Il ruolo educativo e la presenza delle scuole dell’infanzia #conibambini

L’Ue indica come obiettivo che almeno il 90% dei bambini tra 3 e 5 anni frequenti le scuole dell’infanzia o strutture analoghe. L’Italia supera il traguardo, ma alcuni indicatori segnalano una tendenza al calo.

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La scuola dell’infanzia, frequentata dai bambini tra 3 e 5 anni, è il tassello tra l’asilo nido e la scuola dell’obbligo. La sua funzione educativa, spesso sottovalutata, è fondamentale per lo sviluppo del minore. Frequentarla o meno infatti può fare la differenza sull’apprendimento successivo dei ragazzi.

Le ricerche sull’argomento hanno evidenziato una correlazione positiva tra la partecipazione all’istruzione pre-primaria e i risultati scolastici successivi.

Come emerso anche dalle indagini internazionali che confrontano i diversi paesi, emerge anche con i dati nazionali che l’aver frequentato la scuola dell’infanzia ha un effetto positivo sugli apprendimenti anche tenendo conto del background socio-economico-culturale degli studenti

La scuola dell’infanzia rappresenta quindi un momento di formazione fondamentale, per tutti i bambini. E lo è ancora di più per quelli nati in famiglie in difficoltà, per ridurre il bagaglio di disuguaglianze che spesso si portano dietro. Uno svantaggio che non è solo teorico, ma è testimoniato dalle analisi sui risultati nei test Invalsi.

Anche per queste ragioni, alcuni paesi europei hanno deciso di rendere l’istruzione pre-primaria obbligatoria, anticipando l’obbligo scolastico prima dei 6 anni. Questo ovviamente non significa anticipare l’entrata nella scuola elementare, cosa che non sarebbe adeguata alle necessità di bambini così piccoli. Vuol dire piuttosto garantire a tutti i bambini l’accesso alla scuola dell’infanzia e evitare che si arrivi in prima elementare con divari troppo profondi.

Cosa dicono gli obiettivi europei

Obbligo o meno, c’è comunque un obiettivo europeo a cui tutti i paesi membri devono tendere. Nel consiglio di Barcellona del 2002, infatti, furono fissati due target in termini di offerta di servizi per i bambini in età prescolare.

Gli obiettivi europei di Barcellona riguardano la diffusione di asili nido, servizi e scuole per l'infanzia. Questi devono essere offerti almeno al 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% dei bambini tra 3 e 5 anni. Vai a "Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido"

Perciò esiste già un vincolo ad offrire posti nelle scuole dell’infanzia ad almeno il 90% dei bimbi tra i 3 e i 5 anni, analogo a quello del 33% sugli asili nido e servizi prima infanzia. Mentre su quest’ultimo target l’Italia è ancora indietro, rientra tra i paesi virtuosi per la cura della fascia d’età compresa tra 3 anni e la scuola dell’obbligo.

Nella classifica europea, ai primi posti spiccano Belgio (con una percentuale prossima al 99%), Svezia (96,6%) e Danimarca (95,9%). Agli ultimi posti, con il 60% o meno di bambini accolti in strutture pre-primarie, la Grecia e alcuni paesi dell'est (Polonia, Romania, Croazia). L'Italia è nona, e con il 92,6% di bambini tra 3 e 5 anni accolti in scuole d'infanzia supera pienamente il traguardo.

I segnali da non sottovalutare

Questi dati riguardano solo il 2016, ma il raggiungimento dell'obiettivo da parte dell'Italia non è episodico. Da diversi anni oltre il 90% dei bambini frequenta le scuole per l'infanzia. Allo stesso tempo però, pur in presenza di un dato ancora elevato, non mancano i segnali di un possibile arretramento. È stato rilevato nell'ultimo rapporto sul benessere equo e sostenibile, pubblicato lo scorso dicembre:

La partecipazione alla scuola dell’infanzia, nell’anno scolastico 2016/2017, si mantiene su livelli molto elevati, anche se nel contesto di una tendenza negativa avviatasi nell’a.s. 2012/2013

L'indicatore usato nel rapporto bes, a differenza di quello Eurostat (che è ovviamente il riferimento di cui tenere conto per gli obiettivi europei), calcola la percentuale di iscritti alle scuole dell'infanzia solo tra i bambini di 4 e 5 anni. Al netto di questa precisazione comunque, i due indicatori vanno nella stessa direzione: l'Italia supera il 90%.

Ma i dati rilasciati nel rapporto presentato dall'istituto di statistica in dicembre segnalano una tendenza alla contrazione dal 2012.

Fino all'anno 2011/12, la quota di bambini iscritti oscillava attorno al 95%. Negli anni successivi questa percentuale si è progressivamente contratta, fino al 91,1% rilevabile con gli ultimi dati disponibili. Una percentuale ancora alta quindi, ma con una sensibile tendenza al calo.

Le differenze tra le aree del paese

Su questa evoluzione incidono delle differenze interne al paese. Andando a vedere il dato aggregato per macroaree, non si tratta di divari incolmabili.

Pur in assenza di divari incolmabili, la quota di iscritti alla scuole dell’infanzia è più elevata nel nord.

Nel rapporto bes viene indicata la percentuale di bambini 4-5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia. Il dato Eurostat (su cui sono misurati gli obiettivi europei) calcola questo rapporto nella fascia d’età 3-5 anni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2018
(ultimo aggiornamento: martedì 18 Dicembre 2018)

Le poche regioni al di sotto del 90% si avvicinano molto a quella soglia, e alcune di fatto la raggiungono, ad esempio Molise (89,7%) e Calabria (89,6%). Ma anche gap non eccessivi fanno emergere comunque una specificità del centro-sud: tutte le regioni al di sotto della media italiana (escluse Lazio e Lombardia) si trovano nel mezzogiorno. Tra le regioni annoverate da Istat nel "mezzogiorno" solo Abruzzo (93,4%) e Sardegna (93,6%) si collocano al di sopra della media nazionale.

L'andamento demografico e il numero di iscritti nelle province

Ma cosa sappiamo su queste tendenze a un livello più locale, meno aggregato? I dati rilasciati sul portale di Istat dedicato al capitale umano consentono di valutare a livello provinciale l'andamento del numero di bambini iscritti nelle scuole dell'infanzia, anche se le informazioni presenti risalgono all'anno 2014.

Nel procedere con l'analisi, va quindi tenuto presente che questi dati non danno conto degli sviluppi più recenti. Inoltre l'andamento degli iscritti è soprattutto conseguenza dell'andamento demografico.

Nel periodo considerato (2010-14) il numero di bambini in età da scuola dell'infanzia è diminuito nel sud e nelle isole, mentre è aumentato nel centro-nord. Una tendenza che ovviamente si ripercuote sul numero di iscritti anche a livello provinciale.

Tra 2010 e 2014, il numero di iscritti nelle scuole dell'infanzia è infatti aumentato o è rimasto stabile nella maggior parte delle province del centro-nord. Ad esempio, si sono registrati incrementi consistenti nelle province emiliane (Parma, +6,26%; Bologna, +3%; Ravenna, +3,68%, Piacenza, +3,24%), nel Lazio (Viterbo, +3,77%; Latina, +3,91%; Frosinone, +3,75), in alcune toscane (Siena +4,42%; Pisa, +4%; Grosseto +3%) e in altre realtà come Rovigo (+4,9%), Cuneo e Varese (+3%), Mantova (2,75), Monza (2,66%).

Nel mezzogiorno, si segnala la crescita di iscritti in alcune province sarde, in particolare Medio Campidano (+4,7%) e Olbia Tempio (+3%). Ma nella maggior parte delle province del sud il dato decresce in modo consistente. Così come in alcune realtà della Liguria, del Veneto e nelle province di Sondrio, Biella, Verbano-Cusio-Ossola. Sul decremento incide sicuramente il trend demografico segnalato, con la diminuzione dei bambini al sud. Un calo così localizzato da far emergere una chiara spaccatura tra centro-nord e mezzogiorno.

Purtroppo il confronto a livello locale non è su dati abbastanza recenti per poter accertare una tendenza consolidata. Ma su questi aspetti andrà tenuta alta l'attenzione, con lo scopo di mantenere l'Italia al di sopra dell'obiettivo europeo nei prossimi anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati utilizzati per l'articolo è Istat.

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