Emergenza Covid e neet: una generazione a rischio #conibambini

Secondo gli ultimi dati di Eurostat, in Italia il 20,7% dei giovani non è occupato né inserito in un percorso di formazione. Una situazione grave che colpisce il nostro paese più del resto d’Europa e le regioni del sud più di quelle del nord.

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L’emergenza legata al coronavirus ha ulteriormente accentuato le differenze tra coloro che godono di ampie opportunità dal punto di vista socio-economico e chi invece queste opportunità non le ha. In questo contesto, l’istruzione rappresenta un fondamentale strumento per l’emancipazione, specie per quei giovani che provengono da contesti familiari disagiati.

I neet sono quei giovani che non lavorano e non sono nemmeno inseriti in percorsi di istruzione o formazione.

Quando però le opportunità offerte da un territorio sono più limitate, sia a livello educativo che di futuro inserimento nel mondo del lavoro, possono verificarsi situazioni come quella dei neet (neither in employment nor in education or training). Si tratta di quei giovani che, non vedendo opportunità per il loro futuro, non solo non lavorano ma hanno anche rinunciato ad intraprendere percorsi formativi.

Questa situazione si è ulteriormente complicata a causa della pandemia. Secondo un rapporto pubblicato dalla commissione europea infatti, nel secondo trimestre del 2020 i neet in tutta l’Unione europea sarebbero aumentati dell’11,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Secondo il report l’Italia è al primo posto in questa classifica. Nel nostro paese infatti i giovani tra i 15 e i 24 anni che non lavorano né studiano hanno raggiunto il 20,7%.

20,7% giovani italiani tra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano nel secondo trimestre del 2020.

Si tratta di dati molto preoccupanti e che impongono una riflessione su come reinserire questi giovani nel percorso formativo. Spesso la percentuale di neet aumenta nei contesti che presentano le maggiori difficoltà a livello economico. Una tendenza che si conferma anche nel nostro paese, in cui questo fenomeno è molto più diffuso nel meridione rispetto al nord Italia.

I neet in Europa

Per comprendere quanto il fenomeno dei neet sia impattante nel nostro paese è utile partire da un paragone con gli altri stati membri dell’Unione europea. Per questo confronto possiamo fare affidamento sulle analisi di Eurostat. L’ultimo dato su base annuale disponibile riguarda il 2019.

La percentuale di neet in Italia nel 2019 superava di 8 punti percentuali il dato medio europeo.

Come possiamo vedere anche dalla mappa, nel 2019 l’Italia era il primo paese europeo per numero di neet sul totale della popolazione compresa tra 15 e 24 anni (18%). Un dato estremamente preoccupante, superiore di 8 punti percentuali rispetto alla media europea. E che, come abbiamo visto, si è ulteriormente aggravato negli ultimi mesi. Seguono poi la Romania (14,7%) e la Bulgaria (13,7%). Il paese Ue con la più bassa percentuale di neet invece era l’Olanda con appena il 4,3%.

La mappa mostra, per ogni paese europeo, la percentuale di giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni che non lavora e non è inserita in percorsi di studio o formazione.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Febbraio 2021)

Possiamo osservare inoltre che la percentuale di neet presenti nei principali paesi europei è molto più bassa rispetto al dato italiano. In particolare la Germania, nell'arco temporale compreso tra il 2010 e il 2019, ha sempre mantenuto una percentuale di neet molto inferiore rispetto alla media europea, mentre la Francia presenta dati in linea con quello Ue-27. Degna di nota anche l'evoluzione storica che ha caratterizzato la Spagna: se nel 2010 e 2011 infatti la percentuale di neet nel paese iberico era simile a quella italiana, negli anni successivi il dato spagnolo si è ridotto in maniera molto più incisiva.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Febbraio 2021)

Il fenomeno dei neet a livello locale

Il confronto a livello europeo ci consente di capire quanto in Italia ci sia molto lavoro da fare per arginare il fenomeno dei neet. Allo stesso tempo però sappiamo che il nostro paese è caratterizzato da significative differenze al proprio interno, con alcune zone benestanti da un punto di vista socio-economico e altre invece che presentano disagi marcati. Per questo l'analisi a livello nazionale non è sufficiente per comprendere il fenomeno nel dettaglio.

Nelle 5 grandi regioni del sud la percentuale di neet è superiore al 20%.

Un primo confronto che possiamo fare è quello tra regioni, basandoci anche in questo caso sui dati di Eurostat relativi al 2019. Già a livello regionale possiamo osservare come il nostro paese sia spaccato a metà. Se al nord infatti la percentuale di neet presenti è abbastanza contenuta, specie in Veneto (11,1%) e nelle province autonome di Trento (9,8%) e Bolzano (8,7%), al sud questo dato esplode. Tutte le regioni del mezzogiorno infatti presentano un dato superiore alla media nazionale ed in particolare le 5 grandi regioni del sud (Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania e Puglia) presentano tutte un dato superiore al 20%.

Al primo posto in particolare troviamo la Sicilia dove la percentuale di giovani tra 15 e 24 anni che non studia e non lavora è superiore al 30%. Al secondo posto troviamo la Calabria con il 28,4% e al terzo la Campania con il 27,3%.

I dati mostrano la percentuale di giovani tra 15-24 che non lavorano e non sono inseriti in un percorso di studio né di formazione. Non sono disponibili i dati sulla Valle d’Aosta.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: lunedì 8 Febbraio 2021)

Tuttavia anche all’interno di una singola regione possono esserci significative differenze. Nelle grandi città inoltre si possono registrare delle disparità significative anche tra un quartiere ed un altro. Per questo dobbiamo spingere la nostra analisi ancora più nel dettaglio.

Il caso di Napoli

Una delle caratteristiche delle maggiori realtà urbane nel nostro paese è il modo in cui le disuguaglianze, anche quelle più profonde, possono convivere in pochi chilometri quadrati. Passando da quartiere a quartiere infatti, la condizione economica e sociale degli abitanti può variare anche di molto. Una situazione che va ad influire anche sui giovani e sulle loro prospettive future.

Dove le prospettive per i giovani sembrano scarse è più probabile un aumento dei neet.

Da questo punto di vista, un tema di grande rilevanza riguarda le opportunità che il territorio è in grado di offrire ai giovani che vivono nelle periferie delle grandi città, dove generalmente le risorse economiche, sociali e culturali sono più scarse. Infatti i ragazzi e le ragazze che vivono in quartieri senza servizi, con scuole che offrono pochi sbocchi e un tessuto sociale fragile sono più esposti al rischio di diventare neet. Ciò proprio perché non intravedono prospettive per il loro futuro. Per comprendere meglio questi aspetti ci concentreremo su una delle più grandi città italiane dove il problema dei neet è particolarmente rilevante: Napoli.

Cercheremo quindi di identificare i quartieri con meno sbocchi per i giovani. A questo scopo ci serviremo dell’indicatore predisposto da Istat per le attività della commissione periferie nella scorsa legislatura. Questo indicatore però ha due limiti: il primo riguarda il fatto che si tratta di dati risalenti al censimento, quindi al 2011. Il secondo invece riguarda il fatto che la fascia d’età analizzata è leggermente diversa rispetto ai dati che abbiamo trattato fino ad ora. Istat infatti ha censito i neet nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni.

Nei quartieri benestanti la quota di giovani neet tendenzialmente diminuisce.

Consci di questi limiti, una delle prime indicazioni che possiamo trarre dall'analisi dei dati è la relazione inversa tra gli indicatori di benessere economico (ad esempio, il valore immobiliare) e la quota di neet. Nei quartieri dove i valori immobiliari medi sono più alti (quindi più benestanti) infatti, la quota di giovani neet tendenzialmente diminuisce. Allo stesso tempo, i giovani che non lavorano e non studiano si concentrano invece nelle zone socialmente ed economicamente più deprivate. Una tendenza che vale per Napoli ma anche per le altre grandi città italiane.

Il dato calcola la quota di giovani fuori dal mercato del lavoro e dalla formazione. Si tratta della percentuale di popolazione residente di età compresa tra 15 e 29 anni che si trova in condizione non professionale diversa da studente (neet allargati). L’indicatore è stato elaborato a partire dai dati raccolti nel censimento 2011.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat per commissione periferie
(ultimo aggiornamento: mercoledì 5 Luglio 2017)

Per quanto riguarda il capoluogo partenopeo, analizzando i 10 quartieri che presentano la più elevata percentuale di neet, possiamo notare che in ben 8 casi essi compaiono anche nella classifica delle 10 zone con più famiglie in disagio economico. E in 6 casi, in quella delle zone con i valori immobiliari più bassi. Rispetto a una media comunale di 22,8 giovani neet ogni 100 ragazzi, sfondano quota 30% i quartieri di Ponticelli, Scampia, Mercato e San Giovanni a Teduccio.

Isolando i quartieri più popolosi, in modo da avere un confronto maggiormente omogeneo, emergono enormi differenze tra le diverse zone di Napoli.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat per commissione periferie
(ultimo aggiornamento: mercoledì 5 Luglio 2017)

Nei quartieri dove questo disagio è più forte, la quota di giovani che non studiano e non lavorano è tripla rispetto a quella dei quartieri benestanti. E ciò sebbene anche in questi ultimi la percentuale di neet presenti sia piuttosto alta.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati per la città metropolitana di Napoli è il censimento Istat del 2011.

Foto credit: Unsplash Åaker - Licenza

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