I criteri per finanziare i comuni, dalla spesa storica ai fabbisogni standard Finanza locale

I fabbisogni standard definiscono le risorse che servono a un comune per offrire servizi essenziali, basandosi non più solo sulle spese sostenute in passato ma sulle caratteristiche territoriali e socio-demografiche dell’ente. Un meccanismo per rendere più equo il sistema.

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Il cambio di paradigma del federalismo fiscale

Fino ai primi anni 2000, i trasferimenti che gli enti territoriali ricevevano dallo stato venivano distribuiti sulla base dei decreti Stammati del 1977 (decreto legge 2/1977 e decreto legge 946/1977). Oltre a limitare l’indebitamento degli enti e a vietare nuove assunzioni, i decreti hanno introdotto il principio della spesa storica e della sostituzione delle entrate proprie degli enti. Un criterio secondo cui le risorse destinate a regioni, province e comuni venivano stimate in misura pari alla spesa sostenuta dall’ente in quell’epoca. Trasferimenti che sono stati aumentati o diminuiti con percentuali fisse per tutti gli enti, sulla base degli andamenti economici che si sono verificati nel corso degli anni trascorsi.

Gli enti che spendevano di più, ricevevano più risorse.

Un meccanismo che quindi premiava gli enti con elevata spesa, in modo da non penalizzare chi aveva molte entrate proprie e un sistema di servizi già sviluppato. Con effetti però potenzialmente distorsivi. I comuni con più spesa infatti possono essere sia quelli che chiedono ai propri cittadini un maggior sforzo fiscale, ma anche quelli già più dotati di risorse. Ad esempio perché i residenti hanno patrimoni o redditi sopra la media. Quel meccanismo inoltre poteva avvantaggiare anche quegli enti che spendono molto, pur senza garantire servizi adeguati.

Nel 2001, la riforma del titolo V della costituzione ha stabilito l’introduzione di un fondo perequativo da distribuire in modo equo agli enti dotati di minori capacità di autofinanziamento. Affinché anche questi avessero le risorse per garantire i servizi essenziali, nel tentativo di ridurre le disparità tra territori. Da qui la necessità di superare il criterio della spesa storica, attraverso l’introduzione di un nuovo indicatore: i fabbisogni standard, definiti dalla legge 42 del 2009.

I fabbisogni standard stimano il fabbisogno finanziario di cui necessitano gli enti locali per erogare alcuni fondamentali servizi. Dal trasporto pubblico ai servizi sociali, dagli asili nido alla polizia locale. Vai a "Cosa sono i fabbisogni standard"

Indicatori che applicano alla spesa storica, variabili che includono le caratteristiche demografiche, socio-economiche e morfologiche degli enti considerati.

Si tratta di un cambio di paradigma per il sistema della finanza locale italiano, che tuttavia ha bisogno della definizione dei Lep per realizzarsi completamente. Lep è l’acronimo di livelli essenziali delle prestazioni. Si tratta dei servizi connessi ai diritti civili e sociali minimi che devono essere garantiti sull’intero territorio nazionale, senza disparità, e sono previsti dall’articolo 117 della costituzione. È la legge statale a doverli stabilire ma, come rilevato nelle relazioni della commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, resta un aspetto ancora inattuato.

Da 20 anni il principio di autonomia finanziaria degli enti locali è stato inserito nella costituzione. Una riforma partita dalle modifiche al titolo V, nel 2001, e tutt'ora in corso di attuazione. Vai a "Cos’è e a che punto è la riforma del federalismo fiscale"

Spesa storica vs spesa standard

L’applicazione dei fabbisogni standard all’ammontare della spesa storica dà origine alla spesa standard. Questa si differenzia dai fabbisogni standard monetari utilizzati per il meccanismo perequativo in quanto questi ultimi vengono calcolati e determinati moltiplicando l’ammontare complessivo della capacità fiscale dei comuni Rso e i trasferimenti compensativi dello stato per i coefficienti di riparto dei fabbisogni standard, al netto della componente rifiuti.

Confrontare la spesa storica con quella standard, che riflette appunto i fabbisogni, può essere utile per capire come si posiziona un ente locale rispetto a quelli simili per caratteristiche demografiche e territoriali:

  • se la spesa storica è superiore alla spesa standard significa che la spesa sostenuta da un ente locale è maggiore di quanto stimato in base alle caratteristiche territoriali e socio-demografici della popolazione;
  • se la spesa storica è inferiore alla spesa standard può essere per varie ragioni. Se l’ente spende meno infatti, potrebbe significare una maggiore efficenza, o una mancanza delle risorse necessarie per incrementare la propria spesa e quindi garantire un livello di servizi adeguato.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Sose
(ultimo aggiornamento: giovedì 22 Luglio 2021)

Come emerge in modo evidente dalla mappa, questo dato riguarda più i comuni del nord e del sud Italia rispetto a quelli del centro. I quali presentano invece, in quasi la metà dei casi, spese storiche superiori alle spese standard.

46% dei comuni del centro Italia ha una spesa storica superiore alla propria spesa standard.

Approfondendo i dati comune per comune, questa condizione si riscontra in alcune delle città più popolose d'Italia. Tra queste Roma, dove la differenza tra spesa storica e standard è di oltre 220 milioni di euro, Milano (€126,9 mln) e Venezia (€101,2 mln).

La maggior parte dei comuni italiani spende meno della propria spesa standard.

Il rischio di fronte a tali dati è quello di pensare che una spesa storica superiore alla spesa standard sia da attribuire a uno spreco di risorse da parte delle amministrazioni. Non è un'opzione da escludere a priori, ma tale condizione è in realtà spesso sintomo di una scelta dell'ente. Quella di offrire ai propri cittadini più servizi oltre a quelli essenziali o comunque di maggiore qualità. Investendo più risorse derivanti dalle entrate di cui dispone, tra cui le tasse dei cittadini, che un comune può anche decidere di alzare per questo scopo.

Per conoscere la spesa storica e la spesa standard del tuo comune versa, clicca sulla casella Cerca… e digita il nome del tuo comune. Puoi cambiare l’ordine della tabella cliccando sull’intestazione delle colonne.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Sose
(ultimo aggiornamento: giovedì 22 Luglio 2021)

Analisi delle performance

Un modo per confrontare il livello di servizi offerto da un ente rispetto alla spesa sostenuta consiste in quella che Sose chiama analisi delle performance. Un'elaborazione che permette di verificare per ogni comune se la spesa storica è superiore o inferiore alla spesa standard e se a questo dato corrisponde un livello di servizi offerto, superiore o inferiore alla media dei comuni nella stessa fascia di popolazione.

I comuni si distribuiscono in quattro quadranti in base al livello della spesa sostenuta e al livello della quantità di servizi offerti, entrambi valutati con un punteggio da 1 a 10.

  • I comuni che si posizionano in basso a destra sostengono una spesa storica superiore alla spesa standard ed erogano servizi in misura minore rispetto ai servizi mediamente offerti dai comuni della stessa fascia di popolazione.
  • I comuni che si posizionano in alto a sinistra registrano una spesa storica inferiore alla spesa standard e un livello dei servizi erogato superiore rispetto alla media dei comuni della stessa fascia di popolazione.
  • I comuni che si posizionano in basso a sinistra sostengono una spesa storica inferiore alla spesa standard ed erogano servizi in misura minore rispetto ai servizi mediamente offerti dai comuni della stessa fascia di popolazione.
  • I comuni che si posizionano in alto a destra registrano una spesa storica superiore alla spesa standard e un livello dei servizi erogato superiore rispetto alla media dei comuni della stessa fascia di popolazione.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Sose
(ultimo aggiornamento: giovedì 22 Luglio 2021)

La maggior parte dei comuni considerati si posiziona del quadrante in alto a destra. Dove gli enti spendono di più di quanto gli venga riconosciuto come fabbisogno (spesa storica superiore alla spesa standard) ma offrono più servizi (livello dei servizi erogato superiore alla media dei comuni simili per popolazione). È questo il caso di Venezia, che registra il massimo dei punti sia nel livello di spesa (10) che in quello dei servizi (10), Bologna (8; 10), Milano (8; 9), Firenze (7; 9), Roma (7; 6) e Torino (6; 6).

Per quanto riguarda Verona e Genova, le due città si trovano ad avere entrambe un livello di spesa pari a 5, che indica una spesa storica all'incirca pari a quella standard. Il capoluogo ligure presenta poi un livello di servizi (5) anch'esso in linea a quello medio di comuni nella stessa fascia di popolazione. Mentre il capoluogo piemontese presenta un dato solo lievemente superiore (6).

Bari è l'unica tra le grandi città considerate ad avere una spesa storica inferiore alla spesa standard.

Nei quadranti inferiori troviamo infine le sole due grandi città del sud tra quelle considerate. Da una parte Napoli, con una spesa storica sostanzialmente in linea a quella standard (5), ma un livello di servizi ampiamente inferiore alla media dei comuni nella stessa fascia di popolazione (1). Dall'altra parte Bari, che registra lo stesso livello di servizi del capoluogo campano (1) e che presenta una spesa storica inferiore a quella standard (4). Una condizione, la seconda, che è presumibilmente tra le cause della prima, oltre che sintomo di una carenza di risorse in entrata per il capoluogo pugliese.

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I contenuti della rubrica sul federalismo fiscale sono realizzati nell'ambito della collaborazione tra openpolis e la società pubblica Sose, che è la fonte dei dati utilizzati. Si tratta di dati pubblici che openpolis ha raccolto, elaborato e che mette qui a disposizione. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione.

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Foto credits: Unsplash Scott Graham - Licenza

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