La geografia sociale di Roma, Milano e Napoli a confronto Periferie

Le 3 maggiori città metropolitane italiane conservano una propria fisionomia urbanistica e sociale, anche se non mancano alcuni elementi comuni.

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Le tre maggiori città italiane hanno una storia, e quindi una stratificazione sociale, molto differente. Roma, la capitale, ha conosciuto uno sviluppo urbano intenso (e poco regolato) soprattutto dal dopoguerra, che ha prodotto un’urbanizzazione a macchia di leopardo. Milano si è sviluppata a partire dall’impianto storico, secondo un’urbanizzazione per cerchi concentrici. A Napoli l’espansione edilizia ha coinvolto un’area metropolitana che va ben oltre i confini amministrativi della vecchia provincia.

Confrontarle è particolarmente interessante perché rappresentano di fatto tre Italie diverse, sotto tanti punti di vista. Nella città metropolitana di Milano il tasso di disoccupazione è contenuto (6,5% nel 2017), a Roma si avvicina al dato medio nazionale (9,5%), mentre a Napoli sfiora il 24%. Del resto, il capoluogo campano detiene l’indice di vulnerabilità sociale più alto delle tre: 111,2 contro 101 di Roma e 98,9 di Milano. Quest’ultima risulta invece più anziana delle altre due.

6,9% i residenti sopra gli 80 anni a Milano (a Roma sono il 5,9%, a Napoli il 4,6%)

Queste informazioni, per quanto utili, descrivono ciascuna città nella sua interezza. Un dato medio interessante, ma che non restituisce la complessità sociale di questi veri e propri ecosistemi urbani. Una recente analisi di Istat consente di indagare la composizione sociale delle singole zone che compongono l’area metropolitana. Come si distribuiscono i diversi quartieri? C’è una compenetrazione tra le diverse aree urbane o sono segmentate? Vediamo quali aspetti accomunano e quali distinguono le 3 realtà.

Cosa accomuna le 3 città

Per prima cosa, in tutte e tre si assiste ad un indebolimento dei confini geografici netti tra centro e periferia. Segmenti del centro possono assumere i tratti sociali tipici della periferia, mentre zone esterne al nucleo storico possono avere un livello economico, sociale e culturale elevato.

Confini più labili, periferie non uniformi e aree benestanti compatte caratterizzano le tre maggiori città italiane.

Da questa tendenza deriva l’assenza di periferie uniformi e di grandi dimensioni. Il che è positivo, e distingue in parte le grandi città italiane da altre esperienze abitative caratterizzate da segregazione (il caso delle banlieu francesi). Parallelamente anche la compenetrazione di aree popolari con gruppi sociali diversi non esclude che nascano conflitti, specie nei contesti caratterizzati da precarietà occupazionale e scarsa vivibilità. Il terzo aspetto comune è invece la compattezza delle aree abitate da ceti medio-alti. Tuttavia anche queste zone vivono un’evoluzione, in particolare per la presenza di attività commerciali gestite da stranieri di antica immigrazione e l’insediamento di classi ad alto grado di istruzione, artigiani specializzati, artisti e creativi.

I punti in comune comunque non nascondono una composizione sociale molto variegata.

Istat ha diviso le diverse zone delle città metropolitane in 5 categorie (aree residenziali a profilo medio-alto; aree del ceto medio; aree con popolazione anziana; aree popolari con famiglie giovani in affitto; aree popolari a rischio di degrado), in base alle caratteristiche dell’abitato e dei residenti.

FONTE: Istat, rapporto annuale 2017
(ultimo aggiornamento: mercoledì 17 maggio 2017)

Vediamo nel dettaglio le peculiarità nel tessuto insediativo di ciascuna città, come osservato dall'analisi di Istat.

Milano, il ceto medio in periferia

Nel centro di Milano e nelle fasce semicentrali del comune sono insediate soprattutto le aree medio-alte, quelle con popolazione anziana e non mancano le zone abitate da stranieri di antico insediamento (come la comunità cinese). Quasi assente in queste zone il ceto medio che, come ipotizzano i ricercatori di Istat, è verosimile:

(...) si sia nel tempo trasferito da queste zone verso l’hinterland nei complessi di edilizia residenziale pubblica e convenzionata (per esempio Gallaratese, Gratosoglio, ecc.) per la lievitazione dei prezzi intervenuta sul mercato immobiliare nell’ultimo mezzo secolo.

Questo fenomeno ha avuto un'effetto netto sulla fisionomia delle zone semicentrali che, lasciate libere dalle classi medie, sono spesso diventate aree popolari a rischio di degrado. Poche, e confinate ai margini dei confini comunali, le zone abitate in prevalenza da famiglie giovani in affitto. Queste ultime del resto ospitano una percentuale minima della popolazione milanese (0,5%).

Roma e la frammentazione sociale

La mappa di Roma per zone residenziali mostra una elevatissima frammentazione. Il centro storico si caratterizza per un'età media più elevata. Prevalgono le aree residenziali a profilo medio-alto, alternate ad alcune con popolazione anziana. Uscendo dal centro, le zone semiperiferiche sono descritte da Istat come un "mosaico composito" in cui si intrecciano le aree del ceto medio, quelle con popolazione anziana e le aree popolari a rischio degrado. Le prime due messe insieme costituiscono la tipologia insediativa prevalente nella capitale, insieme ospitano oltre il 60% della popolazione.

Nelle aree a rischio degrado vive il 6,3% dei romani. Si tratta di zone in cui convive una popolazione italiana e straniera caratterizzata da famiglie numerose, basse qualifiche occupazionali, livello di istruzione inferiore alla media. Le zone con famiglie giovani in affitto invece sono rare nei confini interni del Gra e, come nel caso milanese, sono spesso ai margini del perimetro comunale.

Napoli e le aree con famiglie giovani in affitto

La principale differenza del capoluogo campano rispetto alle altre due maggiori città italiane è la fortissima incidenza delle aree popolari con famiglie giovani in affitto, un fenomeno comune ai grandi centri meridionali. In queste zone abitano principalmente famiglie italiane giovani e numerose, con basso reddito medio, bassa scolarizzazione e alti livelli di disoccupazione. Aree diffuse, che Istat indica essere caratterizzate da "povertà integrata":

vale a dire una condizione di povertà strutturale a forte connotazione familiare, tramandata di generazione in generazione e con una forte identità legata al contesto residenziale. Anche se estese e rappresentative in termini di popolazione, queste aree svantaggiate non possono definirsi ghettizzate in quanto, in una complessa operazione di sincretismo sociale, esse sono disposte l’una accanto all’altra, confinanti con aree che concentrano tutte le altre tipologie sociali individuate

Diverso il ragionamento per i territori più benestanti. I profili medio-alti infatti vivono concentrati nelle aree collinari e in quelle costiere ad ovest della zona portuale. Qui i residenti si caratterizzano per la presenza significativa di laureati, per la prevalenza di case di proprietà e per un'età media più alta.

L'importanza dei dati sui servizi

Queste analisi proposte dall'istituto di statistica sono particolarmente interessanti, perché restituiscono un punto di vista con dati sub-comunali sulla composizione delle grandi aree urbane del paese. Un approccio che spesso manca nelle indagini su questo tipo di fenomeni, e che ci aiuta a comprendere qualcosa di più sulla condizione sociale di un'area urbana, sul suo tessuto economico, sulla sua vivibilità. Aspetti che in futuro potranno essere integrati con nuovi dati, relativi ai servizi presenti su un determinato territorio: dai servizi sociali a quelli educativi, dall'offerta in termini di tempo libero alla mobilità urbana. Elementi diversi, complessi, che solo se tenuti insieme possono aiutarci a ricostruire le condizioni di vita nelle città e nelle loro periferie.

Foto credit: Flickr Gilberto GaudioLicenza

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