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In Sicilia il nuovo capitolato ha avuto un impatto minore sulla distribuzione e l’assegnazione dei contratti per l’accoglienza. Qui, infatti, il sistema ha proseguito con il modello precedente, già basato sui centri collettivi, in vari casi di grandi dimensioni. Per lo più collocati in zone isolate, con la conseguente difficoltà per gli ospiti di entrare in relazione con il tessuto sociale del territorio.

L’impatto, tuttavia, si è avuto all’interno delle strutture. Ora, senza più i servizi di accoglienza, i centri tornano semplici dormitori, rendendo ancora più difficile per gli stranieri avviare un percorso di autonomia che non li esponga al rischio di diventare manodopera per il caporalato.

La crisi da coronavirus ha poi complicato la situazione. Sono aumentate le tensioni con le comunità locali, e per associazioni ed enti di tutela è diventato impossibile entrare in contatto con gli ospiti per svolgere il loro compito, monitorare e fornire un aiuto aggiuntivo ai richiedenti asilo.

La gestione dei contratti in Sicilia

Delle 9 prefetture siciliane, 7 risulta abbiano messo a bando posti con le procedure ordinarie previste dal capitolato per i Cas. Di queste, solo 3 hanno previsto appalti per centri composti da singole unità abitative.

3 le prefetture ad aver previsto appalti per centri composti da singole unità abitative.

Va peraltro evidenziato a tal proposito che solo Enna ha bandito una quota considerevole di posti in abitazioni (180 posti, quasi il 42%) mentre sia a Palermo che a Agrigento si è trattato di una quota residuale (16,7% a Palermo e 12,5% ad Agrigento).

Attraverso la Banca dati dei contratti pubblici di Anac sono stati individuati i lotti relativi agli accordi quadro per la gestione dei centri di accoglienza straordinaria e le gare per l’assegnazione dei centri governativi della regione Sicilia. Analizzando poi i documenti dei bandi sul sito delle prefetture è stato reperito il dato sul numero di posti offerti. Nel caso di bandi ripetuti sono stati considerati i posti offerti nell’ultimo lotto. Sono stati considerati i bandi pubblicati dopo il decreto sicurezza.

FONTE: Elaborazione openpolis su dati Anac e prefetture
(ultimo aggiornamento: giovedì 1 Ottobre 2020)

In generale, comunque, i centri collettivi hanno avuto la netta prevalenza. A Messina, ad esempio, l’offerta è stata suddivisa in maniera paritaria tra centri collettivi fino a 50 posti e centri fino a 300 posti. La prefettura di Siracusa, al contrario, ha offerto solo posti in grandi centri, anche se i bandi specificavano una capienza massima di 150 persone per struttura, un numero comunque molto elevato.

A Ragusa, sono stati messi a bando solo posti in Cas di medie dimensioni (Cas fino a 50 posti). In questo caso però, unico in Sicilia, la prefettura ha riscontrato problemi nell’assegnazione. Il primo lotto infatti è riuscito ad assegnare solo 42 posti dei 900 messi a bando. In un secondo tentativo invece il bando è stato proprio annullato. Sul terzo, avviato a giugno 2020, bisogna ancora attendere l’esito.

4,7% di posti assegnati su quelli messi a bando dalla prefettura di Ragusa.

Per quanto riguarda Trapani e Caltanissetta, stando ai dati Anac aggiornati al 22 luglio 2020, non risultavano accordi quadro per la gestione di Cas. Su Trapani si trovano alcuni affidamenti diretti attraverso cui, probabilmente, si è proceduto a delle proroghe di contratti in corso. A Caltanissetta invece sono presenti solo lotti relativi al Cara di Pian del Lago, una struttura con una capienza di ben 456 posti.

Oltre al Cara di Pian del Lago, in Sicilia sono presenti altri 3 centri governativi, in questo caso interessati dall'approccio hotspot: a Messina, Lampedusa (Agrigento) e Pozzallo (Ragusa). Anche queste strutture sono di grandi dimensioni. Hanno una funzione diversa dai Cas, ma in ogni caso si aggiungono al numero di grandi centri presenti in Sicilia.

I grandi centri sono le prime strutture ad entrare in crisi nel momento in cui si verificano delle difficoltà.

Sono luoghi in cui vengono inviati i richiedenti asilo appena arrivati per un processo di selezione e classificazione tra richiedenti asilo e migranti "da rimpatriare", spesso lasciati sul territorio in condizione di irregolarità. Degli spazi chiusi allo sguardo della società civile, dove si realizzano prassi informali al limite del diritto. Luoghi, anche di trattenimento, in cui le persone rischiano di rimanere in condizioni di grave sovraffollamento, come nel caso di Lampedusa, soprattutto in un momento di crisi sanitaria.

L'esperienza di Borderline Sicilia, intervista ad Alberto Biondo

Alberto Biondo è membro dell’associazione Borderline Sicilia, che dal 2008 cerca di raccontare la realtà della migrazione ribaltando la narrazione dominante. Oltre all'aspetto comunicativo, Borderline Sicilia svolge un'importante opera di monitoraggio della gestione dei centri di accoglienza. Per questo, già in occasione del primo rapporto Centri d'Italia, avevamo fatto tesoro della sua esperienza per raccontarci l'accoglienza nel territorio di Trapani.

In quella occasione avevamo concluso la nostra intervista con l'auspicio che il sistema si indirizzasse verso un modello di accoglienza diffusa. Purtroppo dai dati sui contratti pubblici ci risulta che non ci sia stato neanche il tentativo di andare in questa direzione. Al contrario, sembra che dall'approvazione del decreto sicurezza e del nuovo capitolato le prefetture siciliane abbiano messo a bando più che altro posti in centri collettivi, anche di grandi dimensioni.

Ascolta l'intervista integrale ad Alberto Biondo

I dati mostrano una prevalenza dei centri collettivi a discapito dell'accoglienza diffusa, quali sono le ragioni? Che influenza ha avuto sul fenomeno il decreto sicurezza?
Negli anni esiste un filo conduttore nella politica securitaria dei vari governi, che di fatto ha cancellato l'accoglienza, ostacolando i percorsi di integrazione. I decreti sicurezza hanno rappresentato il colpo di grazia, in continuità con i precedenti provvedimenti. Le grandi cooperative sono le uniche rimaste nel cosiddetto business dell'accoglienza. Le piccole, che negli anni hanno provato a impostare un'accoglienza diffusa e con standard etici maggiori, con i decreti sicurezza sono sparite del tutto. Non sono state in grado di reggere ai tagli nei capitolati, e non hanno partecipato alle gare anche per motivi appunto etici.

Che effetti hanno avuto le nuove regole nella capacità degli stranieri di integrarsi trovando un lavoro e avviando un percorso di autonomia?
Il percorso di autonomia è stato cancellato. Non che l'accoglienza prima dei decreti sicurezza non facesse acqua, anzi. Però questo sistema taglia completamente le gambe ai percorsi di integrazione, cancellando lo Sprar, riducendo i Cas a una sorta di b&b contenitori, ridimensionando le figure professionali che aiutano all'integrazione, tagliando le ore a psicologi, mediatori linguistici e assistenti sociali. Tutto questo è stato fatto volontariamente, con lo scopo di creare un esercito di invisibili senza documenti, pronti ad essere sfruttati.

Come credete che abbia inciso un modello basato su grandi centri collettivi sulla crisi sanitaria in corso?
Ha inciso molto sui grandi centri. L'ammassamento di persone ha ottenuto risultati negativi ovunque in tempo di covid. La situazione è esplosa perché non c'erano condizioni minime nei cas. Mancando oggi personale qualificato, nei centri vengono meno la comunicazione e il sistema relazionale. Per questo motivo, ad esempio, alcune persone hanno girovagato per tutta la Sicilia senza autodichiarazioni e dispositivi di protezione individuale, collezionando multe e denunce. Questo accade perché non c'è comunicazione nei centri, i migranti non vengono informati. Non parliamo poi della situazione sanitaria, che sia nelle navi quarantena, nei centri covid o nei ghetti sparsi in regione. Va contro tutti i principi di cui sentiamo parlare in televisione da mesi, e questo accade perché c'è un sistema di non accoglienza.

Qual è stata la vostra azione in questi mesi di pandemia?
Abbiamo monitorato, per quanto ci è stato possibile, lo stato dell'arte. Basti pensare a quello che succede nei centri covid, in cui la quarantena viene fatta in totale promiscuità. Abbiamo inoltrato diverse segnalazioni alle prefetture, e prodotto report che riportavano numerose testimonianze, oltre che quello che riscontravamo dalle nostre verifiche. In ultimo, proprio in questo periodo abbiamo pubblicato un report sulle condizioni post decreti sicurezza dei minori stranieri non accompagnati in Sicilia. Lo abbiamo dedicato ad Abou, un ragazzo di 15 anni morto poche settimane fa in ospedale a Palermo dopo essere stato in quarantena a bordo di una nave. Oltre all'invisibilità, il risultato di tutte queste politiche è anche la morte. Una costante, purtroppo, in questi anni.

Nonostante il numero di sbarchi quest’anno sia stato tutt’altro che alto, tra traghetti quarantena, hotspot pieni e centri creati ad hoc per la quarantena dei richiedenti asilo, nel corso dell’estate si è parlato molto della questione siciliana. Quali sono state secondo te le principali criticità e come si sarebbero potute evitare?
Innanzitutto c'è un problema di narrazione. Se ogni giorno in tv politici regionali e nazionali dicono che i migranti portano il covid, si tenta di giustificare ogni tipo di scelta politica. L'incapacità e la non volontà di gestire il fenomeno ha creato un vuoto anche di diritto, confinando le persone dentro navi che non trovano giustificazione né dal punto di vista economico, perché hanno costi altissimi, né sanitario, perché dentro vengono ammassate centinaia di persone, che peraltro vedono vicina la terra ferma e spesso compiono gesti disperati per raggiungerla. Sarebbe una questione di buon senso, oltre che di diritto, riportarli sulla terra ferma, perché i luoghi per le quarantene in regione ci sono. A monte, poi, mi domando perché i migranti affrontano quarantene che durano anche due mesi, senza che si dia loro una spiegazione, mentre ai turisti che sono arrivati da ogni dove non è stato riservato lo stesso trattamento. La risposta è che quel che conta, come sempre, è l'economia. La politica sacrifica i migranti in nome di non si sa cosa. Sui diritti siamo fuori tempo massimo da tanto, troppo tempo.

Foto credit: Guglielmo Mangiapane / Reuters

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