di Taylor Shelton (1)

Oggigiorno il discorso dominante sui dati tende ad un orientamento fortemente post-politico. Dai burocrati dei governi fino ai tecno-utopisti della Silicon Valley, tutti considerano i dati un mezzo per rimpiazzare la contestazione e il conflitto politico con una sorta di consenso guidato che azzera il dissenso. Influenzati dalle preoccupazioni economiche neoclassiche, come la necessità di possedere informazioni perfette, oggi utilizziamo i dati per declinare le questioni sociali in problemi di informazione. I mali che affliggono le società, e le città in particolare, sono visti come conseguenza della mancanza di dati di buona qualità, il che sarebbe all’origine di politiche e decisioni irrazionali, inefficienti e insufficienti.

Ognuno ha diritto ad avere la propria opinione, ma nessuno ha diritto ad appropriarsi dei fatti

Chi governa le città potrà presumibilmente superare questa difficoltà grazie alla crescente disponibilità di nuove fonti di dati (come quelli che derivano dai flussi dei social media, dal tracciamento degli smartphone, dai sensori sugli edifici, nelle strade o nelle tubature dell’acquedotto) e che promettono di individuare il modo migliore per risolvere ogni tipo di problema. Come recita l’adagio: ognuno ha diritto ad avere la propria opinione, ma nessuno ha diritto ad appropriarsi dei fatti (2).

Ovviamente i fatti rappresentati dai dati sono tutt’altro che oggettivi: la produzione, l’analisi e l’interpretazione dei dati possono dare origine a letture notevolmente diverse del mondo e dei fenomeni. Le decisioni su quali dati raccogliere, come raccoglierli, classificarli, archiviarli, analizzarli e come interpretarli, implicano scelte fondamentalmente soggettive e relative a ciascun individuo o istituzione. Se è vero che nessuno si può appropriare dei fatti, d’altro canto non ci sono garanzie che attraverso i dati vengano prodotte risposte uniche e universali per ogni tipo di domanda o problema.

La visione basata sui dati, si mostra come qualcosa di oggettivo e apolitico, ma copre decisioni che sono sempre profondamente politiche e ideologiche

I progetti sulla smart city in tutto il mondo non contemplano neppure la possibilità che i dati non siano in grado di rappresentare sempre la soluzione migliore. Al contrario, i governi delle città sono sempre più ispirati dalla filosofia secondo cui “tutto quel che può essere misurato può anche essere gestito”, e trovano sempre nuovi modi per quantificare o datificare ogni sorta di processo sociale. Questi metodi vengono utilizzati da quelli che appaiono come “regimi municipali non ideologici” (come ad esempio la New York di Bloomberg o la Baltimora di Martin O’Malley) e che sembrano interessati solo al buon governo. La loro visione, basata sui dati, si mostra costantemente come qualcosa di oggettivo e apolitico, ma copre decisioni che, al contrario, sono sempre profondamente politiche e ideologiche. Queste politiche finiscono per riprodurre semplicemente gli stereotipi neoliberali: dalle privatizzazioni al taglio dei costi, dallo scontro con i sindacati alle politiche repressive della polizia contro le comunità marginalizzate.

I dati sono, sono stati e continueranno ad essere utilizzati anche come strumenti di liberazione

D’altro canto l’uso dei dati per questi scopi nefasti rende evidente come in realtà il carattere politico sia intrinseco a questa tecnologia. Molti critici non hanno saputo comprendere quelli che il geografo Elvin Wyly chiama i collegamenti storici tra metodologia, epistemologia e politica; pertanto, anche se dati di ogni tipo vengono utilizzati per fini politici reazionari sotto un’apparente obiettività, i dati in sé non sono necessariamente collegati a queste politiche. I dati sono, sono stati e continueranno ad essere utilizzati anche come strumenti di liberazione.

I dati non solo possono aiutarci a scoprire manifestazioni non visibili di pratiche sociali ingiuste e a contestualizzarle, ma possono essere utilizzati per contrastare quelle narrazioni e interpretazioni problematiche che cercano di affrontare i problemi sociali con soluzioni come la gentrificazione o la trasformazione di interi quartieri. Le politiche pubbliche possono quindi essere contestate non soltanto attraverso rivendicazioni politiche convenzionali su chi ha vinto e chi ha perso; si possono formulare, invece, raccomandazioni politiche basate su dati certi. Come disse una volta Greg Fisher, sindaco di Louisville, nel Kentucky: “le grandi città stanno accogliendo i dati a braccia aperte. E non lo fanno stando sulla difensiva semplicemente perché grazie ai dati si migliora”. Se i governi decidessero di prendere davvero sul serio “la questione dei dati”, di tutti i dati, compresi quelli che danno fastidio, allora potrebbero dare spazio a coloro che tentano di rivendicare il proprio diritto alla città.

Finora la capacità di utilizzare i dati per creare rappresentazioni alternative della città è rimasta limitata: se da una parte le competenze necessarie per raccogliere, analizzare e interpretare i dati sono distribuite in modo disomogeneo, dall’altra i dati necessari restano spesso inaccessibili anche a coloro che possiedono queste capacità. Alcune città degli Stati Uniti hanno adottato delle disposizioni in materia di open data e hanno aperto in un colpo solo migliaia di dataset con l’obiettivo di promuovere la trasparenza. Purtroppo, in un periodo di austerità e di bilanci limitati, molti Comuni sono però impossibilitati a dedicare le risorse necessarie a mantenere questi archivi di dati aperti e questo ha l’effetto di produrre una copertura irregolare sia dal punto di vista geografico che dei temi trattati.

Questo è vero soprattutto per i dati su uno specifico aspetto della vita urbana: la proprietà. Per diversi motivi la possibilità dei cittadini nelle città americane di accedere ad informazioni su chi dispone della proprietà resta incredibilmente limitata se messa a confronto, per esempio, alla disponibilità delle informazioni sulle ispezioni nei ristoranti o su una qualsiasi altra attività municipale. Mentre i cruscotti interattivi, le mappe e i report analogici permettono qualche forma di accesso alle informazioni di base sui trasferimenti di proprietà, l’accesso ai dati grezzi sottostanti resta ristretto. Per esempio, un cittadino che cerchi di comprendere l’attività speculativa da parte dei costruttori in un quartiere gentifricato, in molti casi non troverà i nomi degli individui o delle società, che potrebbero essere facilmente riconosciuti, ma al contrario scoprirà una marea di pseudonimi di società a responsabilità limitata (LLC – Limited Liability Company): un tipo di società che permette ai proprietari di mantenere separati i beni personali da quelli delle loro aziende. In caso di citazione in giudizio da parte del Comune o degli inquilini, le attività del proprietario non sono quindi a disposizione per rispondere di eventuali danni. Le LLC sono utilizzate per diluire la responsabilità e nella pratica, se non anche negli intenti, per nascondere le tracce di attività predatorie. Lo stesso individuo può essere proprietario di molte attività ma, mantenendo diverse LLC (con singole proprietà assegnate a ciascuna di esse), è in grado di rendere ogni piano di acquisizione speculativa difficile da decifrare. La questione rimane irrisolta anche quando qualcuno utilizza il proprio nome, poiché gli uffici preposti consentono di fare ricerche a pagamento solo sui nomi dei proprietari, e non sui singoli indirizzi, rendendo difficile ricostruire (e quantificare) la vera dimensione del problema.

I dati possono aiutare a produrre prospettive differenti da cui analizzare le questioni urbanistiche

In molti casi, i dati sottostanti a queste informazioni possono non solo rispondere a questioni urgenti su un immobile, ma anche su dove esso sia collocato, fornendo informazioni aggiuntive che possono aiutare a capovolgere le narrazioni convenzionali secondo cui i processi di declino e la gentrificazione dei quartieri sono naturalmente collegati e non invece la conseguenza delle attività speculative di chi, solitamente, fa parte delle enclave più ricche e risiede in altri quartieri o addirittura in altre città. Collegare e ricondurre diversi pseudonimi di LLC allo stesso proprietario è il modo giusto per rintracciare questo tipo di attività nascoste e predatorie; avere la possibilità di raccogliere questo tipo di dati sulla proprietà immobiliare e di combinarli con altre informazioni può rivelare come non solo i proprietari di molte abitazioni vuote o abbandonate in realtà vivano altrove, come le abbiano lasciate cadere in rovina di proposito, ma anche come abbiano accumulato dozzine di altre proprietà. In altre parole, questi dati possono svelare legami strutturali tra i processi di abbandono, gentrificazione e declino dei quartieri e la mutua interdipendenza tra i quartieri ricchi e i quartieri poveri. Invece di vedere questi luoghi come separati e distanti gli uni dagli altri, queste mappe possono rivelare come la proprietà sia uno degli strumenti principali attraverso cui viene prodotta la prima distinzione tra ricchi e poveri. I dati possono aiutare a produrre prospettive differenti da cui analizzare le questioni urbanistiche per collocarle in un più ampio contesto storico, geografico e politico-economico, invece di limitarsi a rinforzare la stigmatizzazione di quartieri già marginalizzati.

Che sia intenzionale o meno, limitare l’accesso ai dati sulla proprietà (o a qualsiasi altro tipo di dati) impedisce l’analisi su larga scala di questi processi da parte dei cittadini e li rende impotenti poiché riduce le possibilità di esprimere le proprie rivendicazioni attraverso il linguaggio essenziale dei dati. Tenere questo tipo di dati chiusi non è un problema semplicemente perché i dati pubblici sono pagati dai cittadini (con le tasse, n.d.t.) o perché segnalano dei governi non sufficientemente trasparenti; dovremmo iniziare a comprendere che le limitazioni di accesso ai dati sono un attacco al diritto dei cittadini di essere informati ma anche al loro diritto alla città nel suo complesso. Per ottenere quindi il diritto alla partecipazione e quello all’appropriazione della città, i cittadini dovrebbero essere liberi di comprendere la propria città, costruendo una conoscenza e una rappresentazione autonome dei loro spazi: un processo di produzione fondamentale per creare un futuro alternativo, più equo e liberatorio per la città stessa.

Note:
(1) Taylor Shelton – Università del Kentucky (taylorshelton@uky.edu)
traduzione Valentina Bazzarin – Twitter: @VBazzarin
(2) La citazione originale: “Everyone is entitled to his own opinion, but not to his own facts.” è di Daniel Patrick Moynihan, sociologo ed ex senatore degli Stati Uniti, eletto in Illinois tra le fila dei democratici per 4 mandati consecutivi, dal 1976 in poi. E’ stato direttore del centro congiunto per gli Studi Urbani dell’Università di University e del Massachusetts Institute of Technology. Si è interessato soprattutto di articoli sulle politiche etniche nei contesti urbani e sulla povertà nelle città del Nord Est degli Stati Uniti.

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