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Il percorso educativo del minore va considerato nella sua interezza, e non ridotto alla sola scuola dell’obbligo. L’apprendimento inizia nei primi mesi di vita, quindi l’analisi deve partire dall’asilo nido e arrivare fino alla conclusione del ciclo scolastico. Considerando anche quanto sia frequente la sua interruzione prima del tempo, con gli abbandoni precoci.

L’offerta di servizi per la prima infanzia

Gli asili nido sono il primo passo nel percorso formativo dei bambini. In molti casi si tratta del primo vero luogo di socialità al di fuori della famiglia di origine, in una fase – quella tra 0 e 3 anni – in cui i bambini gettano le basi di tutti i loro futuri apprendimenti.

Per questa ragione estendere la possibilità di accesso ai servizi per la prima infanzia è cruciale. La questione non è più solo quella (pure fondamentale) di ampliare l’offerta di un servizio socio-assistenziale. L’asilo nido ha prima di tutto una funzione educativa: dare a tutti la possibilità di frequentarlo oggi significa ridurre le iniquità del sistema scolastico domani. A partire da fenomeni come l’abbandono scolastico e l’acquisizione di competenze insufficienti, che colpiscono soprattutto chi viene da famiglie svantaggiate.

In questa prospettiva, un primo obiettivo prioritario per il nostro paese dovrebbe essere il raggiungimento dell’obiettivo europeo: 33 posti nei servizi per la prima infanzia ogni 100
bambini residenti. Attualmente, nella fascia 0-2 anni, questo obiettivo è ancora lontano dall’essere raggiunto.

24 i posti in asili nido e servizi integrativi ogni 100 bambini con meno di 3 anni.

Un’offerta che peraltro non è uniforme sul territorio nazionale. Tra le regioni, solo 4
superano la soglia del 33%. Si tratta di Valle d’Aosta, Umbria, Emilia Romagna e Toscana. Nel mezzogiorno l’offerta è molto al di sotto non solo dell’obiettivo europeo, ma anche della stessa media nazionale. In Campania, Calabria e Sicilia sono meno di 10 i posti ogni 100 bambini.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

 

Osservando i dati provincia per provincia, spiccano per livelli di copertura soprattutto le province emiliane, toscane, dell’Umbria e alcune delle regioni a statuto speciale (eccetto la Sicilia). Queste si collocano stabilmente al di sopra del 33%. Nell’Italia settentrionale la maggior parte delle province oscilla tra il 20 e il 33% di copertura potenziale. In quella meridionale quasi nessuna provincia arriva ad una copertura del 20%. Ma l'offerta non è omogenea, anche nell'Italia del nord.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Anche all’interno di regioni del centro-nord mediamente più servite ci sono realtà dove il servizio è meno diffuso. In Lombardia, ad esempio, la città metropolitana di Milano supera il 33%, mentre la provincia di Sondrio non raggiunge il 20%.

Disparità che mostrano quanto le medie nazionali o regionali siano insufficienti per capire punti di forza e carenze del servizio prima infanzia. E come l'offerta vada ricostruita sul territorio, a livello comunale. Con questa granularità, emerge un quadro frammentato che mostra il ritardo del mezzogiorno nella diffusione degli asili nido e dei servizi integrativi.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Nel mezzogiorno l'offerta è più carente, e si concentra in pochi comuni, spesso circondati da territori senza asili nido. Se confrontiamo i capoluoghi di provincia, i livelli più alti di offerta potenziale si rilevano a Bolzano e Siena (quasi 2 posti ogni 3 bambini).

Mentre in 10 capoluoghi, tutti del sud, l’offerta non raggiunge il 10% della domanda potenziale. Tra questi in particolare Crotone (4,7 posti ogni 100 bimbi), Catania (5,5%) e Messina (5,7%).

La presenza di servizi nelle scuole

Tra i banchi di scuola, quotidianamente, si incontrano i percorsi diversi di milioni di ragazze e ragazzi. L’efficacia del sistema scolastico si misura anche nella capacità di integrare e valorizzare le differenze, senza cristallizzarle. Altrimenti i divari già esistenti si riproducono, e si tramandano di generazione in generazione.

I dati Invalsi ci mostrano come sia ancora forte la relazione tra i risultati degli alunni e la condizione economica, sociale e culturale della loro famiglia. In terza media, il 53,7% degli alunni che vengono dalle famiglie di fascia socio-economico-culturale più bassa ottengono risultati insufficienti nei test di italiano. Tra quelli delle famiglie di fascia alta le insufficienze sono il 15,8%.

19 su 28 la posizione dell’Italia rispetto agli altri paesi Ue per punteggio medio degli studenti svantaggiati.

Nel ridurre questo tipo di divari la scuola che si frequenta ha un ruolo decisivo, perché l’esperienza tra le mura scolastiche può cambiare molto a seconda dell’istituto. La componente umana può fare la differenza: la motivazione degli insegnanti, la presenza e il coinvolgimento della comunità educante.

Ma un altro aspetto da non trascurare è il tipo di dotazioni presenti all’interno della scuola. Nelle prossime mappe ci concentreremo su due in particolare. In primo luogo, la presenza all’interno dell’edificio scolastico della mensa. Una variabile importante, perché è strettamente legata alla possibilità per i ragazzi di frequentare la scuola in orario pomeridiano, dai corsi di recupero ad altre attività.

In Italia in media circa un edificio scolastico su 4 (26%) è dotato di mensa. Tra le regioni, spiccano i dati di 4 territori: Valle d'Aosta (69,4%), Toscana (63,3%), Friuli-Venezia Giulia (62,0%) e Piemonte (61,3%). In tutti gli altri casi gli edifici scolastici con la mensa sono meno del 40%.

Non sono disponibili dati per il Trentino Alto Adige.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Le regioni in fondo alla classifica sono Sicilia (8,2%) e Campania (9,5%). Scendendo a livello provinciale, in 26 province sulle 106 per cui abbiamo dati, oltre la metà delle scuole ha la mensa (non sono disponibili i dati per il Trentino Alto Adige). Spicca il dato delle province di Lucca, Prato e Aosta dove la percentuale di edifici scolastici dotati di mensa è attorno al 70%.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Le province con meno mense nelle scuole sono Ragusa (1,29%), Napoli (3,22%), Catania (4,29%), Palermo (4,53%) e Trapani (4,83%). Data la forte ricorrenza della Sicilia, sia nella classifica regionale che in quella provinciale, può essere interessante focalizzarci sulla presenza di mense sull'isola.

La Sicilia è la regione con meno edifici scolastici dotati di mensa (meno del 10% ne ha una). In controtendenza con il dato dell’isola è quello di Messina. In questa città metropolitana gli edifici scolastici con la mensa sono il 20,3%. E nel capoluogo la metà degli edifici statali (50%) ne ha una. Il secondo, distanziato, è Siracusa (11%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

 

Un altro tema fondamentale è la presenza della palestra dentro la scuola. Lo sport ha una funzione educativa riconosciuta da tutti i sistemi scolastici Ue, che difatti lo prevedono come materia didattica. In media in Italia circa il 41% degli edifici scolastici statali ha una palestra o una piscina. La metà delle regioni supera questo dato. Il valore più alto si raggiunge in Friuli Venezia Giulia (57,8%), seguito dal Piemonte (51%). Si avvicinano alla metà degli edifici con palestra e piscina Toscana (48,1%), Lazio (46,6%) e Marche (46%).

Non sono disponibili dati per il Trentino Alto Adige.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

 

Le regioni con meno palestre sono Calabria (22,3%) e Campania (25,7%). Ovviamente non significa che gli alunni che frequentano scuole senza palestra non ne abbiano accesso, in altri istituti o in impianti sportivi del territorio. Ma mappare la loro presenza è comunque importante.

Da un lato, perché sono le norme sull’edilizia scolastica a stabilire che nella programmazione degli interventi sia garantita ad ogni scuola la disponibilità di palestre e impianti sportivi. Dall'altro, perché anche le palestre scolastiche possono essere valorizzate per attività pomeridiane, diventando un punto di riferimento per le famiglie.

Scendendo a livello provinciale, ai primi posti per presenza della palestra (o della piscina) nella scuola spiccano le province friulane.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Al primo posto Pordenone (65%), al secondo Trieste. Al quarto posto, subito dietro Prato (59,35%), Udine (57,74%). Le province con meno palestre nelle scuole sono tutte calabresi, in particolare Reggio Calabria (20,42%), Vibo Valentia (21,34%), Crotone e Cosenza (entrambe attorno al 22%).

La Calabria è la regione con meno scuole dotate di palestre o piscine. Poco più di un edificio scolastico su 5 ne ha una, contro una media nazionale quasi doppia. Osservando il dato comune per comune, si nota come la distribuzione sia piuttosto variegata sul territorio regionale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: martedì 25 Settembre 2018)

Tra i capoluoghi, quello con più palestre nelle scuole è Cosenza (34%), seguito da Crotone (25%) e Vibo Valentia (21%). Seguono Reggio Calabria (14%) e Catanzaro (9%).

L'abbandono scolastico

L’abbandono scolastico è un fallimento educativo per l’intera società. A lasciare la scuola o i percorsi di formazione prima del tempo sono soprattutto i giovani che vengono da una situazione di svantaggio, sia economico che sociale. In un mondo che richiede sempre più competenze, chi resta escluso rischia più degli altri un futuro di marginalità sociale.

Perciò una delle sfide per aumentare l’equità e l’efficacia del nostro sistema di istruzione è abbattere il tasso di abbandono scolastico. Per verificare l’impegno in questa direzione, a livello europeo è stato stabilito un obiettivo: ridurre la quota di giovani che abbandonano precocemente gli studi e la formazione al di sotto del 10% entro il 2020.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Luglio 2019)

In base a questo indicatore, l’Italia è il quarto stato Ue con il più alto tasso di abbandono scolastico, dopo Spagna, Malta e Romania. Negli ultimi 10 anni la quota di abbandoni nel nostro paese è progressivamente diminuita: nel 2008 sfioravano il 20%, 5 punti in più rispetto ad oggi. Ma il trend dell’ultimo biennio mostra un’inversione di tendenza: dal 13,8% del 2016 siamo tornati al 14,5% attuale.

14,5% i giovani tra 18 e 24 anni che hanno lasciato la scuola prima del diploma.

 

A fronte di questa media, l'abbandono colpisce in modo diverso le aree del paese.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 17 Aprile 2019)

In tre regioni, Sardegna, Sicilia e Calabria, oltre il 20% dei ragazzi ha abbandonato precocemente la scuola. Una quota doppia rispetto al 10% che l’Ue si è posta come obiettivo. Se scendiamo a livello provinciale, in alcuni territori, come quello del Sud Sardegna e nel catanese, oltre un giovane su 4 ha lasciato prima del diploma.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Svimez e Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 11 Settembre 2018)

Andando ancora oltre, possiamo provare ad approfondire l'analisi a livello comunale. Qui purtroppo le sole informazioni disponibili risalgono al 2011. È infatti in occasione dei censimenti che vengono raccolte con una simile disaggregazione.

Anche al momento del censimento, comunque, le tendenze appena rilevate erano già presenti. Tra le 15 maggiori città italiane, Catania spiccava come quella con il più alto abbandono. Anche se va precisato che l'indicatore qui utilizzato differisce da quello europeo: considera la percentuale di giovani tra 15 e 24 anni senza diploma e che non sono in un percorso regolare di studi o di formazione.

Il dato calcola la percentuale di residenti tra 15 e 24 anni che – alla data del censimento – avevano la licenza media e non frequentavano alcun corso di studi o formazione professionale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (censimento 2011)
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)

Nel comune di Catania, al censimento 2011, il 31,1% dei giovani tra 15 e 24 anni risultava in possesso della licenza media ma al di fuori dei percorsi di istruzione e formazione. Tassi elevati anche in altri i comuni maggiori della città metropolitana, come Misterbianco (30,3%) e Acireale (20,2%). Più contenuto il dato di Caltagirone (14,7%).

La tendenza è che spesso a restare indietro sono i giovani più svantaggiati. E con loro, anche i territori socialmente ed economicamente più fragili. Per questa ragione, la riduzione dell’abbandono scolastico - e in generale l'investimento sull'istruzione, dall'asilo alla scuola - è anche la premessa per lo sviluppo delle aree del paese più in difficoltà.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat (censimento 2011)
(ultimo aggiornamento: sabato 31 Dicembre 2011)

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli asili nido è il datawarehouse Istat (dati 2016). Quella sulle palestre e le mense negli edifici scolastici è il Miur (dati 2017). I dati sull'uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione sono di fonte Istat. Sono relativi al 2011, essendo stati raccolti in occasione del censimento.

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