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L’abbandono scolastico come fattore di esclusione educativa e sociale

L’elevato abbandono scolastico tra i ragazzi stranieri è probabilmente il sintomo più evidente di un processo di inclusione che rischia di lasciare fuori ancora troppi ragazzi.

Negli ultimi venti anni, il tasso di abbandono – inteso come la quota di giovani che non raggiungono il diploma o una qualifica professionale – è progressivamente diminuito. Ciò è dovuto anche all’impulso delle politiche europee, che hanno fissato degli obiettivi misurabili in questa direzione.

L’Unione europea ha fissato come obiettivo che – entro il 2020 – i giovani europei tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) siano meno del 10% del totale. Vai a "Che cos’è l’abbandono scolastico"

Il report completo in pdf

A livello nazionale, siamo passati da quasi un giovane su 4 (23,1%) che aveva lasciato la scuola prima del tempo nel 2004 all’attuale 13,5% (2019). Un dato ancora troppo alto, perché pone il nostro paese ai primi posti in Europa, insieme a Spagna (17,3%), Malta (16,7%), Romania (15,3%), Bulgaria (13,9%), mentre gli altri maggiori paesi hanno raggiunto l’obiettivo o quasi: Germania (10,3%), Regno Unito (10,9%) e Francia (8,2%). Ma che è comunque positivo nella sua tendenza, perché segna un calo di quasi 10 punti nel periodo considerato.

-9,6 il calo, in punti percentuali, del tasso di abbandono scolastico precoce tra 2004 e 2019 in Italia.

Ma questa contrazione nella quota di ragazzi che lasciano la scuola non è stata affatto omogenea. Tra i giovani con cittadinanza italiana la quota di abbandono ha quasi raggiunto l’obiettivo europeo, passando in un decennio dal 16,4% all’11,3%. Tra i giovani senza cittadinanza tale dato resta invece più alto di circa 25 punti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 23 Aprile 2020)

Tra i giovani stranieri il tasso di abbandono rimane oltre 3 volte superiore rispetto a quello dei ragazzi italiani. Inoltre, mentre per questi ultimi il calo è stato progressivo nel corso del decennio, e il raggiungimento della soglia europea sembra essere a portata di mano, per i primi la tendenza alla contrazione appare molto meno nitida. Dopo una discesa fino al 33%, raggiunto tra 2016 e 2017, l'ultimo biennio rilevato mostra un dato sensibilmente più alto (su cui è possibile incida anche l'arrivo di giovani che hanno svolto il proprio percorso di istruzione fuori dall'Italia).

36,5% dei giovani senza cittadinanza italiana ha lasciato la scuola prima del tempo, contro una media del 13,5%.

Questi dati fanno si che il nostro paese, oltre a essere uno di quelli in cui l'abbandono resta più elevato, sia anche ai primi posti per divario tra nativi e stranieri. Tra i giovani nativi (intesi come quelli con cittadinanza del paese di rilevazione) l’Italia è il sesto stato Ue con più abbandoni dopo Romania, Malta, Spagna, Bulgaria e Ungheria. Ciononostante, il divario tra italiani e stranieri è comunque molto ampio, perché i giovani di origine straniera in Italia abbandonano più dei loro coetanei negli altri paesi.

25,2 i punti percentuali di divario tra il tasso di abbandono dei giovani con e senza cittadinanza italiana.

La fuoriuscita dei minori stranieri dal sistema educativo incide sulla possibilità di integrazione.

Ciò ha molte conseguenze negative. In primo luogo per le possibilità di integrazione, che vedono nella scuola il luogo naturale non solo per apprendere la lingua, ma anche per sviluppare una propria rete di socialità e di amicizie. Una prerogativa fondamentale per tutte le bambine e i bambini nell'età dello sviluppo. E a maggior ragione per chi viene da paesi lontani e spesso ha meno possibilità di contatto al di fuori del proprio contesto familiare. Sul lungo periodo, invece, l'uscita precoce dai percorsi educativi avrà un impatto sulla possibilità di integrarsi, da adulti, in un mondo del lavoro che cerca competenze sempre più specializzate. Con la conseguenza drammatica di segmentare per cittadinanza i percorsi di istruzione prima, e quelli professionali poi. Evitare questa segmentazione, e l'esclusione sociale che ne deriva, è la principale sfida che le nostre società hanno di fronte. A partire da quella che si realizza nell'abbandono precoce della scuola.

(...) interessa qui rilevare la brusca interruzione della frequenza scolastica che avviene a 17 e 18 anni e che di conseguenza impedisce a oltre un terzo degli studenti con cittadinanza non italiana di realizzare una formazione più completa per l’inserimento nel mondo del lavoro.

Ma perché una distanza così ampia? Gli abbandoni non sono che l'esito di un processo di lungo periodo, che comincia dai primi anni di inserimento a scuola. Un inserimento che comporta, in tanti casi, difficoltà linguistiche, culturali, e in generale di apprendimento.

Ovviamente con profonde differenze, che dipendono anche dall'età: più è precoce, maggiore la facilità del processo di inclusione. In questo vi sono grandi differenze tra territori. Nelle regioni del mezzogiorno la quota di studenti senza cittadinanza entrati per la prima volta nel sistema scolastico è molto più alta: supera il 6% in Sardegna, Basilicata e Sicilia; è pari al 5,7% in Campania e al 4,5% in Calabria.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Ismu e Miur
(ultimo aggiornamento: sabato 15 Febbraio 2020)

Ciò comporta una sfida ancora più complessa per l'integrazione in questi territori, una sfida che passa prima di tutto dalla possibilità della scuola e della comunità educante di creare integrazione.

Le difficoltà nel processo di inserimento scolastico

Il primo sintomo di queste difficoltà è visibile nell'indicatore di ritardo scolastico. Ovvero la percentuale di alunni che frequentano una classe inferiore rispetto alla propria età anagrafica. Ciò può essere dovuto a bocciature ma, soprattutto nel caso degli studenti stranieri, anche dalla necessità di inserire l'alunno in una classe dove possa seguire con maggiore facilità le lezioni.

Il ritardo scolastico riguarda mediamente un alunno con cittadinanza italiana su 10 (9,6%). Una media che è più contenuta per le scuole primarie (1,7%) e medie (5,5%) e più elevata nelle secondarie di II grado (20%). Per gli studenti di origine straniera, il dato medio è 3 volte superiore: 30,7% ha un ritardo scolastico, poco meno di uno su 3.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: venerdì 31 Agosto 2018)

Una quota che cresce nel corso dei gradi di istruzione: 12,4% alle primarie, 32,4% alle secondarie di I grado, 58,2% alle secondarie di II grado.

Il maggior ritardo scolastico accumulato dagli studenti con cittadinanza non italiana (Cni) si accompagna spesso ad apprendimenti inferiori rispetto ai coetanei, lungo tutto il percorso di studio. Con forti differenze tra gli alunni di prima e di seconda generazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Luglio 2019)

Le rilevazioni Invalsi mostrano come ragazzi e ragazze di prima generazione, ovvero nati all'estero da entrambi i genitori stranieri, siano comprensibilmente quelli con più difficoltà di apprendimento in italiano. Il divario con gli alunni cosiddetti "nativi" (cioè figli di almeno un genitore nato in Italia) è pari a 27 punti all'inizio delle elementari (II primaria) e si allarga a 32 punti in quinta primaria e a 33 in terza media. In seconda superiore scende a 25, un dato su cui però è verosimile pesino gli effetti dell'abbandono precoce, come abbiamo visto più frequente tra i ragazzi stranieri.

33 punti di differenza tra gli alunni nativi e quelli di I generazione in terza media.

Per gli alunni di seconda generazione, ovvero nati in Italia da entrambi genitori stranieri, esiste spesso una difficoltà di inserimento testimoniata dagli apprendimenti Invalsi. Ma i divari sono più contenuti rispetto agli studenti nati da almeno un genitore italiano: 21 punti in seconda primaria, 20 in quinta, 18 in terza media. In seconda superiore i risultati nei test di italiano dei ragazzi "nativi" e di quelli di seconda generazione sono praticamente analoghi.

3 punti di differenza tra gli alunni nativi e quelli di II generazione in seconda superiore.

Allo stesso tempo, un'altra tendenza da rilevare è che, nell'apprendimento dell'inglese, gli studenti di prima e seconda generazione tendono ad avere punteggi in media più alti rispetto ai coetanei. Un dato che suggerisce come i vantaggi di una maggiore integrazione scolastica tra studenti provenienti da culture diverse potrebbero avere effetti positivi per tutti.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Luglio 2019)

In generale purtroppo, con l'eccezione delle lingue straniere, apprendimenti più bassi e ritardi scolastici di ragazze e ragazzi Cni condizionano il loro percorso successivo. A partire dalla scelta dell'indirizzo alle scuole superiori.

I divari nell'accesso all'istruzione superiore

L'abbandono scolastico non è l'unico sintomo di un processo di inclusione interrotto. Anche tra chi continua gli studi per raggiungere il diploma, i segnali di disparità non mancano. In media, quasi la metà degli studenti delle superiori frequenta un liceo, un alunno su 3 studia in un istituto tecnico e uno su 5 in un professionale. Queste percentuali cambiano molto tra chi ha la cittadinanza italiana e chi no.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: venerdì 31 Agosto 2018)

Tra ragazze e ragazzi di origine straniera, la quota di chi frequenta il liceo è molto più bassa e varia molto tra chi ha una cittadinanza comunitaria (34%) e chi una extra-Ue (24,4%). Un divario dai ragazzi con cittadinanza italiana rispettivamente di 14,8 e di 24,4 punti. Tra gli alunni con cittadinanza non europea, la quota di quelli che frequentano il liceo è quindi esattamente la metà rispetto ai coetanei con cittadinanza italiana. Se invece si prende il totale degli studenti stranieri, il divario con gli italiani è comunque ampio: oltre 22 punti percentuali.

22,1 i punti percentuali di distanza tra la quota di alunni del liceo con cittadinanza italiana e quelli senza.

Questa cifra è variabile sul territorio, ma il divario è presente in tutte le aree del paese. Nelle province di La Spezia e Agrigento sfiora i 30 punti percentuali. Nella prima, frequenta il liceo il 47,75% degli alunni italiani e il 17,99% di quelli stranieri; nella seconda, rispettivamente il 50,6% e il 20,97%. Il divario supera i 25 punti anche in altre 12 province e città metropolitane: Milano, Bologna, Lecco, Parma, Varese, Piacenza, Benevento, Asti, Firenze, Potenza, Lecce e Monza. Nella città metropolitana di Milano, al 47,67% di liceali tra gli studenti italiani si contrappone il 19,5% di quelli stranieri.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: venerdì 31 Agosto 2018)

Sono concentrati soprattutto in Sardegna i territori dove la quota di chi frequenta il liceo risulta simile tra italiani e stranieri. Ma su questo dato occorrono due precisazioni. La prima è che parliamo di una delle regioni italiane in cui più incide l'abbandono scolastico, un fenomeno che influisce negativamente sulla composizione della popolazione scolastica. In secondo luogo, incide anche la bassa numerosità degli alunni Cni che frequentano le superiori in questi territori.

Ripartire dalla scuola e dalla comunità educante

La segregazione che deriva da percorsi così diversi, e da tassi di abbandono tanto ampi, costituisce un rischio da non sottovalutare. Queste tendenze, se non arginate, hanno tutto il potenziale per produrre in futuro emarginazione ed esclusione sociale.

Per questa ragione la sfida dell'inclusione è cruciale, e può essere vinta solo restituendo centralità alla scuola e alle comunità educanti del nostro paese. Ripartire dal ruolo delle scuole, degli insegnanti, degli educatori, ma anche dei presidi sociali e culturali attivi sul territorio significa valorizzarne la funzione, che è duplice.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: mercoledì 10 Luglio 2019)

In primo luogo, quella connessa alla formazione delle conoscenze e dell'apprendimento, inteso in senso lato. Lo svantaggio dei minori stranieri è testimoniato dalle difficoltà che attraversano nel percorso di studi, che si innestano su una condizione sociale e familiare spesso più fragile. La scuola e i presidi educativi, offrendo a tutti - a prescindere dalla condizione di partenza - un'istruzione di qualità, possono contribuire a colmare questi divari.

Inoltre, scuole e comunità educanti possono portare un altro valore aggiunto, quello della socialità. Aule studio, oratori, realtà associative dello sport e della cultura: è in questi luoghi di aggregazione che si sta costruendo l'Italia di domani. Qui si incontrano culture diverse e l'inserimento per chi viene da un paese lontano può diventare più semplice. Un ruolo altrettanto importante per creare vera inclusione.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati utilizzati è il Miur.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Miur
(ultimo aggiornamento: mercoledì 10 Luglio 2019)

Foto credit: CDC (Unsplash) - Licenza

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