I discorsi d’odio verso migranti e stranieri durante la pandemia Hate speech

Fin dagli esordi della pandemia da Covid-19, sono stati numerosi gli episodi di odio ai danni di migranti e stranieri – accusati di essere untori o di non rispettare le regole di contenimento dei contagi. Ma i numeri smentiscono queste supposizioni.

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Già dai primissimi momenti, molte istituzioni internazionali tra cui l’Ocse hanno evidenziato che la pandemia avrebbe probabilmente avuto un peso asimmetrico su stranieri e immigrati. Queste categorie infatti sono spesso maggiormente esposte a delle vulnerabilità: vivendo spesso in tanti in ambienti stretti e trovandosi mediamente in condizioni economiche svantaggiate, sono state maggiormente esposte al contagio.

Ma su queste persone la pandemia ha avuto anche un’altra conseguenza. Come spesso accade di fronte a eventi che sfuggono al controllo umano, si è cercato in loro un capro espiatorio. Molte persone, anche provenienti dal mondo politico, hanno accusato in modo più o meno forte i migranti o anche gli stranieri regolarmente residenti in Italia di costituire un pericolo da un punto di vista epidemiologico.

Il covid-19 non è solo una questione di salute ma un virus capace di esacerbare la xenofobia, l’odio, l’esclusione.

Questo è avvenuto su più livelli. In primis, i migranti arrivati in Italia sono stati accusati di eludere i controlli e di diffondere il virus, talvolta anzi un virus più grave, perché proveniente da paesi lontani. In altri casi sono state le loro presunte usanze a finire sotto il mirino – gli stranieri in generale sono stati da molti etichettati come refrattari o incapaci di seguire le norme di distanziamento sociale. Infine, le autorità sono state accusate di dedicare loro troppe risorse rispetto ai cittadini italiani.

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Migranti untori

I migranti sono stati spesso accusati di essere portatori del covid: particolarmente contagiosi o untori di un virus ulteriormente pericoloso perché proveniente da lontano, o ancora indisciplinati rispetto alle regole da seguire per evitarne la diffusione.

Molte personalità che hanno avuto in passato responsabilità di primo piano si sono esposte in questi termini. Dal presidente del consiglio in quel momento in carica, Giuseppe Conte, a due ex ministri dell’interno. Sia Conte che l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini hanno affermato che per prevenire il contagio era necessario chiudere i porti e, eventualmente, anche facilitare i rimpatri. Mentre l’ex ministro dell’interno del governo Gentiloni Marco Minniti ha evidenziato “un’evidente correlazione tra immigrazione e covid”.

Come riporta Amnesty international nel report “Barometro dell’odio: intolleranza pandemica”, l’odio verso i migranti è talvolta diventato anche un modo per attaccare bersagli politici.

Sono i migranti e i rifugiati, infatti, l’untore prediletto degli hater online, facilitati, quando puntano il dito, dal fatto che il loro bersaglio non abbia una voce per difendersi. Non troppo di rado, sono incitati dai politici: alla presunta colpa dei migranti, gli utenti affiancano così l’accusa verso coloro che ne consentono l’arrivo e si chiede di mettere fine agli ingressi.

È questo il caso ad esempio della senatrice Daniela Santanchè che ha accusato Conte di aver prima rinchiuso gli italiani dentro casa e poi di non aver fatto nulla per gestire il problema dei focolai nei centri di accoglienza e ha criticato il governo di aver lasciato “gli immigrati liberi di sbarcare e dileguarsi” costringendo invece i cittadini italiani a casa in quarantena.

A fronte di tutte queste preoccupazioni verso i nuovi arrivati però, i dati raccolti nel periodo del primo lockdown (1 febbraio-12 giugno 2020) nei centri di accoglienza per migranti mostrano una realtà del tutto diversa. Pur trattandosi di uno dei periodi più critici della pandemia.

Innanzitutto, l’incidenza cumulativa dei casi nel periodo in cui è stato fatto circolare il questionario (11 maggio-12 giugno) è stata pressoché identica a quella rilevata presso la popolazione italiana.

400,68 i casi ogni 100mila ospiti nei centri di accoglienza (11 maggio-12 giugno 2020).

Per quanto riguarda la popolazione italiana totale, questo dato è infatti appena inferiore (396,21).

La maggior parte dei contagi sono stati registrati nei centri di accoglienza situati nel nord Italia.

Come rilevato dall’indagine dell’istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp), la maggior parte dei casi di contagio si sono verificati nel nord della penisola. In linea con la popolazione generale. Anche se è importante in questo senso considerare che la partecipazione delle strutture di accoglienza all’indagine è stata lievemente maggiore al nord (75,3%) rispetto al centro (72,5%) e al sud (70,1%).

L’indagine è stata condotta in un periodo che va dall’11 maggio 2020 al 12 giugno 2020 e i risultati sono riferiti a 5.038 strutture di accoglienza sulle 6.837 censite dal ministero dell’interno, con una copertura pari al 73,7%. La copertura stimata rispetto al numero degli ospiti presenti è stata di circa il 70%, considerando che, secondo i dati del ministero dell’interno, il numero complessivo di persone ospitate nel sistema di accoglienza al 31 maggio 2020 era pari a 85.730. Sono considerati tutti i centri di accoglienza (Cas, Siproimi, Cpa e Cpr).

FONTE: elaborazione openpolis su dati Inmp e Nihmp
(ultimo aggiornamento: lunedì 9 Maggio 2022)

A riportare più casi di Covid-19 nel periodo analizzato sono stati il Piemonte e la Lombardia (entrambe con 61 contagi), seguite da altre regioni settentrionali (Trentino-Alto Adige, Veneto e Emilia-Romagna). Mentre in 12 regioni in questo lasso di tempo non è stato rilevato nessun caso. Il numero di positivi in rapporto al totale degli ospiti si attesta comunque su cifre inferiori all'1% in tutte le regioni tranne che in Trentino (4,1%) e in Piemonte (1%). A livello nazionale, è stato pari allo 0,38%.

0,8% casi confermati sul totale degli ospiti dei centri di accoglienza situati al nord (maggio-giugno 2020).

Nel nord della penisola risulta anche leggermente più elevato l'indice di saturazione delle strutture, con cui l'Inmp indica il rapporto tra il numero di ospiti e la capienza dei centri. Dove i centri risultavano più affollati (86,3% al nord, contro l'84,2% del centro e il 67,2% del sud) e dove il virus circolava maggiormente, si sono quindi verificati più contagi anche tra i migranti.

Il virus e gli stranieri

Già al suo esordio, la pandemia è stata percepita in maniera xenofoba. Essendo un virus riscontrato per la prima volta in Cina, la sua diffusione nel resto del mondo ha causato, in un primo momento, numerosi episodi di razzismo nei confronti dei residenti di nazionalità cinese.

Secondo cronache di ordinario razzismo, tra il 20 gennaio e l'8 marzo del 2020 sono stati 61 gli episodi razzisti perpetrati in Italia ai danni di cittadini cinesi. Insulti, discriminazioni, attacchi incendiari e aggressioni, anche molto violenti.

Inizialmente il capro espiatorio erano i cinesi, poi la diffidenza si è estesa a tutti gli stranieri.

Si tratta di un fenomeno che ha dovuto ridimensionarsi nel tempo, non appena la pandemia ha manifestato chiaramente il suo carattere globale, e per gli italiani in maniera particolare quando sono stati loro a subire episodi xenofobi altrove. Ma un fatto è rimasto costante: gli stranieri, non più solo cinesi ma di ogni provenienza, sono stati considerati maggiormente contagiosi, o incapaci di attenersi alle regole per il contenimento del virus.

Anche in questo caso però i dati a riguardo, messi a disposizione dalla fondazione Ismu, ci mostrano una realtà del tutto differente.

1,2 contagi ogni 1.000 residenti di nazionalità straniera, secondo i dati Ismu.

Parliamo di 6.395 casi registrati tra il 1 gennaio 2019 e il 22 aprile 2020. Per quanto riguarda la popolazione residente di nazionalità italiana invece i casi in questo stesso lasso di tempo sono stati 117.809, ovvero 2,1 ogni 1.000 residenti. Un dato quindi superiore rispetto a quello registrato dai cittadini stranieri.

Sono considerati i residenti al 1 gennaio 2019 e i casi di Covid notificati all’Iss fino al 22 aprile 2020. I dati mettono a confronto da un lato il numero di contagiati ogni 1.000 residenti e dall’altro la quota di persone di quella stessa nazionalità che risiedono in Lombardia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Ismu
(ultimo aggiornamento: lunedì 9 Maggio 2022)

Tra i gruppi analizzati dall'Ismu, il numero più elevato di casi è stato registrato dalla comunità peruviana (8,1 contagi ogni 1.000 residenti) e da quella proveniente dall'Ecuador (4,2 casi). È comunque interessante evidenziare che le prime tre nazionalità per numero di contagi (Perù, Ecuador e Egitto) sono anche quelle con le più elevate quote di residenti in Lombardia, la regione maggiormente colpita dalla pandemia nel 2020. Circa la metà di peruviani e ecuadoriani infatti risiede in Lombardia, come quasi il 68% degli egiziani.

I cittadini stranieri residenti in Italia non sono stati contagiati più degli italiani, anzi in proporzione lo sono stati meno. E le differenze tra nazionalità più o meno colpite rispecchiano, come nel caso dei cittadini italiani, la loro localizzazione geografica.

Eppure, come abbiamo visto, in molti si sono scagliati contro migranti e stranieri, ritenendoli sproporzionatamente responsabili della diffusione del virus. Stella Egidi, coordinatrice medica in Medici senza frontiere Italia, ha risposto ad alcune nostre domande sulla portata di questo fenomeno per i migranti che sono arrivati nel nostro paese durante la pandemia, e l'impatto che ha avuto su di loro.

Negli ultimi due anni spesso si sono associati gli sbarchi di migranti alla pandemia da Covid-19. Più volte Medici senza frontiere, insieme a numerose altre organizzazioni, ha smentito le falsità sui “migranti untori”. Cos’è cambiato con il passare dei mesi?

All’inizio della pandemia siamo intervenuti per fronteggiare l’emergenza, anche a favore dei migranti e in centri di accoglienza. Per esempio a Palermo, dove operiamo anche in via ordinaria. Abbiamo pertanto una esperienza sufficientemente lunga per dire che nell’approccio alla questione è sostanzialmente cambiato poco. Non lo affermiamo solo noi, ma anche le altre organizzazioni che partecipano ai Tavoli asilo e immigrazione e salute. Con loro è stato possibile un monitoraggio di differenti aspetti dell’epidemia, e del suo impatto sulla popolazione ospitata nei centri.

L’atteggiamento generale è quello di additare spesso i migranti come responsabili della circolazione del virus, e quindi adottare politiche che tutelino più la popolazione residente che gli accolti. Questo però avviene in assenza di evidenze scientifiche. Nei primi mesi dell’emergenza l’Istituto superiore di sanità ha rilevato che la popolazione migrante vive un rischio maggiore di subire l’impatto della pandemia, dal punto di vista della salute, ma anche delle sue conseguenze economico-sociali. Tuttavia sugli sbarchi – l’ambito che tradizionalmente porta all’idea dei migranti responsabili del contagio – i dati pubblici sono pochi, e quelli che ci sono dimostrano che i nuovi arrivi abbiano contribuito per meno del 2% dei casi totali.

Le istituzioni hanno dato indicazioni nella gestione del fenomeno? Si è giunti a linee guida definitive, operative ed efficaci?

A livello istituzionale è stato fatto un lavoro pregevole da parte dell’Istituto nazionale per la promozione della salute nelle popolazioni migranti (Inmp), che ha fornito indicazioni di massima su come gestire l’epidemia dal punto di vista della prevenzione, del testing e del tracciamento. Il limite è aver dato indicazioni generali che hanno lasciato agli enti gestori dei centri la grande responsabilità di dover trovare un modo per applicare le linee guida in modo coerente ed efficace, a causa anche dei limiti logistici che hanno le strutture.

Nella vostra esperienza nei centri quarantena e nell’hotspot di Lampedusa avete riscontrato una disparità di trattamento tra cittadini italiani e richiedenti asilo nell’approccio alla pandemia?

Ci sono aspetti discriminatori nel modo in cui viene affrontata la quarantena. Laddove può essere comprensibile la necessità di una quarantena all’ingresso, a maggior tutela della salute collettiva, questo per i migranti a volte comporta una lesione forte di alcuni diritti individuali. Per esempio la quarantena può comportare una serie di ritardi per l’accesso alle procedure di accoglienza e alla domanda per la richiesta di asilo.

Persino lo stesso periodo di quarantena può rappresentare un rischio per la salute individuale, perché strutture come hotspot o centri quarantena hanno spesso limiti strutturali storici, e sono chiaramente inadatti a garantire la tutela della salute individuale. Questo può far sì che la quarantena stessa, se effettuata in gruppo, possa rappresentare un momento di rischio ed esposizione al contagio. È quanto abbiamo osservato la scorsa estate, sia a Lampedusa che nel territorio agrigentino, dove siamo intervenuti.

In questo senso ci sono differenze tra migranti appena sbarcati e chi si trova già sul territorio?

Per i nuovi arrivati si adotta un atteggiamento più cautelativo rispetto a chi già si trova sul territorio italiano.

Appare un po’ incoerente l’approccio nella pandemia che si ha tra migranti appena arrivati e quelli già presenti in Italia. Mi riferisco, per esempio, all’accesso alla vaccinazione. Nonostante ci siano molti apprezzabili tentativi di facilitare l’accesso alla vaccinazione da parte di alcune istituzioni locali, questo processo continua a essere estremamente complesso e difficile. Ci sono insomma due pesi e due misure: si adotta un approccio cautelativo e iper prudente al momento dell’arrivo, pensando che chissà quale focolaio epidemico possa essere prodotto da chi sbarca. Non si adotta, invece, la stessa attenzione e tutela rispetto ai migranti che sono presenti sul territorio, anzi.

Da più parti sono state sollevate forti critiche per l’utilizzo delle “navi quarantena”. Perché per l'espletamento della quarantena non vengono utilizzati alcuni dei centri aperti negli anni scorsi sulla terraferma?

Da sempre Medici senza frontiere si è espressa con un giudizio negativo di principio sulle navi quarantena, insieme a tante altre organizzazioni. Ancora una volta ci sembra essere un tentativo, peraltro anti-economico, di esternalizzare e allontanare il problema, di rimuoverlo agli occhi dell’opinione pubblica senza che se ne abbiano reali benefici. È molto probabile che lo stesso tipo di servizio si potesse realizzare in altri tipi di centro, ma discutere di questo non spetta a me.

Qual è l’impatto delle navi quarantena sulle persone?

Nonostante si debba riconoscere che viene garantita una serie di servizi (assistenza sanitaria e psicologica, servizi di mediazione culturale, etc.), riteniamo che le navi quarantena non siano adatte, soprattutto per alcune categorie di persone con fragilità. Parlo di chi è vulnerabile dal punto di vista fisico o psicologico, come i minori non accompagnati o le donne in gravidanza. Ma anche delle persone con disagi psichici, sopravvissute ai naufragi o ad altri eventi traumatici purtroppo frequenti in mare. Per questi ultimi, si dovrebbe evitare la ri-traumatizzazione che avviene quando si scende da un’imbarcazione e subito dopo si risale su un’altra, che può rievocare eventi spiacevoli.

Però voglio sottolineare che molte persone riconosciute come vulnerabili (e quindi non inviate a bordo delle navi quarantena) subiscono lo stesso processo anche nei centri quarantena sulla terraferma. Questi sono altrettanto ri-traumatizzanti, perché nati in maniera emergenziale e senza servizi adeguati, da bandi che spesso non esplicitano servizi specifici da includere, sorti un po’ alla rinfusa da precedenti Cas, per esempio. Ci sono dunque limiti strutturali che spesso sono uguali, se non peggiori, a quelli delle navi quarantena. Sulla necessità di migliorare queste strutture è necessario fare pressione sulle istituzioni.

Alla luce della pandemia e delle disposizioni anti-contagio, qual è l'importanza che assume una maggiore o minore dimensione dei centri di accoglienza?

Notevole, perché come dicevo c’è un rischio per la salute individuale nella permanenza all’interno di centri di grandi dimensioni, affollati e carenti rispetto alla separazione tra gli individui, che può non essere garantita. La pandemia ha portato alla luce problematiche storiche legate al sistema dell’accoglienza, che da sempre abbiamo lamentato. Perché questi stessi limiti nelle condizioni di vita che oggi vediamo per il Covid, li riconoscevamo anche quando ci siamo occupati di altre condizioni , come la turbercolosi, che vengono favorite da condizioni di vita precarie e di sovraffollamento. La pandemia da Covid-19 conferma una condanna generale a questo tipo di accoglienza, istituita non a tutela delle persone ma per farne una gestione assolutamente approssimativa ed emergenziale. Non più giustificabile dopo decenni di gestione del fenomeno.

 


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Foto: Javad Esmaeili - licenza

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