Monza Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/dove/monza/ Tue, 02 Apr 2024 07:14:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Lo sport a scuola per riavvicinare i giovani alla pratica sportiva https://www.openpolis.it/lo-sport-a-scuola-per-riavvicinare-i-giovani-alla-pratica-sportiva/ Tue, 02 Apr 2024 06:59:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=284115 Rimane alta la quota di minori sedentari, che non praticano alcuno sport o attività fisica nel tempo libero. Un fenomeno su cui possono incidere disparità di reddito: la valorizzazione dell'attività sportiva a scuola e delle palestre scolastiche può ridurre gli ostacoli legati al costo.

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La pratica sportiva tra bambini e ragazzi ha subito un vero e proprio crollo durante la pandemia, che non ha riscontro nelle altre fasce d’età. Infatti, tra 2019 e 2021 la quota di sedentari nella popolazione è rimasta piuttosto stabile, passando dal 35,6% al 33,7%. Al contrario, l’incidenza dei minori che non fanno sport è cresciuta dal 18,5% al 24,9% tra i 6 e i 10 anni e dal 15,7% al 21,3% tra 11 e 14 anni. Più stabile tra i 15-17enni, dove è comunque cresciuta dal 18,8% al 19,9%.

Con la fine dell’emergenza, la quota di sedentari tra i minori si è avviata verso una fisiologica flessione, individuabile nei dati del 2022. Con l’eccezione dei bambini tra 3 e 5 anni, che in un caso su due non praticano sport, il calo è visibile in tutte le altre fasce d’età. I sedentari scendono al 21,7% tra 6 e 10 anni, al 17,2% tra 11 e 14, al 19,3% tra 15 e 17. Tuttavia, anche dopo la fine della pandemia, la quota di bambini e ragazzi che non fanno sport resta vicina a un caso su cinque.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: venerdì 2 Febbraio 2024)

A fronte di un recupero ancora parziale rispetto alla fase pre-Covid, non è secondario chiedersi quali fattori ne siano alla base. In passato, abbiamo avuto modo di raccontare come il fattore economico non sia affatto residuale sulla scelta di praticare sport. Nuovi dati, provenienti dalle indagini Istat sulla condizione dei minori, sembrano indicare che anche dopo la pandemia tale tendenza resti attuale.

L’impatto della deprivazione sul tempo libero e la pratica sportiva dei minori

Anche nel 2022, il rischio di povertà o esclusione sociale ha colpito i minori molto più della media della popolazione. Parliamo di coloro che attraversano un rischio di povertà a causa del reddito familiare, vivono in una famiglia a bassa intensità di lavoro o si trovano in condizioni di severa deprivazione materiale.

Si trovano in questa situazione il 28,8% dei bambini e ragazzi di età inferiore a 16 anni, a fronte del 24,4% della media della popolazione. Un dato coerente con quello sulla povertà assoluta, anch’essa prevalente proprio tra i minori.

L’impatto che queste tendenze possono avere sulla vita quotidiana di ragazze e ragazzi non va sottovalutato. A partire dalla fruizione del tempo libero, chi nasce in una famiglia a rischio esclusione si trova molto più spesso a dover rinunciare alle attività pomeridiane tipiche di bambini e adolescenti.

58,4% i minori in condizione di deprivazione sociale che non possono permettersi attività di svago fuori casa a pagamento.

L’impossibilità di potersi permettere un’attività di svago fuori da casa a pagamento è uno degli item di deprivazione minorile citati più frequentemente nelle risposte ai questionari sulla condizione di vita delle famiglie. Viene indicato per quasi un minore su 10 (9,1%); tra quelli in condizione di deprivazione, sfiora addirittura il 60% nel 2021 (58,4%). In entrambi i casi, con valori in crescita rispetto alla precedente rilevazione pre-pandemica, nel 2017.

Un chiaro indicatore di come l’uso del tempo libero, e in questo quadro è ragionevole supporre anche la possibilità di praticare sport, sia uno dei primi aspetti compromessi per i bambini che vivono in famiglie in disagio.

La valorizzazione delle palestre per diffondere lo sport tra i minori

Il mancato accesso alle attività sportive per cause economiche pone la questione di come rendere più equa la possibilità di fare sport.

Da questo punto di vista, le palestre scolastiche rappresentano uno strumento prezioso nella promozione dello sport tra i minori, a scuola e non solo. Durante le attività curricolari, per la funzione educativa dell’educazione fisica nel trasmettere valori come il rispetto delle regole e degli avversari, la lealtà verso i compagni e la squadra, la dedizione personale.

Oltre agli aspetti legati alla crescita e alla salute, lo sport ha una funzione sociale ed educativa insostituibile.

Ma le palestre scolastiche possono essere valorizzate anche per attività pomeridiane, diventando un punto di riferimento per le famiglie del territorio, in sinergia con enti locali proprietari, associazioni sportive e di quartiere. Offrendo la possibilità di fare sport a prezzi calmierati, per eliminare gli ostacoli legati al costo nell’accesso alla pratica sportiva. Rappresentando così, specie nelle periferie urbane ma non solo, un presidio sociale e educativo. Tale questione è centrale non solo per le famiglie meno abbienti, ma anche per la tenuta del tessuto sociale nelle aree più fragili del paese. Nella relazione al parlamento dello scorso anno, il garante dell’infanzia ha sottolineato il valore educativo e sociale dello sport.

(…) allenatori e tecnici svolgono infatti un compito fondamentale per i ragazzi, a volte rappresentano l’unico punto di riferimento, e per questo è necessario che abbiano consapevolezza del loro ruolo educativo.

La presenza di palestre nelle scuole

Il riconoscimento di questo valore educativo e sociale ha portato anche la normativa nazionale sull’edilizia scolastica a riconoscere come prioritaria la presenza di strutture per fare sport nelle scuole.

La programmazione degli interventi (…) deve garantire (…) la disponibilità da parte di ogni scuola di palestre e impianti sportivi di base.

Del resto, la premessa per una valorizzazione delle palestre scolastiche per promuovere lo sport è la disponibilità degli impianti sul territorio. Nell’anno scolastico 2022/23 la presenza della palestra è stata dichiarata dagli enti proprietari per oltre un terzo degli edifici esistenti.

35,8% gli edifici scolastici con palestra in Italia.

Nelle scuole del mezzogiorno la presenza di palestre è minore.

Una quota che supera il 40% nel nord-ovest (41,3%), e si attesta ad alcuni punti da questa soglia nel nord-est (37%) e nel centro Italia (36,7%). Resta invece piuttosto indietro il mezzogiorno, in termini di dotazioni sportive nelle scuole. Nel sud continentale il 31,7% degli edifici ha la palestra, nelle isole il 30,1%. Tra le regioni tuttavia, dopo la Liguria (52,4%), è la Puglia a mostrare la presenza più diffusa (48,4%), seguita da Toscana, Veneto e Lombardia (44-45% circa). Agli ultimi posti, con meno di un edificio su 4 dotato di palestra, Sicilia (24,6%), Umbria (23,3%) e Calabria (meno del 20%).

18,8% gli edifici scolastici con palestra in Calabria.

La dotazione è superiore nei poli, le città baricentriche in termini di servizi, rispetto alle aree interne. Nelle prime, circa 4 edifici su 10 hanno la palestra, nelle seconde 1 su 3 o meno: 33,1% nei comuni intermedi (ad almeno 27,7 minuti dal polo più vicino), 31,3% in quelli periferici (a oltre 40 minuti) e 30,8% in quelli ultraperiferici, distanti più di un’ora.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Mim
(pubblicati: martedì 12 Settembre 2023)

Tra le città capoluogo, a Monza e Firenze circa il 72% degli edifici scolastici attivi nell’anno scolastico 2022/23 ha la palestra scolastica. Seguono i comuni di Barletta, Andria, Bologna, Savona, Pavia, Lecco e Prato, con oltre 2/3 degli edifici con palestra.

Agli ultimi posti, con meno del 10% di edifici scolastici statali dotati di palestra, si trovano i comuni di L’Aquila e Forlì (entrambe al 8,6%), Catanzaro (8%) e Catania (7,3%).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla presenza di palestre scolastiche rispetto al comune sono stati elaborati incrociando informazioni di fonte Mim, Istat e Dip. Coesione.

Foto: Star Basket (Flickr)Licenza

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La crescita dei divari nelle competenze alfabetiche dei bambini https://www.openpolis.it/la-crescita-dei-divari-nelle-competenze-alfabetiche-dei-bambini/ Tue, 05 Sep 2023 05:30:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=259486 L'ultima rilevazione internazionale sulle competenze in lettura nelle scuole primarie mostra un quadro di luci e ombre. L'Italia è sopra la media, ma il peggioramento rispetto al pre-Covid è significativo e rimangono ampi i divari territoriali.

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Tra pochi giorni, l’8 settembre, ricorre la giornata internazionale dell’alfabetizzazione. Una giornata istituita dall’Unesco nel 1967, per ricordare quanto un livello di competenze alfabetiche adeguato sia un elemento essenziale per l’effettiva tutela dei diritti umani.

Come sottolineato dall’agenzia delle Nazioni unite, chi ha carenze nella lettura, nella comprensione di un testo e nella scrittura è più vulnerabile nella gestione di aspetti basici della vita quotidiana, dal lavoro alla salute. La mancanza di questi strumenti di base espone a situazioni di precarietà e ne amplifica i rischi. Al contrario, un livello di competenze alfabetiche adeguato – oltre a costituire la base del diritto all’istruzione – è anche il primo presupposto per migliorare la condizione di partenza e sradicare la povertà.

Per questo motivo, potenziare i risultati nelle competenze alfabetiche è cruciale fin dai primi livelli di istruzione. Una delle ultime rilevazioni internazionali su questi aspetti ha mostrato una situazione più favorevole del nostro paese rispetto ad altri in Ue. Allo stesso tempo, i divari educativi interni al territorio nazionale sono ancora molto ampi.

L’Italia nell’ultima rilevazione Iea-Pirls

Dal 2001, ogni 5 anni, viene condotta un’indagine che ha come obiettivo monitorare nel tempo i livelli di apprendimento nei paesi partecipanti. È promossa da Iea, consorzio internazionale che associa istituti di ricerca, agenzie governative e studiosi attivi sui temi dell’istruzione.

In particolare di quelli alfabetici, con i test Pirls (Progress in international reading literacy study). Questa indagine serve a verificare la capacità degli studenti al quarto anno di scuola – da noi la quarta primaria, quindi bambini di 9-10 anni – di saper leggere e comprendere un testo scritto. La scelta dell’età non è casuale. Si tratta di alunni che – in base al programma di studi – dovrebbero aver già imparato a leggere negli anni precedenti. E che quindi, a condizioni ordinarie, dovrebbero essere anche in grado di utilizzare la lettura come strumento per apprendere.

È tipicamente in questa fase, infatti, che gli studenti passano dall’«imparare a leggere» al «leggere per imparare».

A maggio di quest’anno sono stati rilasciati i risultati dell’edizione 2021 del test. Nonostante il ritardo nella pubblicazione, si tratta dell’unica indagine internazionale di questo tipo somministrata durante l’emergenza Covid. Perciò offre una chiave interpretativa utile per comprendere la condizione educativa degli studenti nella pandemia

7.419 gli alunni di quarta primaria che hanno partecipato ai test Iea-Pirls 2021 In Italia.

In questa rilevazione per l’Italia emerge un quadro di luci e ombre. Vi sono una serie di aspetti positivi che meritano di essere sottolineati. Uno di quelli che è emerso di più anche nel dibattito pubblico è che il punteggio medio italiano (537 punti) è risultato superiore a quello di altri maggiori paesi dell’Ue.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Iea-Pirls
(pubblicati: martedì 16 Maggio 2023)



Tuttavia l’aspetto più interessante è che il nostro sistema educativo, almeno alle elementari, appare relativamente più equo nei rendimenti, sempre nel confronto internazionale.

537 il punteggio medio italiano nel 2021.

Il punteggio medio degli alunni del nostro paese (537 punti) è frutto di una media tra i risultati delle oltre settemila bambine e bambini partecipanti. Per il nostro paese la distanza tra gli estremi della distribuzione (i migliori e i peggiori, per intendersi) è risultata più contenuta rispetto ad altri paesi.

(…) i nostri studenti sono infatti caratterizzati da una differenza di punteggio tra gli estremi della distribuzione (219 punti) relativamente contenuta rispetto alla differenza che si rileva in altri Paesi la cui media non si differenzia in modo significativo da quella italiana, come Norvegia, Danimarca, Repubblica Ceca (Paesi nei quali questa differenza è superiore ai 240 punti) e Bulgaria (292 punti)

Una tendenza positiva, che però – anche come conseguenza della pandemia – si scontra con un peggioramento dei risultati e con divari territoriali in crescita rispetto agli anni scorsi.

Gli effetti della pandemia sulle competenze alfabetiche

La rilevazione ha fatto emergere anche diverse criticità. Il punteggio di 537 conseguito in media dall’Italia consente al nostro paese di posizionarsi al di sopra di altri maggiori paesi Ue, come Francia e Germania, nel 2021.

Ma la tendenza alimentata dalla pandemia, nel nostro e in altri paesi, indica un peggioramento delle competenze alfabetiche tra i bambini delle elementari.

21 su 32 i paesi in calo tra 2016 e 2021. Solo in 3 c’è stato un miglioramento, in altri 8 la variazione non è stata significativa.

Tra 2016 e 2021 l’Italia ha conseguito un risultato medio di 11 punti inferiore: da 548 a 537. Tra i maggiori paesi europei anche la Germania mostra un netto peggioramento (-13 punti), mentre per la Francia la variazione non è statisticamente significativa.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Iea-Pirls
(pubblicati: martedì 16 Maggio 2023)


Per l’Italia il calo nelle competenze alfabetiche ha anche una matrice territoriale. Sono soprattutto gli studenti dell’Italia settentrionale ad aver visto un peggioramento tra prima e dopo la pandemia. Nelle scuole del nord-ovest e del nord-est il punteggio medio è calato rispettivamente di -11 e -15 punti tra 2016 e 2021.

Si allargano i divari territoriali nella capacità di lettura e comprensione dei testi.

Allo stesso tempo, mentre i punteggi dell’Italia centro-settentrionale tengono comunque il passo con gli standard internazionali, quelli del mezzogiorno rimangono molto indietro. Nelle rilevazioni Iea-Pirls 2021, superano i 540 punti le aree del nord-ovest (punteggio medio 550), nord-est (542) e centro (543). Molto lontani sud (527) – la ripartizione territoriale che nella classificazione Invalsi comprende Abruzzo, Campania, Molise e Puglia – e sud e isole (513). Quest’ultima include Basilicata, Calabria, Sardegna e Sicilia.

La tendenza all’allargamento di questi divari appare piuttosto evidente sul lungo periodo.

(…) il gap tra le due aree geografiche che conseguono rispettivamente il risultato migliore (Nord Ovest) e quello più basso (Sud Isole) è oggi triplicato: 36 punti nel 2021 rispetto a 12 punti nel 2006.

I divari interni che restano sulle competenze alfabetiche

I dati Iea-Pirls, essendo ricavati da un campione limitato di alunni e scuole, possono ricostruire solo fino a un certo punto l’ampiezza delle distanze territoriali esistenti nel paese.

Per questo le rilevazioni dei test Invalsi, condotte ogni anno, sono particolarmente preziose, consentendo una maggiore profondità locale. Sebbene il dato comunale abbia comunque dei limiti (viene rilasciato normalmente solo in presenza di almeno 2 plessi oppure 2 istituti per comune) si tratta dell’informazione con maggiore granularità oggi disponibile in formato aperto.

Nell’anno scolastico 2021/22, nelle prove di quinta elementare, è emerso che i 10 capoluoghi con i punteggi più bassi in italiano erano tutti situati nel mezzogiorno. Si tratta di Crotone (181,36), Trapani (187,45), Foggia (187,76), Palermo (188,34), Catania (189,58), Agrigento (190,08), Messina (190,84), Enna (191,40), Napoli (191,88) e Caltanissetta (193,13). Poco sopra questi valori anche due capoluoghi del centro-nord: (Prato, 193,17) e Bolzano (193,64).

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 28 Settembre 2022)



Ai primi 10 posti per rendimenti nelle competenze alfabetiche rilevate nei test Invalsi in quinta elementare troviamo invece – nell’ordine – Siena, Teramo, Pavia, Ascoli Piceno, Grosseto, Lucca, Como, Monza, Varese e Avellino.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sulle competenze in italiano in V primaria è Invalsi.

Foto: Sabrina Eickhoff (Pixabay) – Licenza

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Divari ampi nell’apprendimento delle lingue straniere https://www.openpolis.it/lapprendimento-delle-lingue-straniere-tra-bambini-e-ragazzi/ Tue, 17 Jan 2023 08:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=207893 La padronanza di diverse lingue oltre la propria è uno degli strumenti che offre maggiori opportunità nel mondo di oggi. Per questo è un problema quando i gap nell'apprendimento sono troppo ampi.

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Nel mondo in cui viviamo, conoscere le lingue rappresenta una delle chiavi di accesso più potenti per opportunità e prospettive di vita. Tra queste, l’apprendimento dell’inglese è determinante per l’acquisizione di competenze e per future opportunità di lavoro, dal momento che si tratta della “lingua franca” delle nuove tecnologie e di internet.

Ma la conoscenza delle lingue è anche uno dei fattori che più influenza la possibilità di apprendimento anche nell’immediato, ad esempio con esperienze di studio all’estero.

Un problema (anche) di ascensore sociale

Per questi motivi, è importante che il sistema educativo offra a tutti, a prescindere dalla condizione di partenza, la possibilità di ricevere un livello di apprendimenti adeguato in questo ambito. Oggi spesso non è così; perciò i divari nell’apprendimento dell’inglese rappresentano un problema anche in termini di mobilità sociale.

Sono spesso proprio i giovani svantaggiati, che già dispongono di minori opportunità in ambito familiare, ad avere i risultati più bassi in inglese (così come nelle altre materie). Questo genere di meccanismi rafforza la dinamica nota alla base della povertà educativa.

Migliore la condizione di partenza, migliori i risultati in inglese.

Nei test Invalsi somministrati nell’anno scolastico 2021/22 a studenti e studentesse di terza media, i giovani di famiglie di condizione socio-economico-culturale elevata superano il punteggio di 220 in inglese (ascolto), a fronte di una media pari a circa 206. Per i ragazzi delle famiglie di livello medio-alto il punteggio scende a 211,3; mentre è 205,2 per quelli di condizione medio-bassa. Tra gli studenti di condizione bassa, si scende sotto quota 200: 194,2 nell’anno scolastico 2021/22.

220,9 il punteggio medio nei test Invalsi di inglese in III media per i giovani di famiglie avvantaggiate. Quasi 30 punti in più di quelli svantaggiati (194,2).

Sono dati che devono indurre una riflessione, perché la missione della scuola è proprio migliorare le opportunità di chi in partenza ne ha meno. Senza contare con la prosecuzione degli studi i divari crescono ulteriormente. In V superiore gli studenti avvantaggiati raggiungono nei test di inglese (ascolto) i 220 punti, mentre quelli svantaggiati si fermano poco sopra quota 187. Oltre 30 punti di divario.

La differenza è ancora più netta rispetto al tipo di percorso di istruzione intrapreso. Nei licei il 61,1% degli alunni di quinta superiore raggiungono almeno il livello B2 in ascolto, mentre l’8,4% non raggiunge nemmeno il B1. Nei tecnici sono oltre il triplo quelli che non raggiungono il B1 (31,1%), mentre il 27,2% arriva al B2. Negli istituti professionali meno del 10% (9,9%) arriva al B2 e più della metà dei ragazzi non raggiunge il B1 (54,7%).

Nel mezzogiorno livelli di apprendimento molto più bassi

I divari sociali appena visti si intersecano con quelli territoriali, rafforzandoli. Nelle classi di terza media, nella prova di ascolto in inglese si va dagli oltre 220 punti registrato nelle province autonome di Bolzano e Trento, nonché in Friuli-Venezia Giulia, ai 184 circa di Sicilia e Calabria.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(pubblicati: mercoledì 28 Settembre 2022)



Interessante osservare come all’interno della provincia autonoma di Bolzano spicchino i risultati dei ragazzi madrelingua ladina e tedesca (oltre 240 punti). La provincia autonoma di Trento, quella di Bolzano (lingua italiana) e il Friuli Venezia Giulia si attestano poco sopra i 220 punti, seguiti da Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

Chiudono la classifica le regioni del mezzogiorno. Si avvicina alla media nazionale l’Abruzzo (204,6), mentre molto al di sotto di quota 200 si posizionano, nell’ordine, Basilicata, Puglia, Sardegna, Campania, Calabria e Sicilia. Queste ultime 3 regioni si attestano sotto la soglia di 190.

Approfondendo il dato in chiave comunale, attraverso i dati Invalsi possiamo confrontare tutti i comuni che hanno almeno 2 plessi scolastici sul proprio territorio. Mantenendo la comparazione sui test in ascolto in terza media, emerge netta la frattura tra centro-nord e sud. Basti pensare che nessun capoluogo di provincia meridionale compare nelle prime 20 posizioni per gli apprendimenti in inglese in terza media.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: mercoledì 28 Settembre 2022)



I 20 capoluoghi con gli apprendimenti più alti si trovano in massima parte nell’Italia settentrionale (18 su 20), mentre 2 sono in quella centrale. Ai primi posti Bolzano (232,42), Como (228,90), Monza (228,88), Pordenone (228,25) e Bergamo (227,26).

I 20 capoluoghi con i punteggi più bassi in inglese nei test Invalsi di terza media si trovano tutti nel mezzogiorno: 10 nel sud continentale e 10 nelle isole (di cui 8 nella sola Sicilia). In particolare, con meno di 185 punti medi, troviamo Agrigento (184,48), Crotone (183,17) e Trapani (179,61).

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti dell’inglese è Invalsi.

Foto: Allison Shelley per EDUimagesLicenza

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L’impatto del Pnrr sulla povertà educativa in Lombardia https://www.openpolis.it/limpatto-del-pnrr-sulla-poverta-educativa-in-lombardia/ Tue, 13 Dec 2022 04:58:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=214344 La vera sfida del Pnrr è ridurre i divari tra i territori, anche nel contrasto della povertà educativa. Approfondiamo la situazione attuale in Lombardia e cosa prevede il piano per la regione su 3 temi: asili nido, nuove scuole e dispersione scolastica.

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Il Pnrr interviene su numerosi fronti relativi alla povertà educativa, dagli asili nido all’edilizia scolastica, dal contrasto all’abbandono precoce alla riduzione dei divari territoriali nell’istruzione.

Interventi che riguarderanno anche la Lombardia, dai primi livelli d’istruzione a quelli più elevati.

L’offerta di asili nido e l’investimento del Pnrr

Partendo dagli asili nido, in Lombardia nel 2020 sono 68mila i posti offerti nei nidi e nei servizi per la prima infanzia, a fronte di circa 230mila residenti con meno di 3 anni nella regione. Ovvero una copertura del 30,5%, al di sotto della soglia del 33% fissata in sede Ue, ma più elevato della media nazionale (27,2%).

Tra le province, quella con la maggiore copertura potenziale è Monza e Brianza con 33,4 posti ogni 100 bambini. Seguono i territori delle province di Bergamo (32,9%) e Pavia (32,8%). Sopra quota 30% anche la città metropolitana di Milano (31,8%), Varese (30,8%) e Lecco (30,2%). Al di sotto di tale soglia le province Cremona (28,8%), Mantova (28,5%), Brescia (26,7%), Como (26,4%), Lodi (26,1%) e Sondrio (23,8%).

Tra i comuni con più residenti tra 0 e 2 anni, molti superano la soglia del 40%. Tra questi, Brescia (43,7%), Monza (42,1%), Bergamo (49,6%), Como (42,6%), Varese (41,8%), Cremona (42,1%), Pavia (44,6%) e Vigevano (48,2%). Nonché altri capoluoghi meno popolosi come Sondrio (40%), Mantova (45,7%) e Lecco (45,3%).

Al di sotto di tale quota, ma comunque oltre la media nazionale, si collocano altre grandi città, a partire dal capoluogo regionale, Milano con 27,9 posti ogni 100 bambini. Nonché Sesto San Giovanni (31,5%), Busto Arsizio (36%) e Cinisello Balsamo (26,8%). Oltre a Milano, l’unico capoluogo sotto la soglia del 40% è Lodi (25,5 posti per 100 minori).

Complessivamente, in Lombardia l’81,4% dei comuni offre asili nido o altri servizi per la prima infanzia, una diffusione molto più capillare di quella media nazionale (59,3%). La quota supera il 90% nei territori di Milano e Bergamo, mentre si attesta al 52,2% in provincia di Pavia.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: giovedì 18 Agosto 2022)



In questo contesto il Pnrr stanzia 4,6 miliardi sull’investimento per gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Di questi, accanto alle risorse che finanzieranno progetti già in essere, è stato varato un bando da 3 miliardi di euro, di cui 2,4 per i soli nidi.

Di tali risorse, stando alle graduatorie pubblicate in agosto, in Lombardia dovrebbero arrivare con il nuovo bando 239,5 milioni di euro per gli asili nido e poli d’infanzia, pari al 9,8% dei 2,4 miliardi di euro stanziati. In termini assoluti, il territorio con i progetti ammessi in graduatoria che cubano più risorse è la provincia di Bergamo (47 milioni), seguita da Milano (39,4 milioni), Mantova e Brescia (circa 22 milioni ciascuno).

Complessivamente nella regione è previsto il finanziamento di 185 progetti. Di questi, 73 sono entrati nelle graduatorie pubblicate lo scorso agosto come ammessi, 112 come riserva. Per 7 dei progetti entrati in graduatoria, è comunque già prevista una successiva rimodulazione degli importi.

Va infatti tenuto presente che quelli pubblicati nelle graduatorie di agosto non necessariamente corrispondono agli importi definitivi: prima della sottoscrizione dell’accordo di concessione potranno essere svolte ulteriori verifiche sull’ammissibilità e per alcuni importi è già prevista una successiva rimodulazione. Altro elemento cruciale è dato dal fatto che, come detto, molti interventi presentano l’indicazione “riserva” nella graduatoria.

Con questi caveat, sulla base delle graduatorie pubblicate in agosto, il singolo progetto con l’importo maggiore è un intervento di demolizione e ricostruzione di poli d’infanzia per il comune di Suzzara (Mantova). Con un importo inizialmente previsto nelle graduatorie di agosto di 10 milioni di euro. Altri 4 progetti nelle graduatorie pubblicate in agosto superavano i 5 milioni: 3 nuove costruzioni di poli d’infanzia nei comuni di Carnago (Varese), Paullo e Cesano Boscone (Milano) e una demolizione con ricostruzione per il comune di Trescore Balneario (Bergamo).

L’ente con più risorse previste in base alle prime graduatorie stile era il comune di Suzzara, con l’unico intervento appena citato. Seguita dalla città di Bergamo (5 progetti da 8,7 milioni complessivi).

La costruzione di nuove scuole 

Un altro aspetto di cui si occupa il Pnrr è la costruzione di nuove scuole sostenibili. Un investimento da 1,19 miliardi per la realizzazione di oltre 200 nuove scuole, di cui 14 previste in Lombardia.

Nella regione, in base ai dati relativi all’a.s. 2020/21, sono presenti 5.692 edifici scolastici. Dal punto di vista della sostenibilità, per 4.094 in quell’anno era stata dichiarata la dotazione di accorgimenti per ridurre i consumi energetici, come la presenza di vetri o serramenti doppi, l’isolamento di coperture e pareti esterne, oppure ancora la zonizzazione dell’impianto termico, che consente un dispendio più accurato per la climatizzazione degli ambienti.

Il 71,93% degli edifici scolastici in Lombardia presenta quindi questo tipo di accorgimenti, molto più della media nazionale (57,5%). Dato che ne fa la terza regione in Italia dove risultano più diffusi, ma che varia tra i diversi territori. Mentre nelle province di Bergamo, Lecco e Sondrio la percentuale di edifici con accorgimenti supera l’80%, in quella di Pavia si attesta al 51,88%. La città metropolitana di Milano – pur superando la media nazionale – si colloca appena sopra l’area pavese, con il 60,71% del patrimonio edilizio scolastico dotato di accorgimenti.

Tra i comuni della regione con più residenti tra 6 e 18 anni, il capoluogo regionale, Milano, si attesta al 39%. Al contrario delle altre maggiori città come Brescia, Monza, Bergamo, Busto Arsizio e Sesto San Giovanni, tutte al di sopra dell’80%. Sopra il 60% anche Como, Cinisello Balsamo e Varese.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione
(pubblicati: domenica 17 Luglio 2022)



Su questa situazione si innestano gli interventi del Pnrr, con una serie di investimenti per l’edilizia scolastica tra cui quelli per la costruzione di nuove scuole. Sono 14 le aree individuate per la Lombardia in base alle ultime informazioni pubblicate (erano 15 nelle graduatorie pubblicate nel maggio scorso). Per un totale di circa 49mila metri quadri e un importo complessivo richiesto superiore ai 110 milioni di euro.

Il 42,9% degli interventi per le nuove scuole della regione riguarderà edifici nelle classi energetiche F e G, quelle meno efficienti.

I maggiori interventi riguardano una scuola secondaria di II grado, l’istituto P. Frisi della città metropolitana di Milano. Con un importo di 24 milioni di euro, il progetto interverrà sulla demolizione con ricostruzione in situ di 10.000 metri quadri. Segue l’istituto Luigi Einaudi, della provincia di Lodi (18 milioni circa) e la scuola secondaria di I grado del comune di Milano “Falcone e Borsellino”, con 10,15 milioni.

Il contrasto ai divari educativi esistenti

In Lombardia il tasso di abbandono scolastico nel 2021 si è attestato al 11,3%. Un dato inferiore alla media nazionale e a 2,3 punti dall’obiettivo europeo del 9% entro il 2030.

Una quota più contenuta delle altre regioni, sebbene l’abbandono esplicito della scuola non sia l’unico metro della dispersione. Deve essere considerato anche l’abbandono implicito, cioè la quota di studenti che non lasciano precocemente ma hanno bassi apprendimenti.

Nei test Invalsi 2020/21, il 36,8% degli studenti lombardi di III media si è attestato sui livelli di competenza 1 e 2 in italiano, considerati non adeguati, a fronte di una media nazionale del 39% circa.

Nella provincia di Mantova sono stati il 38,18%; poco sotto anche quelle di Brescia (37,4%), Cremona (37,1%), Lodi (36,9%) e Pavia (36,4%). Mentre nella province di Monza e Brianza, Como, Lecco e Sondrio i test risultati inadeguati sono stati meno del 30%. In particolare in quella di Sondrio, la quota si è attestata al 25,7%.

Dati a cui dedicare un’attenzione prioritaria: i bassi livelli di competenza sono uno dei segnali più rilevanti della dispersione scolastica. Il Pnrr interviene con un investimento apposito, che ha tra gli obiettivi quello di scendere nel 2026 al 10,2% di abbandoni precoci nel nostro paese. Tale intervento vale 1,5 miliardi, di cui 500 milioni assegnati con una prima tranche attraverso un decreto del ministero dell’istruzione nel giugno di quest’anno.

I dati sono stati elaborati a partire dalla tabella di ripartizione per istituzione scolastica pubblicati dal ministero dell’istruzione il 28 giugno 2022. Il colore dei comuni varia in base all’incidenza dell’abbandono scolastico nel comune, come rilevata nell’ambito del censimento 2011. Più intenso il colore, maggiore la quota di giovani tra 15 e 24 anni usciti precocemente dal sistema di istruzione e formazione.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati ministero dell’istruzione e Istat
(pubblicati: martedì 28 Giugno 2022)



Risorse che, nella regione, sono destinate a 384 istituti, per un totale di 57,66 milioni di euro. Si tratta dell’11,53% delle risorse stanziate con questo decreto. Il finanziamento maggiore nella regione arriverà agli istituti con sede nel comune di Milano, con 53 istituzioni finanziate.

Quello più finanziato è l’istituto di istruzione superiore “Galilei – Luxemburg”, nella città metropolitana di Milano, cui sono destinati circa 311mila euro. Seguono l’Iis Cossa di Pavia (305.758,05 euro), l’Iis Piero Sraffa di Brescia (292.153,88 euro), l’istituto professionale “Falck” (Sesto San Giovanni, con quasi 289mila euro) e l’Iis “L. Cremona” (Pavia, 286mila euro circa).

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Nidi e poli per l’infanzia Lombardia

Nuove scuole Lombardia

Piano dispersione (I tranche) Lombardia

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi al Pnrr sono stati elaborati a partire dalle graduatorie e dalle informazioni pubblicate dal ministero dell’istruzione.

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Come i divari nell’offerta di verde pubblico minano i diritti dei minori https://www.openpolis.it/i-divari-nel-verde-pubblico-per-bambini-e-ragazzi-nelle-citta-italiane/ Tue, 08 Nov 2022 08:16:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=207922 L'offerta di verde pubblico e di luoghi per fare sport all'aperto resta fortemente differenziata sul territorio nazionale. Un aspetto che rischia di incidere sui diritti fondamentali tutelati dalla convenzione per l'infanzia, a partire da quello al gioco.

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La presenza di verde pubblico non è un elemento secondario per la condizione dei minori.

Come ogni anno, il prossimo 20 novembre verrà celebrata la giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Uno degli aspetti tutelati dalla convenzione Onu è il diritto al gioco e a godere del tempo libero con attività proprie dell’età di ciascun bambino.

Gli Stati parti riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica.

Nell’attuazione di tale prerogativa, il verde pubblico rappresenta un fattore cruciale. Se mancano giardinetti di quartiere, campi sportivi all’aperto, parchi e altri spazi verdi, è la stessa tutela del diritto che rischia di essere indebolita.

Il diritto a spazi per il gioco e il tempo libero

Nel documento di analisi “The necessity of urban green space for children’s optimal development” redatto per Unicef, viene puntualizzata proprio la relazione tra offerta di aree verdi in aree urbane e i diritti del minore.

Una relazione che non riguarda solo il diritto al gioco e al tempo libero: coinvolge molte previsioni per attuare la convenzione Onu.

 

Il legame tra diritti dell'infanzia e accesso al verde

ArticoloDiritto tutelatoConnessione con l'accesso al verde pubblico
Articolo 2Non discriminazioneSpazi verdi pubblici e inclusivi servono a equilibrare disparità socio-economiche nella salute
Articolo 3Interesse superiore del minoreNella creazione e mantenimento degli spazi verdi l'interesse superiore del minore dovrebbe essere un elemento primario di valutazione
Articolo 6Vita e sviluppoImportante per lo sviluppo cognitivo e motorio ottimale dei bambini e della loro salute
Articolo 12Rispetto punto di vista del minoreOpinioni dei minori di tutte le età - anche dei più piccoli - dovrebbero essere prese in considerazione nella creazione/mantenimento di spazi verdi
Articolo 14Libertà di pensiero, coscienza, religioneIl contatto con la natura rafforza lo sviluppo e empatia del minore
Articolo 15Libertà di associazioneSpazi verdi pubblici aumentano la coesione sociale, fornendo un luogo inclusivo di incontro per i giovani
Articolo 24Salute e servizi sanitariAccesso al verde migliora salute e benessere del minore
Articolo 27Tenore di vita adeguatoAiuta a raggiungere un tenore di vita che soddisfa i loro bisogni fisici e mentali
Articolo 29Finalità dell'educazioneEducazione all'aperto migliora passione per l'apprendimento e l'attenzione all'ambiente
Articolo 30Minoranze etnicheL'educazione ambientale e l'accesso a luoghi naturali culturalmente rilevanti aiutano ad affermare il patrimonio culturale dei bambini indigeni
Articolo 31GiocoGli spazi verdi promuovono sia le attività sportive e il gioco strutturato all'aperto, che quelle libere, non strutturate e il gioco di fantasia

 

È il documento di Unicef ad individuare alcune previsioni pregnanti. Oltre al diritto al gioco e al tempo libero, è da segnalare quello di associazione: gli spazi verdi pubblici rappresentano infatti un insostituibile luogo di incontro aperto a tutti.

11 gli articoli della convenzione Onu per la cui garanzia è essenziale la diffusione di spazi verdi.

Anche il diritto all’educazione è direttamente connesso alla presenza di verde pubblico. L’apprendimento all’aperto può infatti accrescere passione ed entusiasmo degli studenti, oltre a educare al rispetto verso la natura e l’ambiente.

Vi sono poi numerose altre previsioni che attengono allo sviluppo sociale, relazionale e fisico del minore, nonché alla sua salute.

L’impatto delle aree verdi sullo sviluppo di bambini e ragazzi

I benefici del resto sono numerosi e variano in base all’età del minore. Nei primi anni di vita del bambino, diversi studi citati dai ricercatori Unicef hanno segnalato una correlazione tra l’accesso a spazi verdi e un miglioramento della coordinazione motoria, una migliore qualità del sonno, minori rischi per la salute psicofisica.

Successivamente, tra 7 e 11 anni, accanto a un miglioramento nello stato di salute, si rilevano anche migliori performance negli studi. Tendenze che emergono anche in diversi studi centrati sull’adolescenza.

Each child, no matter where they live in the city, should be in easy walking distance from a safe and welcoming public green space. [Trad. it.: Ogni bambino, indipendentemente da dove vive in città, dovrebbe poter raggiungere facilmente a piedi uno spazio verde pubblico sicuro e accogliente.]

Per questi motivi, a nessun bambino dovrebbe precluso l’accesso ad aree verdi. Un diritto che però la carenza di questi spazi nelle città può minare alla radice.

Questa criticità è stata individuata anche per l’Italia dal gruppo di lavoro per la convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel suo 12° rapporto viene indicato come la carenza di verde pubblico sia il secondo problema nella relazione tra ambiente e salute infantile, subito dopo l’impatto dell’inquinamento atmosferico.

Un secondo problema è rappresentato dalla scarsità di spazi verdi cittadini usufruibili dai ragazzi, essenziali per lo sviluppo psicofisico.

Motivi che portano a considerare la presenza di aree verdi sul territorio nazionale un elemento imprescindibile delle politiche per la tutela dell’infanzia.

I divari nord-sud nell’estensione del verde pubblico

Attraverso l’analisi dei dati rilasciati annualmente da Istat e Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, è possibile ricostruire consistenza e composizione del verde urbano delle città.

Nei capoluoghi italiani sono complessivamente oltre 550 milioni i metri quadri di verde urbano nel 2020. In rapporto ai circa 2,7 milioni di minori residenti in queste stesse città, parliamo di 203 metri quadri per ciascun bambino o ragazzo residente.

Un dato medio fortemente variabile tra le aree del paese: nel nord-est i metri quadri per minore sono circa 420, mentre tutti gli altri territori scendono al di sotto di questa media.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 20 Dicembre 2021)

Sono 177 nelle città del centro Italia, 171 in quelle del nord-ovest. La quota scende sotto 130 mq per minore nel sud (129) e nelle isole (123).

Aree verdi rivolte ai minori meno presenti nel mezzogiorno

A cambiare del resto è anche la stessa composizione del verde urbano. Questo infatti non è un insieme indistinto. Comprende innanzitutto i grandi parchi, il verde attrezzato di quartiere, quello storico vincolato, come nel caso di ville, giardini e parchi di interesse storico.

Vi sono incluse anche altre aree verdi direttamente destinate a bambini e ragazzi, come i giardini scolastici o le aree sportive all'aperto.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 20 Dicembre 2021)

Tuttavia, non tutto il verde urbano è rivolto a questa funzione, pensiamo a quello con finalità estetiche e di arredo urbano (ad esempio quello presente nelle rotatorie). Oppure alle aree urbane lasciate incolte. Parliamo di porzioni di territorio con vegetazione spontanea, per cui non sono previste manutenzioni programmate o controlli.

7,45% del verde urbano nelle città italiane è incolto.

Il verde incolto è presente soprattutto nei capoluoghi del mezzogiorno. Nelle città delle isole, lo è oltre il 16% del verde urbano, in quelle del sud la quota supera il 20%. In quest'area del paese, una minore dotazione di verde si accompagna a una maggiore incidenza di quello incolto sul totale. Tipologia che è invece molto più contenuta nel centro-nord (dove rappresenta circa il 4-5% circa).

Nel nord-ovest e nel centro Italia le 3 principali categorie fruibili dai minori (verde storico, parchi urbani e verde attrezzato) rappresentano circa la metà del verde urbano presente, mentre nel resto del paese sono circa il 30-35% del totale.

L’attuale offerta di verde pubblico nelle città italiane

Si tratta di dati che - a loro volta - variano profondamente tra i singoli capoluoghi. Se si sommano le categorie principali (verde storico, verde attrezzato e grandi parchi) l'estensione maggiore si registra in 3 città dell'Italia settentrionale. Si tratta di Gorizia, Pordenone e Monza, con oltre 300 mq per minore residente. Seguono Oristano (237,12 mq per residente con meno di 18 anni) e Sondrio (210,50).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 20 Dicembre 2021)

I capoluoghi con la minore offerta di verde attrezzato, storico e di grandi parchi rispetto ai minori residenti sono Trapani, Isernia, Crotone, Barletta, Andria e Campobasso. In questi territori il dato non raggiunge i 20 metri quadri per minore. In generale, si osserva una spaccatura piuttosto netta tra le città del nord e quelle del sud, in termini di disponibilità del verde pubblico per bambini e ragazzi. Escludendo Matera, Oristano e l’Aquila, i primi 20 capoluoghi italiani per verde attrezzato, storico e parchi per minore si trovano nel centro-nord.

Un divario che emerge anche rispetto alla disponibilità di aree sportive all'aperto. Queste superano i 40 mq per minore a Ferrara, Oristano, Pordenone, Rovigo, Ravenna e Piacenza. A fronte di una media nazionale di 8,7 metri quadrati di aree sportive per minore nei capoluoghi italiani, le città del nord-est raggiungono il dato più elevato: 20,4 mq per residente con meno di 18 anni. Mentre le città meridionali si fermano a circa 5 metri quadri di aree sportive all'aperto per minore.

4,9 mq per minore di aree sportive all'aperto nelle città del sud continentale (contro una media nazionale di 8,7).

Tra i capoluoghi, Reggio Calabria e Como sono quelli con più metri quadri di verde incolto per minore, con rispettivamente 256,26 e 203,36 metri quadri per residente 0-17 anni. In queste 2 città circa il 70% del verde urbano è classificato come incolto, in base ai dati 2020. Seguono, con dati compresi tra i 100 e i 200 mq per minore, Trieste, Cagliari, Perugia, Grosseto e Pescara.

In base al glossario Istat per verde incolto si intendono “aree verdi in ambito urbanizzato di qualsiasi dimensione non soggette a coltivazioni o altre attività agricola ricorrente o a sistemazione agrarie, per le quali la vegetazione spontanea non sia soggetta a manutenzioni programmate e controllo”.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: lunedì 20 Dicembre 2021)

SI tratta di elementi che indicano anche una potenzialità da non trascurare, nella prospettiva di incrementare gli spazi verdi a disposizione di bambini e ragazzi nelle città. Rendendoli effettivamente fruibili per i minori e le famiglie, anche attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Una prospettiva caldeggiata dalle stesse raccomandazioni rivolte da Unicef ai vari livelli decisionali.

Le raccomandazioni per istituzioni nazionali e comunità locali

A fronte dei dati appena visti, appare cruciale la capacità - nei prossimi anni - di riqualificare aree cittadine per consentire una diffusione più capillare di parchi e aree verdi.

In questo senso, il documento Unicef propone diverse raccomandazioni, declinabili tanto a livello nazionale che locale.

Ai governi viene raccomandato di stabilire degli standard minimi di sicurezza e accessibilità degli spazi verdi urbani. Integrando tali previsioni all'interno delle politiche nazionali e monitorandole con un apposito organismo tecnico, formato a livello ministeriale o interministeriale, che presieda anche all'allocazione delle risorse.

Migliorare l'accesso al verde urbano per i minori richiede politiche nazionali e locali.

Gli enti locali dovrebbero includere il punto di vista dei minori nelle regolamentazioni sull'uso del territorio e nelle pianificazioni urbanistiche. In parallelo, è essenziale lavorare - in consultazione con le comunità locali, compresi i minori - per individuare, mappare e ridisegnare gli spazi pubblici esistenti, in modo da renderli più verdi e sicuri. Supportando i gruppi territoriali che si occupano di mantenere tali spazi nel tempo.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sul verde urbano e le aree sportive all'aperto sono di fonte Istat.

Foto: Markus Spiske (unsplash) - Licenza

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L’impatto sull’occupazione dei divari territoriali negli apprendimenti https://www.openpolis.it/limpatto-sulloccupazione-dei-divari-territoriali-negli-apprendimenti/ Tue, 26 Apr 2022 06:08:16 +0000 https://www.openpolis.it/?p=178876 Un basso livello di istruzione rende più vulnerabili nel mondo del lavoro, soprattutto nelle crisi. Perciò migliorare il livello degli apprendimenti degli studenti è così importante. Purtroppo, i dati sui test Invalsi in terza media mostrano come i divari territoriali siano ancora molto ampi.

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In un mondo del lavoro che richiede competenze sempre più elevate, il livello di istruzione è spesso uno degli aspetti che più contribuisce a determinare la stabilità economica delle persone. E quindi anche la resilienza dell’intero tessuto sociale di fronte a possibili crisi.

Tale tendenza era già emersa chiaramente dopo la recessione del 2008. A distanza di pochi anni dall’insorgere della crisi economica, le analisi Ocse mostravano chiaramente come – pur in un incremento generalizzato dei tassi di disoccupazione – fossero soprattutto le persone meno scolarizzate a soffrirne di più le conseguenze.

Al culmine della crisi, gli individui con un livello d’istruzione più basso hanno una probabilità maggiore di essere destinati alla disoccupazione (:..)

E questa stessa tendenza si registra ancora oggi, nello scenario successivo alla pandemia.

Istruzione, apprendimenti e occupazione dopo il Covid

Tra 2019 e 2020, in seguito all’emergenza, il tasso di occupazione è calato per tutti, specialmente per i più giovani. Tuttavia, se tra i 30-34enni con titoli di studio più elevati il calo è stato di pochi decimi, tra i coetanei con al massimo un titolo secondario inferiore la quota è diminuita di oltre 3 punti.

52,5% il tasso di occupazione tra i giovani di 30-34 anni che hanno al massimo la licenza media nel 2020. Era il 56% l’anno precedente.

Si tratta di una tendenza significativa se si considera che anche prima della pandemia il tasso di occupazione era già più basso tra le persone con minore scolarizzazione. Con la pandemia questa dinamica si è rafforzata. Tra i giovani di 30-34 anni con un titolo terziario (laurea o simili) il tasso di occupazione passa dal 78,9% del 2019 al 78,3%, una flessione di 0,6 punti. Tra chi ha un titolo secondario superiore, come il diploma, varia dal 69,5% al 68,2% (-1,3 punti). Con al massimo un titolo secondario inferiore, il calo è stato pari a 3,5 punti percentuali.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 23 Dicembre 2021)

 

Rispetto al 2008 è evidente il calo dell'occupazione tra chi ha un titolo di studio più basso.

In un'ottica di lungo periodo, si osserva chiaramente come sia cambiato il rapporto tra istruzione e lavoro nell'arco degli ultimi 10-15 anni, segnati dalla crisi economica a cavallo tra 2008 e 2012 e poi da quella seguita alla pandemia. Nel 2008 i giovani con al massimo la licenza media erano occupati in quasi 2/3 dei casi. Inoltre, non vi era troppa distanza tra il tasso di occupazione dei diplomati (78,9%) e quello di chi possiede un titolo di studio terziario (78,3%). A distanza di 12 anni, il calo dell'occupazione è stato di oltre 10 punti sia per chi ha al massimo un titolo secondario inferiore (-12,6 punti) che superiore (-10,7). Questi ultimi nel 2020 sono occupati nel 68,2% dei casi, contro il 78,3% dei laureati.

10,1 i punti di svantaggio nel tasso di occupazione dei giovani diplomati rispetto a quelli con un titolo terziario. Erano solo 2,3 nel 2008.

I dati passati in rassegna evidenziano come la questione educativa rappresenti un aspetto imprescindibile per la tenuta sociale del paese. Per questa ragione è necessario che l'offerta educativa e il livello degli apprendimenti conseguiti a scuola aumenti su tutto il territorio nazionale. Pena il rischio che i divari territoriali ed economici esistenti si cristallizzino: con solo alcune aree del paese in grado di crescere e di fare fronte alle fasi di crisi. Fasi che, al contrario, possono diventare esiziali per i territori con minore scolarizzazione.

21,6% il tasso di occupazione dei giovani 18-29 anni in Sicilia, nel 2020 ultima tra le regioni italiane. Nello stesso anno, è stata anche la regione con più abbandoni precoci (19,4%).

Da questo punto di vista, prima ancora degli abbandoni scolastici, un elemento utile per valutare la condizione educativa nelle diverse aree del paese sono i risultati nei test Invalsi. In particolare quelli delle ragazze e dei ragazzi di terza media, ovvero all'ultimo anno prima della scelta del percorso di studi alle superiori. Per chi abbandona precocemente, in molti casi si tratta anche dell'ultimo anno di scuola tout court. Si tratta quindi di un anno cruciale, perché il successo o l'insuccesso scolastico in questa fase è un buon predittore del percorso di studio successivi, o al contrario della propensione a lasciare la scuola. Ma cosa sappiamo su questo fronte?

Le 3 regioni con minore occupazione giovanile (Sicilia, Campania e Calabria) sono anche quelle con gli apprendimenti più bassi in terza media.

I test Invalsi di italiano nell'anno scolastico 2020/21 hanno indicato una notevole polarizzazione tra nord e sud del paese. In termini di macroaree, i risultati maggiori si riscontrano nel nord-est, con risultati medi significativamente superiori rispetto alla media italiana (punteggio pari a 202,5, a fronte di un dato nazionale di 196). Seguono il centro Italia (199,3), il nord-ovest (198,6) e il sud (ripartizione che ai fini Invalsi comprende solo Abruzzo, Campania, Molise e Puglia, con 190,6). Pur nelle differenze, la distanza rispetto alla media nazionale degli apprendimenti non è considerata statisticamente significativa per questi territori. Mentre ha un punteggio significativamente inferiore alla media italiana la ripartizione sud e isole (comprendente Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna).

4 le regioni sotto quota 190 nei punteggi Invalsi di italiano in terza media (a.s. 2020/21): Sardegna (189), Campania e Sicilia (188), Calabria (183).

Gli apprendimenti Invalsi, comune per comune

Scendendo a livello locale, comune per comune, è possibile approfondire meglio la tendenza. In linea con quanto appena rilevato, sono soprattutto i comuni del centro-nord, e in particolare quelli dell'Italia nord-orientale, a mostrare i livelli più alti in termini di apprendimenti in italiano, arrivati in terza media.

I dati presentati per ciascun comune corrispondono al punteggio medio (stima delle abilità secondo il modello di Rasch) su scala nazionale, corretto per il cheating. Il dato non è disponibile se non sono presenti almeno 2 plessi per comune oppure 2 istituti per comune. Nel caso i risultati delle prove fossero stati resi pubblici direttamente dalle scuole il dato è stato restituito anche se relativo a un solo plesso o un solo istituto per comune.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Se si isolano i 15 capoluoghi con i punteggi più alti nei test Invalsi, nessuno si trova nel mezzogiorno. Sono 6 quelli del nord-ovest, peraltro tutte città lombarde: Sondrio, Pavia, Lecco, Como, Monza e Bergamo. Cinque si trovano nel nord-est, tra Veneto e Friuli Venezia Giulia: Belluno, Rovigo, Padova, Pordenone e Udine. Quattro infine appartengono all'Italia centrale: Perugia, Siena, Macerata e Ascoli Piceno.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Viceversa, si trovano quasi tutti nel sud e nelle isole i capoluoghi con i punteggi più bassi per le terze medie in italiano. Spiccano le città siciliane: 6 su 15 (Trapani, Palermo, Messina, Caltanissetta, Catania e Siracusa). Da notare che la sedicesima in classifica sarebbe un altro capoluogo dell'isola: Agrigento, con un dato di un centesimo superiore rispetto a Siracusa (ma nella sostanza a pari merito con quest'ultima). Tra le 15 compaiono anche 4 comuni pugliesi (Taranto, Trani, Barletta e Brindisi), 2 calabresi (Crotone e Vibo Valentia) e uno campano (Napoli).

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Invalsi
(ultimo aggiornamento: giovedì 2 Settembre 2021)

Allo stesso tempo, si può osservare come nella classifica siano presenti anche due citta del centro-nord. Parliamo della piemontese Vercelli e della toscana Prato.

Si tratta di dati che - in una fase come questa - devono essere necessariamente portati all'ordine del giorno nel dibattito pubblico. Intervenire su quello che ragazze e ragazzi apprendono oggi, infatti, significa migliorare le loro prospettive economiche e sociali. E quindi anche quelle dell'intera società nei prossimi anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati sugli apprendimenti è Invalsi.

Foto: Allison Shelley/The Verbatim Agency (EDUimages) - Licenza

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L’importanza di parchi e giardini per bambini e ragazzi nelle città https://www.openpolis.it/limportanza-di-parchi-e-giardini-per-bambini-e-ragazzi-nelle-citta/ Tue, 04 Jan 2022 08:40:25 +0000 https://www.openpolis.it/?p=170853 Il verde pubblico è un elemento essenziale per la qualità della vita nelle città, ma non è un insieme indistinto. Tra le 10 città maggiori, Torino e Firenze sono quelle con più parchi storici vincolati per minore, Milano e Roma quelle con più verde di quartiere. Indietro i capoluoghi del sud.

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Il verde pubblico è una variabile fondamentale per la vivibilità di un territorio. In particolare nelle città, le aree verdi rivestono una serie di funzioni strategiche, che porta a considerarle vere e proprie “infrastrutture verdi” (Ispra 2018).

Da un lato, si tratta di un servizio ambientale: la diffusione del verde contribuisce a mitigare l’isola di calore che si crea nelle aree più urbanizzate. Dall’altro, per la funzione sociale che ricoprono, in quanto luogo di incontro, svago e aggregazione per tutti i cittadini. A maggior ragione per i più piccoli: per bambini e ragazzi la disponibilità di uno spazio verde vicino casa ha un impatto ancora più rilevante sulla qualità della vita complessiva.

Ecco perché è importante capire quale sia la disponibilità di verde nelle città, ma anche la sua effettiva possibilità di utilizzo da parte dei cittadini, adulti e minori. È infatti molto differente se il verde urbano è costituito da parchi e giardini oppure da aree incolte.

Tanti tipi diversi di verde urbano

Attraverso l’analisi dei dati rilasciati annualmente dall’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) è possibile ricostruire proprio questo tipo di aspetti, a partire dalla composizione del verde urbano nelle città.

Il verde urbano non comprende solo giardini e parchi.

Questo infatti non è un insieme indistinto, e si può suddividere in diverse categorie. Parliamo di verde storico in riferimento a quello vincolato dal codice dei beni culturali (ville, giardini e parchi di interesse artistico o storico). Vi sono poi i grandi parchi urbani: spazi verdi non tutelati dal codice, ma comunque riconosciuti di valore dagli strumenti urbanistici locali. Altra componente fondamentale è quella del verde attrezzato: spazi adibiti a giardini di quartiere, con giochi per bambini, cestini, panchine, aree ristoro e simili.

Vanno considerate a parte le aree di arredo urbano, che rappresentano il verde a fine estetico o funzionale (quello presente nelle rotonde, ad esempio, o lungo le piste ciclabili). Così come le aree sportive all’aperto, spazi a servizio ludico ricreativo adibite a campi sportivi e altre strutture simili. Vi sono poi tante altre categorie, dai giardini scolastici a quelli zoologici, dagli orti urbani al verde cimiteriale, dalle aree boschive a quelle incolte.

Operare queste distinzioni è cruciale in una valutazione sulla fruibilità effettiva del verde pubblico. Così com’è importante valutare l’offerta di verde rispetto alla domanda potenziale, in particolare di bambini e ragazzi.

3 su 4 grandi città del mezzogiorno con meno di 100 metri quadri di verde urbano per residente con meno di 18 anni.

Contando tutto il verde urbano, i metri quadri di verde per minore sono oltre 150 a Torino (161,6 mq per residente 0-17 anni), Firenze (157,2), Genova (156,4) e Bologna (155,6). Seguono i due comuni italiani più popolosi, Milano (117,6 mq per minore) e Roma (109,4), con Catania poco distante (108,6). Le 3 città che non raggiungono i 100 mq di verde complessivo per minore sono i maggiori capoluoghi regionali del mezzogiorno: Napoli (69,3), Palermo (68,3) e Bari (62,8).

Ma la classifica in parte cambia se si osserva la composizione del verde urbano. Un aspetto che, inevitabilmente, incide sulla reale fruibilità da parte di bambini e ragazzi.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)


Il verde incolto incide soprattutto in grandi città del sud come Catania e Napoli.

In termini di verde storico vincolato, ovvero le aree sottoposte a tutela ai sensi del codice dei beni culturali, prevalgono Torino (68,1 mq per minore) e Firenze (54,6). Terza Roma, distanziata, con circa 19 metri quadri per residente sotto i 18 anni, seguita da Palermo (15,8).

L'offerta di grandi parchi urbani è maggiore, rispetto ai bambini e ragazzi residenti, a Bologna (71,8 mq per minore). Seguono Milano (48,7), Roma (44,6), Torino (20,7), Napoli e Bari (entrambe a circa 17 mq per ogni residente sotto i 18 anni). Nel verde attrezzato di quartiere prevalgono Milano (33,7 mq per minore), Roma (29,1), Bari (19,8) e Torino (16,8). Tra le aree sportive all'aperto, l'offerta per minore è di gran lunga più ampia a Firenze (31,8 mq per residente con meno di 18 anni), seguita da Torino e Napoli (entrambe a 5,9 mq).

Tra le maggiori città italiane, la presenza di verde incolto caratterizza soprattutto due grandi capoluoghi del sud come Catania (39,9 mq per minore) e Napoli (12,9), seguite da Torino (3) e Genova (2,6).

Parchi, giardini e verde attrezzato: il divario nord-sud

Tenuto conto di queste differenze, abbiamo aggregato tre categorie di verde pubblico: quello attrezzato, quello storico e i grandi parchi urbani. In modo da effettuare un confronto sulla disponibilità per minore nei capoluoghi di provincia italiani.

Emerge una spaccatura abbastanza netta tra le città del nord e quelle del sud, in termini di disponibilità del verde pubblico per bambini e ragazzi. Escludendo Matera, Oristano e l'Aquila, i primi 20 capoluoghi italiani per verde attrezzato, storico e parchi per minore si trovano nel centro-nord.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: giovedì 25 Febbraio 2021)

Al primo posto Matera (con 6.138,84 mq per residente 0-17 anni) che tuttavia, come segnalato anche dalle analisi di Ispra, rappresenta un caso particolare. In questo comune infatti quasi tutto il verde urbano presente è vincolato, per la presenza del parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri. Seguono Gorizia, con oltre 900 metri quadri per minore, Pordenone  (570) e Monza (319,94). Superano i 140 mq per minore anche altre 14 città: Oristano, Sondrio, Venezia, Ferrara, Perugia, L'Aquila, Cuneo, Parma, Padova, Verona, Reggio nell'Emilia, Arezzo, Ravenna e Trento.

13 i capoluoghi con meno di 25 metri quadri per minore. Di questi, 12 si trovano nel mezzogiorno.

In media, poco meno del 12% dei capoluoghi italiani dispone di meno di 25 metri quadri di verde storico, attrezzato o parchi per minore. Una quota che sfiora il 36% nelle isole e il 27% nel sud.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sul verde urbano sono di fonte Istat.

Foto credit: Pixnio - Licenza

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Il ruolo educativo e la presenza delle scuole dell’infanzia https://www.openpolis.it/il-ruolo-educativo-e-la-presenza-delle-scuole-dellinfanzia/ Tue, 05 Feb 2019 10:23:54 +0000 http://www.openpolis.it/?p=34865 L'Ue indica come obiettivo che almeno il 90% dei bambini tra 3 e 5 anni frequenti le scuole dell'infanzia o strutture analoghe. L'Italia supera il traguardo, ma alcuni indicatori segnalano una tendenza al calo.

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La scuola dell’infanzia, frequentata dai bambini tra 3 e 5 anni, è il tassello tra l’asilo nido e la scuola dell’obbligo. La sua funzione educativa, spesso sottovalutata, è fondamentale per lo sviluppo del minore. Frequentarla o meno infatti può fare la differenza sull’apprendimento successivo dei ragazzi.

Le ricerche sull’argomento hanno evidenziato una correlazione positiva tra la partecipazione all’istruzione pre-primaria e i risultati scolastici successivi.

Come emerso anche dalle indagini internazionali che confrontano i diversi paesi, emerge anche con i dati nazionali che l’aver frequentato la scuola dell’infanzia ha un effetto positivo sugli apprendimenti anche tenendo conto del background socio-economico-culturale degli studenti

La scuola dell’infanzia rappresenta quindi un momento di formazione fondamentale, per tutti i bambini. E lo è ancora di più per quelli nati in famiglie in difficoltà, per ridurre il bagaglio di disuguaglianze che spesso si portano dietro. Uno svantaggio che non è solo teorico, ma è testimoniato dalle analisi sui risultati nei test Invalsi.

Anche per queste ragioni, alcuni paesi europei hanno deciso di rendere l’istruzione pre-primaria obbligatoria, anticipando l’obbligo scolastico prima dei 6 anni. Questo ovviamente non significa anticipare l’entrata nella scuola elementare, cosa che non sarebbe adeguata alle necessità di bambini così piccoli. Vuol dire piuttosto garantire a tutti i bambini l’accesso alla scuola dell’infanzia e evitare che si arrivi in prima elementare con divari troppo profondi.

Cosa dicono gli obiettivi europei

Obbligo o meno, c’è comunque un obiettivo europeo a cui tutti i paesi membri devono tendere. Nel consiglio di Barcellona del 2002, infatti, furono fissati due target in termini di offerta di servizi per i bambini in età prescolare.

Gli obiettivi Ue di Barcellona riguardano la diffusione di nidi, servizi e scuole per l'infanzia, da offrire ad almeno il 33% dei bimbi sotto i 3 anni e al 90% di quelli tra 3 e 5 anni. Dopo il Covid sono stati innalzati al 45% e al 96%.
Vai a "Che cosa prevedono gli obiettivi di Barcellona sugli asili nido"

Perciò esiste già un vincolo ad offrire posti nelle scuole dell’infanzia ad almeno il 90% dei bimbi tra i 3 e i 5 anni, analogo a quello del 33% sugli asili nido e servizi prima infanzia. Mentre su quest’ultimo target l’Italia è ancora indietro, rientra tra i paesi virtuosi per la cura della fascia d’età compresa tra 3 anni e la scuola dell’obbligo.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Eurostat
(ultimo aggiornamento: martedì 8 Maggio 2018)

Nella classifica europea, ai primi posti spiccano Belgio (con una percentuale prossima al 99%), Svezia (96,6%) e Danimarca (95,9%). Agli ultimi posti, con il 60% o meno di bambini accolti in strutture pre-primarie, la Grecia e alcuni paesi dell'est (Polonia, Romania, Croazia). L'Italia è nona, e con il 92,6% di bambini tra 3 e 5 anni accolti in scuole d'infanzia supera pienamente il traguardo.

I segnali da non sottovalutare

Questi dati riguardano solo il 2016, ma il raggiungimento dell'obiettivo da parte dell'Italia non è episodico. Da diversi anni oltre il 90% dei bambini frequenta le scuole per l'infanzia. Allo stesso tempo però, pur in presenza di un dato ancora elevato, non mancano i segnali di un possibile arretramento. È stato rilevato nell'ultimo rapporto sul benessere equo e sostenibile, pubblicato lo scorso dicembre:

La partecipazione alla scuola dell’infanzia, nell’anno scolastico 2016/2017, si mantiene su livelli molto elevati, anche se nel contesto di una tendenza negativa avviatasi nell’a.s. 2012/2013

L'indicatore usato nel rapporto bes, a differenza di quello Eurostat (che è ovviamente il riferimento di cui tenere conto per gli obiettivi europei), calcola la percentuale di iscritti alle scuole dell'infanzia solo tra i bambini di 4 e 5 anni. Al netto di questa precisazione comunque, i due indicatori vanno nella stessa direzione: l'Italia supera il 90%.

Ma i dati rilasciati nel rapporto presentato dall'istituto di statistica in dicembre segnalano una tendenza alla contrazione dal 2012.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2018
(ultimo aggiornamento: martedì 18 Dicembre 2018)

Fino all'anno 2011/12, la quota di bambini iscritti oscillava attorno al 95%. Negli anni successivi questa percentuale si è progressivamente contratta, fino al 91,1% rilevabile con gli ultimi dati disponibili. Una percentuale ancora alta quindi, ma con una sensibile tendenza al calo.

Le differenze tra le aree del paese

Su questa evoluzione incidono delle differenze interne al paese. Andando a vedere il dato aggregato per macroaree, non si tratta di divari incolmabili.

Pur in assenza di divari incolmabili, la quota di iscritti alla scuole dell’infanzia è più elevata nel nord.

Nel rapporto bes viene indicata la percentuale di bambini 4-5 anni che frequentano la scuola dell’infanzia. Il dato Eurostat (su cui sono misurati gli obiettivi europei) calcola questo rapporto nella fascia d’età 3-5 anni.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Bes 2018
(ultimo aggiornamento: martedì 18 Dicembre 2018)

Le poche regioni al di sotto del 90% si avvicinano molto a quella soglia, e alcune di fatto la raggiungono, ad esempio Molise (89,7%) e Calabria (89,6%). Ma anche gap non eccessivi fanno emergere comunque una specificità del centro-sud: tutte le regioni al di sotto della media italiana (escluse Lazio e Lombardia) si trovano nel mezzogiorno. Tra le regioni annoverate da Istat nel "mezzogiorno" solo Abruzzo (93,4%) e Sardegna (93,6%) si collocano al di sopra della media nazionale.

L'andamento demografico e il numero di iscritti nelle province

Ma cosa sappiamo su queste tendenze a un livello più locale, meno aggregato? I dati rilasciati sul portale di Istat dedicato al capitale umano consentono di valutare a livello provinciale l'andamento del numero di bambini iscritti nelle scuole dell'infanzia, anche se le informazioni presenti risalgono all'anno 2014.

Nel procedere con l'analisi, va quindi tenuto presente che questi dati non danno conto degli sviluppi più recenti. Inoltre l'andamento degli iscritti è soprattutto conseguenza dell'andamento demografico.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Gennaio 2014)

Nel periodo considerato (2010-14) il numero di bambini in età da scuola dell'infanzia è diminuito nel sud e nelle isole, mentre è aumentato nel centro-nord. Una tendenza che ovviamente si ripercuote sul numero di iscritti anche a livello provinciale.

FONTE: elaborazione openpolis - Con i bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: mercoledì 1 Gennaio 2014)

Tra 2010 e 2014, il numero di iscritti nelle scuole dell'infanzia è infatti aumentato o è rimasto stabile nella maggior parte delle province del centro-nord. Ad esempio, si sono registrati incrementi consistenti nelle province emiliane (Parma, +6,26%; Bologna, +3%; Ravenna, +3,68%, Piacenza, +3,24%), nel Lazio (Viterbo, +3,77%; Latina, +3,91%; Frosinone, +3,75), in alcune toscane (Siena +4,42%; Pisa, +4%; Grosseto +3%) e in altre realtà come Rovigo (+4,9%), Cuneo e Varese (+3%), Mantova (2,75), Monza (2,66%).

Nel mezzogiorno, si segnala la crescita di iscritti in alcune province sarde, in particolare Medio Campidano (+4,7%) e Olbia Tempio (+3%). Ma nella maggior parte delle province del sud il dato decresce in modo consistente. Così come in alcune realtà della Liguria, del Veneto e nelle province di Sondrio, Biella, Verbano-Cusio-Ossola. Sul decremento incide sicuramente il trend demografico segnalato, con la diminuzione dei bambini al sud. Un calo così localizzato da far emergere una chiara spaccatura tra centro-nord e mezzogiorno.

Purtroppo il confronto a livello locale non è su dati abbastanza recenti per poter accertare una tendenza consolidata. Ma su questi aspetti andrà tenuta alta l'attenzione, con lo scopo di mantenere l'Italia al di sopra dell'obiettivo europeo nei prossimi anni.

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I contenuti dell'Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l'impresa sociale Con i Bambini nell'ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell'articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l'obiettivo di creare un'unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. La fonte dei dati utilizzati per l'articolo è Istat.

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