Cosa dice il rapporto bes sul sistema educativo italiano #conibambini

Anche se su diversi indicatori c’è un miglioramento, è lento l’avvicinamento al resto dell’Ue e rimangono gli squilibri interni al paese.

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A fine dicembre è uscito il nuovo rapporto sul benessere equo e sostenibile, curato da Istat. È la pubblicazione con cui ogni anno l’istituto di statistica analizza, attraverso alcuni indicatori, che direzione sta prendendo il paese nei diversi ambiti.

12 i “domini” indagati nel rapporto bes: dalla salute alla cultura, dal lavoro all’istruzione.

L’approccio del rapporto è misurare il livello di benessere della popolazione con metriche non solo economiche.

Uno degli aspetti indagati è lo stato del sistema di istruzione e formazione. Dal momento che quasi tutti gli indicatori vengono presentati nel loro andamento decennale, questi dati offrono una vista molto interessante su cosa sta migliorando e su quali aspetti invece restano critici.

Cosa migliora e cosa peggiora

La dimensione istruzione e formazione viene misurata attraverso 11 indicatori. Questi sono concepiti per valutare la qualità e l’accesso all’educazione lungo le varie fasi della vita. Si va dalla partecipazione dei bambini alla scuola dell’infanzia, alle competenze acquisite dagli studenti; dall’abbandono scolastico alla presenza di giovani che non studiano e non lavorano. Vengono poi monitorate nel tempo alcune dimensioni più generali, come la percentuale di laureati o quella di persone con almeno un diploma.

Come sono variati nel tempo questi indicatori? Se si fa il confronto con l’ultimo anno di rilevazione (solitamente il 2016) il quadro è chiaroscuro e prevale la stabilità. La maggior parte degli indicatori non è variata in modo significativo. Anche i miglioramenti e i peggioramenti sono generalmente contenuti dentro il punto percentuale.

 

IndicatoreVariazione rispetto all'anno precedenteVariazione rispetto al 2010
Partecipazione alla scuola dell'infanziaStabileIn peggioramento
Persone con almeno il diplomaIn miglioramentoIn miglioramento
Percentuale di laureatiIn miglioramentoIn miglioramento
Passaggio all'universitàStabileIn miglioramento
Uscita precoce da istruzione e formazioneIn peggioramentoIn miglioramento
Giovani neetStabileIn peggioramento
Partecipazione alla formazione continuaIn peggioramentoIn miglioramento
Competenze alfabetiche studentiConfronto non disponibileConfronto non disponibile
Competenze numeriche studentiConfronto non disponibileConfronto non disponibile
Competenze digitaliStabileConfronto non disponibile
Partecipazione culturaleIn peggioramentoIn peggioramento

 

L’andamento nel tempo degli indicatori va letto anche in altre due direzioni: il confronto con l’Europa e le differenze interne del paese.

Più interessante invece la prospettiva di lungo periodo. Tra il 2010 e il 2017 infatti nessun indicatore è rimasto stabile. In peggioramento si registra il dato sui neet, la partecipazione alla scuola dell’infanzia e la partecipazione culturale della popolazione. Rispetto al 2010 gli altri indicatori mostrano segnali di avanzamento. È infatti aumentata la percentuale di persone con il diploma, quella dei laureati ed è diminuito il dato sull’abbandono, solo per fare gli esempi più significativi. Ma questo confronto coglie solo un aspetto della questione. Perché sono almeno altre due le chiavi di lettura necessarie per valutare lo stato del sistema educativo. Com’è cambiato il nostro paese in confronto al resto d’Europa? E cosa sappiamo sulle differenze interne dell’Italia?

I divari con l’Europa

Il primo dato che emerge è che, anche in presenza di miglioramenti rilevanti, in molte delle dimensioni analizzate restano dei divari significativi con la media Ue.

Nel 2017 i principali indicatori dell’istruzione e della formazione in Italia si mantengono significativamente inferiori a quelli della media europea anche se, in alcuni casi, il divario continua a ridursi.

La dinamica è comune per molti degli indicatori più importanti. Tanto l’Italia quanto l’Unione europea mostrano una tendenza positiva. Ma con un andamento che somiglia quasi a quello di due rette parallele.

Questo trend emerge con chiarezza osservando la scolarizzazione della popolazione nel suo complesso. Sia in Italia che in Europa la percentuale di popolazione con almeno il diploma è aumentata dal 2010.

Ma il miglioramento non cambia il dato di fondo: all'inizio della rilevazione l'Italia aveva 17,6 punti di svantaggio, nell'ultimo anno disponibile ha ancora 16,6 punti di distacco. E ciò nonostante un aumento consistente della percentuale italiana.

Anche il dato sull'abbandono scolastico indica con chiarezza un trend simile.

Nel 2010 il dato italiano sfiorava il 19%, quello europeo il 14%. Da allora, a livello continentale è stata presa l'iniziativa di ridurre entro questo decennio la percentuale di giovani che abbandonano gli studi prematuramente.

L’Unione europea ha fissato come obiettivo che – entro il 2020 – i giovani europei tra 18 e 24 anni senza diploma superiore (o qualifica professionale) siano meno del 10% del totale. Vai a "Che cos’è l’abbandono scolastico"

Nell'ambito di questo sforzo, il dato nazionale è migliorato e questa tendenza ha permesso all'Italia di superare il suo obiettivo-paese (16%). Allo stesso tempo però, rispetto a una media europea ormai vicina al traguardo, il nostro paese resta indietro di 3,4 punti percentuali. Un distacco inferiore rispetto al 2010 (erano 4,7 punti), ma che comunque lascia l'Italia tra i primi 4 stati per uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione.

Tra i paesi Ue solo a Malta (17,7%), in Romania (18,1%) e in Spagna (18,3%) si sono registrati valori più elevati.

Va nella stessa direzione anche l'indicatore sulla percentuale di laureati. Anche in questo caso dal 2010 in Italia è aumentata la quota di laureati. Erano meno del 20% delle persone tra 30 e 34 anni e sono cresciuti fino quasi al 27%.

Però, a confronto con l'intera Ue, emerge come il dato italiano sia ancora basso rispetto alla media europea. Nello stesso periodo quest'ultima è passata dal 33,8% a quasi il 40%. Significa che la distanza è rimasta quasi la stessa: erano circa 14 i punti di svantaggio nel 2010, dopo 7 anni sono scesi a 13.

Lo svantaggio del mezzogiorno

L'altra chiave di lettura con cui vanno letti questi dati, oltre all'andamento nel tempo e al confronto europeo, eè il confronto interno tra le diverse realtà del paese. Anche rispetto al sistema educativo l'Italia sembra muoversi a velocità molto diverse. Il centro-nord ha dati più positivi in tutti i principali indicatori.

La percentuale di iscritti alla scuola dell’infanzia è calcolata sul totale dei bambini con 4-5 anni. Quella di persone con almeno il diploma sulla popolazione tra 35 e 64 anni. Quella di laureati è calcolata sulla popolazione tra 30 e 34 anni. Quella di neet sulla popolazione tra 15 e 29 anni. La percentuale di iscritti all’università è la quota di neodiplomati che si iscrive all’università nell’anno in cui ha conseguito il diploma.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2018
(ultimo aggiornamento: martedì 18 Dicembre 2018)

I principali indicatori sul sistema educativo segnalano che il sud è ancora indietro.

I bambini di 4 o 5 anni iscritti alla scuola dell'infanzia oscillano attorno al 90% in tutte le ripartizioni, con una predominanza nel nord (92,5%). Si tratta del dato tutto sommato più equilibrato, in tutte le altre le distanze risultano molto più ampie. La quota di persone con almeno il diploma nel mezzogiorno è il 52,5%, mentre nel centro-nord sfiora i due terzi del totale. Il mezzogiorno presenta un dato più basso anche nella quota di neo-diplomati che si iscrivono all'università (46,5% contro 53%) e nella percentuale di laureati (21,6 contro 30%).

13 i punti percentuali di distanza del mezzogiorno nell'indicatore di partecipazione alle attività culturali.

Anche nella partecipazione ad attività culturali il dato meridionale (18,6%) si contrappone a quello del centro-nord, allineato sul 31,5%.

Gli squilibri tra le regioni

Il dato del mezzogiorno è frutto di profonde differenze regionali. Se prendiamo uno degli più utilizzati per misurare il livello di istruzione della popolazione, cioè la percentuale di persone tra 25 e 64 anni con almeno il diploma, notiamo che le regioni più popolose del mezzogiorno si trovano nella parte finale della classifica.

A fronte di una media nazionale pari al 60,9% di diplomati, le regioni più lontane sono Puglia (49,3%), Sicilia (49,9%), Sardegna (50,5%), Campania (52,8%) e Calabria (54,4%).

Facendo un confronto con l'inizio della serie storica (2004) si nota anche come i maggiori incrementi si rilevino nel nord est e nel centro Italia. Mentre sono soprattutto le regioni a fondo classifica a registrare il miglioramento più lento.

Tra 2004 e 2017, la percentuale di diplomati nel Trentino Alto Adige è aumentata di 18,4 punti. Quella di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Toscana di 16 punti o più. Tra le regioni del mezzogiorno, un miglioramento consistente si registra in Basilicata (+13,4 punti), passata dal 47,1% al 60,5%: un dato in linea con la media nazionale. Le grandi regioni del sud, che già partivano con una percentuale inferiore alla media, hanno avuto incrementi significativi ma sempre inferiori ai 10 punti percentuali. Su tutte la Calabria (+7,8 punti, dal 46,6% al 54,4%).

L'importanza di proseguire con il monitoraggio

Questi pochi dati, nella loro sintesi, sono preziosi per capire alcune tendenze del nostro sistema educativo. Anche quando ci sono dei segnali di miglioramento, rimane una distanza con la media europea che sembra essere molto difficile da appianare. Negli indicatori dove il gap si riduce, questa riduzione appare molto lenta.

L'altra tendenza significativa è la consolidata distanza tra le realtà geografiche del paese. Restano indietro, prevedibilmente, le grandi regioni del mezzogiorno. E il dato interessante è che i miglioramenti più consistenti si registrano soprattutto nel centro-nord. Una dinamica che approfondisce quella vista nel confronto Italia-Ue: quando le regioni del sud migliorano, ciò avviene a un ritmo generalmente più lento delle altre.

Il merito del rapporto bes è proprio far emergere queste tendenze. Mettere in fila indicatori significativi su una questione, permettendo un'analisi sia di lungo periodo, sia con una certa profondità geografica (le differenze regionali). Questo tipo di attività è prezioso per creare un dibattito informato. Perciò il fronte ineludibile su cui insistere nei prossimi anni sarà approfondire ulteriormente questi dati a livello locale.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati è il rapporto bes 2018, a cura di Istat.

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