorni. Un dato particolarmente rilevante da analizzare però riguarda il rapporto tra le questioni di fiducia poste e le leggi approvate nello stesso periodo. In questo caso, con 5 voti di fiducia a fronte di 7 leggi già approvate definitivamente nei primi 100 giorni, l’attuale esecutivo balza al primo posto. Seguono il governo Prodi II (6 su 10) e Berlusconi IV (5 su 18). Vai al grafico.

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i voti di margine della maggioranza durante la votazione sul decreto rave al senato. Un elemento importante da analizzare riguarda la solidità della coalizione di governo all’interno delle camere. È al senato che si incontrano le indicazioni più interessanti. In questo ramo del parlamento l’andamento delle votazioni è stato piuttosto altalenante ma, logicamente, il margine si è assottigliato in occasione delle votazioni sui provvedimenti più “politici”. Il picco negativo è rappresentato dal voto sulla conversione del Dl rave dove lo scarto rispetto alla soglia della maggioranza è stato di appena 8 voti favorevoli. Ma anche altri provvedimenti sono stati approvati con un margine piuttosto limitato. È il caso del Dl sul riordino dei ministeri (12 voti) e di quello sul Dl aiuti quater (14). Se i senatori che fanno anche parte del governo non riusciranno a garantire il proprio apporto in assemblea la maggioranza rischia di non avere i numeri in passaggi decisivi. Vai al grafico. 

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I primi 100 giorni del governo Meloni https://www.openpolis.it/i-primi-100-giorni-del-governo-meloni/ Wed, 01 Feb 2023 14:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=224630 I primi 100 giorni di attività rappresentano un momento utile per una prima verifica dell'attività dell'esecutivo. Ripercorriamo, numeri alla mano, le principali tappe di questi mesi.

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Lo scorso 22 ottobre Giorgia Meloni giurava come nuovo presidente del consiglio dei ministri dando così avvio al primo governo della XIX legislatura. Dall’insediamento dell’esecutivo sono già passati più di 100 giorni. Tradizionalmente, soprattutto da un punto di vista mediatico, questo passaggio rappresenta l’occasione per tracciare un primo bilancio dell’attività svolta.

Dopo le prime settimane, che sono servite principalmente per delineare la squadra di governo e ottenere la fiducia del parlamento, l’esecutivo si è subito dovuto mettere a lavoro su dossier molto delicati. Solo per citarne alcuni: l’approvazione della legge di bilancio, il rispetto delle scadenze previste dal Pnrr e l’aumento consistente del costo dell’energia e delle materie prime.

Questo scenario aiuta forse a spiegare il massiccio ricorso fatto in questi mesi a decreti legge e questioni di fiducia. Una prassi piuttosto frequente anche in passato, specie all’inizio della legislatura. In precedenza però c’era stato comunque uno spazio maggiore per le iniziative parlamentari. Tale dinamica negli ultimi anni si è sbilanciata sempre di più in favore degli esecutivi di volta in volta in carica. Fino a raggiungere la situazione attuale in cui nessuna delle leggi approvate è nata da un’iniziativa di deputati o senatori.

Un altro elemento importante da analizzare riguarda la tenuta della maggioranza in parlamento. Da questo punto di vista, in base a quanto accaduto in questi primi mesi, possiamo osservare che i numeri della coalizione di governo soprattuto al senato si sono rivelati meno solidi di quanto ci si aspettasse.

I numeri del governo attraverso le misure varate

Uno degli indicatori che ci può aiutare a valutare l’attività del governo Meloni nei suoi primi 100 giorni consiste nell’analisi dalle misure varate in questi mesi. Molte di queste iniziative si concretizzano in disegni di legge e decreti che poi il parlamento deve approvare.

Da questo punto di vista, un primo dato interessante riguarda il fatto che delle numerose proposte di legge avanzate dall’inizio della legislatura sono pochissime quelle che hanno già concluso l’iter e sono quindi entrate in vigore. Peraltro tali disegni di legge sono tutti di iniziativa governativa.

7 le leggi approvate del parlamento nei primi 100 giorni dell’esecutivo Meloni.

Un numero così basso potrebbe trovare una sua giustificazione nel fatto che ci troviamo ad inizio legislatura e che anche il parlamento, così come l’esecutivo, necessita di tempo prima di poter entrare in funzione a pieno regime. Prima della massima operatività infatti le camere hanno dovuto nominare i presidenti d’aula, gli uffici di presidenza, costituire le commissioni permanenti e altro ancora. Ciò ha certamente inciso sulla lentezza del processo legislativo.

Questa dinamica tuttavia si ripresenta all’inizio di ogni legislatura ma facendo un confronto con i primi 100 giorni dei governi precedenti che hanno aperto un nuovo quinquennio incontriamo comunque dei numeri più elevati. Come si può notare dal grafico infatti quello dell’esecutivo attualmente in carica è il dato più basso degli ultimi anni. Il valore più elevato è invece quello del governo Prodi I (23). Seguono gli esecutivi Berlusconi IV (18) e Berlusconi II (15).

Per quanto riguarda invece l’iniziativa delle leggi approvate, possiamo notare come quella dell’esecutivo sia sempre stata preponderante. Tuttavia in passato c’era stato un maggiore spazio anche per le iniziative di deputati e senatori. In questo caso infatti il governo Meloni si trova al primo posto (insieme al Berlusconi II) relativamente al rapporto tra leggi di iniziativa dell’esecutivo sul totale di quelle approvate (100%). 

Tra le leggi approvate nella XIX legislatura rientra anche la numero 175/2022 di conversione del decreto aiuti ter. Questo Dl però è di iniziativa del governo Draghi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Febbraio 2023)



Nei suoi primi 100 giorni il governo Meloni ha dovuto predisporre anche la legge di bilancio.

Un altro elemento interessante riguarda la tipologia di leggi approvate. Nei suoi primi 100 giorni di attività l’attuale esecutivo ha anche dovuto varare la legge di bilancio. Si tratta di una novità nella storia del nostro paese. Negli ultimi anni infatti solo con un altro governo (il Prodi I nel 1996) erano state approvate leggi di questo tipo durante i primi 100 giorni. In quel caso però si trattava dell’assestamento di bilancio e del consuntivo relativo all’anno precedente. Due provvedimenti meno rilevanti dal punto di vista politico.

Al di là di questo aspetto peculiare, in genere sono le conversioni dei decreti a farla da padrone per quanto riguarda le leggi approvate nel periodo preso in esame. E da questo punto di vista il governo Meloni non fa eccezione. Oltre al bilancio infatti gli altri atti legislativi già approvati sono tutti conversioni.

All’interno delle leggi ordinarie sono conteggiate anche le ratifiche di trattati internazionali, le leggi delega e quelle per l’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta. Tra le leggi approvate nella XIX legislatura rientra anche la numero 175/2022 di conversione del decreto aiuti ter. Questo Dl però è di iniziativa del governo Draghi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Febbraio 2023)



74% le leggi di conversione di decreti approvate nei primi 100 giorni dei governi che hanno aperto le ultime 7 legislature.

In termini assoluti, il numero di decreti legge già convertiti dall’attuale parlamento è tra i più bassi delle ultime legislature. Ma questo è evidentemente anche da addebitare al generale ridotto numero di leggi approvate finora. Se però si considera il rapporto tra conversioni di decreti e leggi approvate ecco che l’attuale esecutivo sale al secondo posto. Solo il governo Berlusconi II infatti (100% di leggi di conversione rispetto al totale delle norme approvate) presenta un dato più elevato.

Prosegue il ricorso massiccio alla decretazione d’urgenza

Sono quindi 6 i decreti legge che hanno già concluso l’iter durante i primi 100 giorni del governo Meloni. Si tratta nello specifico dei Dl:

Quelli emanati in questi mesi però sono molti di più. Parliamo in totale di 15 Dl già presentati alle camere per la conversione. Si tratta del secondo dato più elevato (al pari del governo Berlusconi IV) per quanto riguarda i primi 100 giorni degli esecutivi di inizio legislatura. Solo il governo Berlusconi II fece registrare un dato più elevato (25 decreti legge).

Nel grafico non è rappresentato il dato del governo Prodi I. Questo perché all’epoca era ancora possibile reiterare decreti legge che non fossero stati convertiti in tempo dal parlamento. Una prassi non più permessa a seguito della sentenza 360/1996 della corte costituzionale. Alla luce di questa variazione, il dato (232 decreti legge emanati) non è paragonabile a quello dei governi successivi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Gennaio 2023)



Un utilizzo così elevato dei Dl può essere in parte spiegato anche con la necessità di sopperire alle carenze di un parlamento non ancora pienamente operativo. Occorre però ricordare che questi atti dovrebbero essere utilizzati solo per intervenire in situazioni emergenziali e che dovrebbero avere un contenuto omogeneo.

Nel caso del governo in carica per quanto riguarda il primo aspetto certamente le crisi da affrontare non sono mancate: dall’alluvione nelle Marche alla frana sull’isola di Ischia, fino alla necessità di fronteggiare l’aumento dei costi in particolare dell’energia.

Sul secondo fronte invece si registra qualche criticità in più. Solo per fare qualche esempio il decreto legge 162/2022, fonte di tante polemiche per le misure sui rave party, contiene anche norme in materia di concessione di benefici penitenziari per i carcerati e ha disposto il reintegro del personale sanitario non vaccinato contro il Covid.

Un altro decreto fonte di attriti tra le forze politiche è stato il 169/2022. La norma in questo caso prevedeva la proroga della partecipazione italiana alla Nato. Ma allo stesso tempo ha disposto anche la proroga del commissariamento del sistema sanitario calabrese.

Questi “atti omnibus”, sempre più frequenti negli ultimi anni, sono stati finora tollerati dal presidente della repubblica (che pure in passato non ha mancato di richiamare all’ordine la classe politica) visto il contesto particolarmente difficile che stiamo attraversando. Occorre però ribadire che si tratta di una pratica impropria.

Inoltre l’eccessiva proliferazione dei decreti legge comporta comunque dei problemi. In primo luogo, come abbiamo visto, tende a saturare le agende di camera e senato che non sempre riescono a rispettare i tempi per la conversione. Caso che si è verificato per ben 21 volte durante il governo Draghi e 12 durante il Conte II. Si è già verificato un caso simile anche con il governo attuale. Si tratta del decreto 179/2022 che conteneva le misure a sostegno delle Marche ma anche interventi per il taglio sulle accise dei carburanti (va precisato che la scelta di non rinnovare le misure contro il caro-benzina è stata voluta dal governo).

1 decreto legge del governo Meloni decaduto.

Spesso in passato per evitare che ciò avvenisse sono state adottate altre prassi poco consone come l’utilizzo di “decreti minotauro” (Dl decaduti ma i cui contenuti sono stati fatti salvi da un’altra legge), il ricorso al “monocameralismo di fatto” con l’obiettivo di velocizzare l’iter parlamentare (l’accordo politico di far presentare proposte di modifica in una sola camera, con l’altra che si limita a ratificare quanto già deciso). E, soprattutto, il sempre più frequente ricorso alla questione di fiducia.

Anche il governo Meloni ricorre alla fiducia

La pratica di porre la questione di fiducia per velocizzare l’iter dei provvedimenti è una prassi a cui ormai siamo abituati. Da questo punto di vista l’attuale governo non fa eccezione. 

Dal suo insediamento i voti di questo tipo sono stati già 5. Peraltro in 2 casi la fiducia sul disegno di legge è stata posta in entrambi i rami del parlamento. È accaduto per la legge di bilancio e la conversione del decreto aiuti quater. In questo modo gli emendamenti presentati in aula sono stati sterilizzati e l’unica possibilità di intervento per deputati e senatori si è limitata alle dichiarazioni di voto.


L’esecutivo può decidere di mettere la fiducia su un disegno di legge, legando il proprio destino a quello del testo. Nasceva per ricompattare la maggioranza in situazioni eccezionali, ma viene sempre più utilizzato per velocizzare il dibattito e assicurare l’approvazione di proposte molto discusse.


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“Che cosa sono i voti di fiducia”

A livello numerico il dato del governo Meloni è il secondo più alto tra gli esecutivi presi in esame (insieme a quello del Berlusconi IV). In questo caso al primo posto troviamo il governo Prodi II con 6 voti di fiducia nei suoi primi 100 giorni.

Nei grafici non è rappresentato il governo Prodi I perché non è stato possibile recuperare il dato dei voti di fiducia al senato.

FONTE: elaborazione openpolis su dati senato
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Febbraio 2023)



Un dato particolarmente rilevante da analizzare però riguarda il rapporto tra le questioni di fiducia poste e le leggi approvate nello stesso periodo. In questo caso, con 5 voti di fiducia a fronte di 7 leggi già approvate definitivamente nei primi 100 giorni, l’attuale esecutivo balza al primo posto. Seguono il governo Prodi II (6 su 10) e Berlusconi IV (5 su 18).

La tenuta della maggioranza in parlamento

Un ultimo elemento interessante da analizzare riguarda la solidità della coalizione di governo all’interno delle camere. Senza una maggioranza che lo sostiene infatti un esecutivo non può andare avanti e sarebbe quindi costretto a rassegnare le proprie dimissioni.

Per valutare questo aspetto possiamo analizzare l’andamento dei voti svolti dalle camere. Un indicatore utile da questo punto di vista è rappresentato dal margine che ha la coalizione di centrodestra rispetto alla soglia minima della maggioranza richiesta per l’approvazione di un provvedimento (in genere la metà più uno dei votanti).

Per questa analisi ci limiteremo all’osservazione dei voti di fiducia (compreso quello sulle dichiarazioni della presidente Meloni all’atto dell’insediamento) e di quelli finali sui disegni di legge. Alla camera le votazioni che rientrano in questo conteggio sono 13 e il margine della maggioranza è stato in media di circa 67,4 voti. Si sono registrati 2 picchi in occasione delle votazioni sul decreto aiuti ter e sul decreto elezioni. Ma questo dato deve essere valutato con attenzione. Nel primo caso infatti, come già detto, si tratta di un provvedimento che risale al governo Draghi che, come noto, poteva contare su una maggioranza diversa e più ampia di quella attuale. Nel secondo caso parliamo invece di un decreto più tecnico. Al contrario, il margine si è particolarmente assottigliato in occasione del voto sul Dl per il riordino dei ministeri (16 voti).

FONTE: elaborazione e dati openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Febbraio 2023)



Ma è forse al senato che si incontrano le indicazioni più interessanti. Come abbiamo spiegato in questo articolo infatti, qui il margine della maggioranza è già di per sé più ridotto rispetto a quello della camera. Valutare l’andamento delle votazioni in questo ramo del parlamento è quindi particolarmente rilevante.

A palazzo Madama i voti da analizzare sono 15 con un margine medio di 37,9 voti sulla soglia della maggioranza. In questo caso, come si può notare anche dal grafico, l’andamento è stato molto più altalenante. Ma occorre precisare che le votazioni in cui si è registrato un numero particolarmente rilevante di voti favorevoli riguardano proposte di legge che incontrano ampio consenso bipartisan. È il caso ad esempio del voto sul Ddl per l’istituzione di un fondo per la visita dei campi di concentramento nazisti a favore delle scuole. E di quello sull’istituzione di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere e il femminicidio.

A causa di missioni e assenze la maggioranza rischia di non avere i numeri. Soprattuto al senato.

Al contrario, sui provvedimenti più “politici” logicamente il margine tende ad assottigliarsi. Da questo punto di vista, il picco negativo è rappresentato dal voto sulla conversione del Dl rave dove lo scarto rispetto alla soglia della maggioranza è stato di appena 8 voti favorevoli. Ma anche altri provvedimenti sono stati approvati con un margine piuttosto limitato. È il caso del Dl sul riordino dei ministeri (12 voti) e di quello sul Dl aiuti quater (14).

Da notare in particolare che nei primi 2 casi era particolarmente elevato il numero di senatori “in missione”. Quei parlamentari cioè che non hanno partecipato al voto perché impegnati in altre attività istituzionali. Erano 23 per il decreto sui rave e 22 sull’aiuti ter. Questo dato è fortemente influenzato anche da quei parlamentari che ricoprono un incarico di governo (ministro, vice ministro, sottosegretario) e che per questo motivo non riescono a essere sempre presenti in aula.

Questo però può rappresentare un campanello d’allarme per l’esecutivo. Se i senatori che fanno anche parte del governo non riusciranno a garantire il proprio apporto in assemblea infatti la maggioranza rischia di non avere i numeri in passaggi decisivi.

Foto: GovernoLicenza

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