L’inclusione delle seconde generazioni e il ruolo della comunità educante #conibambini

Tra le seconde generazioni, in molti casi anche chi non ha la cittadinanza si sente già italiano. Contrastare le discriminazioni e il bullismo è il presupposto per realizzare l’inclusione effettiva di oltre 1 milione di minori di origine straniera nel nostro paese.

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In Italia vive oltre un milione di minori di origine straniera. Bambini e ragazzi che non hanno ancora la cittadinanza, o che l’hanno acquisita di recente, la cui integrazione è una delle sfide decisive per il futuro del nostro paese.

È anche grazie al lavoro delle comunità educanti che si può realizzare l’inclusione.

Un percorso di inclusione in molti casi nei fatti già compiuto, in cui il ruolo della scuola e della comunità educante ha un’influenza cruciale. È infatti soprattutto attraverso l’istruzione – formale e informale – che possono realizzarsi i processi di integrazione, di apprendimento, di conoscenza reciproca. Percorsi che riguardano l’intera comunità educante, ovvero l’insieme di soggetti che accompagnano il bambino nel percorso di crescita, dalla scuola alla famiglia, fino alle tante realtà presenti sul territorio, come associazioni culturali, sociali e sportive. Un insieme composito di insegnanti e educatori, genitori e ragazzi, che comprende quindi anche gli 8,5 milioni di studenti presenti nel nostro paese, di cui quasi 900mila senza la cittadinanza italiana.

876.801 alunni con cittadinanza non italiana nell’anno scolastico 2019/20.

Ma come si sta realizzando questo processo? Attraverso alcuni dati, proviamo a ricostruire l’inclusione di ragazze e ragazzi stranieri, tra diritto all’inclusione e rischio di discriminazione.

I bambini e ragazzi di seconda generazione in Italia

I minori di seconda generazione (stranieri o italiani per acquisizione) sono stimabili in 1,3 milioni, di cui il 75,3% nato in Italia. Nell’affrontare il tema la premessa necessaria è che la stessa definizione di “seconda generazione” non è semplice e varia sensibilmente nella letteratura sul tema (Istat, 2020). Inoltre, non sempre collima con quella statistica, che si sviluppa sul binomio tra residenti con cittadinanza italiana e residenti stranieri.

In senso stretto, con il termine “seconda generazione” ci si riferisce a ragazze e ragazzi nati da genitori stranieri nel paese di immigrazione. Tuttavia diversi autori estendono la definizione anche a chi – pur non essendo nato nel paese di arrivo – vi è arrivato comunque prima dei 18 anni. Orientativamente i due gruppi rappresentano rispettivamente il 75% e il 25% dei bambini e ragazzi di seconda generazione che vivono in Italia.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Aprile 2020)

L'altro aspetto dirimente è quello della cittadinanza del minore. Il concetto sociologico di seconda generazione e quello statistico di residenti con cittadinanza non italiana non sono infatti perfettamente sovrapponibili. Le seconde generazioni non sono composte solo da minori stranieri, che pure ne costituiscono la netta maggioranza (8 su 10), ma anche da chi ha acquisito successivamente lo status di cittadino del paese di residenza. Quindi anche da cittadini italiani, come tali giustamente non inclusi nelle statistiche demografiche sulla presenza di stranieri in Italia.

79% dei minori di seconda generazione non ha la cittadinanza italiana.

Nell'analizzare il percorso di inclusione delle seconde generazioni, sarebbe quindi utile approfondire meglio anche la condizione di bambini e ragazzi italiani nati da genitori stranieri (oltre 200mila persone). Parallelamente però, proprio per le difficoltà che ciò comporta in termini di rilevazione statistica, gran parte dei dati disponibili sul tema si riferiscono ai soli minori Cni (con cittadinanza non italiana). Insieme che comunque ad oggi costituisce la grande maggioranza (quasi l'80%) dei minori di seconda generazione.

Senso di inclusione e rischio discriminazione

Il primo elemento di rilievo è che, anche tra ragazze e ragazzi che non hanno la cittadinanza (come abbiamo visto poco meno di 8 minori di seconda generazione su 10), la quota di chi si sente cittadino italiano risulta piuttosto elevata. Tra gli studenti delle scuole secondarie, in media la maggioranza relativa (38% circa) dichiara di sentirsi tale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Indagine sull’integrazione delle seconde generazioni
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Aprile 2020)

Nella maggior parte dei casi lo status giuridico e l'identità autopercepita non coincidono.

Un terzo esatto dichiara di sentirsi straniero e quasi altrettanto elevata è la quota di chi risponde "non so" (29,2%). La spaccatura in 3 del campione di studenti è interessante perché sembra quasi testimoniare una collisione tra uno status giuridico che identifica il 100% di questi ragazzi come stranieri e un sentimento individuale molto più articolato. In cui anche l'alta quota di incerti sulla propria identità potrebbe essere dettata da un'incertezza forse connessa anche a uno status giuridico che non risponde del tutto al proprio vissuto individuale.

+10 punti la quota di chi si sente italiano tra gli studenti stranieri nati in Italia o arrivati prima dei 5 anni, rispetto alla media.

I giovani stranieri arrivati prima dei 5 anni si sentono più spesso italiani.

L'altro elemento interessante, sebbene prevedibile, è il crescere dell'autopercezione come cittadino italiano tra chi è nato in Italia o tra chi pur essendo nato all'estero è arrivato nei primi 5 anni di vita. Tra questi ultimi in particolare la quota di chi si sente italiano nonostante una cittadinanza straniera raggiunge il livello più alto: (48%), mentre si rileva il minimo di incerti (26,6%). Solo tra i ragazzi stranieri arrivati in Italia più tardi - dopo i 10 anni di età - la maggioranza (52,8%) dichiara di sentirsi straniero, e solo una minoranza si sente italiano. E tuttavia è interessante osservare come persino in questo gruppo, il cui arrivo è molto più recente, comunque oltre uno su 6 dichiari di sentirsi italiano, nonostante il proprio status giuridico.

2 su 3 gli studenti senza cittadinanza italiana che comunque non dichiarano di sentirsi stranieri.

Quasi 9 alunni stranieri su 10 frequentano compagni italiani.

Un fattore decisivo dell'inclusione sono le amicizie e il tempo trascorso fuori dalle mura scolastiche. In questo senso, un indice dell'integrazione è anche offerto dalla quota di alunni di origine straniera che nel tempo libero frequentano compagni con cittadinanza italiana. In media, oltre l'86% degli studenti stranieri delle scuole secondarie dichiara di passare il proprio tempo fuori da scuola con amici italiani, quota che supera il 90% tra chi è arrivato in Italia prima dei 5 anni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Indagine sull’integrazione delle seconde generazioni
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Aprile 2020)

L'elemento cruciale è anche in questo caso la generazione migratoria del minore. Chi è arrivato dopo i 10 anni di età tende a vedere più spesso i connazionali (+5,5 punti percentuali rispetto ai ragazzi stranieri nati in Italia) e ad avere molti meno rapporti con i compagni italiani. Con cui trascorre il proprio tempo libero nel 78,3% dei casi, ovvero 7,5 punti in meno di chi è nato in Italia e quasi 12 in meno di chi è arrivato prima dei 5 anni.

90,2% dei ragazzi stranieri arrivati in Italia prima dei 5 anni frequenta compagni italiani nel tempo libero.

Promuovere ambienti inclusivi di incontro, socialità, apprendimento. È questo il ruolo della comunità educante.

Appare evidente come su tale tendenza abbiano un impatto determinante fattori quali l'arrivo recente nel nostro paese e le difficoltà di inserimento dovute anche a barriere linguistiche, culturali e sociali. È in questo quadro che il ruolo della comunità educante diventa particolarmente prezioso. Sia per facilitare il percorso di apprendimento, quanto per lo sviluppo della socialità e della conoscenza reciproca, in un contesto rispettoso della diversità. Si tratta di un fattore essenziale per contrastare fenomeni di discriminazione e bullismo di cui in molti casi i minori stranieri sono vittima.

Le discriminazioni e il bullismo verso ragazze e ragazzi stranieri

Rispetto ai coetanei italiani, i giovani di origine straniera subiscono più spesso fenomeni di discriminazione. Un indicatore di questa tendenza è dato dalla maggior frequenza atti di bullismo di cui sono vittima.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Indagine sull’integrazione delle seconde generazioni
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Aprile 2020)

 

Fatti 100 gli alunni italiani che hanno subito episodi offensivi o violenti da coetanei, tra quelli stranieri la quota sale in media di 16-17 punti in più. Sono soprattutto gli studenti di alcune nazionalità, come quelli di cittadinanza filippina, cinese e indiana ad esserne tra i più colpiti. Fino anche a 30-40 punti in più in più rispetto ai coetanei italiani.

142,7 studenti con cittadinanza filippina hanno subito almeno un episodio offensivo, non rispettoso e/o violento da parte di altri ragazzi, ogni 100 alunni italiani.

Come abbiamo avuto modo di approfondire in passato, fenomeni come bullismo e discriminazioni non devono essere minimizzati. Perché rivestono un ruolo fortemente anti-inclusivo nei processi di integrazione. Basti osservare come gli episodi di bullismo colpiscano soprattutto chi vive in zone disagiate.

10,5% dei ragazzi che vivono in zone molto disagiate hanno subito atti di bullismo una o più volte alla settimana (8% tra chi vive in zone con meno disagio).

In questo senso, la presenza sul territorio di forti e solide comunità educanti resta una risorsa fondamentale. Perché consente di costruire ambienti di apprendimento - formale e informale - realmente inclusivi, che educhino al rispetto reciproco.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati è demo.Istat.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati demo.Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Gennaio 2020)

Foto: Flickr kemorgan65 - Licenza

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