I lavoratori stranieri tra irregolarità e sfruttamento Hate speech

Spesso accusati di rubare il lavoro agli italiani, in realtà gli stranieri fanno mediamente lavori meno qualificati e meno retribuiti. Oltre a subire più frequentemente sfruttamento e condizioni lavorative degradanti, come nel caso del caporalato.

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Spesso si sente dire che gli immigrati “ci rubano il lavoro”. Ma è veramente così?

Analizzando i dati vediamo che gli italiani fanno lavori più qualificati rispetto agli stranieri presenti nel nostro paese. Mentre questi ultimi si ritrovano spesso inseriti in contesti di incertezza, irregolarità e sfruttamento lavorativo. Come nel caso del caporalato, un fenomeno che coinvolge principalmente lavoratori immigrati extracomunitari.

I discorsi d’odio contro i lavoratori stranieri

L’immagine degli stranieri che arrivando in un paese rubano il lavoro ai cittadini autoctoni è una delle principali e più consolidate forme di discorso xenofobo.

Spesso i discorsi d’odio sono usati a fini politici.

Molte volte questi discorsi vengono fatti online, ambiente caratterizzato da anonimato e impunità – due fattori che facilitano molto l’emergere di discorsi d’odio. A volte a farli sono anche figure appartenenti al mondo politico, che godono di grande visibilità e che spesso usano questa narrativa in senso strumentale, per attaccare i loro avversari o per toccare particolari corde nei loro lettori e sostenitori.

Ad esempio, quando Giorgio Gori (Pd) auspicava l’emanazione di un nuovo decreto flussi per il lavoro stagionale nei campi il leader della Lega Matteo Salvini ha risposto con un post su Facebook in cui accusava il Pd di non pensare agli “italiani in difficoltà”. Sottintendendo che dando lavoro, per quanto temporaneo e mal retribuito, agli stranieri si possa pregiudicare l’impiego di cittadini italiani.

Analogamente, criticava anche la decisione del governo di predisporre una sanatoria per la regolarizzazione di 300mila lavoratori stranieri. Come se il miglioramento della situazione lavorativa degli stranieri potesse come conseguenza peggiorare le condizioni degli italiani “a casa e senza lavoro”.

Un’altra esponente della Lega, la parlamentare europea Silvia Sardone, ha poi esasperato ulteriormente questo discorso accusando la “sinistra” di trattare gli italiani alla stregua di “cittadini di serie B” – non soltanto svantaggiati ma addirittura attivamente discriminati nel mondo del lavoro rispetto ai colleghi di nazionalità straniera.

Perché privilegiare sempre gli stranieri nell’inserimento lavorativo? Perché usare due pesi e due misure? Perché gli italiani sono considerati cittadini di serie B? La sinistra dia delle risposte e inverta la rotta il prima possibile

In quest’ottica gli stranieri diventerebbero paradossalmente dei privilegiati rispetto ai cittadini italiani.

Che lavori fanno gli stranieri in Italia?

Se guardiamo i dati relativi all’occupazione tra le diverse nazionalità in Italia, effettivamente gli stranieri lavorano mediamente di più rispetto ai cittadini autoctoni (55,9% contro il 43% tra gli italiani).

Infatti, pur essendo più basso il tasso di disoccupazione, tra gli italiani incide maggiormente l’inattività – con cui si intende la condizione di chi non risulta parte della forza lavoro di un paese perché, pur essendo in età lavorativa, non è occupato né è alla ricerca di un impiego. Se infatti tra gli stranieri il tasso di inattività si attesta al 35,7%, tra gli italiani questa cifra aumenta di 17,2 punti percentuali (52,9%).

Occupati e disoccupati compongono la forza lavoro, cioè la popolazione economicamente attiva. Al di fuori della forza lavoro, gli inattivi: coloro che non sono classificabili né come occupati né come disoccupati. Vai a "Che cosa si intende per occupati, disoccupati e inattivi"

Rispetto ad altri stati anche all’interno dell’Unione europea, che richiedono manodopera altamente professionalizzata dall’estero, l’Italia è un paese che ricerca forza lavoro poco qualificata.

Per cui gli stranieri residenti nel nostro paese si trovano spesso a lavorare in settori come quello agricolo e domestico. Inoltre, come abbiamo raccontato in un recente approfondimento, mediamente l’entità dei loro salari e delle loro pensioni è inferiore. E spesso si trovano a lavorare in condizioni degradanti o senza contributi sociali.

Alcuni settori particolarmente esposti a queste problematiche vedono un’elevata partecipazione di forza lavoro straniera. Parliamo, ad esempio, del lavoro domestico, dove secondo l’xi rapporto del ministero del lavoro circa la metà degli occupati sono extracomunitari, come anche quelli della ristorazione e del lavoro agricolo.

L’agricoltura in particolare vede un contributo determinante da parte degli stranieri e soprattutto di immigrati in condizione di irregolarità. Sono circa 358mila (comunitari e non) a essere impiegati in questo settore e la loro partecipazione, secondo il centro studi e ricerche Idos, è andata aumentando negli ultimi anni.

29,3% delle giornate lavorate in agricoltura sono ascrivibili a stranieri (2020).

Per una serie di ragioni più o meno intrinseche, il settore agricolo è anche caratterizzato da forme molto gravi di sfruttamento.

Il settore agricolo tra irregolarità e sfruttamento

Da un punto di vista contrattuale e di condizioni lavorative, il settore agricolo presenta specifiche complessità.

Secondo i dati Inps relativi al 2020, l’84,5% dei lavoratori agricoli aveva un contratto a tempo determinato. Si tratta infatti di un ambito che risulta particolarmente esposto a rapporti lavorativi di breve durata anche a causa della stagionalità che lo caratterizza. Sempre nel 2020, circa il 67% dei lavoratori agricoli ha infatti lavorato meno di 150 giornate nel corso di tutto l’anno.

2 su 3 lavoratori agricoli hanno lavorato meno di 150 giorni nel 2020.

È oltretutto importante sottolineare che parliamo in questo caso esclusivamente di lavoratori regolari, con un contratto anche se a tempo determinato. Quindi si tratta di forti sottostime. Soprattutto se isoliamo i lavoratori dipendenti, vediamo infatti che l’agricoltura è uno dei settori che registrano il tasso di irregolarità più elevato – dopo il lavoro domestico (57%) e le attività artistiche (45,9%).

34,2% il tasso di irregolarità tra i dipendenti del settore agricolo (2020).

I dati si riferiscono esclusivamente ai lavoratori dipendenti e sono aggiornati a marzo 2022.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Istat
(ultimo aggiornamento: martedì 22 Marzo 2022)

Mentre in media tra i lavoratori dipendenti si riscontrava, nel 2020, un tasso di irregolarità pari al 12%, questa cifra cresceva di oltre 22 punti percentuali nel caso specifico di agricoltura e silvicoltura.

Negli ultimi 20 anni è aumentata l'irregolarità nel settore agricolo.

Si tratta oltretutto di uno scarto che è andato aumentando negli ultimi 20 anni. Mentre infatti l'irregolarità in generale ha registrato un calo seppur molto lieve (nel 2000 si attestava al 13,4%) nel caso del settore agricolo la situazione si è invece aggravata, considerando che il tasso è aumentato di oltre 4 punti percentuali (nel 2000 si attestava al 30,5%).

Nel corso del 2020 inoltre l'ispettorato nazionale del lavoro (Inl) ha condotto 4.269 ispezioni e 1.103 verifiche e accertamenti nel settore agricolo, e il tasso di irregolarità è stato riscontrato al 58% (con un leggero calo rispetto all'anno precedente, quando si attestava al 59,3%).

Sempre dagli accertamenti condotti dall'ispettorato relativi al 2020, l'agricoltura era anche il settore in cui, sul totale dei lavoratori non regolari, la quota più elevata risultava essere "in nero".

[I lavoratori in nero sono] completamente sconosciuti alla pubblica amministrazione e privi pertanto di copertura previdenziale e assicurativa e di tutela lavoristica

I dati sono riferiti all’azione di vigilanza dell’Inl nel corso del 2020.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Inl
(ultimo aggiornamento: lunedì 21 Marzo 2022)

Dalle rilevazioni Inl relative al 2020, il 44% dei lavoratori irregolari impiegati in agricoltura risultava completamente in nero. Una cifra che invece si abbassava al 39% nel caso del settore edile, al 31% in quello industriale e al 25% nel terziario.

L'agricoltura è il primo settore per vittime di sfruttamento.

Ma oltre a essere caratterizzato da una situazione difficile a livello contrattuale, con molta irregolarità e impiego temporaneo, quello agricolo è anche un settore che presenta molti problemi dal punto di vista delle condizioni lavorative. Ad esempio, è quello che registra la quota più elevata di lavoratori vittime di sfruttamento.

18,6% le vittime di sfruttamento nel settore agricolo, secondo i dati Inl (2020).

Questa cifra scende invece al 4,2% nel caso dell'industria e rispettivamente allo 0,6% e allo 0,5% nel terziario e nell'edilizia.

Guardando agli altri paesi europei, vediamo che il lavoro sommerso nel settore agricolo non è una realtà unica del panorama italiano. In generale, il tasso di irregolarità tra i braccianti agricoli in Ue si attesta al 25%. Arrivando fino al 60% in Portogallo e al 50% in Bulgaria e scendendo rispettivamente al 5% e al 10% nel caso di Germania e Austria.

Risulta però particolarmente significativo nel nostro paese, che nel 2018 contribuiva da solo al 12,7% di tutti i lavoratori agricoli irregolari dell'Ue. Oltre ad avere delle caratteristiche peculiari all'interno del panorama europeo.

Peculiare del sistema italiano è soprattutto la gerarchizzazione interna dei rapporti di lavoro agricoli. Nonché una particolare esposizione dei lavoratori stranieri e tra questi soprattutto di quelli extracomunitari, che non possono risiedere in Italia senza permesso lavorativo e quindi di fatto dipendono da quest'ultimo. Si crea quindi una situazione di stratificazione a livello di vulnerabilità e precarietà dei lavoratori che ha un impatto disproporzionale sugli immigrati privi di permesso.

Immigration laws therefore do not simply decide who is welcome and who is not, but also structure and stratify the vulnerability of different groups of migrants by assigning them to different levels of precariousness, ranging from illegality though permanent temporariness, transitional temporariness, and permanent residence, to citizenship.

Per via di queste sue caratteristiche particolari nell'articolazione dei rapporti lavorativi, nel caso italiano si parla specificamente di "caporalato".

Il caporalato: cos'è e che impatto ha sui lavoratori extracomunitari

Nel documento conclusivo della camera dei deputati redatto a termine dell'indagine conclusiva sul fenomeno del caporalato in agricoltura (condotta tra 2018 e 2021), è descritto come "una forma di sfruttamento lavorativo che interessa diversi settori produttivi" ma che "si manifesta con particolare forza e pervasività nel settore dell'agricoltura".

Figura centrale è quella del caporale, che detiene il monopolio del trasporto.

All'interno di questo fenomeno è fondamentale la figura del caporale, ovvero un intermediario illegale preposto all'arruolamento della manodopera e spesso anche al suo sfruttamento. Tratto cruciale è il monopolio, da parte dei caporali stessi, del sistema di trasporto - trattandosi di lavoro nei campi, la distanza tra l'abitazione e il luogo di lavoro e la raggiungibilità di quest'ultimo sono aspetti di grande rilevanza. I caporali sottraggono ai lavoratori somme di denaro per lo spostamento da e verso il luogo di lavoro e spesso fanno lo stesso anche per il vitto e l'alloggio - lasciando ai lavoratori stessi l'equivalente di paghe orarie che arrivano anche a 1 euro l'ora.

Caratteristiche fondamentali del fenomeno, come riporta il piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato, sono:

  • l'intermediazione illecita o ingannevole, ovvero il reclutamento di manodopera per destinarla al lavoro presso terzi, in condizioni di sfruttamento (a volte il reclutamento stesso avviene con l'inganno circa le condizioni lavorative su contratto, orario, salario ecc.);
  • la violazione della normativa sull’orario di lavoro, con orari eccessivi e il mancato rispetto dei periodi di riposo;
  • nessuna retribuzione o retribuzione inferiore ai minimi salariali;
  • la violazione delle norme su salute e sicurezza sul lavoro;
  • la violazione delle norme sul lavoro e sulla previdenza sociale (il lavoratore è costretto a lavorare senza contratto o senza contributi previdenziali);
  • condizioni di lavoro degradanti, relative al luogo di lavoro e quindi ad esempio alle condizioni meteorologiche con cui si è costretti a lavorare, ma anche allo stato dei mezzi di trasporto usati dai caporali, alla mancanza di attrezzature protettive, alla privazione sociale (ad esempio quando si impedisce ai lavoratori di comunicare tra loro), all'assenza di locali per le necessità fisiologiche o alla sorveglianza eccessiva da parte del datore di lavoro;
  • condizioni di vita degradanti (quando i lavoratori sono costretti ad abitare in luoghi insalubri, sovraffollati o poco vivibili, ad esempio sprovvisti di servizi sanitari o di elettricità).

Nel caso poi in cui a questi elementi si aggiungano la coercizione e la violenza, non si tratta più soltanto di sfruttamento ma di lavoro forzato.

Ulteriore caratteristica peculiare del caporalato è la sua elevata pericolosità sociale. Non si tratta infatti solo di inosservanza di norme relative alla sicurezza, alla previdenza sociale e ai minimi salariali. Il fenomeno è ascrivibile all'interno di quello delle agromafie, ovvero la criminalità organizzata all'interno del settore agro-alimentare. Un business che, secondo le stime Eurispes, da solo ammonterebbe al 10% del fatturato criminale complessivo del nostro paese.

24,5 miliardi di euro il valore delle agromafie.

I migranti senza permesso sono particolarmente esposti al caporalato.

Nel caporalato è inoltre fondamentale, come evidenzia l'Osservatorio Placido Rizzotto, l'approfittamento dello stato di vulnerabilità o di bisogno del lavoratore stesso. Vi risultano quindi particolarmente esposti i cittadini extracomunitari, soprattutto se sprovvisti di permesso di soggiorno, che si trovano costretti ad accettare condizioni degradanti pur di lavorare. Secondo le stime dell'osservatorio, sarebbero circa 180mila i soggetti da considerarsi a rischio da questo punto di vista.

Tra i cittadini extracomunitari, in Italia sono soprattutto indiani, albanesi e marocchini a essere impiegati nel settore agricolo. Nel 2018, queste tre nazionalità contribuivano ognuna con oltre 20mila lavoratori. Seguivano poi la Tunisia (11.468 braccianti) e il Senegal (9.066).

I dati sono riferiti ai braccianti di nazionalità non-Ue.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Osservatorio Placido Rizzotto
(ultimo aggiornamento: martedì 22 Marzo 2022)

 


 

Il sostegno della Commissione europea alla produzione di questa pubblicazione non costituisce un'approvazione del contenuto, che riflette esclusivamente il punto di vista degli autori, e la Commissione non può essere ritenuta responsabile per l'uso che può essere fatto delle informazioni ivi contenute.

Foto: Ricardo IV Tamayo - licenza

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