Si possono tagliare i costi della politica senza ridurre la rappresentanza Riforme costituzionali

Le camere stanno discutendo una proposta di legge costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari al fine di ridurre i costi della politica. Ma sarebbe più semplice tagliare gli stipendi dei parlamentari, senza sminuire il ruolo del parlamento.

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Nella seduta di giovedì 9 maggio la camera ha approvato una proposta di riforma costituzionale sostenuta dal ministro Fraccaro per la riduzione del numero dei parlamentari. Obiettivo dichiarato della misura è quello di ridurre i costi della politica.

Il tema della riduzione del numero dei parlamentari non è nuovo al dibattito politico italiano. Ad esempio, la riforma costituzionale Renzi-Boschi, respinta dal referendum del 4 dicembre 2016, aveva immaginato un senato di 95 membri elettivi di secondo grado. Tuttavia in passato le misure volte a ridurre il numero dei parlamentari sono state inserite all’interno di riforme costituzionali ampie. In questo caso invece si sta procedendo a una riforma “chirurgica”, in cui viene affrontato solo un aspetto e non vengono considerati i rischi legati al funzionamento delle istituzioni.

È vero che la riforma, se venisse approvata, porterebbe a dei risparmi per le casse dello stato, ma è possibile contenere i costi anche senza ridurre la rappresentanza e senza sminuire il ruolo del parlamento, riducendo gli stipendi dei parlamentari.

Il contenuto della riforma e l’iter per l’approvazione

La proposta di legge prevede un taglio dei parlamentari da 945 a 600.

-36,5% la riduzione del numero dei parlamentari prevista dalla riforma.

Il numero di deputati dovrebbe passare dai 630 attuali a 400. Il numero dei senatori elettivi passerebbe invece sa da 315 a 200. Per quanto riguarda la circoscrizione estero, i deputati passano da 12 a 8, i senatori da 6 a 4.

Gli ex presidenti della repubblica rimangono di diritto senatori a vita, mentre viene fissato a 5 il numero complessivo dei senatori nominati dal presidente della Repubblica.

Si stabilisce inoltre che il numero minimo di senatori per regione o provincia autonoma sia di 3 (oggi sono 7), esclusi Molise e Valle D’Aosta, che mantengono entrambi rispettivamente 2 e 1 senatore.

Il testo è già stato approvato dal senato a inizio febbraio ma, trattandosi di una modifica della costituzione, per l’approvazione definitiva sarà necessaria una procedura aggravata, che prevede un’altra lettura conforme da parte dei due rami del parlamento. Infatti, secondo quanto stabilito dall’articolo 138 cost., il testo deve essere adottato con due successive deliberazioni delle camere, a distanza di almeno tre mesi. Questo significa che la riforma potrà essere approvata, al più presto, all’inizio di agosto. Se nella seconda votazione non si raggiungerà la maggioranza dei 2/3, la legge potrà essere sottoposta a referendum.

Per completezza, si segnala che è stata approvata definitivamente la proposta di legge 1616, che contiene delle disposizioni finalizzate a rendere applicabili le leggi elettorali per i parlamentari a prescindere dal loro numero.

La riduzione dei costi

La maggioranza si propone tagliare i costi della politica tramite la riduzione del numero complessivo dei parlamentari. Nello specifico, il governo dichiara che ci sarà una risparmio di mezzo miliardo di euro per ogni legislatura.

Avremo istituzioni più efficienti e 500 milioni di risparmi.

Le dichiarazioni relative ai risparmi sono verosimili. Infatti nel 2017 il parlamento ha speso circa 220 milioni di euro tra indennità e rimborsi ai parlamentari.

A questa cifra si devono poi aggiungere i soldi spesi per i contributi ai gruppi parlamentari, che sempre nel 2017 sono stati circa 50 milioni di euro. Stiamo parlando di circa 270 milioni di euro all’anno tra indennità, rimborsi e gruppi parlamentari, oltre un miliardo a legislatura.

1,36 miliardi di euro spesi a legislatura per indennità, rimborsi e gruppi parlamentari.

Tuttavia, se si ritiene che si spenda troppo per mantenere il parlamento, la soluzione più ovvia è quella di ridurre queste uscite.

La riforma riduce il numero di privilegiati, ma non elimina il privilegio.

Perché il governo preferisce invece tagliare il numero dei parlamentari? Un taglio dell’entità degli stipendi più semplice e rapido da realizzare, infatti sarebbe sufficiente una delibera degli uffici di presidenza delle camere. Al contrario, l’iter per l’approvazione di una modifica della costituzione è particolarmente complesso e non è neanche sicuro che venga concluso.

Ridurre le spese per i parlamentari sarebbe più semplice e rapido rispetto alla procedura necessaria per approvare una riforma costituzionale.

I motivi che frenano il governo dal ridurre gli stipendi dei parlamentari possono essere diversi. Anzitutto gli importi versati come “donazione” dagli eletti al partito sono calcolati sulla base dell’indennità parlamentare. Un’eventuale riduzione di tale indennità comporterebbe allora conseguentemente una riduzione dei finanziamenti ricevuti dai partiti.

Per di più, una voce consistente di spesa è quella relativa ai rimborsi per le “spese per l’esercizio del mandato”. Questa voce riguarda varie uscite, di cui la principale è quella per pagare i collaboratori parlamentari.

Se si riducessero le indennità parlamentari diminuirebbero anche le donazioni degli eletti ai partiti e i contributi ai gruppi parlamentari.

Solo la metà dell’importo viene rimborsato sulla base delle spese attestate, il resto viene versato forfettariamente. C’è allora un problema di trasparenza. La questione è collegata anche a un altro tema: spesso i collaboratori parlamentari sono sottopagati, o pagati in nero. Ciò è reso possibile anche dal fatto che i parlamentari ricevono parte dei fondi a loro destinati anche se non dimostrano di aver speso quei soldi per l’esercizio del mandato.

Il panorama comparato

Il nostro ordinamento prevede, agli articoli 56 e 57 della costituzione, un numero fisso di parlamentari. A questi si aggiungono i senatori a vita e i senatori di diritto a vita. Altri paesi possono invece prevedere un numero variabile di rappresentanti, legato ad esempio alla popolazione.

Osservando i dati relativi alle camere basse, con 630 deputati siamo attualmente il terzo paese in Unione europea per il numero di rappresentanti, dopo Germania (709) e Regno Unito (650).

Se la riforma venisse approvata diventeremmo il paese Ue con la maggiore distanza tra numero di deputati e numero di abitanti.

Tuttavia, è necessario considerare il dato rispetto alla popolazione. Attualmente abbiamo un deputato ogni 96.000 abitanti circa. Se la riforma in discussione venisse approvata, ci sarebbe solo un deputato ogni 151.200 persone e scenderemmo all’ultimo posto per numero di rappresentanti in proporzione alla popolazione. Questo significa che saremmo il paese con più abitanti per deputato.

I dati sono aggiornati a gennaio 2018. Per Cipro è stato considerato il numero effettivo di deputati (56), non quello previsto dalla costituzione (80).

FONTE: servizio studi del senato.
(ultimo aggiornamento: lunedì 13 Maggio 2019)

Quindi, oggi siamo già uno dei paesi in cui i parlamentari della camera devono rappresentare più cittadini. Sono i paesi più popolosi quelli che in proporzione hanno meno rappresentanti alla camera bassa. Infatti tra i paesi dell'Unione europea hanno in proporzione meno deputati dell'Italia solo in Spagna (133.300 abitanti per deputato), Germania  (116.850 abitanti per deputato), Francia (116.500 abitanti per deputato), Paesi Bassi (114.121 abitanti per deputato) e Regno Unito (101.905 abitanti per deputato).

0,7 deputati ogni 100.000 abitanti, il rapporto più basso in Unione europea, se la riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari venisse approvata.

Poiché in Italia vige il bicameralismo perfetto, si dovrebbero considerare anche i senatori. Tuttavia paragonare le camere alte a livello comparato sarebbe poco utile, poiché le modalità di composizione e le funzioni delle seconde camere (quando ci sono) sono tra loro molto diverse.

Le problematiche

Pur senza entrare nel merito dei contenuti della riforma, ci sono due questioni potenzialmente problematiche.

Anzitutto, sarà necessario provvedere, con modifiche ai regolamenti parlamentari, ai necessari aggiustamenti conseguenti al ridotto numero dei rappresentanti. Ad esempio, si dovrà rivedere il numero minimo di deputati e senatori per la formazione di un gruppo. Altro problema riguarderà il funzionamento delle commissioni permanenti al senato. La riforma riduce fortemente il numero dei senatori, che rischiano di essere troppo pochi per permettere alle commissioni di funzionare in maniera efficiente.

Secondo poi, si creeranno dei problemi di rappresentanza, in particolar modo per quanto concerne le regioni più piccole. I parlamentari sarebbero infatti eletti da un numero maggiore di cittadini rispetto ad oggi, in collegi eccessivamente vasti, e questo aumenterebbe - talvolta in maniera esponenziale - il distacco tra eletti ed elettori. La questione assume profili critici specialmente in quei territori in cui vi sono minoranze linguistiche, che rischiano in questo modo di non essere rappresentate.

Il ruolo del parlamento

Con questa riforma ci si concentra solo su un tema specifico, perdendo di vista la questione principale: la necessità di ridare importanza al ruolo del parlamento.

Bisogna restituire al parlamento una funzione centrale nella dinamica politica.

Se si considera il parlamento solo come un organo che genera costi eccessivi, non si riflette su come fare per rimetterlo al centro della dinamica politica.

Infatti è reso evidente da diversi indicatori che il parlamento viene sempre più depauperato delle sue funzioni. Ad esempio, un dato che indica lo scarso potere del parlamento è il tasso di successo delle proposte di legge presentate dai parlamentari: solo l’1,36%, contro il 68,69% dei ddl del governo.

Questo non esclude la possibilità di ridurre il numero dei parlamentari. Si sta semplicemente dicendo che una riforma di questo tipo dovrebbe essere accompagnata da una riflessione sul sistema parlamentare al fine di rendere il nostro parlamento più efficiente. Specialmente si dovrebbe riflettere sul bicameralismo perfetto: le due camere hanno le stesse identiche funzioni. Un senato con pochi componenti, come quello previsto dalla riforma, non riuscirebbe a svolgere in maniera efficiente gli stessi compiti, con conseguenti difficoltà per il corretto funzionamento della democrazia.

Se si riduce il numero dei senatori mantenendo invariate le funzioni del senato si rischia di compromettere il buon funzionamento delle istituzioni.

Obiettivo principale di una riforma della struttura del parlamento dovrebbe essere un migliore funzionamento delle istituzioni, al di là dei loro costi. Soprattutto considerando che ci sono altri modi, più sicuri e rapidi, per ridurre le spese.

Tagliando i parlamentari senza prevedere altre misure volte a modificare la struttura e valorizzare il ruolo del parlamento, l'unico risultato che si ottiene è una riduzione della rappresentanza.

 

Foto credit: Facebook - Riccardo Fraccaro

 

 

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