Coronavirus Archivi - Openpolis https://www.openpolis.it/cosa/coronavirus/ Mon, 06 Oct 2025 13:44:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 Cosa sappiamo sulla salute mentale degli adolescenti https://www.openpolis.it/cosa-sappiamo-sulla-salute-mentale-degli-adolescenti/ Tue, 07 Oct 2025 07:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=301238 L'adolescenza è un periodo cruciale per la salute mentale: in questa fase si formano modelli comportamentali che spesso durano tutta la vita. Nuove analisi indagano la condizione dei giovani nel post-Covid, evidenziando la necessità di un approccio organico ai loro bisogni.

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Il prossimo 10 ottobre si celebra la giornata mondiale della salute mentale. Dopo la pandemia, il benessere psicologico di giovani e adolescenti è diventato un argomento frequente nel dibattito pubblico.

Come evidenziato nel rapporto Non sono emergenza, restano però due grandi limiti quando si affrontano questi temi. Il primo è una retorica emergenziale diffusa che tende a descrivere i giovani in modo semplicistico, spesso ignorando la loro reale condizione. Il secondo è la carenza di dati in grado di descrivere in modo sistematico un fenomeno complesso e multifattoriale come quello dei disturbi mentali.

Tuttavia, se nel pieno dell’emergenza pandemica mancavano dati aggiornati su come il fenomeno stesse evolvendo, oggi – a distanza di qualche anno – la letteratura internazionale e nazionale offre punti di riferimento più solidi su cui basare riflessioni, analisi e politiche pubbliche.

Abbiamo approfondito le tendenze recenti attraverso alcuni degli ultimi studi e dati sull’argomento, cercando di ricostruire la situazione per l’Italia con le informazioni oggi disponibili.

L’adolescenza, una fase cruciale per la salute mentale

Una recente ricerca della commissione Lancet sulla salute degli adolescenti, uscita nel maggio 2025, ha dedicato una particolare attenzione alla salute mentale dei più giovani nel post-pandemia. Sottolineando come l’adolescenza sia una fase di crescita esponenziale delle capacità cognitive. Nonché un periodo in cui si cristallizzano – nel bene e nel male – abitudini e modelli comportamentali che spesso restano per tutta la vita.

Comportamenti alimentari e dipendenze, ad esempio, sono evidenziati come strettamente correlati a fattori che hanno origine nell’adolescenza. Questa fase della vita è infatti molto delicata anche per la salute mentale: l’analisi sottolinea che tre quarti dei disturbi che durano tutta la vita insorgono prima dei 24 anni.

Ciò pone una questione per le politiche pubbliche dei diversi paesi. A partire dalla necessità di valutare l’ampiezza di questo tipo di fenomeni e la loro evoluzione nel tempo, specie dopo gli anni dell’emergenza Covid.

Già nel 2021, nel pieno della pandemia, Unicef dedicò il rapporto su La condizione dell’infanzia nel mondo proprio alla questione della salute mentale tra i minori. Evidenziando come a livello globale più di un adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convivesse con un disturbo mentale diagnosticato.

Più di recente, abbiamo già avuto modo di raccontare come sempre la commissione Lancet preveda, in vista del 2030, un peggioramento nel benessere psicologico di ragazze e ragazzi.

42 milioni gli anni di vita in salute che si stima potrebbero essere persi dagli adolescenti nel mondo nel 2030 a causa di disturbi mentali o suicidio (2 milioni in più rispetto al 2015).

Dopo la pandemia, si avverte infatti un rallentamento – a livello mondiale – nel ritmo di crescita di alcuni indicatori di salute tra gli adolescenti, che potrebbe compromettere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Ciò è particolarmente evidente nell’ambito dei disturbi mentali.

La situazione della salute mentale degli adolescenti in Italia

L’interesse nel post-Covid ha portato anche la ricerca in ambito nazionale a interrogarsi e a misurare le tendenze del benessere degli adolescenti nel nostro paese. Tra le indagini più significative, possiamo citare quella promossa dal ministero della salute sui disturbi del comportamento alimentare tra i più giovani e quella sulle dipendenze comportamentali nella generazione Z (i nativi digitali, nati tra la fine degli anni ’90 e il 2012), a cura dell’istituto superiore di sanità.

O ancora quella del gruppo di ricerca su “Mutamenti sociali, valutazione e metodi” (MUSA) dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr, pubblicata quest’anno. Tale analisi ha evidenziato una crescita degli adolescenti che non incontrano i loro amici fuori da scuola, la cui percentuale i ricercatori stimano potrebbe essere quasi raddoppiata dopo la pandemia. Più in generale, il lavoro ha il merito di approfondire l’incidenza anche in Italia del complesso fenomeno del ritiro sociale.

L’hikikomori è una "forma di ritiro sociale patologico o distacco sociale la cui caratteristica essenziale è l’isolamento fisico nella propria casa." Riguarda principalmente, ma non esclusivamente, adolescenti e giovani adulti.
Vai a “Hikikomori (ritiro sociale)”

Appare evidente come la questione dei disturbi mentali possa essere affrontata da vari punti di vista: dipendenze, comportamenti a rischio, violenze, ritiro sociale.

Per avere una visione d’insieme, uno strumento utile è l’indice di salute mentale utilizzato da Istat nell’ambito delle analisi sul benessere equo e sostenibile. Si tratta di una misura di disagio psicologico ottenuta attraverso una sintesi delle quattro dimensioni principali della salute mentale: ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico. L’indice varia tra 0 e 100: più è elevato, migliori sono le condizioni psicologiche.

Utilizzando questo strumento, vediamo che dopo l’inizio della pandemia è proprio tra i più giovani (fascia 14-19 anni) che si è riscontrato il peggioramento più consistente dell’indice di salute mentale. Tra 2020 e 2021 questo è passato da 73,9 a 70,3, un calo di oltre 3 punti in un anno.

L’indice di salute mentale è una misura di disagio psicologico (psychological distress) ottenuta dalla sintesi dei punteggi totalizzati da ciascun individuo di 14 anni e più a 5 quesiti estratti dal questionario Sf36 (36-Item Short Form Survey). I quesiti fanno riferimento alle quattro dimensioni principali della salute mentale (ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico). L’indice varia tra 0 e 100, con migliori condizioni di benessere psicologico al crescere del valore dell’indice.

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat (Bes)
(pubblicati: mercoledì 9 Aprile 2025)

Da allora, si è registrato un miglioramento nel 2022, seguito da un nuovo peggioramento nel 2023 (anno in cui si è attestato a 71). Nel 2024 l’indice di salute mentale è tornato a 71,8. Un miglioramento, ma ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici.

Un problema connesso a esclusione sociale e povertà educativa

Se la salute mentale di alcuni adolescenti resta critica non è una questione di ordine esclusivamente sanitario. Nell’ambito dell’ultima ricerca della commissione sul benessere degli adolescenti di Lancet è stata chiaramente messa in evidenza l’influenza della salute mentale su tutti gli aspetti salienti per la vita di una persona che sta diventando adulta. Dal modo in cui si affrontano norme e strutture sociali ai risultati scolastici, dal passaggio al mondo del lavoro alle relazioni familiari e intime, dalle dipendenze all’esposizione e perpetrazione di violenze e bullismo.

Mental health can profoundly influence how adolescents navigate social norms and structures and can affect educational attainment and the transition into employment, intimate relationships and family formation, exposure to, and perpetration of, violence, and interactions with the digital world.

Nell’immediato, a risentirne sono soprattutto le relazioni sociali, il rendimento a scuola, la qualità nell’uso delle tecnologie e delle interazioni in ambiente digitale. I ricercatori aggiungono però come vi sia crescente consenso in letteratura sul fatto la salute mentale nell’adolescenza sia anche un precursore di un’ampia gamma di esiti nel corso della vita adulta.

Attraverso una revisione sistematica di 237 studi sul fenomeno, emergono solide associazioni tra la salute mentale degli adolescenti, la salute fisica da adulti e problemi di dipendenze. Aspetti che, secondo i ricercatori, rimangono ancora troppo poco esplorati nelle cause ma che devono essere presi in considerazione nell’impostazione di politiche pubbliche rivolte al benessere di minori e adolescenti.

La necessità di un approccio organico al benessere degli adolescenti

Appare evidente quindi come per migliorare la condizione degli adolescenti servano politiche multisettoriali in grado di coinvolgere ambiti diversi: sociale, sanitario, educativo. Per definire queste politiche, però, è fondamentale superare uno dei principali limiti attuali. Vale a dire la carenza di dati territoriali sufficientemente disaggregati, necessari per valutare l’ampiezza di questi fenomeni su scala locale. Mantenendo come punto di partenza irrinunciabile il coinvolgimento diretto dei beneficiari finali: gli adolescenti stessi. Ma quanti sono, e dove vivono, oggi in Italia?

Abbiamo già approfondito in passato che, mentre la definizione di minore discende da una previsione legislativa incontrovertibile (la maggiore età fissata a 18 anni), quella di adolescente è molto più sfumata e variabile a seconda delle fonti e delle necessità di ricerca. Comprensibilmente, visto che per sua natura l’adolescenza è una fase di transizione tra infanzia ed età adulta. Non suscettibile pertanto di confini eccessivamente rigidi.

Se si prende in considerazione la fascia d’età tra gli 11 e i 19 anni, sono 5,1 milioni gli adolescenti in Italia. Ovvero poco meno del 9% dei residenti nel nostro paese.

8,74% dei residenti in Italia ha tra gli 11 e i 19 anni.

Questa quota media mostra una certa variabilità lungo la penisola. Supera il 9% in regioni come Campania (9,7%), Trentino-Alto Adige (9,46%) e Sicilia (9,17%), mentre non raggiunge l’8% in Sardegna, Molise e Liguria.

A livello locale Crotone, con il 9,97% dei residenti tra 11 e 19 anni, è la città capoluogo dove vivono più adolescenti. Seguono Andria, Napoli, Barletta, Palermo, Prato e Vibo Valentia. 

FONTE: elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(ultimo aggiornamento: lunedì 1 Gennaio 2024)

Il capoluogo con minore incidenza di adolescenti è Oristano (6,79%), davanti ad altre 2 città sarde: Carbonia (6,85%) e Cagliari (6,94%). Seguono città del centro-nord come Pavia, Pisa, Ferrara e Bologna, tutte attorno al 7,2% di residenti 11-19enni.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla distribuzione degli adolescenti nei comuni italiani sono di fonte Istat.

Foto: Wang SheeranLicenza

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L’impatto della povertà tra le famiglie monogenitoriali dopo il Covid https://www.openpolis.it/limpatto-della-poverta-tra-le-famiglie-monogenitoriali-dopo-il-covid/ Tue, 07 May 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=287649 I nuclei monogenitoriali, in oltre 8 casi su 10 composti dalla madre sola con figli a carico, sono tra i più esposti alla povertà. In attesa di dati definitivi, la deprivazione sociale in questi nuclei mostra alcuni segnali di aumento.

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Nel 2017, prima dell’emergenza Covid, il 14,9% dei minori di 16 anni in famiglie monogenitoriali viveva una condizione di deprivazione materiale e sociale. Nel 2021, l’incidenza della deprivazione tra bambini e ragazzi in famiglie con un solo genitore è salita di due punti, al 16,9%.

Parliamo di situazioni familiari in cui sono presenti alcuni segnali di fragilità, che possono andare dalla difficoltà di assicurare pasti sani al non poter sostituire gli indumenti, dal non riscaldare adeguatamente la casa all’impossibilità di acquistare giochi oppure permettersi libri o attività di svago.

16,9% dei minori di 16 anni nelle famiglie monogenitore si trova in deprivazione nel 2021. Era il 14,9% nel 2017.

Una crescita contrapposta alla sostanziale stabilità degli altri nuclei familiari. Tra le coppie con figli, l’incidenza della deprivazione materiale e sociale è passata nello stesso periodo dal 12,4% al 12,3%.

Questa tendenza si è rafforzata nella pandemia, ma non è nuova. Le famiglie monogenitoriali – dove in 8 casi su 10 la persona di riferimento è la madre – attraversano in molti casi una maggiore vulnerabilità rispetto alla media.

Attraverso i dati disponibili, approfondiamo composizione, condizione attuale e incidenza sul territorio di questi nuclei.

In oltre 8 casi su 10 sono nuclei con una madre sola

Nel biennio 2021-22 i nuclei composti da un genitore solo con figli rappresentano circa l’11% delle famiglie. Nell’81% dei casi la persona di riferimento è la madre; mentre in quasi il 19% è il padre.

Nel 2042 circa 3 milioni di famiglie potrebbero essere monogenitoriali.

Parliamo di oltre 2,8 milioni di famiglie. In quelle dove la persona di riferimento del nucleo è un uomo – 540mila – si tratta di genitori separati o divorziati (50,2%), vedovi (37%) o celibi (12,8%). Nei circa 2,3 milioni di famiglie dove la persona di riferimento è donna, si tratta di persone separate o divorziate (46,9%), vedove (35,3%) o nubili (17,8%). Secondo le proiezioni di Istat il fenomeno è in crescita: nel 2042, circa 3 milioni di famiglie potrebbero essere composte da monogenitori con figli.

Un ulteriore distinzione può essere fatta rispetto all’età del figlio più piccolo a carico. Si tratta di un minore in circa un milione di famiglie, il 36,1% del totale. In poco meno di 600mila nuclei la fascia d’età va da 18 a 24 anni, mentre in circa il 44% dei casi è una persona di almeno 25 anni.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(consultati: giovedì 4 Aprile 2024)



Su 1 milione e 39mila famiglie monogenitoriali con figli minori, in 290mila il figlio più piccolo ha meno di 5 anni, in 473mila ha tra 6 e 13 anni, in 276mila invece si tratta di adolescenti tra 14 e 17 anni. Nuclei che non di rado vivono un disagio sociale ed economico.

Monogenitori con figli minori più esposti alle difficoltà economiche

Da anni diversi indicatori segnalano questi nuclei come tra i più vulnerabili, per la presenza di un solo genitore con a carico uno o più bambini.

Di recente, l’indagine sulle condizioni di vita dei minori ha segnalato come tra gli under-16 che vivono in una famiglia monogenitoriale sia più frequente una condizione di deprivazione sociale e materiale. Un’incidenza del 16,9% nel 2021, a fronte di una media che tra i coetanei si attesta al 13,5% e scende al 12,4% tra gli under-16 che vivono con entrambi i genitori. La quota peraltro è cresciuta di 2 punti rispetto al 2017, prima della pandemia.

Il rischio povertà o esclusione colpisce ancora di più le madri sole con figli.

Altri indicatori di disagio mostrano come la situazione sia addirittura più grave per le donne sole con figli a carico. Nel 2022, il rischio di povertà o esclusione sociale colpisce il 28,8% dei bambini e ragazzi con meno di 16
anni, valore che supera di oltre 4 punti quello medio della popolazione (24,4%). Nelle famiglie monoparentali raggiunge il 39,1%, rispetto al 27,2% delle coppie con figli minori. Tuttavia, mentre se il monogenitore è uomo l’incidenza del rischio povertà o esclusione cala al 27,6%, quando in famiglia è presente soltanto la madre arriva al 41,3%.

4 su 10 i minori con madre sola a rischio di povertà o esclusione sociale.

Pesano diversi fattori, tra cui la questione abitativa. I nuclei monogenitoriali composti dalla madre e da almeno un minore di 16 anni vivono in affitto nel 31% dei casi. In caso di monogenitore uomo, la quota scende al 26,8%. Allo stesso tempo, le famiglie monogenitoriali con persona di riferimento donna vivono più spesso in abitazioni in usufrutto o in uso gratuito (20,9% a fronte del 8,2%).

Tra i nuclei con monogenitore donne è più frequente la bassa intensità lavorativa. Il 19,2% degli under-16 che vivono con la madre sola vive una situazione familiare di questo tipo, contro una media del 5,9%.

Dove vivono le famiglie monogenitoriali

Attraverso i dati Istat provenienti dalle statistiche sperimentali, che utilizzano fonti amministrative integrate per stimare la composizione delle famiglie per tipologia, possiamo analizzare l’incidenza sul territorio dei nuclei monogenitoriali. Un dato che purtroppo è ricostruibile solo per i comuni con oltre cinquemila abitanti.

Tra i capoluoghi italiani, Nuoro è quello con la maggiore incidenza di famiglie monoparentali (14,1% delle famiglie anagrafiche residenti nel comune nel 2019). Seguono, con almeno il 13% di nuclei monogenitoriali, Avellino, Caserta, Frosinone, Carbonia e Roma.

Il dato, ricostruito attraverso l’integrazione di fonti amministrative, è disponibile solo per i comuni sopra 5.000 abitanti.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (statistiche sperimentali)
(ultimo aggiornamento: venerdì 8 Marzo 2024)



Le città dove l’incidenza è minore sono Andria (7,1%), Monza (8,1%) e Siena (8,4%). Prendendo in considerazione i dati di tutti i comuni, e non solo di quelli capoluogo, spiccano Sant’Agata li Battiati (Catania) con il 15,7% di famiglie monogenitoriali. Superano il 14%, oltre alla già citata Nuoro, anche Grottaferrata (Roma), Macomer (Nuoro), Tremestieri Etneo (Catania) e Monte Porzio Catone (Roma). Mentre non raggiunge il 6% Acate, nel ragusano, con il 5,9%.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati relativi alla distribuzione delle famiglie anagrafiche per tipologia familiare sono stati elaborati a partire da fonte Istat (statistiche sperimentali).

Foto: Bicanski (Pixnio) – Licenza

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Come è cambiata la spesa delle famiglie dal periodo pre-Covid https://www.openpolis.it/come-e-cambiata-la-spesa-delle-famiglie-dal-periodo-pre-covid/ Wed, 17 Apr 2024 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=282501 Il lockdown ha avuto un forte impatto sulle uscite familiari e alla fine della pandemia la situazione si è solo in parte ripristinata. In Ue la spesa è aumentata dell'1% tenendo conto dell'inflazione, in Italia come in altri 4 paesi membri c'è stato un lieve calo.

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La spesa delle famiglie è un elemento fondamentale dell’economia: nel 2022 in Europa ammontava a più della metà (51,5%) del Pil complessivo. Per via della sua importanza, costituisce un interessante indicatore, capace di fornire un quadro del benessere dei cittadini. In Europa, è l’ufficio statistico dell’Ue (Eurostat) che si occupa di monitorare queste uscite.

Nel 2022, mediamente la voce di spesa più gravosa per i cittadini europei è stata quella legata alla casa (costituita principalmente dai costi dell’affitto, ma anche dalle spese di manutenzione e da energia e acqua). Quasi un quarto delle uscite familiari ricadono in questa categoria. Mentre in cibo e bevande non alcoliche si indirizza mediamente quasi il 14% della spesa annua. Significative anche le uscite per i trasporti (12,5% del totale).

La pandemia ha causato dei mutamenti nella spesa familiare. Per molti mesi infatti le attività fuori di casa si sono sostanzialmente ridotte, i ristoranti e i luoghi ricreativi e culturali hanno chiuso e molti viaggi sono stati rimandati. Le attività non essenziali si sono fermate. Ma qual è la situazione ora che l’emergenza sanitaria si è conclusa? Possiamo dire che si è ripristinata la situazione precedente allo scoppio della pandemia?

La spesa aumenta molto debolmente dopo il Covid

Durante il Covid molte attività non essenziali si sono fermate e l’impatto economico di questa situazione di lockdown si può misurare sulle uscite familiari. Queste si sono infatti sostanzialmente ridotte, soprattutto, come si può intuire, le voci relative a ristoranti, viaggi, alberghi, trasporti e attività culturali. Tuttavia, come evidenzia Eurostat, una volta conclusa l’emergenza sanitaria la spesa è tornata ai livelli precedenti e in alcuni casi è anche aumentata.

+11,5% la spesa familiare in Ue dopo il Covid, rispetto a prima.

In questo contesto è però importante evidenziare che diversi beni e servizi hanno subito una forte spinta inflazionistica, come abbiamo documentato in diversi approfondimenti nel corso degli ultimi due anni.

L’inflazione ha colpito proprio le voci di spesa principali.

Le voci maggiormente interessate dai rincari sono state, in diversi momenti, i beni alimentari, i trasporti e i costi legati alla casa (questi ultimi due riconducibili alla forte inflazione dei beni energetici nella prima fase). Queste tre voci hanno visto rincari compresi tra il 28% e il 33% Si tratta anche, come abbiamo accennato, delle principali voci di spesa delle famiglie, pertanto non si può prescindere da questo aspetto se si parla di un incremento delle uscite. Se vogliamo togliere gli effetti dell’inflazione, l’aumento si ridimensiona fino a raggiungere appena l’1%.

I dati si riferiscono alla variazione percentuale delle uscite delle famiglie per voce di spesa tra 2019 e 2022 (ovvero prima e dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19). I dati di riferimento sono espressi in valori concatenati con anno di riferimento 2015 e comprendono tutti i paesi membri dell’Ue.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 14 Marzo 2024)



Su 12 voci di spesa, 9 risultano aumentate tra 2019 e 2022. L’incremento maggiore riguarda le comunicazioni (+11,6%, si tratta inoltre della voce che ha subito la maggiore deflazione, pari al -25%) e la salute (+8,8%). Ma anche le spese per la casa, sia per l’arredo e il mantenimento che per l’energia e l’acqua, hanno registrato una crescita significativa. In calo invece educazione, ristoranti e alberghi e soprattutto i trasporti (-7,8%).

Le uscite delle famiglie italiane

Insieme a Repubblica Ceca, Spagna, Germania e Austria, l’Italia è l’unico paese membro in cui la spesa delle famiglie ancora non è tornata ai livelli pre-Covid. In altri casi si è raggiunto (Romania) o superato (Croazia) un aumento pari al 10%. Nel nostro paese il calo è stato comunque contenuto: -0,8%.

I dati si riferiscono alla variazione percentuale delle uscite delle famiglie italiane, per voce di spesa, tra 2019 e 2022 (ovvero prima e dopo lo scoppio della pandemia da Covid-19). I dati di riferimento sono espressi in valori concatenati con anno di riferimento 2015.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: giovedì 14 Marzo 2024)



Come abbiamo osservato anche per l’Ue nel suo complesso, anche in Italia ad aumentare sono state soprattutto le comunicazioni (+15,8%). A differenza della media Ue, però, la metà delle voci risultano in calo. Quest’ultimo è visibile soprattutto per quanto riguarda trasporti (-9,8%) e ristoranti e alberghi (-10%).

Foto: Gabriella Clare Marinolicenza

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La salute mentale di bambini e ragazzi dopo la pandemia https://www.openpolis.it/la-salute-mentale-di-bambini-e-ragazzi-dopo-la-pandemia/ Tue, 10 Oct 2023 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=237430 Uno dei contraccolpi più gravi dell'emergenza Covid è stato il peggioramento del benessere psicologico tra i più giovani. Nuovi dati, relativi al 2022, mostrano che la situazione potrebbe essere migliorata ma non ancora riassorbita.

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L’impatto della pandemia sulla salute mentale delle persone, in particolare quelle più giovani, è stato uno degli argomenti più dibattuti negli ultimi anni.

Si tratta di aspetti molto complessi da trattare, in cui è sempre presente il rischio di riflessioni basate sull’aneddotica, disancorate dai dati. Questi tuttavia indicano piuttosto nitidamente i segnali di un peggioramento nel benessere psicologico di bambini e ragazzi durante l’emergenza. Un aspetto segnalato a più riprese da esperti e da chi lavora direttamente in questo campo.

Tra 2011 e 2021 siamo passati da 155 a 1.824 visite l’anno di Pronto soccorso ad adolescenti che necessitavano il supporto del neuropsichiatra. Un decennio di crescita esponenziale nelle richieste di aiuto, tanto che già prima del Covid eravamo arrivati a 1.059 accessi l’anno in urgenza, ma il coronavirus ha comportato un’esplosione dei disturbi dell’umore, della depressione e dell’ansia che non rientra e un aumento notevole dei casi di autolesionismo e ideazione suicidaria soprattutto tra le ragazze.

Un quadro che, secondo quanto riportato dalla stessa fonte ad alcuni mesi di distanza, non sembra accennare al calo dopo la fine dell’emergenza.

Dall’inizio della pandemia abbiamo registrato ben +40% di accessi al nostro Pronto soccorso di giovani e giovanissimi. Ma ciò che forse è più rilevante è che questa percentuale non accenna a diminuire, anzi aumenta, e che ben il 70% deriva da tentativi di suicidio o autolesionismo. Sono 387 quelli dell’ultimo anno. Un quadro impressionante anche per noi addetti ai lavori, che conferma come il Covid sia stato solo la spia o il detonatore di un disagio dei nostri ragazzi

Attraverso alcuni degli indicatori disponibili, cerchiamo di approfondire la condizione di salute mentale dei minori, a cavallo della pandemia. Il pericolo maggiore, evidenziato anche da un rapporto dell’autorità per l’infanzia insieme all’istituto superiore di sanità (Iss), è che il peggioramento seguito al lockdown possa cronicizzarsi.

In questo senso sono cruciali il ruolo della prevenzione e la possibilità per le famiglie e i minori che ne hanno necessità di disporre di una rete accessibile di servizi per la salute mentale.

La salute mentale di giovani e minori nel post-pandemia

Come anticipato, misurare un aspetto come questo è una sfida tutt’altro che semplice. Uno strumento a disposizione, utilizzato nell’ambito degli indicatori Bes (benessere equo e sostenibile) è l’indice di salute mentale.

Si tratta di una modalità di misura del disagio psicologico (psychological distress), elaborata da Istat attraverso la sintesi dei punteggi totalizzati da ciascun individuo di almeno 14 anni in 5 quesiti estratti da uno specifico questionario (il Sf36: 36-item short form survey). I quesiti selezionati si riferiscono alle quattro dimensioni principali della salute mentale: ansia, depressione, perdita di controllo comportamentale o emozionale e benessere psicologico. A partire dalle risposte, viene elaborato un indice che varia tra 0 e 100: più è elevato l’indice, migliori sono condizioni di benessere psicologico della persona.

Dopo l’inizio della pandemia, è proprio tra i più giovani (fascia 14-19 anni) che si era riscontrato il peggioramento più consistente dell’indice di salute mentale, passato da 73,9 del 2020 a 70,3 del 2021. I dati del 2022 indicano un primo miglioramento rispetto a quelli dell’anno precedente.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat (Bes)
(pubblicati: giovedì 20 Aprile 2023)



Si tratta di un miglioramento che per adesso appare parziale. Se da un lato quella tra 14 e 19 anni resta la fascia d’età con l’indice di salute mentale più alto, ancora non sembra infatti del tutto riassorbito il calo registrato nel 2021.

Permangono inoltre forti differenze di genere. Tra le ragazze l’indice di salute mentale nel 2022 cresce di molto (69,8, era 66,6 nel 2021), ma resta ben lontano da quello dei maschi (che era 74,1 nel 2021 e ora sale a 75,4). Segnale che tra le ragazze il benessere mentale è più compromesso dopo la pandemia.

L’analisi dell’indicatore di salute mentale, sebbene in media nella popolazione mostri una relativa stabilità, ha messo in luce il forte contraccolpo in termini di benessere psicologico subito negli ultimi due anni dai più giovani, soprattutto dalle ragazze.

Ciò ha un impatto sulla salute complessiva, e quindi sulla qualità della vita della persona a tutto tondo. Anche in termini educativi, ad esempio, un disagio psicologico può condurre a un allontanamento dai percorsi di istruzione e di inclusione sociale.

In ambito educativo, poi, sono stati riscontrati disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione e del linguaggio, disturbi della condotta e della regolazione cognitiva ed emotiva, oltre a paura del contagio, stato di frustrazione e incertezza rispetto al futuro, generando insicurezza e casi di abbandono scolastico.

Tale impatto purtroppo risulta molto spesso differenziato anche in base alle possibilità economiche della famiglia e alla presenza di servizi sociali e sanitari sul territorio.

Le disparità sociali nella possibilità di cura

L’aumento delle richieste di aiuto nel corso della pandemia ha infatti in diversi casi messo in evidenza alcune carenze di sistema, in termini di capacità di risposta. Criticità che spesso pre-esistevano all’emergenza Covid e che con questa sono esplose. Un aspetto sottolineato sulla pagina istituzionale dell’autorità garante dell’infanzia (Agia).

Bambini, ragazzi e famiglie si sono trovati spesso costretti a rivolgersi ai privati con impegni economici rilevanti e difficilmente sostenibili, che hanno aumentato le disuguaglianze.

Uno studio di Iss e Agia ha messo in guardia dal rischio di cronicizzazione dei disturbi emersi in pandemia.

Questa tendenza è direttamente connessa al rischio che situazioni di disagio o di peggioramento nel benessere psicologico, se non adeguatamente seguite e trattate, possano cronicizzarsi. Condizionando così la vita di minori, giovani e adolescenti.

Per questo motivo la possibilità di accesso a servizi e centri dedicati è cruciale, tanto in termini economici quanto proprio di diffusione territoriale. Un aspetto che è importante ricostruire, come premessa dell’efficacia degli interventi.

Una mappatura dei centri di cura dei disturbi alimentari

I disturbi dell’alimentazione (Da) – come anoressia, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating) – sono alcuni degli aspetti riscontrati più di frequente nel corso della pandemia da neuropsichiatri infantili, pediatri, assistenti sociali, psicologi, pedagogisti e docenti. È quanto è emerso nella campagna di ascolto dei professionisti promossa dall’Agia, rispetto ai segnali di peggioramento della salute mentale di ragazze e ragazzi.

I professionisti interpellati hanno riferito di disturbi del comportamento alimentare, ideazione suicidaria (tentato suicidio e suicidio), autolesionismo, alterazioni del ritmo sonno-veglia e ritiro sociale.

Una mappatura promossa dall’istituto superiore di sanità consente di ricostruire a livello territoriale la disponibilità di centri dedicati alla cura dei disturbi alimentari in supporto alle azioni del ministero della salute.

Questi centri possono offrire prestazioni e servizi di diversa natura. Dagli ambulatori convenzionali, per le diagnosi e le terapie specialistiche, a strutture semiresidenziali o di ricovero.

Isolando i centri che offrono terapia ambulatoriale specialistica, sono oltre 100 quelli presenti in Italia, variamente diffusi sul territorio nazionale.

Trattandosi di una registrazione volontaria, non è detto che quelli censiti da Iss corrispondano all’intero universo di riferimento. Premesso questo limite, è tuttavia possibile ricostruire alcuni aspetti interessanti su come si articola l’offerta sul territorio.

Le informazioni presentate sono state raccolte dalla piattaforma di mappatura territoriale dei centri dedicati alla cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

Ai fini dell’elaborazione, sono presentate le strutture di terapia ambulatoriale specialistica (convenzionale) raccolte dalla mappatura Iss. Dal momento che la registrazione dei servizi nella piattaforma ha carattere volontario, quanto riportato potrebbe non essere esaustivo della realtà territoriale.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Iss
(consultati: giovedì 8 Giugno 2023)



Circa il 37% delle strutture censite prende in carico tutte le fasce demografiche: bambini (0-14 anni), adolescenti (15-17) e maggiorenni.

Un ulteriore 10,7% si occupa solo di persone tra 0 e 17 anni, l’1,8% è dedicato agli adolescenti, mentre lo 0,9% è dedicato solo agli infraquattordicenni. Per un 13% totale di servizi destinati esclusivamente ai minori.

Circa un terzo delle strutture si occupa di adulti e di adolescenti con almeno 15 anni, mentre il restante 16% si rivolge esclusivamente ai maggiorenni.

Queste quote variano sul territorio nazionale: in Abruzzo e Lombardia oltre il 30% delle strutture censite è dedicato solo ai minori, a fronte di una media del 13%. Raggiungono il 20% anche Sardegna, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige.

1 su 3 i centri rivolti a minori in cui è prevista la possibilità di prima visita gratuita.

In media circa un terzo delle strutture prevede la possibilità di prima visita gratuita: 30,4% considerando l’insieme dei centri, 33% isolando solo quelli accessibili (anche o solo) ai minori.

Questa quota raggiunge il 75% in 3 regioni: Sicilia (100% dei centri rivolti anche ai minori), Friuli-Venezia Giulia e Puglia (entrambe al 75%).

I Da, un segnale sulla salute mentale di ragazze e ragazzi

I disturbi del comportamento alimentare sono uno dei segnali – non l’unico – da tenere presenti nel monitorare la condizione di benessere mentale di ragazze e ragazzi.

Come riporta l’Iss, studi epidemiologici internazionali hanno riscontrato un aumento dell’incidenza dei disturbi alimentari tra le giovani ragazze di età compresa tra 12 e 25 anni.

In Occidente, Italia inclusa, si stima una prevalenza dell’anoressia dello 0,2-0,8% e della bulimia di circa il 3%, con un’incidenza dell’anoressia di 4-8 nuovi casi per anno su 100.000 individui e di 9-12 per la bulimia, con un’età di esordio tra i 10 e i 30 anni, e un’età media di insorgenza di 17 anni. Attualmente questi disturbi rappresentano un importante problema di salute pubblica dal momento che risultano in continuo aumento.

L’investimento sulla diagnosi e sulla cura di questi disturbi è cruciale perché – sottolinea sempre l’Iss – una loro cronicizzazione incide in modo negativo sulla salute per tutta la vita, con il rischio di “danni permanenti a carico di tutti gli organi e apparati dell’organismo”.

Scarica, condividi e riutilizza i dati

I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. Le informazioni relative alle strutture di terapia ambulatoriale specialistica (convenzionale) per i disturbi alimentari sono di fonte Iss. Sono state raccolte dalla piattaforma di mappatura territoriale dei centri dedicati alla cura dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione.

Foto: Abigail (Unsplash)Licenza

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I flussi turistici post pandemia https://www.openpolis.it/i-flussi-turistici-post-pandemia/ Thu, 24 Aug 2023 07:05:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=269732 I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il turismo dopo la pandemia“. Ascolta il nostro podcast su Radio Radicale

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I dati sono un ottimo modo per analizzare fenomeni, raccontare storie e valutare pratiche politiche. Con Numeri alla mano facciamo proprio questo. Una rubrica settimanale di brevi notizie, con link per approfondire. Il giovedì alle 7 in onda anche su Radio Radicale. Leggi “Il turismo dopo la pandemia“.

65%

i cittadini europei che avevano fatto almeno un viaggio nel 2019. Il turismo impatta sugli stati europei da diversi punti di vista. Ha ovviamente un importante valore economico ma anche l’elemento culturale non deve essere sottovalutato. Viaggiare infatti consente di entrare in contatto con nuove realtà e conoscere nuove cose. Prima della pandemia, oltre la metà dei cittadini europei aveva fatto un viaggio personale comprensivo di almeno un pernottamento, in un qualsiasi paese del mondo compreso il proprio. Nel 2021 la cifra è stata complessivamente più bassa (56% circa). Vai all’articolo.

572,4 miliardi €

il valore economico aggiunto del turismo in Ue, nel 2022. Il cosiddetto Eva rappresenta la differenza tra il reddito operativo netto e il costo del capitale impiegato per la produzione di un bene o un servizio. Il comparto turistico contribuisce a questo indicatore per il 4,5% del totale a livello Ue. Il paese in cui il turismo pesa di più sul totale del valore economico aggiunto è la Croazia (11,3%). Seguono Portogallo e Spagna (con rispettivamente l’8,1% e il 6,9%) e al quarto posto c’è l’Italia (6,2%). Mentre i valori più bassi li riportano Lussemburgo e Belgio, con quote inferiori al 2%. Vai al grafico. 

4,5 milioni

i posti di lavoro nell’industria del turismo in Italia nel 2022. Si tratta del valore più alto a livello europeo secondo il report statistico “Tourism satellite accounts” di Eurostat. Il secondo valore più alto, molto distante, è quello della Spagna che si attesta a circa 2,7 milioni di posti di lavoro. Vai all’articolo.

+50%

i pernottamenti in strutture ricettive in Ue tra 2021 e 2022. Il settore del turismo è stato tra quelli maggiormente danneggiati dalla pandemia. Oltre al disincentivo rappresentato dalla circolazione del virus, molti stati hanno temporaneamente chiuso i propri confini al turismo e per molti altri mesi i transiti sono stati soggetti all’esibizione di prove di vaccinazione. Nel periodo post-pandemico la situazione sta però gradualmente tornando alla sua configurazione precedente. Tra 2021 e 2022 infatti sono sostanzialmente raddoppiati i pernottamenti nelle strutture ricettive all’interno dell’Unione europea. Vai all’articolo.

2,7 miliardi

i pernottamenti presso strutture ricettive nei paesi membri dell’Ue. Abbiamo già visto che complessivamente i flussi turistici tra 2021 e 2022 sono sostanzialmente raddoppiati ma l’aumento è ancora più marcato se si considerano esclusivamente i viaggi non domestici (+43% circa tra 2020 e 2021 e +101% tra 2021 e 2022). Il maggior numero di pernottamenti si è registrato in Spagna (quasi 452 milioni di pernottamenti). Seguono Francia (quasi 450) e Italia (412). È sempre quello spagnolo il valore più alto se si considerano i primi 5 mesi del 2023 (quasi 43 milioni). Seguono Germania (circa 42 milioni), Francia (più di 27 milioni) e Italia (circa 26 milioni). Vai al grafico. 

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Il turismo dopo la pandemia https://www.openpolis.it/il-turismo-dopo-la-pandemia/ Wed, 23 Aug 2023 05:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=268475 Il turismo è un'attività molto importante: favorisce gli scambi culturali e porta risorse economiche. Il settore ha subito duramente l'impatto della pandemia ma tra 2022 e 2023 i flussi sono aumentati. Anche se i rincari pesano sul potere di acquisto di chi viaggia.

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Più della metà della popolazione europea partecipa in qualche modo al turismo. Prima della pandemia circa il 65% dei residenti dell’Unione aveva fatto un viaggio personale comprensivo di almeno un pernottamento, in un qualsiasi paese del mondo compreso il proprio (2019). Un dato che si attestava all’85% nei Paesi Bassi e a meno del 29% in Romania. Nel 2021 la cifra è stata complessivamente più bassa (56% circa).

Il settore ha infatti subito duramente l’impatto della pandemia. Oltre al disincentivo rappresentato dalla circolazione del virus, molti stati hanno temporaneamente chiuso i propri confini al turismo e per molti altri mesi i transiti sono stati soggetti all’esibizione di prove di vaccinazione. Nel periodo post-pandemico la situazione sta però gradualmente tornando alla sua configurazione precedente.

Tra 2021 e 2022 infatti sono sostanzialmente raddoppiati i pernottamenti nelle strutture ricettive all’interno dell’Unione europea. Anche il nostro paese ha fatto registrare un graduale ritorno ai ritmi pre-Covid anche se le associazioni di categoria hanno segnalato alcune difficoltà per quanto riguarda il 2023. Per avere un quadro completo della situazione dovremo attendere i dati consolidati di quest’anno ma certamente l’aumento dei prezzi legati all’inflazione e anche il clima estremo di questi mesi hanno avuto un peso importante sulle scelte degli italiani. Sono infatti questi ultimi in particolare ad aver preferito altre mete rispetto alle località turistiche nazionali. Mentre i flussi provenienti dall’estero sembrerebbero, per il momento, non aver risentito di queste dinamiche.

Il turismo a ridosso della pandemia

Nel 2022 Eurostat ha registrato circa 2,7 miliardi di pernottamenti presso strutture ricettive nei paesi membri dell’Ue (poco meno di 1,2 miliardi al di fuori del proprio stato di residenza). Riportando un forte aumento rispetto all’anno precedente, in cui erano ancora in vigore alcune restrizioni Covid.

+50% le notti in strutture turistiche in Europa tra 2021 e 2022.

Già il dato del 2021 segnava un aumento del 29% circa rispetto al 2020. Ancora più marcate le variazioni se consideriamo soltanto i viaggi non domestici (+43% circa tra 2020 e 2021 e +101% tra 2021 e 2022).

I dati si riferiscono al numero di notti passate presso strutture ricettive in Ue ogni mese tra aprile 2019 e maggio 2023. Sono considerati i pernottamenti presso alberghi e campeggi, mentre sono escluse perché non rilevabili le notti passate informalmente presso conoscenti. Si considera sia il turismo domestico che i pernottamenti all’estero.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: lunedì 7 Agosto 2023)


Come si può vedere dal grafico, il turismo subisce sempre delle forti variazioni stagionali. D’estate, soprattutto nel mese di agosto, si registrano dei forti picchi, mentre i valori sono minimi nel periodo invernale.

Si può notare anche una marcata variazione a ridosso del periodo pandemico, quando i valori sono calati drasticamente, con il punto più basso ad aprile 2020 (9,8 milioni di notti in strutture ricettive in tutta l’Ue). I dati si sono mantenuti bassi anche nell’inverno 2021 (dopo una ripresa estiva). Nel 2022, i valori sono ritornati ad essere paragonabili a quelli pre-pandemici. Con un picco di 480 milioni di notti nel mese di agosto, inferiore di appena 2 milioni rispetto allo stesso mese nel 2019.

Durante la pandemia sono diminuiti soprattutto i viaggi non domestici.

Un altro elemento che ha subito dei cambiamenti durante la pandemia, come prevedibile, è stata la quota di viaggi condotti all’estero, anche a causa della chiusura al turismo dei confini statali. Tra maggio e dicembre del 2019, prima dell’emergenza sanitaria, circa la metà delle notti era trascorsa all’estero (la quota scendeva intorno al 40% tra novembre e dicembre). Bisogna anche considerare che più spesso i viaggi domestici si svolgono in giornata (e non prevedono quindi pernottamenti) oppure presso amici o parenti. Ad aprile 2020 la quota di pernottamenti all’estero (comunque all’interno dell’Ue) è scesa al 15,4% e a maggio al 10,3%. Nell’estate 2021 c’è stata una ripresa (con valori tra il 25% e il 33%). Soprattutto dall’estate 2022 in poi, i dati si sono riavvicinati al 50%, come era prima dello scoppio della pandemia.

A maggio 2023 il numero più elevato di pernottamenti si registra in Spagna (quasi 43 milioni). Seguita da Germania (circa 42 milioni), Francia (più di 27 milioni) e Italia (circa 26 milioni). Anche complessivamente nel 2022 (per tutta la durata dell’anno) il valore più alto è quello spagnolo (quasi 452 milioni di pernottamenti). Seguono Francia (quasi 450) e Italia (412).

Il turismo è un’attività economica fondamentale per molti stati Ue

Oltre a essere un elemento importante nell’Unione europea – per la comunicazione tra stati e popoli e lo sviluppo culturale – il turismo ha anche un importante valore economico. Costituisce un arricchimento su più livelli.

Il suo valore economico varia molto da stato a stato, sia in termini assoluti che in rapporto al valore economico aggiunto totale. Per esempio, come si rileva nel report statistico Tourism satellite accounts di Eurostat, in Italia ci sono 4,5 milioni di posti di lavoro nell’industria del turismo (il record europeo).

In totale nel 2022 il settore ha portato più di 500 miliardi di euro in valore economico aggiunto, ovvero il 4,5% del totale.

572,4 miliardi di euro il valore economico aggiunto del turismo in Ue, nel 2022.

Si fa riferimento alla quota di valore economico aggiunto totale coperta dal settore turistico negli stati membri dell’Ue. Non sono disponibili per il 2022 i dati di Bulgaria, Grecia, Ungheria, Malta e Polonia.

FONTE: elaborazione openpolis su dati Eurostat
(pubblicati: venerdì 14 Aprile 2023)



Il paese in cui il turismo pesa di più sul totale del valore economico aggiunto è la Croazia (11,3%). Seguono Portogallo e Spagna (con rispettivamente l’8,1% e il 6,9%) e al quarto posto c’è l’Italia (6,2%). Mentre i valori più bassi li riportano Lussemburgo e Belgio, con quote inferiori al 2%.

Foto: Vidar Nordli-Mathisenlicenza

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Le mascherine lasciate nei magazzini dopo la fine della pandemia https://www.openpolis.it/le-mascherine-lasciate-nei-magazzini-dopo-la-fine-della-pandemia/ Mon, 26 Jun 2023 20:15:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=262920 Miliardi di prodotti per la protezione individuale giacciono nei depositi. Il governo ha provato a venderli, finora senza successo. Ne abbiamo parlato in un servizio in onda su Report, trasmissione d'inchiesta di Rai 3.

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A causa della pandemia miliardi di dispositivi di protezione individuale giacciono nei magazzini. Il governo ha provato a venderli ma finora senza successo. Il costo per il loro stoccaggio è alto.

È questa l’estrema sintesi di un servizio, durante il quale siamo intervenuti, andata in onda oggi in esclusiva Report, trasmissione d’inchiesta di Rai 3.

È quanto emerge a 15 mesi dalla fine dello stato di emergenza, attivo per oltre due anni, e con il parlamento che – nonostante le dichiarazioni della politicanon ha ancora istituito una commissione d’inchiesta sul Covid.

Infatti, ci sono 4 distinte proposte di legge in tal senso, di cui solo due hanno avviato l’iter (una della maggioranza e l’altra proposta da Azione-Italia viva) e peraltro finora si sono fermate alla camera.

2 miliardi di mascherine nei magazzini

A partire da luglio 2022, poco dopo la fine dello stato di emergenza dichiarato due anni prima a causa del Covid-19, sia il governo Draghi che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni hanno pubblicato 5 diverse manifestazioni di interesse, con lo scopo di vendere il materiale stoccato nei magazzini gestiti da Sda, la società di logistica e trasporto merci di Poste Italiane.

Parliamo di oltre 2 miliardi di mascherine, circa 135 milioni di guanti, 65 milioni di siringhe, quasi 15 milioni di tute di protezione e molto altro materiale. In tutto quasi 250mila metri cubi di prodotti, stoccati in 29 magazzini localizzati in diverse aree del paese.

Lo stoccaggio e il deposito di questa ingente mole di dispositivi di protezione costa circa 855mila euro al mese, finanziati dalla “unità per il completamento della campagna vaccinale e per l’adozione di altre misure di contrasto alla pandemia”, organo della presidenza del consiglio dei ministri.

Si tratta di parte degli importi assegnati a Sda attraverso i bandi nel periodo di emergenza. Un aspetto importante del periodo pandemico, che sulle pagine di openpolis abbiamo raccontato per tutto il periodo emergenziale, attraverso il nostro osservatorio indipendente sul Covid-19.

Le spese per l’emergenza.

Naviga. Cerca. Scarica i dati.

A pochi giorni dalla fine dello stato di emergenza, risultavano affidati a Sda 5 lotti per un’aggiudicazione complessiva di 380 milioni di euro, di cui la maggior parte (220 milioni) impiegati per il trasporto dei vaccini anti-Covid. Al 31 marzo scorso il governo aveva liquidato a Sda quasi 290 milioni di euro.

Sono anche importi di tale rilevanza ad aver indotto prima l’esecutivo Draghi e poi il governo Meloni a tentare di vendere il materiale, pubblicando manifestazioni di interesse prima a luglio e novembre 2022, e poi nello scorso febbraio. Tutti avvisi che hanno ottenuto esito negativo.

Così, il 2 maggio il governo sembra aver cambiato strategia: nell’ultima manifestazione, infatti, l’esecutivo emette un “avviso pubblico per la donazione di materiali per uso sanitario e DPI in favore delle PPAA, degli Enti e Organismi no-profit“.

Questa Unità […] all’esito dell’espletamento di un’indagine di mercato volta a verificare l’interesse degli operatori economici all’acquisto di mascherine chirurgiche e altri materiali di interesse sanitario, che ha avuto esito negativo, intende donare diverse tipologie di materiali per uso sanitario e DPI, stoccati presso i magazzini a gestione SDA

Le mascherine di Fca giacciono nei magazzini

Attraverso il nostro osservatorio sui bandi nella pandemia, abbiamo rilevato che nei due anni di emergenza sono stati indetti più di 18mila lotti per 24,5 miliardi di euro, di cui oltre 22 miliardi attraverso procedure semplificate.

Parliamo di bandi indetti per l’acquisto di materiali, beni e servizi necessari a fronteggiare l’emergenza.

FONTE: openpolis – osservatorio bandi Covid
(ultimo aggiornamento: mercoledì 11 Maggio 2022)



Tra gli 8,9 miliardi di euro banditi per l’acquisto di mascherine e altri dispositivi di protezione individuale, c’è anche un lotto per quasi 750 milioni di euro, aggiudicato nel luglio 2020 a Fiat Chrysler Automobiles Italy (Fca). Dal punto di vista economico, si tratta del bando più rilevante del periodo pandemico, se escludiamo i lotti di vaccini acquistati tramite accordi con le istituzioni europee.

748,8 milioni € è l’importo che si è aggiudicato Fca Italy per la fornitura di mascherine.

Parte di quella fornitura è attualmente depositata nei magazzini, come ribadito nelle determine con cui il governo rende pubblica la volontà di vendere, e in subordine donare, il materiale acquistato, mai distribuito e oggi in giacenza a pagamento nei locali gestiti da Sda.

È possibile vedere il servizio andato in onda su Report qui.

Foto: regione Puglia

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Un punto di vista originale sul paese negli anni della pandemia https://www.openpolis.it/esercizi/un-punto-di-vista-originale-sul-paese-negli-anni-della-pandemia/ Wed, 21 Jun 2023 08:25:57 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=237116 Il rapporto finale dell'attività di data journalism e monitoraggio civico del progetto Ripartire, svolta in 5 scuole superiori di tutta Italia tra 2020 e 2023.

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L’esperienza di Ripartire: non solo dati

Ripartire (rigenerare la partecipazione per innovare la rete) è un progetto selezionato dall’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo nazionale per il contrasto alla povertà educativa.

Iniziato nel 2020, ha coinvolto gli studenti di 5 scuole superiori in territori diversi d’Italia. Da città come L’Aquila, Ancona e Pordenone a piccoli comuni come Trebisacce (in provincia di Cosenza) e quartieri periferici come Borghesiana (zona urbanistica del comune di Roma).

Il report in formato pdf

Il progetto consiste in tre anni di formazione in cui ragazze e ragazzi, partecipando a varie attività, hanno modo di sviluppare competenze civiche e sociali e sperimentare metodologie di cittadinanza attiva, nella scuola e nella comunità. Una partnership che ha coinvolto, oltre a Openpolis, partner nazionali tra cui ActionAid e partner locali radicati in ciascuno dei territori.

In questo quadro, Openpolis ha portato avanti con gli studenti l’attività di data journalism e monitoraggio civico. Un percorso che ha previsto diverse fasi.

20 classi coinvolte nel percorso di data journalism e monitoraggio civico con Openpolis.

In primo luogo quella di capire insieme a studenti e insegnanti quali siano i problemi concreti nell’offerta di servizi e opportunità nella loro zona. Dai trasporti alla sanità, dalla condizione dei parchi alla presenza di luoghi di aggregazione, dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione delle strade.

Successivamente, quella di scegliere con i ragazzi quali servizi approfondire, selezionandoli in un processo partecipativo che li vedesse direttamente protagonisti. Infine, analizzare e indagare ciascun aspetto attraverso i dati: raccolti, analizzati, interpretati e rappresentati dagli stessi studenti in articoli di data journalism, con mappe, grafici ed esperienze dirette.

Questo percorso ha permesso agli studenti di impratichirsi nell’uso di strumenti digitali e di analisi dei dati, per mappare e approfondire la situazione del loro territorio rispetto all’offerta di servizi. Non solo, unendo alle competenze tecniche la loro specifica prospettiva di riflessione, i ragazzi hanno potuto far emergere nei loro articoli le criticità e le mancanze individuate, con opinioni e informazioni uniche e originali. Portandole all’attenzione della comunità educante e dei decisori a livello locale. L’impegno dei ragazzi è stato cruciale per il raggiungimento di questi obiettivi, così come quello di partner locali e insegnanti, con cui ci siamo confrontati passo dopo passo nel corso di tutta l’attività.

23 i diversi servizi, opportunità e fenomeni indagati dagli alunni in modo trasversale.

Quando i temi scelti dagli studenti erano poco più che titoli di una ricerca, non pensavamo che questo percorso ci avrebbe trasmesso così tanto. Non solo per l’esperienza umana di confrontarsi con ragazze e ragazzi in scuole dislocate lungo l’intera penisola. Ma anche per il momento storico in cui questo progetto si è svolto: nel pieno dell’emergenza Covid.

Lo sguardo degli adolescenti sull’Italia a cavallo della pandemia

Sembra passato un secolo da quando, nel 2019, cominciammo a pianificare insieme agli altri partner il progetto Ripartire. Nel frattempo è trascorso il periodo che, nella storia mondiale recente, ha senza dubbio inciso di più sulla vita delle persone. E in particolare di bambini e ragazzi, compromettendone non solo la quotidianità ma anche le stesse esperienze di crescita.

Dalla possibilità di andare a scuola e frequentare le lezioni in presenza a quella di vedere gli amici nel tempo libero, fino alla fruizione di momenti culturali, sportivi, sociali. Nessun ambito del loro sviluppo personale è stato risparmiato.

Le restrizioni e le chiusure imposte per contenere i contagi hanno costituito una sfida enorme per tutte le attività di Ripartire. Progettate prima dello scoppio della pandemia, hanno infatti preso il via proprio con l’anno scolastico 2020/2021. Da un punto di vista operativo, questo ci ha portato ad adattare gli incontri alle modalità previste dalla didattica a distanza. A livello di contenuti, è diventato necessario impostare il percorso di monitoraggio civico includendo tutti quei cambiamenti drastici in tema di servizi, causati da chiusure, obblighi di distanziamento e altre misure preventive. Parlando di musei, cinema e teatri, molte volte è emerso il tema delle perdite economiche dovute al periodo pandemico. Così come discutendo di parchi e verde urbano, ragazze e ragazzi hanno sottolineato la funzione sociale di queste aree, in un momento in cui stare vicini in spazi chiusi non era possibile.

Oltretutto non si può non sottolineare l’opportunità di entrare in contatto con adolescenti di diverse parti d’Italia, in un momento storico così drammatico. Ragazze e ragazzi accomunati dall’età e spesso uniti dagli stessi interessi e passioni. Nonché dalle preoccupazioni per il futuro, a partire dai timori per il Coronavirus e dall’incertezza sulla fine dell’emergenza. Eppure così differenti per provenienza geografica, contesto sociale di riferimento, esperienze vissute quotidianamente.

Perciò non appare secondario l’interesse per gli oggetti di ricerca di volta in volta individuati dagli studenti, prima ancora di soffermarci – nei prossimi capitoli – sull’esito delle loro analisi.

FONTE: elaborazione openpolis
(ultimo aggiornamento: mercoledì 15 Marzo 2023)



Sono molti i temi risultati ricorrenti nelle aree di progetto, in alcuni casi in modo addirittura unanime: è il caso dell’attenzione al trasporto pubblico. Tuttavia, in ciascuna località, gli stessi aspetti sono stati declinati in modo completamente diverso, come approfondiremo nei prossimi capitoli.

Un lavoro collettivo di discussione e analisi

Nel corso di questo report, metteremo in luce – con le chiavi di lettura scelte dai ragazzi e valorizzando il contributo delle loro analisi – le questioni considerate più salienti nelle 5 aree di progetto. Dalla mobilità sostenibile alla disponibilità di aree verdi e di luoghi per fare sport, dall’offerta culturale alla prossimità dei servizi.

Per ciascuno di questi temi, mostreremo quanto emerso dai lavori delle classi in relazione ai singoli territori. Si tratta di un punto di vista inedito, di cui preme sottolineare l’assoluta originalità dato che il lavoro di raccolta e di analisi dei dati – pur supportato da analisti, educatori e insegnanti – è stato condotto e guidato direttamente dai ragazzi, in base ai loro interessi di ricerca.

Come ultimo aspetto, non è irrilevante sottolineare come questa sia stata l’occasione per entrare in contatto con i punti di forza e di debolezza che caratterizzano la scuola italiana nella sua quotidianità. Dalle classi più reattive, dove tutti gli studenti riescono a lavorare in gruppo in modo affiatato. A quelle più difficili, dove convivono nuclei di studenti “avvantaggiati” con altri compagni che fanno più fatica e devono essere seguiti individualmente.

Il fulcro di questo report è il lavoro di tutte le classi coinvolte nella nostra attività di data journalism e monitoraggio civico, di cui saranno passati in rassegna i lavori più rappresentativi, non necessariamente i migliori. Questo percorso ha infatti avuto nel contributo di tutte e tutti il requisito essenziale. Anche per questa ragione, è stata un’esperienza per noi così straordinaria a livello umano.

Foto: Progetto Ripartire

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Il lento ritorno al museo nel post-pandemia https://www.openpolis.it/il-lento-ritorno-al-museo-nel-post-pandemia/ Tue, 16 May 2023 07:00:00 +0000 https://www.openpolis.it/?p=232211 Nel 2021 sono tornate ad aumentare le visite ai musei ma siamo ancora lontani dai livelli pre-pandemici, soprattutto per i minori. Solo il 41% delle strutture ha svolto laboratori e percorsi tematici dedicati a bambini, ragazzi e scolaresche.

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La pandemia ha comportato un vero e proprio crollo negli accessi ai musei, così come sulle altre attività culturali che richiedono la presenza fisica.

Prima dell’emergenza Covid, nel 2019, si era raggiunto il picco di visitatori. Le strutture censite dall’indagine Istat, sia pubbliche che private, in quell’anno avevano sfiorato i 130 milioni di ingressi. I soli musei statali nel biennio 2018-19 avevano totalizzato 55 milioni di visite.

Numeri crollati in conseguenza delle restrizioni seguite all’emergenza: nel 2020 visitatori sono stati circa 36 milioni (13 considerando solo le strutture statali). Nel 2021 si registra una prima inversione di tendenza.

Le riaperture parziali, unite al progressivo allentamento delle misure e al ritorno del turismo, hanno riportato il numero di visite sopra la soglia dei 48 milioni nel 2021. Oltre un terzo in più dell’anno precedente, anche se per adesso siamo molto lontani dai livelli pre-pandemici.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: mercoledì 21 Dicembre 2022)



Queste cifre testimoniano l’impatto dell’emergenza sulla vita culturale delle persone. Un tema particolarmente delicato soprattutto per bambine e bambini, ragazzi e ragazze che attraversano l’età della formazione. A maggior ragione perché è proprio tra i minori che la fruizione effettiva dei musei è diminuita di più.

Quanti sono i minori che visitano musei e mostre

Nell’ultimo anno prima della pandemia, bambini e ragazzi erano i maggiori fruitori di musei e mostre.

Nel 2019 oltre la metà dei residenti tra 11 e 17 anni aveva dichiarato di averli visitati. Tra quelli compresi tra 6 e 10 anni la quota era poco inferiore (46,8%), facendo dei minori la fascia demografica che di gran lunga visitava di più musei, monumenti, mostre, aree archeologiche. Verosimilmente anche grazie ad esperienze organizzate in ambito scolastico.

53,4% i minori tra 11 e 14 anni che avevano visitato musei nel 2019. Molto più della media della popolazione (31,8%).

Con la pandemia, è proprio tra i minori che la fruizione è diminuita di più. Tra 11 e 14 anni è passata dal 53,4% all’8,8%, tra i 15-17enni da 50,8% a 8,4%. Un calo quindi di oltre 40 punti percentuali nell’arco di un biennio. La terza fascia d’età con la diminuzione più importante è quella dei bambini tra 6 e 10 anni (-38,9 punti).

Nel progressivo ritorno alla normalità, affrontare la questione è quanto mai urgente per la formazione educativa e culturale delle giovani generazioni. Diventa quindi rilevante capire quanti musei siano oggi maggiormente attrezzati per tale sfida.

L’offerta di laboratori e percorsi didattici nei musei italiani

In media, circa 4 musei su 10 in Italia svolgono attività specificamente dedicate ai minori. Nel 2021 il 41,1% delle strutture ha proposto laboratori didattici rivolti a bambini, ragazzi e scolaresche. Più o meno la stessa quota (41,4%) di quelli che dispongono di percorsi tematici o didattici destinati ai più piccoli.

Nella provincia autonoma di Trento e in Lombardia oltre la metà dei musei ha svolto laboratori (59,8% nella prima, 53,9% nella) e dispone di percorsi per la fruizione dei minori (rispettivamente il 58,5% e 50,7%).

Oltre a quelle citate, le altre regioni con più musei adeguati alle esigenze educative dei minori sono Emilia Romagna, Umbria e Toscana, dove oltre il 45% delle strutture ha laboratori e percorsi didattici specifici. Percentuali da cui sono molto lontani altri territori, nel mezzogiorno e non solo.

1 su 5 i musei siciliani che offrono laboratori didattici per minori e scolaresche.

La Sicilia è la regione in cui meno strutture dichiarano l’offerta di laboratori (21,8%) e percorsi didattici (23,2%). I laboratori sono presenti in meno di un terzo dei musei di Campania (31,7%), Basilicata (31,0%), Molise (29,4%), provincia autonoma di Bolzano (28,7%) e Valle d’Aosta (28,3%). Così come meno di una struttura su 3 dispone di percorsi didattici in Molise (32,4%), Abruzzo (31%), Basilicata (28,6%), Valle d’Aosta (26,1%), oltre che nella già citata Sicilia.

Divari territoriali nella fruibilità dei musei per bambini e ragazzi

Sul territorio, le differenze si riscontrano anche in base alla centralità del comune. I musei dei comuni polo, le città baricentriche in termini di servizi, sono più dotati di laboratori (50%) e percorsi tematici per i minori (49,8%).

Man mano che ci si allontana dai centri principali l’offerta didattica rivolta a bambini, ragazzi e scuole diminuisce drasticamente. Nei comuni periferici, territori da cui servono 40 minuti per raggiungere il polo più vicino, solo il 34,1% dei musei è adeguato alle esigenze educative dei minori. In quelli ultraperiferici la quota scende al 31,5%.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 9 Febbraio 2023)



Allo stesso tempo, nonostante in media circa la metà dei musei nei poli disponga di un’offerta didattica rivolta ai minori, il dato non è omogeneo tra tutte le città.

Tra i capoluoghi vi sono infatti 10 città in cui tutti i musei dichiarano di aver svolto nel 2021 laboratori didattici in presenza, rivolti specificamente a bambini, ragazzi e scolaresche. Si tratta di Chieti, Cremona, Foggia, Frosinone, Isernia, Vibo Valentia, Rovigo, Sondrio, Verbania e Vercelli. Anche la toscana Prato è sopra il 90%, mentre in 5 capoluoghi meno del 15% dei musei hanno svolto laboratori: Caserta, Enna, Imperia, Salerno e Ragusa.

Anche tra le città più popolose vi sono forti differenze. Se consideriamo le 10 dove vivono più bambini e ragazzi, a Torino e Bologna oltre il 70% dei musei svolge laboratori didattici, mentre in 2 capoluoghi siciliani – Palermo e Catania – la percentuale è molto inferiore.

FONTE: elaborazione openpolis – Con i Bambini su dati Istat
(pubblicati: giovedì 9 Febbraio 2023)



Nel capoluogo regionale siciliano si attesta al 25%, mentre a Catania al 18,2%. In diverse grandi città la quota di musei che hanno svolto laboratori didattici nel 2021 sono circa la metà del totale. Tra queste Bari (55,6%), Genova (53,3%), Milano (47,9%) e Firenze (45,3). La percentuale si colloca attorno al 40% a Napoli e Roma.

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I contenuti dell’Osservatorio povertà educativa #conibambini sono realizzati da openpolis con l’impresa sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nell’articolo. Li abbiamo raccolti e trattati così da poterli analizzare in relazione con altri dataset di fonte pubblica, con l’obiettivo di creare un’unica banca dati territoriale sui servizi. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sui musei sono stati elaborati a partire dai microdati dall’indagine Istat relativa al 2021.

Foto: Aaina Sharma (unsplash)Licenza

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Come il Pnrr interverrà sulla sanità territoriale italiana https://www.openpolis.it/esercizi/come-il-pnrr-interverra-sulla-sanita-territoriale-italiana/ Thu, 11 May 2023 08:08:05 +0000 https://www.openpolis.it/?post_type=opmag_minidossier&p=243064 Dei quasi 16 miliardi stanziati per la sanità dal Pnrr, 3 dovranno rafforzare i principali presidi di assistenza territoriale. Un approfondimento sugli interventi previsti per case e ospedali di comunità, regione per regione.

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Nelle difficoltà dei mesi di pandemia, è apparso in tutta evidenza quanto sia importante l’investimento sulla prevenzione e in particolare su una rete di assistenza e sanità capillare sul territorio.

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Un’esigenza che il progressivo invecchiamento della popolazione, con il prevedibile incremento dell’incidenza delle malattie croniche, renderanno improrogabile nei prossimi anni. Si stima che nel 2050 gli italiani con almeno 65 anni saranno il 34,9% della popolazione, a fronte del 23,5% attuale.

La previsione relativa alla popolazione è stata effettuata nell’ambito delle statistiche sperimentali di Istat, sulla base dello scenario mediano. Le previsioni sono formulate tenendo come base il numero di residenti al 1° gennaio 2021.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Istat
(pubblicati: giovedì 22 Settembre 2022)



Un incremento di ben 11 punti percentuali, ma che colpisce anche se letto in termini assoluti. Oggi sono poco meno di 14 milioni i residenti anziani nel nostro paese, rispetto a un totale di circa 60 milioni di abitanti. Nel 2050, pur con una popolazione complessiva molto ridotta – nello scenario di previsione mediano circa 54 milioni di persone – gli ultra 65enni potrebbero essere quasi 19 milioni.

L’investimento del Pnrr sulla sanità territoriale

Questo scenario, e l’esperienza ancora viva delle difficoltà nell’emergenza Coronavirus, hanno portato a destinare una parte dei fondi del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sul capitolo sanitario, e in particolare sulla rete territoriale di assistenza.

8,2% le risorse del Pnrr destinate al potenziamento del sistema sanitario.

La missione 6 del piano è infatti dedicata alla salute. Si tratta di 15,63 miliardi di euro divisi in due componenti. La prima, da 7 miliardi di euro, si concentra sul rafforzamento dell’assistenza sanitaria territoriale. In particolare sulle reti di prossimità, la telemedicina e la cura domiciliare. La seconda, 8,63 miliardi, prevede progetti di digitalizzazione e innovazione del sistema sanitario, insieme ad investimenti sulla ricerca.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Pnrr
(pubblicati: martedì 13 Luglio 2021)



La componente rivolta al rafforzamento della sanità territoriale si basa su una strategia in 2 tempi. Il primo, è l’approvazione di una riforma dell’intero sistema di assistenza, con l’obiettivo di riorganizzarlo, renderlo omogeneo in tutto il paese e stabilire così un nuovo assetto dell’offerta territoriale. Una scadenza prevista per la metà del 2022, attuata nel maggio dello scorso anno con l’approvazione del decreto ministeriale 77/2022.

Il secondo tempo dell’attuazione è il rafforzamento della rete presente sul territorio. Con la costituzione a livello locale dei presidi e delle strutture sanitarie previsti dalla riforma approvata.

La nuova sanità territoriale si basa su un insieme articolato di strutture.

A partire dalle case della comunità – luoghi di prossimità a cui i cittadini possono accedere per l’assistenza primaria – cui il Pnrr destina 2 miliardi di euro. Vi è poi l’istituzione degli ospedali di comunità – piccole strutture (20 posti letto ogni 100mila abitanti) per consentire un’accoglienza intermedia tra il ricovero a casa e quello in ospedale (1 miliardo di euro). I restanti 4 miliardi, sono rivolti all’investimento sulla telemedicina, in modo da rendere la casa del paziente un vero e proprio luogo di cura, e alla creazione delle centrali operative territoriali. Parliamo di oltre 600 presidi, uno per distretto sanitario, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di emergenza-urgenza.

Case e ospedali di comunità: i nuovi capisaldi del sistema

In questo nuovo assetto, case e ospedali di comunità sono chiamati a rappresentare il primo presidio della sanità territoriale rivolta al paziente.

In particolare le prime, le case della comunità: un presidio fisico di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per i bisogni di assistenza sanitaria. Si distinguono tra hub (quelle principali che erogano servizi di assistenza primaria, attività specialistiche e di diagnostica di base) e spoke, che offrono unicamente servizi di assistenza primaria.

1.430 le case della comunità che si prevede di costituire con i fondi Pnrr.

In questi punti, facilmente accessibili sul territorio, il paziente potrà trovare servizi come gli ambulatori di medici di famiglia e pediatri di libera scelta. Ma l’obiettivo è soprattutto costruire un’unica sede fisica dove il cittadino possa essere assistito da un’equipe multidisciplinare, in grado di prenderlo in carico nei diversi bisogni.

Questo gruppo integrato di professionisti, in base a una valutazione trasversale di natura clinica, funzionale e sociale della persona, potrà definire un “progetto di assistenza
individuale integrata (Pai), contenente l’indicazione degli interventi modulati
secondo l’intensità del bisogno” (cfr. con legge di bilancio 2022, dossier camera 2023). Sulla carta, una vera e propria rivoluzione in termini di integrazione dei servizi sociali, assistenziali e sanitari che operano sul territorio.

Il Pai individua altresì le responsabilità, i compiti e le modalità di svolgimento dell’attività degli operatori sanitari, sociali e assistenziali che intervengono nella presa in carico della persona, nonché l’apporto della famiglia e degli altri soggetti che collaborano alla sua realizzazione. La programmazione degli interventi e la presa in carico si avvalgono del raccordo informativo, anche telematico, con l’Inps.

Gli standard organizzativi delle case della comunità variano tra hub e spoke, e vanno distinti tra le previsioni obbligatorie (stabilite dall’allegato 2 del Dm 77/2022) e quelle facoltative (allegato 1 dello stesso decreto).

 

I servizi previsti nelle case della comunità

Livello di obbligatorietà
Servizi offerti
Obbligatori per CdC hub e spoke – Servizi di cure primarie erogati attraverso équipe multiprofessionali;
– Punto unico di accesso;
– Servizio di assistenza domiciliare;
– Servizi di specialistica ambulatoriale per le patologie ad elevata prevalenza;
– Servizi infermieristici;
– Sistema integrato di prenotazione collegato al Cup aziendale;
– Integrazione con i servizi sociali;
– Partecipazione della comunità e valorizzazione della co-produzione;
– Collegamento con la casa della Comunità hub di riferimento;
– Presenza medica per la CdC hub: H24, 7/7 gg;
– Presenza medica per la CdC spoke: H12, 6/7 gg;
– Presenza infermieristica per la CdC hub: H12, 7/7 gg (fortemente raccomandato H24, 7/7 gg);
– Presenza infermieristica per la CdC spoke: H12, 6/7 gg.
Obbligatori solo per CdC hub – Servizi diagnostici di base;
– Continuità assistenziale;
– Punto prelievi.
Facoltativi nelle CdC hub e spoke – Attività consultoriali e attività rivolta ai minori;
– Interventi di salute pubblica (incluse le vaccinazioni per la fascia 0-18);
– Programmi di screening.
Raccomandati nelle CdC hub e spoke – Servizi per la salute mentale, le dipendenze patologiche e la neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza;
– Medicina dello sport.

elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su Dm 77/2022 e dossier camera

 

Il secondo presidio del nuovo sistema di sanità territoriale sono gli ospedali di comunità. Si tratta di strutture pensate per rispondere a una necessità che negli anni si è fatta pressante: avere un luogo intermedio tra le dimissioni al domicilio del paziente e il ricovero ospedaliero.

In base al decreto 77, questi presidi dovrebbero evitare ricoveri impropri e “favorire dimissioni protette in luoghi più idonei al prevalere di fabbisogni sociosanitari, di stabilizzazione clinica, di recupero funzionale e dell’autonomia e più prossimi al domicilio”.

400 gli ospedali di comunità da costruire entro il 2026. I progetti attuali ne prevedono oltre 430.

Si tratta di strutture operative 7 giorni su 7, con un assetto organizzativo di 20 posti letto ogni 100mila abitanti. Ciascun ospedale di comunità dotato di 20 posti dovrà prevedere una serie di dotazioni di tipo tecnologico-strutturale, ad esempio con locali per la riabilitazione, nonché standard minimi di personale. In primo luogo attraverso l’assistenza infermieristica, da garantire 7 giorni su 7, 24 ore su 24, con un numero di infermieri compreso tra 7 e 9, di cui 1 coordinatore. E poi 4-6 operatori sociosanitari, 1-2 unità di altro personale sanitario con funzioni riabilitative e un medico per 4,5 ore al giorno 6 giorni su 7.

Le criticità emerse finora

Il sistema così concepito dovrà accompagnare i bisogni di una popolazione in progressivo invecchiamento. Con tutte le necessità connesse: dalla presa in carico della non autosufficienza alla gestione delle malattie croniche.

Perciò è cruciale che il modello organizzativo stabilito dal Dm 77/2022 trovi un’applicazione omogenea sull’intero territorio nazionale. Questa è la vera sfida da qui al giugno 2026, scadenza europea per l’istituzione di case e ospedali di comunità.

Il senso del presente rapporto è proprio avviare un monitoraggio su questo aspetto, attraverso la collaborazione tra openpolis – fondazione indipendente e senza scopo di lucro che promuove l’accesso a dati e informazioni per l’analisi delle politiche pubbliche, come con il progetto OpenPNRR – e Cittadinanzattiva – organizzazione attiva nella tutela dei diritti dei cittadini, nella cura dei beni comuni e nel sostegno alle persone in condizioni di debolezza. 

Già oggi sono diversi i motivi che lasciano intravedere forti difficoltà nell’effettiva possibilità di ridurre i divari nell’accesso alle cure. Basta osservare il percorso di approvazione del decreto ministeriale 77/2022: approvato senza intesa in conferenza stato-regioni. Un accordo venuto meno proprio per il dissenso della maggiore regione del mezzogiorno, la Campania, preoccupata per la carenza di risorse necessarie al funzionamento a regime dei nuovi standard di assistenza territoriale.

Un punto critico che non sembra affatto infondato, stando alle analisi della Corte dei conti e dell’ufficio parlamentare di bilancio pubblicate negli ultimi mesi. Entrambi gli organi hanno mosso rilievi sul finanziamento a regime del nuovo sistema.

Complessivamente, il quadro delle risorse correnti utilizzabili appare soggetto a incertezza, soprattutto con riferimento agli anni successivi al periodo di programmazione del Pnrr. Questo è proprio il motivo che ha reso le Regioni diffidenti nei confronti del nuovo Regolamento sugli standard dell’assistenza territoriale.

Il rischio concreto è che l’incertezza sulle risorse, in combinato disposto con un regolamento organizzativo che distingue tra aspetti prescrittivi, da garantire obbligatoriamente, e altri solo facoltativi, conduca a divari molto estesi nell’attuazione del nuovo sistema. Un possibile indice di questa tendenza, come vedremo nel corso del rapporto, emerge nella diversa quota di case della comunità hub e spoke previste dalle diverse regioni. E anche nella distribuzione di questi presidi e degli ospedali di comunità tra città maggiori e territori periferici di una stessa regione.

Divari che peraltro si innesterebbero su disparità già in partenza molto ampie, aggravandole. Una ricognizione dell’ufficio studi della camera dei deputati nel 2021 aveva messo in evidenza come alcune regioni, come Toscana ed Emilia-Romagna, si fossero già mosse sulla strada intrapresa dal Dm 77/2022, avendo istituito negli anni una rete di case della salute propedeutica alla creazione di quelle di comunità. Mentre altre hanno adottato modelli organizzativi diversi e appaiono meno attrezzate per il processo di cambiamento che investirà il sistema sanitario nei prossimi anni.

Anche se non è scontato che tutte le Case della salute possano essere immediatamente trasformate in Case della Comunità, si evidenzia che alcune Regioni, come Emilia-Romagna e Toscana, avrebbero già più strutture di quanto indicato come traguardo dal PNRR, mentre altre non ne hanno affatto. Queste ultime non sono collocate esclusivamente nel Mezzogiorno.

La necessità di un monitoraggio puntuale

Di fronte al rischio di un’applicazione a macchia di leopardo dei nuovi standard di assistenza territoriale, un monitoraggio attento dell’impiego delle risorse del Pnrr appare quanto mai necessario. Un’attività che allo stato attuale delle informazioni non è affatto semplice. E che deve necessariamente essere effettuata opera per opera, come peraltro indicato dal ministero stesso in risposta ai rilievi della Corte dei conti.

(…) il livello di progettazione da raggiungere, affinché un progetto possa qualificarsi “idoneo”, è “strettamente connesso alla strategia di gara individuata dalla stazione appaltante per la realizzazione dell’opera pubblica”.

Da tale consapevolezza nasce la collaborazione tra openpolis e Cittadinanzattiva su questo report. Un lavoro che si è basato sulla raccolta dei dati sui singoli interventi dai contratti istituzionali di sviluppo stipulati dal ministero della salute e dalle singole regioni. Questi sono stati successivamente georeferenziati e arricchiti con ulteriori informazioni estratte da fonte Agenas, l’agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali.

Una attività di analisi che abbiamo condensato in un rapporto nazionale e in 20 allegati con focus sugli interventi previsti, regione per regione.

FONTE: elaborazione openpolis – Cittadinanzattiva su dati Istat e Cis regionali
(pubblicati: venerdì 24 Giugno 2022)



Dall’istituzione di case della comunità a quella di ospedali di comunità, la cui localizzazione deve essere valutata anche in relazione alle aree interne presenti in ciascun territorio.

Monitorare tali aspetti è quanto mai cruciale per valutare lo stato del sistema sanitario, oggi e soprattutto nei prossimi anni.

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Mettiamo a disposizione in formato aperto i dati utilizzati nel report nazionale e negli approfondimenti regionali. Possono essere riutilizzati liberamente per analisi, iniziative di data journalism o anche per semplice consultazione. I dati sugli interventi previsti per case della comunità e ospedali di comunità sono tratti dai contratti istituzionali di sviluppo (Cis) sottoscritti dalle regioni con il ministero della salute.

Foto: Nguyễn Hiệp (Unsplash)Licenza

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