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Una  vicenda emblematica: il fondo Africa

Istituito dalla legge di bilancio per il 2017 (legge n. 232/ 2016, comma 621 dell’art. 1), il fondo per l’Africa ha introdotto risorse aggiuntive per un valore di 200 milioni di euro «per interventi  straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i Paesi africani  d’importanza prioritaria per le rotte migratorie», recita la legge.

Il corrispondente decreto attuativo arriva a febbraio 2017, emesso dal ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale (maeci), e stabilisce una cadenza trimestrale per le rendicontazioni sull’uso delle risorse messe a disposizione dal fondo per l’Africa (art. 6). Tuttavia i dettagli sull’uso di queste risorse si fanno attendere e non arrivano che a seguito di una interrogazione parlamentare, a cui viene data risposta dal maeci in data 13 settembre. Ad oggi si tratta dell’unico documento ufficiale in cui sono contenuti dettagli di spesa a valere su questo fondo e per il momento sono disponibili informazioni per 143 milioni (nel documento la cifra annunciata è 140 milioni ma poi il valore dei progetti elencati supera i 143 milioni), mentre i restanti 60 milioni risultano da attribuire negli ultimi mesi del 2017 e ad oggi non si hanno aggiornamenti. 

E già questo è un primo elemento da osservare: la rendicontazione prevista non è arrivata per le vie stabilite nel decreto attuativo. Un altro aspetto di grande rilevanza è la contiguità stabilita per interventi di cooperazione allo sviluppo, gestione delle migrazioni e controllo delle frontiere, cioè aspetti militari in senso stretto. L’articolo 3 del decreto stabilisce infatti che a valere sul fondo Africa possono essere finanziati: interventi di cooperazione allo sviluppo, gestione dei migranti e protezione di soggetti vulnerabili quali minori non accompagnati e vittime di tratta, formazione delle autorità di frontiera, “fornitura di equipaggiamenti e strumentazioni per il controllo e la prevenzione dei flussi di migranti irregolari e per la lotta al traffico di esseri umani”, rimpatri volontari, campagne informative sul rischio migratorio, digitalizzazione dei registri di stato civile e sostegno amministrativo.

Il fondo Africa per gran parte finanzia iniziative di gestione e contenimento dei flussi migratori

In effetti tra gli interventi finanziati se ne segnala uno da 12 milioni di euro in Tunisia per la manutenzione di motovedette, rimpatri celeri e formazione di una polizia di frontiera più efficiente nella lotta ai trafficanti. Su base territoriale il paese che riceve più fondi è il Niger, a cui va il 48% delle risorse (tra cui 50 milioni di euro per il sostegno delle autorità di frontiera nel contrasto al traffico di esseri umani), seguito dalla Libia, a cui va il 29% delle risorse finora assegnate. Uno dei principali progetti finanziati in Libia si occupa di rimpatri volontari assistiti, informazione e assistenza di migranti in difficoltà, sostegno alle comunità locali.

Tipo di attività finanziataPaeseImporto (milioni di euro)
Controllo frontiereLibia
10
Controllo frontiereLibia2,5
Controllo frontiereCiad10
Controllo frontiereTunisia12
Rimpatri e assistenza rirugiati e migrantiSahel-Niger15
Rimpatri e assistenza rirugiati e migrantiLibia18
Governance migrazioni e controllo frontiereNiger50
Cooperazione giudiziaria e contrasto migrazioni irregolariAfrica occidentale e orientale2,7
Assistenza rifugiatiEtiopia2
Protezione minoriAfrica occidentale3,5
Protezione minoriSudan1
Protezione e assistenza rifugiati e migrantiLibia10
Cooperazione settore agricoloNiger3
Cooperazione settore tessileEtipia3,5

Guardando all’elenco delle attività finanziate è difficile valutare sulla carta se si tratti di cooperazione in senso stretto, ma nella risposta all’interrogazione parlamentare si specifica che la maggior parte di queste risorse sono rendicontabili come aiuto pubblico allo sviluppo: «gran parte del Fondo Africa – si legge nel documento – finanzia interventi cosiddetti “daccabili”, ovvero che concorrono al graduale riallineamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo italiano alla media dei Paesi ocse».

La fornitura di equipaggiamento militare non è considerabile aps secondo le regole ocse, tuttavia le spese militari sostenute per esempio in operazioni di peacekeeping o in situazioni specifiche come la garanzia di elezioni regolari, o la formazione di personale militare, si possono considerare aps. L’ocse prevede infatti lo specifico capitolo pace e sicurezza, ma poiché negli anni passati è emersa la consistenza di una zona grigia, in cui finivano per essere confusi scopi militari e umanitari, è stato necessario intervenire per fare chiarezza su cosa si può considerare o no cooperazione allo sviluppo. In un documento prodotto giusto lo scorso anno si ricorda che la fornitura di equipaggiamento letale non è rendicontabile come aps, ma stila una lista di situazioni in cui invece si può fare.

Il fondo Africa mostra dunque in modo chiaro la contiguità accordata ad aspetti securitati e umanitari, in cui tutto appare per il momento mescolato.

 

Foto credit: Albert Backer – Licenza

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