La necessità di ridurre lo spreco di cibo Ambiente

Le perdite alimentari in famiglia, nelle mense scolastiche o nei supermercati, sono dannose per l’ambiente e per il sistema socio-economico. Ridurle, adottando modelli di produzione e di consumo sostenibili è l’obiettivo da raggiungere, partendo da un maggiore monitoraggio del fenomeno.

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Un’elevata quantità di cibo viene buttata ogni anno, lungo tutte le fasi della filiera alimentare. Dal prelievo nel luogo di produzione al trasporto, dalla conservazione alla messa in vendita, fino chiaramente al consumo. Le cause sono diverse, alcune naturali come eventi climatici estremi e altre, la maggior parte, dipendono dall’uomo. Come pratiche sbagliate nelle fasi di raccolta o di trasporto, o al momento dell’acquisto dei prodotti da parte del consumatore e delle modalità di conservazione. Comprare alimenti in eccesso, non consumarli entro la data di scadenza, conservali in modo errato, sono tutte azioni che alimentano lo spreco.

The food sector accounts for around 30 per cent of the world’s total energy consumption and accounts for around 22 per cent of total Greenhouse Gas emissions.

Il settore alimentare è responsabile del 30% circa del consumo di energia globale e del 22% delle emissioni totali di gas serra. È causa della degradazione del suolo e delle acque, attraverso un utilizzo sempre meno sostenibile delle risorse naturali alla base della fornitura di cibo. In questo senso, lo spreco incentiva questi fenomeni, aggravando notevolmente i danni ambientali e causati dal settore.

È necessario quindi diffondere modelli nutrizionali e di consumo sostenibili, che contrastino lo spreco e le sue conseguenze. Non solo ambientali, ma anche socio-economiche e a livello di salute, dal momento che un’alimentazione più equilibrata e senza eccessi ha effetti positivi anche sulla qualità della vita, specialmente di bambini e ragazzi.

Un obiettivo internazionale

La riduzione dello spreco alimentare rientra nei target dell’Agenda Onu 2030. Nello specifico nel 12esimo, che auspica appunto il conseguimento di modelli di consumo e di produzione sostenibili.

Mancano dati sullo spreco di cibo.

Come abbiamo ribadito diverse volte in articoli precedenti, per contrastare un fenomeno ambientale dannoso è essenziale innanzitutto monitorarlo. Studiare i dati e come cambiano nel tempo è alla base della messa in atto di politiche in grado di contenerlo. Purtroppo, per quanto riguarda lo spreco di cibo, ad oggi sono pochi i dati disponibili sulle quantità di alimenti che vanno dispersi, sulle tipologie o su quali fasi del ciclo di produzione causino le maggiori perdite.

L’Unione Europea ha stabilito l’avvio di indagini nazionali a partire dal 2020, ma per ora le informazioni a disposizione, in Europa e nel mondo, derivano perlopiù da indagini campionarie o da stime. In questo contesto, la Fao (Food and agriculture organization of the United nations) si è occupata di stimare, per le principali regioni del mondo, i dati sulle perdite alimentari.

13,8% la quota stimata di cibo sprecato a livello globale, nel 2016.

I dati mostrano delle stime generate dalla Fao sullo spreco di cibo, dopo il raccolto in azienda e durante le fasi di trasporto, stoccaggio, lavorazione e vendita all’ingrosso.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Fao
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Dicembre 2017)

Con il 20,7% di cibo sprecato sulla produzione totale, l’Asia centrale e meridionale è l’area del mondo con la quota più alta, seguita da America settentrionale ed Europa (15,7%). Al lato opposto, Australia e Nuova Zelanda (5,8%) insieme ad Asia orientale e sud-orientale (7,8%) sono le zone in cui si registrano le minori perdite alimentari.

Un'indagine campionaria in Italia

Come anticipato in precedenza, non esistono dati sistematici sullo spreco di cibo a livello nazionale, una carenza che vale anche per l'Italia.

Per approfondire la questione nel nostro paese quindi, abbiamo fatto riferimento a un'indagine campionaria condotta nell'ambito del progetto Reduce dell'Università di Bologna, finanziato dal Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare (Mattm). L'indagine, i cui risultati sono stati diffusi a marzo 2019, ha riguardato lo spreco alimentare in vari contesti, dalle famiglie alle mense scolastiche fino alla perdita di cibo in supermercati e ipermercati.

I dati sono di un’indagine campionaria condotta dal progetto Reduce in collaborazione con il Mattm, nel periodo da maggio a luglio 2017. Il campione è di 388 famiglie.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Reduce
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Analizzando lo spreco pro-capite in nuclei familiari di diverse dimensioni, è emerso come chi vive da solo abbia buttato in media 713,7 grammi di alimenti alla settimana. Il quantitativo più alto, che cala all'aumentare dei membri del nucleo, anche se la perdita minore si registra nelle famiglie composte da 3 persone (375 grammi a persona).

529,9 grammi a persona, lo spreco alimentare settimanale medio per famiglia, a prescindere dal numero di membri.

Circa la metà (46%) degli alimenti buttati nelle 388 famiglie oggetto dell'indagine, sono prodotti che non sono stati consumati in tempo, che sono ammuffiti o scaduti. E la quota più elevata di questi cibi è rappresentata dalla verdure (25%).

Un altro contesto dove è interessante osservare la diffusione di questo fenomeno è sicuramente rappresentato dalle mense scolastiche. Dove pratiche come la sovrastima del cibo da destinare a ogni alunno e il rifiuto di bambini e ragazzi a consumare determinati alimenti, generano sprechi.

Per prodotti amidacei di base si intendono, tra gli altri, pasta, pane, riso e patate. I dati sono di un’indagine campionaria condotta dal progetto Reduce in collaborazione con il Mattm. Il campione è di 78 mense.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Reduce
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

Anche l'indagine sulle 78 mense scolastiche conferma che verdura e legumi sono gli alimenti più soggetti allo spreco. Quasi 40 grammi al giorno per ciascuno alunno nei plessi monitorati. Seguono prodotti come pasta, riso, patate (33,1 grammi per alunni) e la frutta (13,9 grammi). Meno perdite invece tra alimenti come latte, uova e dolci.

Ma gli sprechi alimentari sono anche fortemente legati alla grande distribuzione. Nei supermercati e negli ipermercati, spesso vengono buttati alimenti che in realtà sarebbero ancora adatti al consumo. Come prodotti che hanno dei minimi difetti di confezionamento o che sono vicini alla data di scadenza. Molti alimenti inoltre vengono scartati a causa di errori nella previsione delle vendite, o di danneggiamenti subiti nelle fasi di trasporto o di conservazione.

I dati sono di un’indagine campionaria condotta dal progetto Reduce in collaborazione con il Mattm. Per latticini ls e salumi ls ci si riferisce ai prodotti di “libero servizio”, ossia già confezionati e reperibili negli appositi frigoriferi.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Reduce
(ultimo aggiornamento: domenica 31 Marzo 2019)

In linea con quanto abbiamo visto in precedenza, sul totale di cibo sprecato in 17 ipermercati, l’ortofrutta è il reparto che produce le maggiori perdite (34%), seguito dal settore dei liquidi (17%). Il reparto dei surgelati (1%) e quello della panetteria (0%) invece, sono quelli con le quote più basse di spreco.

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I dati utilizzati per i contenuti della rubrica sull'ambiente possono essere liberamente navigati, scaricati e utilizzati per analisi, finalizzate al data journalism o alla consultazione. Le fonti utilizzate per questo articolo sono Ispra e Ingv.

Foto credits: Unsplash ja ma - Licenza

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