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La dimensione del fenomeno

In Italia vivono circa 4 milioni di adolescenti e preadolescenti, di età compresa tra 11 e 17 anni. Si può stimare che solo poco meno della metà (1,8 milioni) non abbia subito episodi di bullismo, sulla base dei dati Istat più recenti (2015). A quella data, il 50,1% dei ragazzi e il 44,4% delle ragazze dichiarava di non aver ricevuto, nell’anno precedente l’intervista, alcun comportamento offensivo, irrispettoso e violento.

Al contrario, si tratta invece di un trattamento purtroppo ben conosciuto per l’altra metà e più dei ragazzi. Circa un terzo ha riportato di essere preso di mira qualche volta all’anno (31,1% tra i maschi, 34,7% tra le femmine). Per più del 10% degli intervistati ciò avveniva almeno qualche volta al mese. Per il restante 10% circa (9,9% tra le ragazze, 8,5% tra i ragazzi) il bullismo invece era quasi un fenomeno quotidiano. Significa che una o più volte alla settimana sono stati presi di mira con soprusi o prepotenze.

2 su 10 gli adolescenti che hanno subito comportamenti offensivi o violenti almeno una volta al mese o più.

Il bullismo è una piaga per lo sviluppo dei ragazzi e le possibilità di inclusione.

Gli atti di bullismo hanno come effetto quello di isolare chi ne è preso di mira, ridicolizzarlo, emarginarlo. Minandone la tenuta psicologica, la qualità della vita, la possibilità di sviluppare relazioni sociali e il percorso educativo. Ciò avviene con atteggiamenti e atti offensivi che la letteratura identifica attraverso 3 caratteristiche (Istat, 2019). In primo luogo devono essere intenzionali, ovvero deve essere presente la volontà di colpire la vittima da parte del bullo. La seconda caratteristica, drammatica, è la persistenza di questi comportamenti nel tempo: i soprusi non sono quasi mai un fatto isolato, ma segnano la vita di chi li subisce per mesi. Con effetti duraturi sull’autostima delle vittime. In terzo luogo, il rapporto tra aggressore e parte offesa è sempre sbilanciato a sfavore di quest’ultimo, configurandosi come ruoli inamovibili all’interno di una “relazione” asimmetrica.

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3 le condizioni che configurano un atto di bullismo.

Il bullismo attraverso piattaforme digitali e social media ha caratteristiche proprie, da non sottovalutare.

Un fenomeno grave e non nuovo, ma che tra le giovani generazioni è reso anche più pervasivo per la diffusione elevata di dispositivi elettronici e strumenti di comunicazione. Questi ridefiniscono in parte il paradigma delle 3 condizioni, in particolare il vincolo della persistenza. Con le tecnologie, anche un solo atto offensivo può essere veicolato e riprodotto milioni di volte, rendendo potenzialmente illimitata l’ampiezza dell’offesa ricevuta. Inoltre, il bullismo su internet fa leva sulla maggiore possibilità di anonimato (viene meno il contatto diretto, faccia a faccia, tra bullo e bullizzato) e su un senso di impunità e deresponsabilizzazione di chi partecipa, condividendo un contenuto offensivo, all’azione di bullismo. Si innescano meccanismi di “minimizzazione” (un atto di cyberbullismo viene spesso percepito dallo stesso bullo come meno grave) e di “disimpegno morale”, dal momento che la responsabilità viene percepita come condivisa da tante persone (Borgobello, 2019).

È in questo quadro che si parla di cyberbullismo, una realtà così frequente da aver portato il legislatore a intervenire con una normativa ad hoc (la legge 71 del 2017). Questa consente ai minori e alle famiglie di richiedere l’immediata rimozione di contenuti offensivi, anche attraverso il garante della privacy se la piattaforma non interviene con l’oscuramento entro 48 ore.

Bullismo: in cosa consiste e quali sono i contesti più “favorevoli”

Si tratta di un fenomeno tanto grave quanto allo stesso tempo molto difficile da monitorare. Atti intimidatori e soprusi sono infatti spesso coperti da omertà. Inoltre generano in chi li subisce un senso di vergogna che purtroppo in molti casi porta a nascondere, piuttosto che a segnalare e denunciare.

In questo senso, un’indagine svolta da Istat negli anni scorsi ha consentito di far emergere alcune caratteristiche del fenomeno, attraverso una rilevazione diretta a un campione di ragazzi tra 11 e 17 anni. Il trattamento più frequente sono le offese personali, attraverso soprannomi denigratori oppure insulti. Riguarda in media circa il 12% degli adolescenti, con una prevalenza tra i maschi (12,5%).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Giugno 2020)

Circa la metà (6,3%) è stato preso in giro per l'aspetto fisico o per difetti di pronuncia una o più volte al mese. In questo caso sono le ragazze ad essere colpite più spesso: 7,1% contro il 5,6% dei maschi. Sono ancora le adolescenti ad essere maggiormente prese di mira da chi racconta storie e sparla e ad essere emarginate o prese in giro per le proprie opinioni. Mentre è tra i ragazzi che il bullismo si traduce più spesso in violenza fisica: il 5,3% riporta di essere stato colpito con spintoni, botte, calci e pugni almeno una volta al mese.

In generale, comunque, gli episodi di bullismo appaiono più frequenti per le ragazze (9,9% dichiara almeno una volta a settimana, contro l'8,5% dei maschi) e per le fasce d'età più giovani (11-13 anni).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Giugno 2020)

Per molti preadolescenti questi soprusi costituiscono un supplizio quotidiano: l'11,3% dichiara di essere stato preso di mira una o più volte alla settimana. Una reiterazione così frequente nel tempo da configurare una condizione insopportabile per chi la subisce.

Il profilo socio-demografico della vittima, e il suo territorio di residenza, in questo senso offrono un quadro dei contesti sociali e territoriali in cui il bullismo risulta maggiormente diffuso. Emerge una prevalenza nell'Italia settentrionale e in particolare nelle città maggiori.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Giugno 2020)

ll bullismo colpisce i meno inseriti, contribuendo a creare emarginazione invece di inclusione.

A questo si aggiunga che la famiglia di chi subisce bullismo, più spesso della media, vive in una zona disagiata. Il 10,5% di chi riceve questi soprusi vive in un quartiere molto disagiato, contro l'8% di chi vive in una zona con pochi o nessun disagio. Un aspetto che mette in luce l'emarginazione sociale provocata dal bullismo: esso va a colpire più spesso chi è meno incluso, creando attorno a lei o lui un clima di isolamento. Un isolamento che aggrava uno svantaggio pre-esistente, come una condizione familiare più vulnerabile.

Una conferma del ruolo profondamente anti-inclusivo del bullismo è data dall'alta quota di studenti stranieri che ne sono vittime. Fatti 100 gli alunni italiani che hanno subito episodi offensivi o violenti da coetanei, tra quelli stranieri sono circa il 16-17% in più.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat, Indagine sull’integrazione delle seconde generazioni
(ultimo aggiornamento: giovedì 16 Aprile 2020)

Gli studenti con cittadinanza filippina, cinese e indiana sono i più colpiti, fino anche a un 30-40% in più rispetto ai coetanei italiani. Altre nazionalità, come quella albanese, risultano invece in linea o meno bullizzate rispetto ai coetanei. In generale, emerge come il bullismo colpisca in misura maggiore nei primi anni dell'adolescenza, durante le scuole medie, anche per ragazze e ragazzi stranieri.

L'impatto del cyberbullismo

Come già indicato in precedenza, il cosiddetto "cyberbullismo" ha caratteristiche specifiche, proprie di un fenomeno che si svolge attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, i dispositivi digitali, le chat e i social network.

22,2% delle vittime di bullismo è stato colpito da azioni di cyberbullismo.

A darne una definizione precisa è la legge approvata nel 2017 che identifica quali atti possono essere considerati come atti di cyberbullismo.

(...) per «cyberbullismo» si intende qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d'identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo.

Questa definizione mostra chiaramente che si tratta di atti che non hanno nulla di nuovo, e sono già sanzionati dalle leggi. La novità però è nel mezzo di comunicazione utilizzato, che moltiplica i danni di un singolo atto di bullismo. In primo luogo perché può aumentare a dismisura il numero di destinatari, accrescendo l'impatto psicologico per chi li subisce. Una singola offesa può essere veicolata anche milioni di volte, arrecando gravi danni di autostima o psicologici alla vittima.

In secondo luogo, perché l'assenza di confronto diretto con la vittima tende a deresponsabilizzare gli aggressori. In molti casi, viene meno la consapevolezza che si stia compiendo veri e propri reati.

Altro reato ricorrente, commesso con scarsa consapevolezza, è quello legato a un uso scorretto delle Ict – Information and communication technology, dallo smartphone ai social network. Gli operatori sono consapevoli dell’importanza che le tecnologie rivestono nella vita degli adolescenti, nati e cresciuti nell’era di internet. Tuttavia osservano come la scarsa conoscenza delle regole, soprattutto legate alla privacy, induca molti di loro a compiere con superficialità azioni che tuttavia hanno rilevanza penale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Giugno 2020)

Anche in questo caso, sono soprattutto le ragazze a subire atti di cyberbullismo. Un fenomeno che mostra una prevalenza nell'Italia settentrionale e nelle città maggiori, ma che appare diffuso in tutto il paese.

Da questo punto di vista, l'approvazione della legge sul cyberbullismo costituisce sicuramente uno strumento a disposizione delle vittime per ridurre il danno ricevuto. Ma serve anche un cambio di paradigma culturale, che porti a considerare questo tipo di atteggiamenti alla stregua di quello che sono: atti aggressivi, violenti e offensivi che non vanno minimizzati. In quanto danneggiano la vita delle persone e creano esclusione.

Perciò ogni intervento legislativo in materia, per trovare concretezza, ha la necessità di essere accompagnato da una nuova sensibilità diffusa nella società, nei luoghi dove i ragazzi passano più tempo (a partire dalla scuola). In questo senso, la presenza di forti comunità educanti sul territorio e di presidi sociali ed educativi può aiutare a diffonderla.

Foto credit: Ulrike Mai (Pixabay) - Licenza

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