Nell’indifferenza generale si discute il budget Ue allo sviluppo Bilancio UE

Con oltre 89 miliardi di euro nel prossimo settennio la Ue si conferma il maggiore donatore mondiale, ma alcuni aspetti della proposta di budget potrebbero compromettere gli obiettivi di lotta alla povertà.

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Anche se non se ne parla, è in corso la discussione sul futuro del finanziamento per lo sviluppo del più grande donatore globale di aiuti alla lotta alla povertà nel mondo, ovvero la Commissione europea. Se da un lato si propone un aumento dei fondi per la cooperazione, dall’altro una rivoluzione della struttura di bilancio rende più incerto il concreto l’utilizzo delle risorse a disposizione per la promozione dei diritti umani.

Il rischio è facilitare il dirottamento dei fondi per lo sviluppo a favore del contrasto alle migrazioni.

È iniziata a settembre la discussione sulla proposta legislativa presentata il 2 maggio dalla Commissione per stabilire le spese per la cooperazione nel settennio post-2020. I passaggi per arrivare alla versione definitiva saranno molti. Attualmente la stanno valutando gli alti dirigenti amministrativi responsabili (per il nostro paese i funzionari dell’Aics – Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) e i ministri competenti (in Italia la vice-ministra per la cooperazione internazionale Emanuela Del Re). Il testo risultante sarà negoziato nel Trilogo (il comitato di conciliazione tra Commissione, Consiglio europeo ed Europarlamento) che si prevede si terrà a febbraio-marzo, mentre l’approvazione definitiva con il voto parlamentare si ipotizza avrà luogo a maggio 2019. L’ultimo passaggio si avrà con i capi di governo in sede di consiglio europeo. Possiamo però cominciare a fare alcune riflessioni sulla proposta di budget della Commissione.

Proposta di ripartizione del nuovo bilancio Ue (2021-27)

Più fondi per l’azione esterna dell’Ue

La crescita dei fondi per la cooperazione allo sviluppo per il prossimo settennio deriva dall’incremento del 30% delle risorse per l’azione esterna dell’Unione (capitolo “vicinato e resto del mondo”). Nel bilancio 2014-2020 valevano 94,5 miliardi di euro. Nella proposta della Commissione Ue vengono portate a 123 miliardi per il settennio 2021-2027 (lo spicchio rosso nel grafico precedente).

Di questi fondi, 89,2 miliardi sono stati destinati al nuovo Strumento di vicinato, sviluppo e cooperazione internazionale, indicato nei documenti internazionali come Ndici (Neighbourhood development and international cooperation instrument). Come fa notare la Commissione, si tratta di un aumento del 30% a prezzi correnti, ma se si detrae l’inflazione annuale fino al 2027, l’incremento reale è del 13%. Un ammontare che comunque deve ancora essere approvato dagli stati membri.

La proposta di bilancio presentata dalla Commissione europea il 2 maggio 2018 rappresenta un incremento del 30% fondi per l’azione esterna dell’unione (spesa calcolata a prezzi correnti).

Dei 123 miliardi allocati all’azione esterna, 89,2 sono destinati alla cooperazione allo sviluppo attraverso lo Strumento di vicinato e cooperazione allo sviluppo.

FONTE: Commissione europea
(ultimo aggiornamento: giovedì 14 giugno 2018)

Un "calderone" da cui è più facile sviare i fondi

Se la proposta della Commissione venisse approvata così com'è, nello Strumento di vicinato, sviluppo e cooperazione internazionale (Ndici) sarebbero accorpati 7 fondi attualmente esistenti: quello europeo di sviluppo e quelli destinati a politiche di vicinato, cooperazione allo sviluppo, democrazia e diritti umani, stabilità e pace, cooperazione con i paesi terzi e garanzia per le azioni esterne.

La fusione di 7 fondi dedicati a distinte tematiche rappresenta per la Commissione un modo per "semplificare, rendendo la struttura del bilancio molto più flessibile ed efficace per poter affrontare le sfide mondiali attuali". Tuttavia, il rischio è quello di creare un unico "calderone" da cui sia possibile attingere anche per finalità non strettamente collegate alla cooperazione.

Una gestione centralizzata di questi 89,2 miliardi può rappresentare un'ostacolo alla trasparenza. Senza i regolamenti dei singoli fondi tematici che vincolano l'uso delle risorse, potrebbe essere più facile adottare decisioni dettate più dall'interesse degli stati membri che dai bisogni delle popolazioni locali nei paesi in via di sviluppo.

Il dirottamento dei fondi destinati allo sviluppo per finalità di controllo delle frontiere, già avvenuto con il Fondo Fiduciario Europeo di Emergenza per l'Africa, anche chiamato Trust Fund, rischierebbe così di essere regolarizzato e diventare la norma. Vai a "Cosa è il Trust Fund Europeo di Emergenza per l’Africa  "

Un rischio che appare molto concreto leggendo la proposta di regolamento dello Ndici. Ci sono poche indicazioni su come questo strumento potrà favorire il raggiungimento di obiettivi di sviluppo. Al contrario, viene dedicata ampia attenzione alla "finestra per il vicinato" e posto un ripetuto "focus sulla migrazione". Questo suggerisce che la priorità del fondo sia il controllo delle migrazioni dei paesi europei. Un aspetto controverso, che pone due tipi di problemi. Da un lato, l'uso delle risorse della cooperazione per progetti di riduzione dei flussi migratori (ad esempio attrezzature per le forze di polizia di frontiera), dall'altro la strumentalizzazione dei veri aiuti allo sviluppo per chiedere ai governi beneficiari maggior impegno nel contrasto alle migrazioni.

I vincoli ai criteri dell'Ocse

Parlando della qualità degli aiuti, ci sono delle novità positive nella proposta della Commissione. Se approvata, il 92% degli 89,2 miliardi dello Ndici dovranno rispettare i criteri di qualità stabiliti dal comitato Dac dell'Ocse per la cooperazione allo sviluppo.

Il comitato dei paesi dac ha lo scopo di indirizzare al meglio le politiche di cooperazione allo sviluppo, definendo gli standard degli interventi da realizzare e gli obiettivi da raggiungere. Vai a "Che cosa sono i paesi dac"

Ad esempio l'Ocse permette che siano conteggiate come cooperazione le spese per l'accoglienza dei rifugiati nel paese donatore, ma solo per il primo anno di accoglienza. Inoltre, il 20% delle risorse del nuovo strumento viene vincolato al finanziamento dei servizi essenziali (salute, istruzione, sicurezza alimentare e acqua pulita). La organizzazioni attive sul tema chiedono che questa soglia sia alzata al 25% per affrontare la povertà più estrema presente anche in paesi a medio reddito come l'India.

Considerando gli impegni internazionali contro il cambiamento climatico, dall'Agenda Onu 2030 per lo sviluppo sostenibile agli accordi di Parigi sul clima, le ong chiedono anche di portare dal 25% proposto al 50% la percentuale della spesa complessiva per lo sviluppo da dedicare a obiettivi relativi al clima. Questo perché il testo della Commissione non fa specifico riferimento alla tutela ambientale, pur essendo questa strettamente interconnessa alle sfide del cambiamento climatico.

50% la quota di spesa per lo sviluppo che le ong chiedono sia dedicata ad obiettivi relativi al clima.

Meno società civile e più settore privato?

Nella proposta di regolamento sullo Ndici, si prevede che la società civile possa essere consultata sulla programmazione degli interventi di cooperazione, ma non c'è alcun obbligo in proposito. Nella parte dedicata alla cooperazione per aree geografiche si fa riferimento alla società civile come "attore centrale per la creazione di un ambiente favorevole". Paradossalmente però, nessun ruolo viene riconosciuto nella realizzazione dei programmi tematici. Le nuove regole sembrano così voler mettere da parte quella stessa società civile che la Commissione ha riconosciuto come attore fondamentale nelle politiche di sviluppo.

Se le imprese hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo, il loro impatto nel contrasto alla povertà deve essere soggetto a monitoraggio e verifica.

Ai finanziamenti del nuovo strumento potranno accedere anche le imprese private. Una corretta valutazione del loro operato però non può avvenire con regolamenti volontari come quelli sulla responsabilità sociale d’impresa. Servono criteri e regole precise, legalmente vincolanti. Sono quindi necessari strumenti per il controllo che ancora non sono stati predisposti. Un altro aspetto ancora da chiarire è che tipo di imprese saranno coinvolte e con quali limiti dimensionali. Questioni decisive, che vengono discusse oggi da alti funzionari e ministri competenti. Purtroppo, per ora, in assenza di un dibattito pubblico sul tema.

 

Foto credit: Flickr EU Civil Protection and Humanitarian Aid OperationsLicenza

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