Le misure del Pnrr per la parità di genere #OpenPNRR

Era una delle 3 “priorità trasversali” del piano tuttavia nel tempo è uscita dal dibattito pubblico, sacrificata dalla necessità di accelerare la realizzazione dei progetti finanziati. Come mostrano i dati di Anac, la clausola del 30% di assunzioni per donne spesso non è stata rispettata.

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La parità di genere rappresenta una delle cosiddette priorità trasversali del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Per questo motivo nel piano italiano sono presenti diverse misure considerate in grado di produrre effetti sull’occupazione femminile, sulla conciliazione tra vita e lavoro e sull’accesso ai servizi. Secondo le ricognizioni ufficiali, sono decine gli interventi del Pnrr associati, in misura più o meno marcata, all’obiettivo di ridurre i divari di genere.

Nel corso dell’attuazione del piano, tuttavia, il tema sembra essere progressivamente uscito dal dibattito pubblico. La necessità di accelerare la spesa e rispettare i tempi concordati con le istituzioni Ue infatti ha finito spesso per spostare l’attenzione sulla realizzazione materiale delle opere e sul rispetto delle scadenze. Una dinamica che emerge anche da una relazione dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) sulle clausole sociali previste dal Pnrr.

L’articolo 47 del decreto legge 77/2021 stabilisce infatti che le imprese aggiudicatarie di contratti finanziati dal piano debbano riservare almeno il 30% delle nuove assunzioni a donne e giovani under 36. I dati tuttavia mostrano un’applicazione molto parziale di questo principio, anche a causa dell’alto numero di possibili deroghe previste dalla normativa.

7,3% le procedure Pnrr che hanno previsto clausole per incentivare la parità di genere e l’assunzione di giovani nel 2025.

In questo articolo analizzeremo innanzitutto il quadro generale delle misure considerate rilevanti per la parità di genere e il loro stato di avanzamento. Successivamente ci concentreremo su due investimenti che richiamano esplicitamente l’obiettivo di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro: la creazione di imprese femminili e il sistema di certificazione della parità di genere. Infine approfondiremo il tema delle case della comunità, strutture territoriali finanziate dal piano che, tra i servizi offerti alla cittadinanza, possono includere anche consultori e percorsi di supporto per le donne vittime di violenza.

Il Pnrr e la parità di genere, uno sguardo d’insieme

La parità di genere è una delle tre priorità trasversali individuate nella definizione del piano, insieme a giovani e riequilibrio territoriale. Per questo motivo, una parte molto ampia degli investimenti finanziati è stata ricondotta, direttamente o indirettamente, anche all’obiettivo di ridurre i divari tra uomini e donne.

Sulla base delle informazioni disponibili sono state individuate 56 misure considerate rilevanti sotto questo profilo, per un valore complessivo di circa 98,4 miliardi di euro. I progetti finanziati di cui sono disponibili dati di dettaglio sono quasi 100mila (99.749). Al 31 dicembre 2025, le risorse effettivamente spese rappresentavano mediamente il 45,5% del totale previsto. Una quota ancora limitata considerando che il piano entra ora nella sua fase conclusiva.

Le misure presenti in tabella sono state individuate basandosi sulle indicazioni contenute sul portale Italia domani nella sezione dedicata alla parità di genere, alla sezione riguardante il medesimo tema presente sul sito della camera dei deputati e a una relazione della Corte dei conti pubblicata nel maggio 2024. Non sono disponibili i dati riguardanti i progetti finanziati nell’ambito delle misure Transizione 4.0 e Rafforzamento dell’ecobonus per l’efficienza energetica. Per maggiori informazioni vai qui.

FONTE: elaborazione Openpolis su da OpenPNRR e Italia domani.
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Febbraio 2026)

Come si può vedere nella tabella, in alcuni casi il collegamento con la parità di genere appare piuttosto evidente. È il caso, ad esempio, degli investimenti per il potenziamento degli asili nido e del tempo pieno scolastico. Misure che è semplice associare al sostegno dell’occupazione femminile e alla conciliazione tra vita privata e lavoro. Lo stesso vale per gli interventi dedicati all’accesso delle studentesse alle competenze Stem.

In alcuni casi il collegamento tra gli investimenti del Pnrr e la parità di genere appare poco intuitivo.

In altri casi, invece, il legame appare più indiretto e talvolta poco evidente. Sul portale Italia domani, ad esempio, il governo collega alla parità di genere interventi molto diversi tra loro: dalla banda larga al trasporto ferroviario, dal Superbonus all’ammodernamento dell’offerta turistica e culturale. In alcuni casi la motivazione riguarda la possibilità di favorire la partecipazione femminile all’economia digitale o di migliorare la mobilità delle donne, considerate più propense a utilizzare il trasporto pubblico. In altri ancora il collegamento passa attraverso effetti attesi sull’occupazione in settori a forte presenza femminile, come turismo, ristorazione e attività culturali.

Una parte significativa delle misure considerate “sensibili” rispetto alla parità di genere condivide inoltre un elemento comune: l’obbligo, previsto dalla normativa Pnrr, di riservare almeno il 30% delle nuove assunzioni a donne e giovani under 36 nelle imprese che si aggiudicano gli appalti. Si tratta di una clausola introdotta proprio per trasformare gli investimenti del piano anche in uno strumento di inclusione sociale e lavorativa. Tuttavia, come vedremo nel prossimo paragrafo, questo meccanismo è stato spesso applicato solo parzialmente.

I rilievi di Anac sui bandi Pnrr

Uno degli strumenti principali con cui il Pnrr avrebbe dovuto produrre effetti concreti sulla parità di genere era rappresentato dalle cosiddette clausole sociali inserite nei bandi pubblici. La norma nasceva con un obiettivo preciso: utilizzare gli investimenti del piano non solo per realizzare opere e infrastrutture, ma anche per aumentare la partecipazione femminile e giovanile al mercato del lavoro. Le stesse linee guida attuative hanno chiarito che il rispetto di queste clausole costituisce una condizione necessaria per l’ammissibilità della spesa ai fini del rimborso europeo.

Il quadro però è molto diverso da quello inizialmente prospettato. In base ai dati Anac aggiornati ad aprile 2026, dall’avvio del Pnrr sono state bandite oltre 316mila gare. La riserva di assunzioni per donne e giovani risulta prevista soltanto in circa il 34% dei casi. Nel 50,8% dei bandi tale clausola non compare affatto, mentre nel restante 15,5% delle procedure l’informazione non è disponibile.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Anac
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Aprile 2026)

A rendere possibile questa situazione sono soprattutto le numerose deroghe previste dalla normativa. Sono 9 in totale le motivazioni che consentono alle stazioni appaltanti di non applicare la quota del 30%. La causa più frequente riguarda il valore economico ridotto del contratto, che rappresenta il 44,2% delle deroghe registrate. In un ulteriore 39% dei casi la motivazione indicata nei dati è genericamente “altro”, senza ulteriori dettagli. Seguono poi le deroghe legate alla necessità di personale con particolari esperienze professionali o specifiche certificazioni.

In alcuni casi Anac parla esplicitamente di violazioni degli obblighi previsti dai contratti.

Le criticità emergono anche dalle attività di vigilanza svolte da Anac nel corso del 2025 sui contratti pubblici finanziati con fondi Pnrr. Nella sua relazione l’ente anti corruzione sottolinea come il mancato rispetto delle clausole sociali non rappresenti un aspetto marginale. L’autorità parla esplicitamente di “violazioni” degli obblighi previsti dal Pnrr e ricorda che tali disposizioni “non sono facoltative”. In alcuni casi l’ente ha invitato le stazioni appaltanti ad applicare penali o addirittura a valutare la risoluzione contrattuale nei confronti delle imprese inadempienti.

Le misure del Pnrr per l’imprenditoria femminile

Finora abbiamo affrontato il tema della parità di genere nel Pnrr a livello complessivo. Ci focalizziamo adesso su alcuni investimenti che richiamano in maniera più esplicita l’obiettivo di aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Si tratta delle misure riguardanti la creazione di imprese femminili e del sistema per la certificazione della parità di genere.

La misura per l’imprenditoria femminile dispone complessivamente di 400 milioni di euro e punta a sostenere la nascita e il consolidamento di aziende guidate da donne attraverso diversi strumenti agevolativi, tra cui il Fondo impresa femminile, Nuove imprese a tasso zero e Smart&Start. Oltre ai contributi economici sono previste anche attività di accompagnamento, mentoring e supporto tecnico-gestionale.

Nel corso dell’attuazione il governo è intervenuto più volte sulla ripartizione delle risorse, aumentando progressivamente i fondi destinati al Fondo impresa femminile e riducendo invece quelli assegnati a Smart&Start e alle misure di accompagnamento. Gli sportelli gestiti da Invitalia sono stati aperti tra maggio e giugno 2022 e hanno raccolto oltre 13mila domande. Già a giugno 2023 era stato superato il target intermedio europeo di 700 imprese sostenute, grazie a 925 provvedimenti di concessione approvati. Entro giugno si prevede l’assegnazione del sostegno ad almeno altre 2.400 imprese. Al 31 dicembre 2025, tuttavia, risultava speso soltanto il 39,7% delle risorse disponibili.

Accanto a questo investimento troviamo il sistema di certificazione della parità di genere, intervento più limitato finanziato con 10 milioni di euro. L’obiettivo della misura è incentivare le imprese a ridurre i divari di genere in ambiti come opportunità di carriera, differenze salariali, tutela della maternità e conciliazione tra vita privata e lavoro. La certificazione, introdotta con la legge 162/2021, consente alle imprese di accedere a sgravi contributivi e premialità nei bandi pubblici.

Il sistema è diventato operativo alla fine del 2022 e negli anni successivi il numero di certificazioni è cresciuto rapidamente. Dopo una revisione del target concordata con la Commissione europea, l’obiettivo finale prevede che almeno 3mila imprese ottengano la certificazione entro giugno 2026, di cui almeno 1.800 Pmi. Secondo la settima relazione del governo sullo stato di attuazione del Pnrr, da giugno 2022 sono state rilasciate 8.798 certificazioni da parte dei 61 organismi accreditati.

Considerando insieme i due investimenti, i dati più recenti disponibili – aggiornati al 26 febbraio 2026 – mostrano che sono stati finanziati complessivamente 4.144 progetti su tutto il territorio nazionale. La regione che concentra più risorse è la Campania con 57,8 milioni di euro, seguita da Lazio (51,9 milioni) e Lombardia (44,7 milioni). A queste si aggiungono circa 36,1 milioni destinati a progetti di rilevanza nazionale che non è possibile attribuire a un singolo territorio.

Alcuni progetti finanziati ricadono nel territorio di più regioni. In questi casi, non essendo possibile una suddivisione puntuale delle risorse assegnate, l’importo è stato raccolto nella voce “progetti interregionali”.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati OpenPNRR
(ultimo aggiornamento: giovedì 26 Febbraio 2026)

Dal punto di vista dell’avanzamento finanziario, i progetti risultano mediamente al 39,8% dei pagamenti completati rispetto alla componente Pnrr. Al netto degli interventi nazionali e interregionali, le regioni più avanti risultano Umbria (60,6%), Veneto (54,7%) e Lombardia (49,5%). Viceversa, i livelli di spesa più bassi si registrano in Calabria (26,1%), Molise (26,9%) e Sardegna (32,2%).

Le case della comunità come supporto per le donne vittime di violenza

Tra gli investimenti del Pnrr considerati rilevanti anche dal punto di vista della parità di genere rientrano le case della comunità, strutture territoriali pensate per rafforzare l’assistenza sanitaria di prossimità. L’obiettivo è creare punti di accesso integrati ai servizi sanitari e sociosanitari, con équipe multidisciplinari composte da medici di base, pediatri, specialisti, infermieri e assistenti sociali. Tra i servizi offerti da queste strutture possono anche esserci consultori per donne e attività a favore di minori vittime di violenza.

Questo tipo di interventi è finanziato dal Pnrr con 2 miliardi di euro. Purtroppo la missione 6 del piano, riguardante la salute, è stata una di quelle che ha incontrato le maggiori difficoltà di attuazione e anche la misura in questione non fa eccezione. Inizialmente infatti il target prevedeva la realizzazione di 1.350 nuove case della comunità su tutto il territorio nazionale. In seguito alle varie revisioni del piano tuttavia il target finale prevede adesso, a parità di importo, 1.038 Cdc. La revisione è stata motivata soprattutto dall’aumento dei costi di realizzazione e dai ritardi accumulati nella fase iniziale del piano, legati alla complessità delle procedure amministrative, alle difficoltà di progettazione e al coordinamento tra amministrazioni centrali, regioni e aziende sanitarie locali.

-312 le case di comunità in meno finanziate dal Pnrr in seguito alle varie revisioni.

Guardando ai progetti finanziati attualmente, la quota più elevata di risorse è assegnata alla Lombardia (277 milioni di euro). Seguono Campania (249,7 milioni), Sicilia (217 milioni) e Puglia (177,2 milioni). Per quanto riguarda lo stato di avanzamento finanziario, le regioni più avanti sono Valle d’Aosta (72,2% dei pagamenti effettuati), Liguria (71,3%) e Lombardia (62,2%). Viceversa, a febbraio 2026 diverse regioni risultavano ancora sotto il 40% della spesa prevista. Tra queste Sardegna (17,9%), Puglia (25,6%), Calabria (27,7%), Campania (32,3%), Lazio (32,68%) e Sicilia (35,4%).

Secondo la già citata relazione del governo, al monitoraggio del 19 dicembre 2025 risultavano avviati cantieri o forniture per 1.327 interventi. Un numero formalmente superiore al target concordato con l’Unione europea. Tuttavia, le strutture effettivamente concluse erano soltanto 258, mentre quelle collaudate si fermavano a 120. Una situazione che conferma come la fase realizzativa continui a presentare criticità significative.

Con specifico riferimento alle case della comunità già operative e che ospitano consultori al proprio interno è l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali a fornire dati molto interessanti. Al 31 dicembre 2025 risultavano 781 case della comunità con almeno un servizio attivo dichiarato da regioni e Asl, comprese le sedi provvisorie operative. Da tenere presente che l’analisi di Agenas tiene conto anche delle Cdc non finanziate direttamente dal Pnrr. La concentrazione maggiore si registra in Lombardia con 150 strutture, seguita da Emilia-Romagna (143) e Lazio (96). All’opposto, in Basilicata e nella provincia autonoma di Bolzano non sono presenti questi servizi. Abruzzo, Calabria e Molise ne contano appena 2 ciascuna.

FONTE: elaborazione Openpolis su dati Agenas
(ultimo aggiornamento: mercoledì 8 Aprile 2026)

Si tratta di un aspetto spesso poco considerato nel dibattito sul Pnrr, ma che mostra come alcune infrastrutture territoriali finanziate dal piano possano produrre effetti rilevanti anche sul fronte dell’assistenza sanitaria e sociale dedicata alle donne. Soprattutto nei territori dove i servizi di prossimità risultano più carenti.

Il nostro osservatorio sul Pnrr

Questo articolo rientra nel progetto di monitoraggio civico OpenPNRR, realizzato per analizzare e approfondire il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Oltre agli articoli di approfondimento sullo stato di attuazione e sulle misure presenti nel piano, mettiamo a disposizione anche la piattaforma openpnrr.it che offre anche la possibilità di attivare un monitoraggio personalizzato e ricevere notifiche ad hoc. Mettiamo inoltre a disposizione i nostri open data che possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

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Foto: prostooleh (licenza)

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