La grande espansione della periferia romana Città metropolitane

La capitale si è allargata molto negli ultimi decenni, spesso a un ritmo più veloce dell’incremento di servizi e infrastrutture.

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Una delle sfide dei prossimi anni (non solo per l’Italia) sarà come gestire l’espansione delle aree metropolitane. La questione è complessa sotto diversi punti di vista, e investe temi come il consumo di suolo, la qualità abitativa, il trasporto pubblico e i servizi. Più in generale riguarda i diritti di cittadinanza di chi vive lontano dai centri dei grandi agglomerati urbani. Perciò, per comprendere quanto una società sia davvero integrata, il tema da monitorare nei prossimi anni sarà la presenza e l’accessibilità dei servizi nelle aree periferiche.

Da questo punto di vista, l’Italia ha nella sua capitale un’esempio di urbanizzazione poco regolata e spesso senza un parallelo incremento di servizi e infrastrutture. Vediamo più nel dettaglio, dati alla mano, come è avvenuta l’espansione della periferia romana nel corso degli ultimi decenni.

Dal dopoguerra a oggi la popolazione è cresciuta sia nella città di Roma, sia nei comuni circostanti, ma con dinamiche diverse. La popolazione dei comuni limitrofi è cresciuta costantemente, quasi triplicando tra il 1951 e il 2015. In questo periodo gli abitanti dell’hinterland sono passati da circa mezzo milione a un milione e mezzo.

La crescita della popolazione nella città invece ha seguito un percorso meno lineare. La crescita è stata molto sostenuta tra il dopoguerra e gli anni '70: in 20 anni gli abitanti della capitale sono passati da 1,6 a quasi 2,8 milioni. Poi è rallentata fino a diminuire: nel 2001 gli abitanti erano scesi a 2,5 milioni. Negli ultimi 15 anni il trend si è invertito, e la popolazione è tornata a superare i 2,8 milioni (2015).

Se ci soffermiamo solo sulla città di Roma, è interessante notare come l'aumento della popolazione nell'ultimo quindicennio non sia stato equilibrato tra le diverse aree della città. Il centro ha perso abitanti, mentre nelle periferie (allo stesso modo dei comuni dell'hinterland) il numero di residenti è aumentato, in alcuni casi anche con incrementi percentuali a doppia cifra.

Se si guarda ai municipi, quelli che sono cresciuti di più in percentuale tra 2006 e 2015 sono due tra i più periferici: il VI e il X. Il VI è il cosiddetto municipio delle torri, alla periferia est della capitale, passato da 205mila a 256mila abitanti (+25%). Il X è il municipio di Ostia, passato da 200mila a 230mila residenti (+15%). Al contrario nei due municipi più centrali (I e II) la popolazione è diminuita rispettivamente del 4 e del 5%.

Quindi l'espansione delle periferie (urbane e extraurbane) ha coinciso con lo spopolamento del centro. Si tratta di un fenomeno piuttosto conosciuto: il centro storico e i quartieri limitrofi diventano sempre più appetibili per attività terziarie (turismo, uffici e altri servizi). Contemporaneamente, cresce il numero di abitanti che si riversa nelle aree periferiche e nei comuni vicini. Tutti territori che vengono inglobati nell'area metropolitana. Una dinamica che è descritta con chiarezza anche nella relazione finale della commissione periferie:

È interessante osservare come l’espansione urbana, e dunque demografica, sul territorio provinciale sia avvenuta attraverso una crescita al tempo stesso centrifuga e centripeta che, negli anni, ha portato il centro di Roma a espandersi verso l’esterno e le aree urbane provinciali a crescere in direzione della capitale, fino alla saldatura urbana tra l’estrema periferia di Roma e i territori dei comuni che compongono la prima cintura metropolitana

Questo processo a Roma è stato scarsamente gestito. La sostenuta espansione edilizia spontanea, nata al di fuori delle previsioni del piano regolatore, ha impedito una diffusione equilibrata dei servizi sul territorio. Le conseguenze sul tessuto sociale della città metropolitana sono state decisive, come mostrano i dati elaborati per la commissione periferie.

L'indice di vulnerabilità sociale è un indicatore che sintetizza quanto un territorio sia fragile, partendo da variabili come la presenza di giovani inattivi, il sovraffolamento delle abitazioni, la quota di persone non scolarizzate o di famiglie con un solo genitore. Più è alto l'indice, maggiore è il disagio sociale di un territorio. L'istituto di statistica lo ha calcolato per le diverse aree di Roma, dal centro alla periferia, e per i comuni limitrofi della città metropolitana, dalla prima cintura (comuni interconnessi con l'area metropolitana) alla seconda cintura (comuni meno integrati con la città).

 

I territori meno disagiati si trovano ai due estremi: il centro (in questa elaborazione coincide con i quartieri e i rioni dentro l'anello ferroviario) e i comuni della vecchia provincia di Roma più lontani da esso. Quelli più vulnerabili coincidono proprio con l'enorme periferia espansa a macchia d'olio tra il secolo scorso e quello attuale.  La prima periferia, ovvero i territori del comune interni al grande raccordo anulare, edificata massicciamente dal dopoguerra. L'estrema periferia, cioè i territori comunali a ridosso del gra, frutto di un urbanizzazione relativamente più recente. Anche la carenza di servizi e infrastrutture ha pesato nel determinare la fisionomia sociale di questi territori.

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