Il telelavoro necessita una regolamentazione Coronavirus

Con la pandemia da Covid-19 è iniziato il boom del telelavoro sia tra gli enti pubblici che tra i privati. Un cambiamento massiccio che insieme ad aspetti positivi ha però implicato in alcuni casi un peggioramento delle condizioni di lavoro.

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Dallo scoppio della pandemia, molti cittadini europei hanno scoperto il significato del termine telelavoro. Tuttavia, per quanto in Italia non fosse molto utilizzato prima del 2020, questo termine veniva già menzionato nel 1999 all’interno del regolamento recante la disciplina del telelavoro nelle pubbliche amministrazioni.

la prestazione di lavoro eseguita dal dipendente di una delle amministrazioni pubbliche (…) in qualsiasi luogo ritenuto idoneo, collocato al di fuori della sede di lavoro, dove la prestazione sia tecnicamente possibile, con il prevalente supporto di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che consentano il collegamento con l’amministrazione cui la prestazione stessa inerisce.

A causa della crisi sanitaria, in Europa molti lavoratori si sono confrontati per la prima volta con questa modalità lavorativa. Una pratica già utilizzata da alcune aziende, ma complessivamente poco diffusa, come emerge dai dati Eurostat 2018.

9% la media europea di persone che ha lavorato almeno una volta a settimana a casa nel 2018.

I dati sono il risultato di un’indagine campionaria di Eurostat.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 31 Dicembre 2018)

Nei paesi nordici come Islanda, Norvegia e Finlandia e in alcuni altri con economie altamente terziarizzate (Regno Unito, Paesi Bassi e Lussemburgo) i livelli di telelavoro sono i più alti in Europa. L'Italia, invece, si posiziona tra i paesi che hanno usato meno questo mezzo. Infatti, nel 2018 solo il 7% degli italiani dichiarava di aver lavorato almeno una volta a settimana a casa, secondo Eurostat. Lo stesso dato è riscontrabile anche tra i cittadini greci, lituani e polacchi, e solo la Croazia (5%) e la Romania (3%) hanno valori inferiori.

La diffusione del lavoro a distanza durante la crisi

Il 2020 ha cambiato le abitudini di molti cittadini europei, che si sono trovati ad utilizzare nuovi strumenti tecnologici per lavorare. Non solo in telelavoro ma anche in "smart working", un termine ormai entrato a pieno titolo nel dibattito pubblico. Questo si distingue dal telelavoro in quanto, secondo le direttive italiane, è caratterizzato dall'assenza di vincoli orari o spaziali e da un'organizzazione per fasi, cicli e obiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro. Nel telelavoro la postazione è fissa, in un luogo che è stato precedentemente dichiarato, ed è fornita dal datore di lavoro. Al contrario, con lo smart working la postazione lavorativa è mobile:  la prestazione può essere in parte eseguita all'interno di locali aziendali e in parte all'esterno, senza previa dichiarazione.

In Italia, come si legge dall'ultimo report dell'Istat, nei mesi precedenti la crisi (gennaio e febbraio 2020) solo l’1,2% del personale era impiegato nel lavoro a distanza. Tra marzo e aprile questa quota è salita invece all'8,8%, con delle differenze tra tipologie di azienda e tra settori. Nelle imprese di medie dimensioni, il personale che utilizza la modalità del telelavoro è pari al 21,6% (a gennaio e febbraio erano il 2,2%). Nelle grandi imprese, invece, si è passati dal 4,4% dei primi due mesi dell’anno al 31,4% durante il lockdown. Tra i settori più coinvolti emergono i servizi di informazione e comunicazione, che sono passati dal 5,0% al 48,8%, le attività professionali, scientifiche e tecniche (da 4,1% a 36,7%) e il settore dell’istruzione con un incremento di 30 punti rispetto a gennaio e febbraio (da 3,1% a 33,0%).

I dati sono il risultato di un sondaggio condotto da Eurostat su 87.477 persone maggiorenni dal 9 aprile al 27 luglio 2020.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: giovedì 14 Gennaio 2021)

Dai dati emerge come il trend italiano (39,3%) sia di poco superiore alla media Ue (36,5%). Una quota che cresce in particolare nei paesi del nord Europa. In Finlandia, ad esempio, che nel 2018 risultava uno dei paesi dove il telelavoro era più diffuso (16%), il 60,5% di persone ha dichiarato di aver lavorato a distanza per la prima volta a causa della pandemia.

L'importanza di una buona connessione internet

La connessione a internet ha acquisito maggiore rilievo nel momento in cui la maggior parte dei lavoratori ha dovuto fare i conti con il telelavoro. A tal proposito, i dati Eurostat ci mostrano come l'Europa non sia ancora connessa in maniera uniforme. Dai dati 2019 emergono infatti forti differenze nel numero di famiglie che hanno accesso ad una connessione internet nei paesi Ue.

I dati considerano tutte le famiglie dotate di una connessione internet nel proprio domicilio, tra quelle con almeno un membro nella fascia di età tra 16 e 74 anni.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 31 Dicembre 2019)

90% delle famiglie nei paesi Ue risultano avere una connessione internet, nel 2019.

Da una parte, ci sono i paesi del nord Europa (Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito, Danimarca, Lussemburgo e Finlandia) che sono sopra la media. Dall'altra parte, invece, alcuni stati del sud e dell'est Ue presentano quote inferiori. Tra questi anche l'Italia, dove solo l'85% delle famiglie ha una connessione a internet. Ultimi in classifica sono Grecia e Bulgaria, con percentuali che non raggiungono l'80%.

Europa a due velocità: la connessione in alcuni paesi è ancora un problema.

La connessione a internet era già prima della pandemia un elemento determinante per la produttività dei lavoratori nei vari paesi. Negli ultimi anni infatti è aumentata sia la mobilità lavorativa, complici la maggiore frequenza di viaggi e spostamenti, sia l'alternanza tra ufficio, casa e altri luoghi (come gli spazi di coworking). Tuttavia, almeno secondo i dati 2015, la modalità preminente risulta ancora il lavoro in ufficio.

I dati mostrano le percentuali di occupati in Europa divisi per sede di lavoro principale.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurofound e dell'International Labour Organisation, based on the European Working Conditions Survey 2015.
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2015)

Dallo studio Eurofound emerge che, nel 2015, il 15% degli intervistati ha dichiarato di aver lavorato in mobilità. Di questi, il 5% si è spostato frequentemente, mentre il 10% solo occasionalmente. La maggior parte (43%) dichiara, tuttavia, di lavorare esclusivamente all'interno degli spazi dell'azienda. A causa del coronavirus, come abbiamo visto in precedenza, questo dato è diminuito fortemente a favore del telelavoro.

La mobilità e i suoi rischi

Confrontando i dati 2015 sui lavoratori mobili e sui telelavoratori, emerge che i paesi del nord Ue avevano quote più elevate di entrambe le modalità. Mentre sono i paesi del sud (Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, ecc.) ad occupare gli ultimi posti, in particolare sul versante della mobilità.

I dati mostrano l’utilizzo di modalità lavorative non standard nei paesi Ue.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurofound e dell'International Labour Organisation, based on the European Working Conditions Survey 2015.
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2015)

Al primo posto la Danimarca dove, già nel 2015, il 9,6% dei lavoratori aveva una mobilità molto elevata, il 18,7% si spostava occasionalmente e l'8,9% utilizzava esclusivamente il telelavoro come modalità lavorativa. In Italia, la situazione era molto diversa: chi effettuava viaggi lavorativi con frequenza era solo l'1,2%, con una percentuale poco più alta (5,4%) per gli spostamenti occasionali. Infine, solo lo 0,5% degli impiegati utilizzava il telelavoro.

0,5% degli intervistati italiani utilizzava il telelavoro regolarmente nel 2015.

Se da un lato questo tipo di mobilità è sempre più ricercato da alcuni lavoratori, soprattutto perché offre una maggiore flessibilità dell'orario di lavoro, dall'altra parte genera nuovi rischi lavorativi. Uno stile di vita fatto di spostamenti regolari o occasionali e un ampio utilizzo del telelavoro e/o smart working, infatti, tende a portare un aumento delle ore lavorative rispetto a chi svolge le sue mansioni solo in ufficio.

In Italia, un lavoro full time è composto da 40 ore settimanali. Lavorare per più di 48 ore, vuol dire per un italiano medio lavorare un giorno in più.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurofound e dell'International Labour Organisation, based on the European Working Conditions Survey 2015.
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2015)

Modalità lavorative più smart spingono a lavorare più a lungo e spesso creano maggiore stress nel lavoratore.

Nella ricerca Eurofound, di coloro che dichiarano di lavorare solo nell'azienda, appena il 7,1% lavora più di 48 ore settimanali. Chi viene maggiormente penalizzato in tal senso sono i lavoratori con un livello alto di mobilità: di questi, quasi il 22% lavora più di 48 ore per settimana. Il dato cala al 17,2% tra il personale in telelavoro e, infine, all'11,4% tra coloro che hanno spostamenti lavorativi occasionali.

L'aumento delle ore lavorate può essere collegato all'utilizzo del proprio tempo libero per mansioni lavorative. Questo aspetto lo si nota in particolare tra i lavoratori mobili e i telelavoratori, le categorie che più delle altre superano le 48 ore settimanali.

I dati mostrano i risultati di un sondaggio condotto da Eurofound nel 2015.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurofound e dell'International Labour Organisation, based on the European Working Conditions Survey 2015.
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2015)

Infatti, il 62,5% di telelavoratori dichiara di aver sacrificato più volte il proprio tempo libero per gestire delle richieste lavorative, contro il 10% di chi svolge le proprie attività solo in ufficio.

Questa condizione pone delle riflessioni sulle normative che regolano il lavoro da casa, che continua ad aumentare. In particolare, una tutela del telelavoratore può prevenire l'aggravarsi di situazioni di ansia e stress dovuto al troppo lavoro anche nei momenti dedicati al relax.

L’indagine Eurofound 2015 analizza il livello di stress percepito dai lavoratori europei divisi per modalità lavorativa.

FONTE: elaborazione openpolis dati Eurofound e dell'International Labour Organisation, based on the European Working Conditions Survey 2015.
(ultimo aggiornamento: giovedì 31 Dicembre 2015)

L'analisi Eurofound delinea una fotografia allarmante, specialmente per i lavoratori con mobilità, sia elevata che occasionale. Anche tra i telelavoratori lo stress è elevato. Il 13,7% dichiara di vivere questa condizione sempre e il 18% di viverla per la maggior parte del tempo. Situazione diversa per chi lavora solo in ufficio, che presenta quote più basse su entrambe le risposte.

Le cattive condizioni di lavoro legate alla mobilità lavorativa o al telelavoro non sono inevitabili. Includendo queste pratiche negli accordi di contrattazione collettiva a livello aziendale o industriale, la situazione può essere notevolmente migliorata. Un orario di lavoro fisso, la separazione tra vita privata e professionale, più partecipazione alla vita dell'azienda possono essere la chiave. Come osserva l'Insee, l'istituto nazionale francese di statistica, una maggiore formalizzazione dell'accordo può tutelare con più efficacia i telelavoratori.

European data journalism network, i dati nel resto dell'Europa

Openpolis fa parte dell'European data journalism network, una rete di realtà  che si occupano di data journalism in tutta Europa. La versione originale di questo articolo è di Alternatives Economiques, un sito di informazione francese partner di Edjnet. I dati relativi alla diffusione del telelavoro in Euopa nel 2018 sono il risultato di un'indagine dell'Eurostat, mentre quelli più recenti riguardanti il periodo della pademia Covid-19 fanno parte di un report di Eurofound pubblicato il 14 gennaio 2021. I dati sulla ricerca sull'utilizzo del telelavoro, del livello della mobilità lavorativa nei paesi europei e  le conseguenze di questi due aspetti nel 2015 sono il risultato del sondaggio promosso dall'Eurofound e dall'Internazional labour organisation. Infine, il focus relativo alla situazione lavorativa italiana fa parte del report annuale sulle condizioni lavorative dell'Istat.

Foto credits: Alternatives Economiques

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