L’accesso degli stranieri al reddito di cittadinanza Hate speech

Spesso gli stranieri sono accusati di truffare lo stato italiano accedendo illegittimamente alle forme di sostegno economico. Si tratta di un discorso d’odio che colpisce una categoria vulnerabile, che in Italia vive spesso in condizione di povertà e deprivazione.

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Il reddito di cittadinanza è una forma di reddito minimo garantito offerto dallo stato ai nuclei familiari in difficoltà. Da quando è stato introdotto con il decreto legge 4/2019, è diventato subito oggetto di molte critiche. In particolare rispetto al fatto che alcune persone riescono a ottenerlo pur non avendone bisogno – quelli che nei fatti di cronaca vengono frequentemente chiamati i “furbetti del reddito di cittadinanza“.

Spesso, anche da parte di figure di rilievo nel panorama politico, questa accusa viene specificamente rivolta contro gli immigrati (soprattutto se extra-comunitari) che abitano nel nostro paese, a volte nella forma di veri e propri discordi d’odio.

Un atteggiamento di matrice xenofoba che però ignora una serie di fattori. In primis, che i migranti, a meno che non siano regolarmente residenti in Italia, non possono accedere al sussidio. In secondo luogo, il fatto che il reddito di cittadinanza ha delle modalità di accesso e che chi le viola, ad esempio falsificando i documenti, è perseguibile penalmente – il che vale ugualmente per gli stranieri e per gli italiani. Infine, che se in proporzione più stranieri percepiscono l’assegno mensile rispetto agli italiani è perché ad oggi, in Italia, gli stranieri si trovano in condizioni materiali di maggiore indigenza, essendo più esposti a povertà e deprivazione, pur lavorando mediamente più dei cittadini autoctoni.

I discorsi d’odio contro gli stranieri percettori di reddito di cittadinanza

Spesso nei fatti di cronaca a proposito delle indagini della guardia di finanza sui percettori di reddito di cittadinanza, si sottolinea quanti di questi sono cittadini extra-comunitari. Nella maggior parte dei casi si tratta di constatazioni sui numeri che non necessariamente assumono toni minacciosi.

Allo stesso tempo però gli stranieri sono una categoria fragile, e quindi questo tipo di narrativa può avere effetti negativi sulla percezione che la popolazione italiana ha di loro o esasperare tensioni sociali preesistenti. Rispetto ai discorsi d’odio, non è infatti solo importante con quali parole, tono o intenzioni ci si esprime, ma anche chi è il bersaglio e qual è il suo grado di vulnerabilità.

Alcuni gruppi, o individui, possono essere più vulnerabili di altri alle critiche. Può dipendere dal modo in cui sono globalmente considerati nella società, o da come sono rappresentati nei media, oppure dalla loro situazione personale, che non permette loro di difendersi efficacemente.

Quando si sottolinea quanti stranieri approfittano del reddito minimo garantito, magari senza fare riferimento a quanti italiani fanno la stessa cosa, o anche dipingendo i cittadini italiani come vittime, si assume un atteggiamento discriminatorio.

Uno schiaffo agli italiani onesti e un insulto a tutti i cittadini che quotidianamente si rimboccano le maniche per ripartire.

Parlare degli stranieri che “truffano” lo stato e i cittadini italiani può quindi assumere le fattezze dell’hate speech.

A maggior ragione se a esprimersi in questo modo sono persone di grande visibilità pubblica e se lo fanno online, dove l’effetto risulta amplificato e gli utenti possono reagire con un senso di impunità. Magari associando alle parole immagini per toccare particolari corde.

Una foto di giovani uomini africani in gruppo rimanda chiaramente all’immaginario dei migranti che sbarcano in Italia, presumibilmente in condizioni di irregolarità. Richiama quindi una serie di discorsi sulla loro numerosità e presunta illegittimità e associa in maniera arbitraria questo immaginario a quello di truffatori dello stato italiano, sovrapponendovi la foto della tessera del percettore di Rdc.

A volte l’associazione tra immigrazione irregolare e reddito di cittadinanza viene poi fatta in maniera esplicita ed è usata per attaccare gli avversari politici.

Un discorso che assume toni accusatori e anche degradanti per chi percepisce il reddito di cittadinanza, sottintendendo che il sussidio venga loro regalato. Come se essere residenti e contribuenti (condizioni necessarie per l’accesso) non fossero requisiti sufficienti per giustificare il ricorso a un sostegno statale per gli indigenti.

Cos’è il reddito di cittadinanza e come fanno gli stranieri a ottenerlo

Il reddito di cittadinanza è una misura di reddito minimo garantito, ovvero una forma di sussidio che lo stato offre ai nuclei familiari indigenti. Si tratta di una misura di contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, considerata fondamentale dall’Unione europea e implementata ad oggi da tutti gli stati membri, pur in forme differenti.

Oltre a essere una misura di tipo assistenzialistico, il reddito di cittadinanza sarebbe anche pensata per essere una politica attiva del lavoro per tentare un reinserimento occupazionale delle persone che lo percepiscono. Pertanto, l’assegno mensile è affiancato da un percorso personalizzato di inserimento lavorativo.

L’accesso al reddito di cittadinanza è condizionato.

Nonostante il nome suggerisca che si tratti di una forma di reddito di base, ovvero un sostegno offerto a qualunque cittadino, l’accesso al reddito di cittadinanza è in realtà condizionato a una serie di requisiti.

Innanzitutto, parliamo di requisiti di tipo economico, sia a livello di reddito (individuale e familiare) che di patrimonio immobile e mobile.

L’Italia è il paese Ue con il requisito di residenza più stringente.

Vi sono poi requisiti di residenza. Specificamente, che si sia residenti in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in maniera continuativa. Il che qualifica l’Italia come il paese Ue con il requisito di residenza più stringente. Portando inoltre all’esclusione di un’ampia fascia di stranieri tra cui anche i titolari di protezione internazionale.

Secondo la valutazione recentemente condotta dal comitato scientifico, si tratta di un requisito eccessivamente severo. Soprattutto considerato che solo a partire dal 2020, in seguito a una sentenza della corte costituzionale, è stato permesso a rifugiati e richiedenti asilo di iscriversi all’anagrafe già mentre la loro richiesta veniva analizzata. Quando, nei due anni precedenti, era in vigore il decreto sicurezza, questo non era possibile, producendo inefficienza e ritardi.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato poi dalla necessità, da parte dei cittadini extra-comunitari, di presentare una certificazione del proprio consolato riguardo alla propria situazione patrimoniale nel paese di origine, che spesso risulta difficile se non impossibile da ottenere.

Proprio per venire incontro a queste situazioni, il requisito di residenza è stato drasticamente abbassato – a due anni – nel caso del Rem, (reddito di emergenza). In linea di principio sarebbe opportuno trasferire questo criterio anche nel Rdc. In subordine, il requisito della residenza va abbassato a 5 anni, ovvero il tempo richiesto per il permesso di lungo soggiornanti per i cittadini extra Ue.

Oltre al fatto che, come ha sottolineato l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), richiedere un soggiorno così lungo rende difficile l’intercettazione dei più poveri, che oltretutto se non coperti dai sussidi rimarrebbero comunque a carico della collettività.

Eppure, nonostante le numerose difficoltà e iniquità del processo, alcune personalità del mondo politico hanno criticato la decisione di ridurre il tempo di residenza necessario per accedere al sussidio. Sostenendo ad esempio che soldi e cittadinanza non vadano “regalati”.

Come se vivere in un paese e contribuire, pagando le tasse, al suo sviluppo per 5 o addirittura 10 anni non avessero alcun valore.

Appena qualche giorno fa comunque la corte costituzionale ha depositato la sentenza n.19/2022, con cui riconosce come costituzionale la richiesta del permesso di soggiorno di lungo periodo per accedere al reddito di cittadinanza.

Le dichiarazioni false per ottenere il Rdc sono punite con la reclusione.

Il diritto a percepire il reddito di cittadinanza può in ogni caso decadere, qualora il beneficiario non mostri la volontà di inserirsi nel mondo del lavoro, ad esempio rifiutando più di 3 offerte di lavoro considerate congrue. Qualora invece una persona presenti documentazione falsa per ottenere l’assegno mensile pur non avendone diritto (quindi, non partendo da una condizione economica svantaggiata o non essendo regolarmente soggiornante in Italia), diviene perseguibile penalmente, con sanzioni molto severe.

Chiunque presenti dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere oppure ometta informazioni dovute è punito con la reclusione da due a sei anni.

Stranieri regolari e irregolari, chi ha diritto al sussidio

In Italia quindi gli stranieri hanno accesso al reddito minimo garantito, ma con stringenti requisiti di residenza.

Essere residenti in Italia da almeno 10 anni presuppone innanzitutto che si sia in possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo, e quindi che ci si trovi in una situazione di regolarità. I migranti irregolari che non possiedono questi documenti non possono quindi richiederlo.

Un migrante irregolare è una persona entrata nel paese senza un regolare controllo alla frontiera, oppure che è arrivata regolarmente ma a cui è scaduto il visto o il permesso di soggiorno. Vai a "Che cosa si intende per migranti irregolari, richiedenti asilo o rifugiati"

Gli stranieri percettori di Rdc

Stando all’ultimo aggiornamento dell’istituto nazionale della previdenza sociale (Inps) pubblicato a gennaio 2022 e relativo al mese di dicembre dell’anno precedente, erano circa 1,2 milioni i nuclei familiari beneficiari di Rdc in Italia. Poco più di 1 milione di questi nuclei erano di nazionalità italiana.

86% dei nuclei percettori di reddito di cittadinanza sono di nazionalità italiana (dicembre 2021).

Mediamente, i cittadini stranieri ricevono importi medi inferiori rispetto agli italiani, probabilmente a causa delle discriminazioni esistenti rispetto alle famiglie numerose, che risultano meno coperte e che sono più frequenti tra i cittadini stranieri. Una criticità osservata anche nella relazione del comitato scientifico.

Per il 2019, l’importo medio è riferito al periodo tra aprile e maggio dello stesso anno, mentre nel caso del 2020 a quello tra aprile 2019 e dicembre 2020. Per quanto riguarda il 2021, il monitoraggio è relativo solo al mese di dicembre.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Inps
(ultimo aggiornamento: martedì 1 Febbraio 2022)

Tra 2019 e 2021 per i cittadini italiani l'importo medio mensile del reddito di cittadinanza è aumentato del 9,3%, passando da 537 a 587 euro. Un aumento di entità leggermente inferiore si è registrato anche nel caso dei cittadini stranieri (+8% circa).

Ciononostante, gli importi per questi ultimi continuano ad essere inferiori rispetto a quelli erogati agli italiani. In particolare nel caso degli extra-comunitari, che nel 2021 ricevevano circa 87 euro al mese in meno rispetto ai cittadini italiani e 56 in meno rispetto ai comunitari.

Inoltre, mentre nel passaggio tra 2020 e 2021 l'importo del Rdc ha registrato per gli italiani un aumento seppur contenuto, gli stranieri hanno visto le proprie erogazioni medie ridursi leggermente.

Gli stranieri in Italia si trovano in condizioni materiali peggiori rispetto ai cittadini autoctoni

Secondo l'Inps, sono 170.783 i nuclei familiari beneficiari di reddito di cittadinanza stranieri, sia europei che extra-comunitari.

13,9% dei nuclei percettori di Rdc, a dicembre 2021, erano stranieri.

Gli stranieri, comunitari e non, costituiscono poco più dell'8% della popolazione italiana. La quota di beneficiari di Rdc è quindi proporzionalmente leggermente superiore agli italiani da questo punto di vista.

Si tratta però comunque di una cifra contenuta, soprattutto se consideriamo che le condizioni di povertà e deprivazione sono significativamente più frequenti tra gli stranieri rispetto ai cittadini italiani.

28,3% delle famiglie in condizioni di povertà assoluta sono composte da almeno uno straniero, secondo Istat (2020).

Con “persone a rischio povertà” Istat intende chi percepisce un reddito equivalente inferiore o pari al 60% del reddito equivalente mediano sul totale delle persone residenti. I 9 sintomi che determinano la condizione di grave deprivazione materiale si riferiscono a una serie di elementi legati alle disponibilità materiali del nucleo familiare. Mentre con “molto bassa intensità lavorativa” si intende l’incidenza di persone che vivono in famiglie dove le persone in età lavorativa (tra i 18 e i 59 anni con l’esclusione degli studenti tra i 18 e i 24 anni) nell’anno precedente hanno lavorato per meno del 20% del loro potenziale (con esclusione delle famiglie composte soltanto da minori, da studenti di età inferiore a 25 anni e da persone di 60 anni o più). Il grafico mostra la quota di persone che si trova in queste tre condizioni, tra le varie nazionalità.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 20 Gennaio 2022)

La quota di persone considerate a rischio povertà, che tra i cittadini italiani è pari al 18,9% del totale, sale al 24,2% per i cittadini comunitari e al 36% nel caso degli extra-comunitari. L'incidenza è quindi doppia tra gli extra-comunitari rispetto agli autoctoni.

Un andamento analogo si osserva rispetto alla variabile della deprivazione materiale, in questo caso intesa da Istat come la presenza di almeno 4 dei seguenti 9 "sintomi" di deprivazione a livello familiare:

  • mancanza di telefono a casa;
  • di televisione;
  • di lavatrice;
  • di automobile;
  • difficoltà a consumare un pasto a base di carne o pesce ogni 2 giorni;
  • impossibilità di permettersi una vacanza di una settimana nel corso dell'anno di riferimento;
  • difficoltà a pagare regolarmente le rate di mutui e affitti;
  • difficoltà nel mantenere l'appartamento riscaldato;
  • difficoltà a fronteggiare spese inaspettate.

Secondo questi criteri, il 6,8% degli italiani si trova in condizioni di grave deprivazione materiale. Un dato che sale al 9,5% nel caso degli europei e al 15,4% dei cittadini extra-comunitari. Questi ultimi sono quindi esposti alla deprivazione circa 2,5 volte più degli italiani.

Mentre se analizziamo i dati sull'intensità lavorativa, intesa come bassa frequenza di mesi lavorati in un anno, questa è una condizione che interessa appena il 6,4% degli stranieri comunitari e il 5,1% degli extra-comunitari. Nel caso degli italiani invece la cifra sale al 10,5%, ovvero il doppio rispetto a questi ultimi. Il rapporto appare dunque ribaltato. Tra gli stranieri, soprattutto se extra-comunitari, è meno frequente la bassa intensità lavorativa, ma le condizioni materiali sono mediamente peggiori.

I furbetti del Rdc

Ma quante sono e soprattutto chi sono le persone che hanno approfittato dei sussidi statali?

Le operazioni condotte dalla guardia di finanza nel corso del 2020 hanno portato all'identificazione di alcune migliaia di persone che hanno riscosso, o richiesto senza riscuotere, un totale di circa 63 milioni di euro (di cui 13 milioni non riscossi). Si tratta di cifre - sia per quanto riguarda i colpevoli che i soldi riscossi - minime rispetto al totale delle truffe ai danni delle finanze statali.

5.868 i soggetti denunciati dalla guardia di finanza per illeciti riguardo al reddito di cittadinanza nel 2020.

Spesso, secondo la guardia di finanza, si tratta di mafiosi o evasori, che approfittano del reddito non avendone bisogno. Ma che comunque riescono, principalmente grazie al lavoro sommerso o all'evasione fiscale, a dimostrare di avere tutti i requisiti necessari.

Tra questi [soggetti denunciati] figurano anche soggetti intestatari di ville e autovetture di lusso, evasori totali, persone dedite a traffici illeciti e facenti parte di associazioni criminali di stampo mafioso, già condannate in via definitiva.

Una situazione di per sé ben più grave di quella di una persona povera e in stato di deprivazione che accede pur irregolarmente a un sussidio per gli indigenti.

Secondo un recente approfondimento di Pagella politica basato su un'indagine dei carabinieri condotta su percettori considerati a rischio truffe in 5 regioni, circa il 60% dei responsabili di queste truffe erano inoltre di nazionalità italiana.

 

Foto: Shashank Verma - licenza

 


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