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L’importanza di spazi sociali e di aggregazione per i più giovani

Il bisogno di socialità è un elemento connaturato alla condizione umana. Una affermazione tanto condivisa da apparire quasi scontata, in tempi normali. L’emergenza Covid, i periodi di confinamento divenuti necessari per limitare i contagi, la rarefazione dei rapporti sociali che ne è spesso conseguita, hanno mostrato come non si tratti affatto di una questione puramente teorica, ma di un bisogno umano primario.

Il report completo in pdf

Tanto più per bambini e adolescenti, per cui socialità, condivisione e aggregazione costituiscono uno degli aspetti fondamentali della crescita. Per questa ragione il diritto al riposo e al tempo libero, e la sua promozione attiva, sono sanciti dalla stessa convenzione sui diritti dell’infanzia:

Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.
Gli Stati parti rispettano e favoriscono il diritto del fanciullo di partecipare pienamente alla vita culturale e artistica e incoraggiano l’organizzazione, in condizioni di uguaglianza, di mezzi appropriati di divertimento e di attività ricreative, artistiche e culturali.

Garantire tale prerogativa è cruciale, e va molto oltre le questioni poste dall’emergenza Covid. In tutte le rilevazioni tese a monitorare le necessità dei più giovani, uno dei primi punti che vengono sollevati da ragazze e ragazzi è proprio la richiesta di luoghi di aggregazione. Esigenza che è emersa chiaramente nella campagna di ascolto dell’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, prima dell’emergenza coronavirus.

Non è un caso se i ragazzi, quando abbiamo domandato cosa servisse per migliorare il loro quartiere, hanno in prevalenza chiesto luoghi di aggregazione (campi sportivi, parchi verdi) e mezzi di trasporto pubblici per poter raggiungere un cinema o un amico in un’altra zona della città.

Nel 2019, già prima del periodo pandemico, le indagini Istat sull’uso del tempo libero mostravano come poco più di un terzo dei giovani vedesse i propri amici tutti i giorni, un dato in calo di circa 30 punti rispetto a 15 anni prima. Mentre circa un adolescente su 10 li incontrava meno di una volta a settimana, e oltre il 13% dichiarava di essere poco o per nulla soddisfatto del proprio tempo libero.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 18 Maggio 2021)

13,5% dei giovani tra 14 e 17 anni si sono dichiarati poco o per niente soddisfatti del proprio tempo libero (2019).

Vanno nella stessa direzione i risultati dell'indagine campionaria promossa da istituto degli innocenti, ministero del lavoro e centro nazionale di documentazione per l'infanzia e l'adolescenza rispetto all'attuazione della legge 285/1997 ("disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l'infanzia e l'adolescenza"). Nelle risposte delle ragazze e dei ragazzi intervistati emerge il bisogno di luoghi di ritrovo, centri per i più giovani dove praticare sport e partecipare ad attività ed eventi culturali.

interpellati rispetto alle attività che gradirebbero se nelle prossimità di casa fosse aperto un centro per adolescenti il 45% dei ragazzi di entrambi gli ordini scolastici vorrebbe attività sportive, e poco meno di un ragazzo su tre vorrebbe corsi creativi (teatro, pittura, fotografia, cucina, ecc.) o concerti.

Dati che indicano la necessità di valorizzare sempre di più, a maggior ragione in una fase di uscita dall'emergenza pandemica, il ruolo dei luoghi di aggregazione a disposizione sul territorio. A partire dai centri di aggregazione giovanile.

I centri di aggregazione come infrastruttura della comunità educante

Fin dall'istituzione e per decenni, come osservato dagli stessi promotori di queste iniziative (provincia di Milano, 2006), i centri di aggregazione giovanile (Cdag) sono stati spesso considerati alla stregua di luoghi di raccolta di giovani in difficoltà. Riservati esclusivamente alla cura delle marginalità e delle devianze presenti nelle periferie urbane.

(...) hanno fama di essere raccoglitori di disagio, rifugio di ragazzi che non hanno altri ancoraggi.

I pregiudizi sui centri di aggregazione sono lo specchio di un approccio emergenziale alle politiche giovanili.

Un punto di vista dettato anche dalla genesi legislativa delle politiche giovanili in Italia.

A fronte di enti locali spesso già molto attivi sul tema, il legislatore nazionale si è occupato di "questione giovanile" soprattutto a partire dagli anni '80-'90. E lo ha fatto sulla scorta di un dibattito pubblico concentrato principalmente sulle emergenze del periodo (Bazzanella, 2010), in particolare droga e criminalità.

Lo testimonia il fatto che i primi provvedimenti ad occuparsi di politiche giovanili rientrino nell'ambito del Dpr 309/1990 (testo unico in materia di stupefacenti) e delle leggi 45/1999 (fondo nazionale per la lotta alla droga) e 216/1991 (primi interventi in favore dei minori soggetti a rischio di coinvolgimento in attività criminose).

Tutte leggi importanti (...) pur con una visione del mondo giovanile quale entità problematica, di cui preoccuparsi o, al più, da mettere sotto tutela.

I centri di aggregazione hanno una funzione insostituibile per garantire la crescita delle comunità educanti sul territorio.

Questo approccio, calato sui centri di aggregazione, risulta fortemente ghettizzante. Perché contribuisce a minare alla radice proprio il principale strumento a loro disposizione: avvicinare e contaminare esperienze e vissuti diversi. Si pensi alla potenzialità di luoghi che riescono a svolgere tale missione in termini educativi, sociali, nelle politiche dell'integrazione. Ciò non significa che i centri aggregativi non siano ancora più necessari nei luoghi del disagio. Piuttosto, la loro funzione deve essere inquadrata in una prospettiva più ampia, come presidio insostituibile nelle politiche di contrasto della povertà educativa.

Per descriverne le potenzialità su questo fronte, sarebbe sufficiente attenersi alla definizione utilizzata dall'istituto nazionale di statistica all'interno dell'indagine sui servizi sociali offerti dai comuni. Occupandosi del tempo libero di bambini e ragazzi, lo spettro di azione dei centri aggregativi abbraccia per sua natura tutti gli ambiti della lotta alla povertà educativa: istruzione, servizi sociali, attività culturali, sportive e ricreative.

Centri di aggregazione per giovani (...) nei quali promuovere e coordinare attività ludico-ricreative, sociali, educative, culturali e sportive, per un corretto utilizzo del tempo libero.

In questo senso, i centri di aggregazione giovanile vanno considerati come una struttura portante nella costruzione di una comunità educativa sul territorio. L'infrastruttura sociale e materiale che consente ad esempio di organizzare una serie di attività extra-scolastiche: dalle lezioni di recupero alle attività sportive, dai laboratori creativi ai corsi per lo sviluppo di competenze. Senza contare iniziative culturali e momenti di incontro aperti a tutti, a prescindere dalla condizione familiare del minore.

1,3 milioni di minori in povertà assoluta nel 2020.

Solo il radicamento territoriale consente di impostare politiche di lungo periodo.

Ma non si tratta solo di una funzione organizzativa, pure fondamentale. I Cdag possono rappresentare un punto di riferimento di lungo termine sul territorio. Una comunità strutturata, animata da operatori con specifiche competenze professionali, può offrire una continuità nelle politiche di contrasto alla povertà educativa. Fondamentalmente, è anche dall'attività di tali centri che passa la differenza tra una iniziativa una tantum, che può al massimo alleviare una situazione difficile ma non risolverla, e un intervento più strutturato. Intervento che vede nell'insediamento nel tessuto sociale di un quartiere, o di un comune, una strategia di lungo periodo. Ancora più importante dopo una crisi come quella seguita all'emergenza Covid.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 4 Marzo 2021)

Investire sui centri di aggregazione significa dare concretezza a politiche che altrimenti rischiano di restare sulla carta: lotta alla povertà, all'abbandono scolastico, promozione delle opportunità per tutti, interventi sul disagio giovanile. Tali azioni sono efficaci nella misura in cui riescono a creare radicamento territoriale. In particolare in alcune aree del paese, su tutte quelle dove il controllo della criminalità organizzata risulta più pressante.

Per approfondire meglio la possibilità di attuare tali politiche, il presente report si sviluppa in 2 capitoli. Nel primo, con l'ausilio dei dati Istat sull'uso del tempo libero tra i minori e di quelli sul numero di utenti dei centri aggregativi degli enti locali, proveremo a valutare il radicamento territoriale dei centri di aggregazione. In particolare esaminando le differenze, anche a livello locale, tra la capacità di penetrazione di tali iniziative nel centro-nord rispetto a un mezzogiorno dove appaiono molto meno frequenti, pur con delle eccezioni.

34,8 utenti dei centri di aggregazione ogni 1.000 residenti nella città metropolitana di Palermo. Un dato di gran lunga più elevato della media del mezzogiorno (5,3).

Nel secondo capitolo approfondiremo l'analisi sui dati comunali per le 15 "città riservatarie" individuate dalla legge 285/1997: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Catania, Venezia, Taranto, Reggio Calabria, Cagliari e Brindisi. Si tratta delle città individuate dalla norma istitutiva del fondo nazionale infanzia e adolescenza come destinatarie di una quota riservata del fondo, in ragione della loro dimensione o delle problematiche presenti sul territorio. Attraverso i dati provenienti dal monitoraggio dell'attuazione di questa norma, verificheremo la presenza nel tempo di progetti legati ai centri di aggregazione e in generale dei servizi rivolti ai minori.

Foto credit: Luigi Torreggiani (Flickr) - Licenza

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