In Italia il numero di nati è al minimo storico #conibambini
Il numero di medio di figli per donna è sceso a 1,14, il minimo storico degli ultimi 30 anni, ben lontano dalla soglia di ricambio generazionale. Scenario, possibili soluzione e un’analisi della natalità, comune per comune.
martedì 19 Maggio 2026 | Povertà educativa

- Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Si tratta del minimo storico dal 1995.
- Il 62,2% delle persone dichiara di aver dovuto rinunciare alla genitorialità a causa delle difficoltà incontrate.
- Le priorità per invertire la rotta devono contemplare sostegno economico, servizi per l’infanzia e agevolazioni abitative.
- Nel 2022 Catania è stato il comune capoluogo con il più alto tasso di natalità.
In Italia, quello che viene definito come “inverno demografico” è diventato un fenomeno strutturale. Come avevamo già osservato in precedenti approfondimenti, e come del resto emerge anche dalle ultime rilevazioni di Istat sul tema, il calo delle nascite non accenna a interrompersi. Secondo i dati dell’istituto, ancora provvisori infatti, nel 2025 i nuovi nati sono stati circa 355mila, 6 ogni mille abitanti.
-3,9% il calo delle nascite rispetto al 2024 (dato provvisorio).
Allargando lo sguardo agli ultimi 17 anni, rispetto al picco di nascite registrato nel 2008, la contrazione complessiva risulta pari al 38,4%.
Tali dinamiche hanno diverse motivazioni. La prima è di natura strutturale: le persone in età fertile sono molte meno rispetto al passato. La popolazione femminile tra i 15 e i 49 anni (considerata convenzionalmente come la fascia d’età riproduttiva) è scesa da 14,3 milioni nel 1995 a 11,4 milioni nel 2025. A ciò si aggiunge una minore propensione da parte delle giovani coppie ad avere figli.
Una tendenza influenzata da diversi fattori, che non può essere semplicisticamente ricondotta a un’unica causa. Tra questi tuttavia può incidere in maniera significativa la mancanza di supporti adeguati alla genitorialità. Un recente studio di Istat ad esempio ha approfondito il contributo alla natalità della presenza di asili nido e servizi rivolti alla cura della prima infanzia, mostrando che un incremento sostanziale della disponibilità di servizi possa avere un effetto positivo e statisticamente significativo sull’andamento delle nascite. Anche se l’effetto causale riscontrato dalla ricerca è quello di un rallentamento del calo delle nascite piuttosto che di un incremento assoluto, si tratta di un elemento su cui riflettere nella definizione delle politiche pubbliche su questi temi.
I nuovi dati sulla natalità in Italia
Alcune recenti pubblicazioni dell’istituto di statistica analizzano l’inverno demografico concentrandosi non solo sul dato riguardante i nuovi nati ma anche sul tasso di natalità e quello di fecondità.
Per quanto riguarda il primo aspetto, come già detto, nel 2025 si sono registrati in totale circa 355mila nuovi nati, in diminuzione del 3,9% rispetto all’anno precedente (circa 15mila in meno). Se si confronta questo dato con il picco del 2008, quando i nati erano stati oltre 576mila, la perdita complessiva è di circa 221mila nascite. Un declino che si riflette anche nel tasso di natalità, vale a dire il numero di nuovi nati ogni mille abitanti. Questo indicatore è infatti passato da 9,7 neonati ogni mille residenti fatto registrare nel 2008 ai 6 per mille del 2025.
Nel 2025 meno di 360mila i nuovi nati
Numero di bambini nati vivi, tasso di natalità e tasso di fecondità per gli anni 2008, 2018 e 2025
I dati relativi al 2025 sono provvisori.
Il tasso di natalità indica il numero di nuovi nati ogni mille abitanti. Il tasso di fecondità misura il numero medio di figli che una donna avrebbe se seguisse i tassi di fecondità per età registrati nell’anno di riferimento. In altre parole, è il numero medio di figli per donna nella sua età feconda, considerata tra i 15 e 49 anni.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 21 Ottobre 2025)
Per l’Istat la fecondità è ai minimi storici.
Oltre alla già citata diminuzione delle potenziali madri, assistiamo anche a un calo del tasso di fecondità. Nel 2025 infatti, il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14. Questo valore rappresenta il nuovo minimo storico, dopo che già nel 2024 si era già raggiunto un picco negativo (1,18). Il precedente minimo, pari a 1,19 figli per ogni donna, risaliva al lontano 1995. L’Istat sottolinea come siamo ormai lontanissimi dalla soglia di ricambio generazionale di 2,1 figli per donna. L’ultima generazione di donne a garantire tale soglia è stata quella delle nate nel 1947. Un dato paradossale, se si considera che le indagini sono generalmente convergenti nell’indicare in due il numero di figli desiderato dalle persone.
Varie ricerche, incluse quelle che considerano il caso italiano, dimostrano, infatti, come gli individui dichiarano di desiderare più figli (di solito circa 2) di quanti ne realizzino effettivamente (Beaujouan e Berghammer 2019). Da ciò derivano alcune riflessioni. Il livello basso e molto basso di fecondità non è semplicemente una scelta esplicita da parte delle coppie giovani.
Perché si fanno meno figli
Riuscire a intervenire su fenomeni strutturali come la diminuzione delle potenziali madri è piuttosto complesso. Dove invece le politiche pubbliche possono riuscire ad avere un impatto, anche nel medio termine, è su altre contingenze. Ad esempio sugli aspetti economici o sulla mancanza di strutture di supporto, che scoraggiano a fare figli anche chi invece vorrebbe averne. Da questo punto di vista, analizzare i desideri delle persone è fondamentale per comprendere il fenomeno.
I fattori che contribuiscono alla contrazione della natalità sono molteplici: l’allungarsi dei tempi di formazione, le condizioni di precarietà del lavoro giovanile e la difficoltà di accedere al mercato delle abitazioni, che tendono a posticipare l’uscita dal nucleo familiare di origine, a cui si può affiancare la scelta di rinunciare alla genitorialità o di posticiparla.
Una recente pubblicazione di Istat ha approfondito le intenzioni di fecondità della popolazione. Secondo l’analisi dell’istituto, nel 2024 solo il 21,2% degli under 50 intendeva avere un figlio nei successivi tre anni. Nel 2003 questa quota era del 25%. Questo significa che oltre 10,5 milioni di persone in età feconda non intendono avere figli o non vogliono averne altri. Tale scelta però in diversi casi appare più subita che voluta.
62,2% i soggetti che dichiarano di aver dovuto rinunciare alla genitorialità a causa delle difficoltà incontrate nel perseguire i propri progetti riproduttivi.
Le motivazioni economiche rappresentano il primo grande scoglio, segnalate da circa un terzo delle persone che hanno riferito ostacoli nel realizzare i propri desideri. Questa preoccupazione è particolarmente sentita dagli uomini tra i 25 e i 34 anni. Al fattore economico si affiancano le criticità legate al mondo del lavoro. Circa il 9,4% del campione ritiene di non disporre di condizioni lavorative adeguate per accogliere un figlio. Questo dato è strettamente connesso alla percezione di instabilità: quasi un quarto delle donne tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere garanzie sufficienti per intraprendere il percorso della maternità.
La necessità di accudire parenti anziani può scoraggiare le giovani generazioni dal perseguire i progetti familiari.
Un ulteriore elemento di freno è rappresentato dai fattori biologici e anagrafici. Poco meno di un quinto degli intervistati indica l’età come motivo principale della mancata realizzazione dei propri desiderata, un problema che riguarda la metà delle persone (51,7% tra le donne) nella fascia tra i 45 e i 49 anni. Infine, pesano in modo significativo i nuovi carichi di cura che gravano sulle generazioni attuali. L’11,5% delle persone in età feconda dichiara di dover rinunciare alla genitorialità perché impegnato nell’assistenza ai propri genitori anziani. Questo fenomeno è particolarmente evidente tra i 45-49enni, dove la quota di chi si prende cura dei genitori raggiunge il 17,9%.
Verso politiche pubbliche integrate
Il declino delle nascite non riguarda quindi solo la demografia, ma interroga il futuro del welfare e dei servizi per l’infanzia. Dalle rilevazioni di Istat infatti emergono chiaramente quali sono le priorità per invertire la rotta: sostegno economico (28,5%), potenziamento dei servizi per l’infanzia (26,1%) e agevolazioni abitative (23,1%).
Il potenziamento dei servizi per l’infanzia può contribuire alla genitorialità.
Uno degli aspetti critici che emergono dalle rilevazioni quindi è anche quello relativo alla presenza e disponibilità di posti in asilo nido. Come abbiamo raccontato in passato infatti è proprio dove queste strutture mancano che le madri incontrano maggiori difficoltà a rimanere nel mercato del lavoro.
Senza interventi strutturali e integrati che facilitino la conciliazione tra vita e lavoro e che garantiscano stabilità economica ai giovani, difficilmente si potrà invertire la tendenza.
La natalità nei territori
Finora ci siamo concentrati su analisi di carattere generale. Tuttavia per poter intervenire con politiche mirate e adeguate alle esigenze dei diversi territori è fondamentale avere dati con granularità almeno comunale. In questo senso, i dati più recenti con questa disgregazione fanno rifermento al 2022.
In quell’anno, il tasso di natalità nazionale era di 6,7 nati ogni mille abitanti. Logicamente, mentre nei grandi centri urbani il tasso di natalità risulta più stabile grazie all’ampia base della popolazione residente, nei piccoli comuni l’indicatore è soggetto a una maggiore volatilità statistica, dove anche poche nascite possono determinare variazioni percentuali molto marcate. Per questo è interessante andare a vedere cosa succede nelle principali città.
Tasso di natalità in diminuzione in quasi 6mila comuni
Il tasso di natalità comune per comune (2022)
Il tasso di natalità indica il numero di nuovi nati ogni mille abitanti. A partire dai dati del 2018 il bilancio della popolazione residente tiene conto dei risultati del Censimento permanente della popolazione. I dati relativi agli anni 2014-2018 sono consultabili nella sezione “Popolazione Intercensuaria”. La configurazione territoriale e amministrativa utilizzata, relativa ai comuni e alle unità territoriali sovracomunali, fa riferimento alla data del 31 dicembre 2022. A questa data, il numero dei comuni era pari a 7904. Negli anni il numero dei comuni può modificarsi sia per la costituzione di nuovi enti, prevalentemente per la fusione di comuni già esistenti e conseguentemente soppressi, sia perché alcuni sono inglobati in altri che non cambiano nome.
FONTE: elaborazione Openpolis – Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 11 Novembre 2024)
Se si prendono in considerazione i comuni capoluogo, notiamo che in 32 centri il tasso di natalità è superiore alla media. I valori più alti si registrano al sud. A Catania il tasso di natalità nel 2022 è stato di 8,5 nuovi nati ogni mille abitanti. Seguono Andria e Palermo (8) e Crotone, Bolzano, Reggio Emilia e Piacenza (7,8). Da notare anche il dato sopra la media di Napoli (7,7). Viceversa, valori particolarmente bassi si registravano in Sardegna. A Nuoro, Carbonia e Oristano c’era un tasso di 4 neonati ogni mille residenti, a Cagliari di poco superiore (4,5).
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Scarica i dati, regione per regione
I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da Openpolis con l’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al tasso di natalità nei comuni sono di fonte Istat.
Foto: Raymart Arniño (licenza)





