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Tra il 2015 e il 2020 l’Italia ha visto la disciplina del sistema di accoglienza modificarsi in più occasioni. Provvedimenti che riflettono in parte impostazioni politiche diverse, ma che non sono stati adottati a seguito di analisi dettagliate sul funzionamento dei modelli precedentemente in vigore.

Anche se a seconda dei casi può essere più o meno opportuno il cambio di una normativa, ogni volta che vengono cambiati i meccanismi alla base di un sistema, i progetti impostati sul modello precedente o vengono chiusi o comunque perdono qualsiasi prospettiva. Modelli positivi vengono accantonati o ridimensionati. Professionalità acquisite all’interno del progetto si perdono e gli ospiti del centro vengono spostati in altre strutture. La conseguenza diretta è l’interruzione del loro percorso di integrazione in Italia.

Politiche pubbliche efficaci dovrebbero basarsi su una struttura definita e stabile a cui apportare cambiamenti puntuali.

Le modifiche dovrebbero essere individuate sulla base di analisi approfondite che siano in grado di stabilire quali best practice vadano incentivate e quali prassi negative vadano scoraggiate. Ad ogni modo, queste sono attività su cui si concentra meno l’attenzione pubblica.

Il rischio quindi è che, dopo aver approvato una riforma, si faccia scarsa attenzione alla sua concreta realizzazione. In questo, l’attuazione del nuovo capitolato di gara, pubblicato dal ministero dell’interno proprio nelle ore in cui veniva chiuso questo rapporto, sarà fondamentale. Ancora una volta peraltro, il nuovo schema di capitolato è stato approvato senza alcun confronto con ricercatori e analisti, né con gli addetti ai lavori. Realtà che pure fanno parte del Tavolo Nazionale Asilo.

Quanto al Sai, seppur con molti limiti, rappresenta un miglioramento rispetto al Siproimi. Tuttavia, si tratta di miglioramenti di cui potranno godere solo quei pochi che riusciranno, più o meno casualmente ad accedere a questo sistema di accoglienza.

Fino a quando la maggioranza dei richiedenti asilo che si trovano nel paese sarà ospitata in centri “straordinari”, non ci potrà essere approccio sistemico all’accoglienza sui territori.

Fino a quando non sarà favorita con decisione un’accoglienza diffusa a titolarità pubblica (centri di dimensioni ridotte con un’accoglienza che si concretizza in un’azione da subito volta all’accompagnamento all’autonomia e al pieno inserimento sociale), non saranno definitivamente eliminate le disparità di diritti e di servizi, né l’impatto differenziato che un arbitrario inserimento in uno o nell’altro circuito di accoglienza ha sulla vita delle persone ospitate.

Per far questo sarà necessario trovare il modo di coinvolgere molti più comuni nel sistema Sai e di aumentare in maniera significativa le risorse, riducendo al contempo il sistema straordinario.

Un sistema funzionante è un sistema attento ai feedback.

Il sistema dovrebbe prima di tutto ascoltare le persone che ne fanno parte: gli ospiti, i gestori, i lavoratori come anche la comunità accogliente e le associazioni di settore. Un sistema efficiente ed efficace produce dati di qualità sul proprio funzionamento. Li analizza e li diffonde pubblicamente, in modo che ciascuno, con le proprie competenze possa contribuire a migliorarlo fornendo il proprio parere e le proprie analisi.

Dopo tutti questi anni ci si aspetterebbe che siano le istituzioni pubbliche a fare questo lavoro. Primi fra tutti il Ministero dell’Interno. Ancora oggi invece dalle istituzioni arriva solo un silenzio assordante.

Un vuoto informativo a cui abbiamo cercato di porre parziale rimedio attraverso la diffusione del primo set di dati disaggregati su tutti i centri di accoglienza a gestione prefettizia presenti in Italia nel 2018 e nel 2019.

Dati che abbiamo analizzato per la prima volta a livello nazionale diffondendo indicatori di sintesi ed esempi di situazioni particolari. Informazioni che poi potranno essere utilizzate da chiunque per dare un taglio diverso a un’analisi nazionale o per andare a verificare aspetti specifici o aree più delimitate.

Attraverso la diffusione di dati e analisi vogliamo contribuire a un dibattito più partecipato e plurale.

Dati che anche noi continueremo ad analizzare nei prossimi mesi. In questo modo potremo andare più nel dettaglio, sfruttando al massimo le loro potenzialità. Partendo da questi sarà possibile monitorare le evoluzioni successive e verificare se nei prossimi anni tornerà ad essere promossa la micro-accoglienza diffusa e integrata, non solo in termini di capienza ma anche di servizi offerti, di importi destinati ai progetti, distribuzione nei comuni, nelle province, nelle regioni.

Un dibattito, però, basato su dati di fatto. Solo in questo modo crediamo che si possano stabilire dei punti fermi su cui fondare una rinnovata spinta per l’accoglienza pubblica e diffusa, che – è il caso di ricordarlo – per le persone ospitate è un diritto e, per i territori ospitanti, un’opportunità.

Foto credit: Francesco Bellina / Cesura

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