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Oxfam Italia

Guardare con la prospettiva classica imporrebbe di dire che i paesi europei – Italia compresa – mettono sempre più soldi in cooperazione pubblica allo sviluppo, avvicinandosi a raggiungere gli obiettivi prefissati a livello internazionale. Tuttavia se bastasse aumentare i fondi, la cooperazione allo sviluppo si esaurirebbe in una partita contabile. Occorre invece guardare alla destinazione di questi fondi per valutare se davvero stiamo tentando di collaborare allo sviluppo di aree del mondo che non hanno ancora raggiunto standard economici e sociali accettabili, così come da intenzioni. Oppure se una quantità crescente di questi fondi viene dirottata su altre azioni. 

Nel 2016 il volume dell’aiuto pubblico allo sviluppo (aps) mondiale ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. 

Le politiche di cooperazione pubblica allo sviluppo sono coordinate dall’ocse (l’organizzazione per lo sviluppo economico), al cui interno opera un comitato di 30 paesi donatori, i cosiddetti paesi dac (dall’acronimo inglese donor assistance committee) Vai a "Che cosa sono i paesi dac"

Nell’ultimo anno l’83, 5% delle risorse totali è stata messa a disposizione dai paesi del comitato dac (donor assistance commitee) dell’ocse. Risulta confermata la tendenza all’aumento dell’aps riscontrata già negli ultimi anni, tanto che dal 2011 al 2016 l’aps totale cresce del 33%.

L’Italia nel 2016 ha messo a disposizione quasi 4 miliardi e 476 milioni di euro, in cui prevale ancora la quota destinata alle agenzie multilaterali (53,20%) rispetto alle risorse del canale bilaterale, assegnate cioè direttamente dal governo del paese donatore al governo di quello ricevente, e che costituiscono il 46,80% del totale. Anche le risorse italiane risultano in aumento del 13% rispetto al 2015, che secondo l’ocse corrisponderebbe a un 20% in più se si guardano i dati in prezzi costanti, cioè calcolando gli effetti dell’inflazione e le variazioni tra i tassi di cambio. Tutto bene dunque? Non proprio, perché bisogna vedere cosa viene in effetti finanziato. A determinare l’aumento dei fondi di aps sono principalmente le spese sostenute per l’accoglienza dei rifugiati nel paese donatore. Dunque le risorse per la cooperazione allo sviluppo di aree e paesi poveri raggiungono sempre meno l’obiettivo e sono in buona parte spesi nei paesi donatori. Una tendenza consolidata a livello europeo, e particolarmente forte in Italia, quale paese di primo arrivo di rifugiati e migranti lungo la rotta mediterranea.

I costi per la gestione dei rifugiati in Italia costituiscono il 35% dell’aps totale e il 75% del canale bilaterale Vai a "Cosa sono il canale bilaterale e il canale multilaterale"

Nel nostro paese l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4% solo nell’ultimo anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’aps totale, per arrivare al 35% nel 2016. Se si sottrae la spesa per i rifugiati al totale, si evidenzia una diminuzione del 3,7% dell’aps. Solo calcolando la variazione a prezzi costanti i dati ocse segnalano un aumento dell’aps italiano di un contenuto 4%.  

Sulla carta i fondi per la cooperazione internazionale aumentano, in realtà le risorse che raggiungono i paesi più poveri sono in calo costante

Ma quanto dell’aiuto va realmente ai paesi più poveri? Nonostante l’impegno internazionale di aumentare nel tempo la quota di aps destinata ai cosiddetti paesi ldcs (least developped countries), negli ultimi anni si registra la diminuzione di questi fondi. In particolare i paesi Ue del comitato dac passano da 9,7 miliardi di euro del 2011 a 8,5 miliardi nel 2016 erogati per i paesi ldcs. Negli stessi anni i fondi dei paesi Ue non allocati geograficamente – voce di bilancio composta in gran parte dai costi per l’accoglienza dei rifugiati nel paese donatore – passano da 9,2 miliardi di euro del 2011 a 20,8 miliardi di euro nel 2016 (si tratta di dati ocse alla fonte in dollari e convertiti in euro con tassi di cambio annuale ocse, e si riferiscono ai pagamenti a prezzi correnti). Un andamento simile a quello registrato per le risorse italiane, mostrate nel grafico: dal 2011 al 2016 i fondi per i paesi ldcs diminuiscono del 71%. 

Dunque da un lato si registra una crescita esponenziale di soldi che rimangono nei paesi donatori, dall’altro si manca l’obiettivo ufficiale di aumentare le risorse che raggiungono i paesi meno sviluppati: nel 2016 sul totale dei fondi messi a disposizione dai paesi del dac solo il 17% ha raggiunto i cosiddetti paesi ldcs. Per commisurarne l’entità in rapporto alla ricchezza nazionale basti pensare che l’Italia nel 2016 ha destinato ai paesi ldcs con il canale bilaterale lo 0,03% del proprio reddito nazionale lordo.

Il grafico mostra l’andamento negli ultimi cinque anni dei fondi di aiuto pubblico allo sviluppo che l’Italia ha destinato ai paesi meno sviluppati (i cosiddetti ldcs) e i fondi non allocati geograficamente, categoria in cui rientrano molte delle risorse che rimangono nel paese donatore (in questo caso l’Italia), e composti per lo più dalla voce “rifugiati nel paese donatore”

Dati in dollari convertiti in euro con tasso di cambio annuale ocse; fondi impegnati, prezzi correnti.

FONTE: Ocse
(ultimo aggiornamento: martedì 9 gennaio 2018)

 

Foto credit: Abiy Getahun (Oxfam)

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