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Dopo due anni dall’approvazione del decreto sicurezza è stato possibile verificare concretamente alcuni degli effetti prodotti sul sistema di accoglienza.

L’impostazione politica del provvedimento era chiara fin da subito e molti dei suoi effetti erano facilmente prevedibili. Ad oggi però possiamo dire che, a fronte delle enormi difficoltà incontrate nell’assegnazione dei bandi, il decreto sicurezza ha fallito anche da un punto di vista strettamente pratico.

Circa un terzo delle prefetture Italiane infatti hanno incontrato problemi ad assegnare i posti in accoglienza. Una situazione che, anche in un momento in cui il numero di sbarchi rimane contenuto, non può essere ignorata.

Anche il tema dei grandi centri, conseguenza diretta di questo approccio, oggi si rivela, fra le altre cose, un problema di salute pubblica. Le grandi strutture, infatti, non sono più solo una preoccupazione per chi le vive e per le comunità adiacenti. Diventano anche luoghi in cui le presenza di centinaia di persone aumenta il rischio di contagio da coronavirus.

Ciò che sembra essere assente è un coordinamento e un piano strutturato per la primissima accoglienza e per il passaggio sicuro ad altre strutture, che certo non si realizza con le “navi quarantena”.

Anche in periodo di pandemia, in continuità con il passato, a mancare è in via generale una visione strategica e lungimirante sulla realtà migratoria.

I territori di confine che abbiamo analizzato, il Friuli Venezia Giulia e la Sicilia, sono regioni con modelli e criticità molto diverse. Il filo conduttore è la mancanza di un sistema ordinario ben strutturato a livello centrale che, di conseguenza,  produce forti ripercussioni sul sistema prefettizio. Oltre a mettere a rischio esperienze territoriali funzionanti e consolidate.

Il 5 ottobre, dopo un anno di rinvii, il governo ha finalmente varato il decreto – che mentre scriviamo non è stato ancora pubblicato in gazzetta ufficiale – con cui vengono riviste sia le norme sul sistema di accoglienza che quelle sulla protezione internazionale.

Il decreto, nonostante presenti ancora troppi punti critici, rappresenta un innegabile passo avanti. Tra gli elementi migliorativi va indubbiamente annoverato il ripristino dei livelli di protezione della “umanitaria”, nonché lo sforzo di reindirizzare il sistema di accoglienza (ex Sprar e Siproimi, ora Sistema di accoglienza e integrazione, Sai) verso il modello a titolarità pubblica in micro-accoglienza diffusa.

Tuttavia si prevede un doppio livello di servizi, ancora da chiarire, che limita la fruizione dei principali servizi di integrazione ai soli titolari di protezione internazionale. I richiedenti asilo rimarrebbero senza formazione professionale e orientamento al lavoro, nonostante la possibilità di lavorare dopo due mesi dalla domanda e iter d’asilo talvolta molto lunghi.

In fase di conversione sarà il parlamento a dover applicare correttivi e agevolare l’interpretazione di aspetti poco chiari, ma la negoziazione che ha portato al testo del decreto, che tradisce ancora un approccio securitario, fa pensare che difficilmente si arriverà a cambiamenti strutturali.

Esiste un altro passaggio, meno sotto i riflettori, che farà però un’enorme differenza per quanto riguarda l’amministrazione pubblica e la gestione concreta dei centri.

È con il capitolato di gara, infatti, che verranno definiti nel dettaglio costi e servizi da erogare nei centri Cas e nei centri governativi. Solo rivedendo questo documento in maniera sostanziale sarà possibile riportare i piccoli gestori e le relative professionalità a occuparsi di accoglienza diffusa. Anche qui, come nel caso del Sai, per i motivi su esposti, occorrerà offrire indistintamente servizi di primo e secondo livello.

Una volta convertito in legge il nuovo decreto, ed emanati i provvedimenti amministrativi necessari a metterlo in pratica, sarebbe inoltre importante stabilire meccanismi di monitoraggio del sistema.

È quindi necessario che siano resi disponibili dati aperti e di dettaglio che da tempo reclamiamo. Su questo sono stati fatti dei passi avanti, sia nei confronti della società civile, sia rispetto ai dati presentati al parlamento. Sul primo aspetto infatti una sentenza del Tar, cui abbiamo fatto ricorso contro il rifiuto di pubblicare le informazioni, ha imposto al ministero dell’interno di trasmettere dati fondamentali sul sistema di accoglienza che saranno oggetto di una prossima pubblicazione.

Rispetto alle informazioni presentate al parlamento, invece, quest’anno per la prima volta i dati contenuti nella relazione annuale sulla gestione del sistema di accoglienza dovrebbero essere forniti in formato aperto. Peraltro, la relazione avrebbe dovuto trasmessa alle camere entro giugno ma, ad oggi, non è ancora disponibile. Inoltre, il ministero, nonostante non abbia fatto passi concreti in merito, si è detto genericamente disponibile a rendere disponibili con cadenza periodica dati di dettaglio in formato aperto.

L’aspetto fondamentale è che l’accoglienza dei rifugiati e dei richiedenti asilo non dovrebbe più essere gestita come un’emergenza. Le riforme di settore dovrebbero quindi basarsi esclusivamente sull’analisi dei fatti mettendo al centro i diritti e agevolando l’inclusione dei richiedenti asilo nel tessuto sociale.

Foto credit: Tony Gentile / Reuters

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