Cosa è il Trust Fund Europeo di Emergenza per l’Africa  

Istituito nel 2015 al vertice euro-africano de La Valletta, il fondo fiduciario finanzia progetti per il controllo dei flussi migratori. Non è controllato dal Parlamento Europeo e il 95% delle risorse che utilizza provengono da fondi per la cooperazione allo sviluppo.

Definizione
Uno dei primi atti dell’Agenda europea sulla migrazione è stata la convocazione nell’ottobre 2015 a La Valletta di un vertice euro-africano. In quell’occasione i leader degli Stati europei hanno dato vita al Fondo Fiduciario Europeo di Emergenza per l’Africa, anche chiamato “Trust Fund” per finanziare con rapidità iniziative per «affrontare le cause profonde delle migrazioni irregolari». Destinatari del Trust Fund sono 23 paesi africani di origine e di transito dei flussi migratori. La maggior parte delle risorse del Trust Fund provengono dal Fondo Europeo di Sviluppo (FSE) e da altri strumenti finanziari dell’Unione per l’aiuto allo sviluppo nei paesi terzi ma, a differenza di questi, non è posto sotto il controllo del Parlamento europeo.

Dati
Oggi, dei 4,09 miliardi di euro del Trust Fund, 3,7 provengono dal Fondo Europeo di Sviluppo e da altri strumenti finanziari dell’UE per l’aiuto allo sviluppo nei paesi terzi – mentre solo 441 milioni sono fondi freschi messi dagli Stati (409,5 effettivamente versati). L’Italia con 112 milioni promessi (e 108 versati) è il secondo donatore dopo la Germania (157,5 promessi e 139,5 versati).
Ad oggi sono stati approvati progetti per oltre 3,1 miliardi di euro. Gli enti beneficiari dei progetti sono le agenzie pubbliche di cooperazione allo sviluppo dei paesi europei, organizzazioni internazionali, in particolare l’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni (Oim), ong e aziende private.
Cifre aggiornate al 19/09/2018.

Analisi
Le critiche delle organizzazioni della società civile nei confronti del Trust Fund, si sono concentrate su tre aspetti:
1)   La distrazione di fondi dalla lotta alla povertà per usarli in progetti di gestione dei flussi migratori sulla base di priorità dei paesi europei piuttosto che delle esigenze degli stati destinatari;
2)   L’uso degli aiuti allo sviluppo per spingere i paesi beneficiari a porre in essere politiche di controllo dei flussi migratori (fenomeno anche detto “condizionalità degli aiuti”);
3)   Procedure flessibili finalizzate a garantire una maggiore rapidità di intervento, che però nella pratica portano a eludere controlli fondamentali per garantire l’efficacia dell’aiuto.

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