Il referendum per fermare il taglio dei parlamentari Riforme costituzionali

Procede la raccolta firma tra i senatori per un referendum confermativo. Nel frattempo in parlamento si sta lavorando sui correttivi alla riforma, in un contesto che rischia di creare più confusione normativa che altro.

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A inizio ottobre il parlamento ha approvato in via definitiva il disegno di legge costituzionale per la riduzione del numero di parlamentari. Un evento importante, che ha rappresentato il primo test parlamentare per il governo Conte II.

Prosegue la raccolta firma tra i senatori per fermare il taglio, ma non c’è trasparenza su chi siano e sulla discussione in materia.

Il giorno successivo al voto è cominciata però una raccolta firme trasversale da parte dei parlamentari per portare il quesito ai cittadini attraverso un referendum. Ad oggi circa 50 senatori hanno firmato, e qualora se ne dovessero aggiungere altri 15 entro il 12 gennaio, l’implementazione della riforma sarebbe sospesa. Un evento che metterebbe in discussione la riforma stessa, trasferendo la decisione finale ai cittadini, che potrebbero quindi anche bocciarla.

Nel frattempo i correttivi alla riforma stessa sono in discussione in parlamento e, come se non bastasse, in sottofondo, continua il dibattito sulla nuova legge elettorale. Una situazione quindi che, in mancanza di certezze, rischia di complicarsi non poco nei prossimi mesi. Trame politiche che pur andando in direzioni opposte, si stanno sviluppando contemporaneamente: un vero e proprio caos normativo.

Come sono andate le cose in parlamento

Con 553 voti favorevoli e solo 14 contrari, lo scorso 8 ottobre si è concluso a Montecitorio il lungo iter della proposta di legge per il taglio di deputati e senatori. L’ultimo dei 4 voti che sono stati necessari, trattandosi di una riforma costituzionale, ha visto un numero record di parlamentari per il Sì.

Tutti i principali gruppi hanno sostenuto il provvedimento. In particolare, a segnare un forte cambio di rotta rispetto alle votazioni precedenti, sono stati gruppi di centrosinistra: Partito democratico, Italia Viva e Liberi e uguali. Sempre contrari nelle letture precedenti, per rispettare l’accordo di governo con il Movimento 5 stelle, hanno espresso parere favorevole nel voto finale. Numeri che si sono aggiunti quindi alla già favorevoli posizioni di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Il disegno di legge, in quanto di riforma costituzionale, ha richiesto la doppia approvazione da parte di entrambi i rami.

FONTE: dati ed elaborazione openpolis

La discussione in aula però ha riservato molte sorprese. Sono state numerose infatti le dichiarazioni di voto da parte dei deputati, che pur anticipando una posizione favorevole sul testo, hanno mostrato un forte dissenso per alcune parti del provvedimento. Per molti il testo necessitava infatti di correttivi per renderlo più giusto ed equo, soprattutto per quanto concerne la rappresentanza territoriale dei senatori.

Tra tutti gli interventi che hanno fatto discutere, ha fatto notizia soprattutto quello di Roberto Giachetti, onorevole di Italia Viva. Pur dichiarando il suo sostengo al provvedimento in sede di voto, per fedeltà al patto di governo, Giachetti ha dichiarato che avrebbe concentrato tutte le sue forze per, innanzitutto raccogliere le firme per portare il testo a referendum, e successivamente per costituire un comitato per il No sulla riforma.

Quindi, io oggi voterò “sì”, ma non finisce qui per quel che mi riguarda. Finisce qui con questo voto il mio dovere di lealtà al Governo su questo tema. Esprimerò il mio voto, ma il mio dovere di lealtà su questo tema si ferma qui. Un secondo dopo il mio voto su questa riforma mi adopererò affinché, insieme alla mia firma, vi sia il numero necessario tra Camera e Senato per ottenere lo svolgimento del referendum e qualora riusciremo a mettere insieme le firme necessarie sarò il primo a costituire o, comunque, costituirò un comitato senza alcun dubbio per il “no” su questa riforma

Una dichiarazione che ha attivato polemiche da tutti i fronti, costringendo Giachetti stesso a difendere la sua posizione il giorno dopo con un video su Facebook.

 

La raccolta firme per il referendum

La posizione di Giachetti non è stata l'unica di questa natura, e molti parlamentari hanno cominciato subito dopo il voto dell'aula a lavorare proprio nella direzione auspicata dall'onorevole di Italia Viva. Già il 10 ottobre Gianni Pittella, senatore del Partito democratico, postava su Facebook una foto in compagnia di vari colleghi di diversi schieramenti in cui annunciava la volontà trasversale di richiedere un referendum sul tema.

Come sancito dall'articolo 138 della costituzione infatti, la domanda per il referendum va depositata entro i 3 mesi dalla pubblicazione della legge. Si ha tempo quindi fino al 12 gennaio per chiedere che la legge sia sottoposta a un referendum popolare, eventualità per cui bastano le firme di 1/5 dei membri di una delle due camere, 500.000 elettori o 5 consigli regionali.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda 1/5 dei membri di una camera o 500.000 elettori o 5 consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Ad oggi circa 50 senatori hanno già firmato l'appello per il referendum popolare, mancandone circa 15 per raggiungere la soglia necessaria. Un processo che sta avvenendo in maniera poco trasparente, e soprattutto lontano dall'attenzione politico-mediatica del paese. Non è disponibile un elenco ufficiale dei senatori coinvolti, come anche una ricostruzione chiara di quali siano i partiti protagonisti di questa fase.

3 mesi di tempo dalla pubblicazione della legge per richiedere un referendum confermativo. Il tempo scade il prossimo 12 gennaio.

Nel mentre si lavora sui correttivi alla riforma

Se da un lato quindi alcuni senatori stanno lavorando per posticipare l'implementazione della norma, dall'altro in parlamento la maggioranza ha raggiunto l'accordo sui correttivi alla riforma. Alla base dell'ok del centrosinistra alla riduzione del numero di parlamentare c'era infatti la comune volontà con il Movimento 5 stelle di presentare delle proposte per modificare alcuni elementi che a causa del testo costituzionale approvato richiedevano un ulteriore intervento normativo.

Tre gli aspetti su cui si è sviluppata la discussione in parlamento:

  • l'abbassamento a 25 anni dell'elettorato passivo e a 18 di quello attivo per il senato;
  • il superamento della base regionale per l'elezione del senato, in favore di una base circoscrizionale;
  • la riduzione da 3 a 2 i delegati regionali che partecipano all'elezione del presidente della repubblica.

In settimana il testo su questi due ultimi punti è giunto all'attenzione della commissione affari costituzionali di Montecitorio, avviando così ufficialmente il suo iter in aula. Il primo punto invece, quello sull'elettorato attivo passivo per il senato, sarà aggiunto al testo già in discussione per l'abbassamento dell'elettorato attivo. Se l'iter di questi testi dovesse procedere fino all'approvazione, un eventuale referendum confermativo sul testo della riforma rischierebbe quindi di creare una situazione normativamente confusionaria.

Tattiche politico-parlamentari per cambiare la costituzione

Nella storia del nostro paese in varie occasioni si è cercato di riformare la costituzione. Per molti anni la via prediletta è stata quella delle commissioni bicamerali: 3 tentativi (1983, 1992 e 1997) tutti con esiti fallimentari. Più recentemente poi, la scorsa legislatura ha visto la bocciatura tramite referendum, dopo l'ok dell'aula, della riforma costituzionale Boschi-Renzi.

3 le bicamerali che hanno tentato (fallendo) di riformare la costituzione.

A differenza di quanto sta avvenendo ora, per tutti questi tentativi la strategia scelta fu quella di affrontare i diversi aspetti del dibattito in un unico provvedimento. Pacchetti normativi completi e molto corposi, che però fallirono nel tentativo di riformare la costituzione. Destino analogo a quello che ebbe anche la riforma approvata in aula dal centrodestra nel 2006 (governo Berlusconi), poi bocciata dai cittadini. Il Movimento 5 stelle invece ha deciso di spacchettare le proposte, in diversi provvedimenti. La strategia è quella di focalizzare l'attenzione su singole norme, lavorando nel tempo per completare un quadro più complesso.

Il rischio di una riforma dimezzata

Una scelta che però potrebbe creare situazioni normative ambigue e incomplete. Se da un lato infatti dopo l'approvazione della riforma sul numero di parlamentari, l'aula sta avviando la discussione su alcuni correttivi, dall'altro l'eventualità di un referendum confermativo sul contenuto stesso del taglio appare sempre più concreto.

Un'eventualità che non solo posticiperebbe l'implementazione della norma, ma che in caso di esito negativo del voto renderebbe l'approvazione di eventuali correttivi controproducente. I dibattiti dentro e fuori l'aula stanno andando quindi in direzioni opposte, situazione che sta creando una schizofrenia politica non indifferente. Su un binario parallelo a tutto questo procede a velocità alterne la discussione sulla nuova legge elettorale, con da un lato il referendum proposto dalla Lega per portare il Rosatellum ad un maggioritario puro, dall'altro Pd e M5s più propense ad un sistema misto.

Un'eventuale crisi di governo con fine anticipata della legislatura complicherebbe ulteriormente la situazione.

Se le complesse discussioni su legge elettorale e riforme costituzionali non dovessero bastare, a rendere il tutto ancora più contorto ci pensa l'attuale clima nell'esecutivo. Un'ulteriore variabile riguarda infatti la possibilità di una crisi di governo e fine anticipata della legislatura. Un evento che non solo porterebbe ad eleggere un nuovo parlamento, ma che farebbe naufragare i vari accordi per l'approvazione dei correttivi alla riforma.

Poca chiarezza e un dibattito sbagliato

Per tutta la durata del dibattito sul taglio del numero dei parlamentari la discussione è stata incentrata sul risparmio per le casse dello stato. Corretta o meno questa argomentazione, sembra evidente che forse è stato dedicato fin troppo tempo ad risaltare questo aspetto, invece che concentrare le dovute energie su tutte le ripercussioni più strutturarli che la riforma ha avuto sul funzionamento della nostra democrazia. La costituzione rappresenta la base su cui vengono scritte tutte le leggi del nostro stato. Rimetterla costantemente in discussione, con delle riforme incomplete, non aiuta il normale procedere dell'attività legislativa, come reso evidente dal dibattito sulla legge elettorale.

Il dibattito troppo focalizzato sul tema dei risparmi, ha ignorato le ripercussioni strutturali della riforma.

Ora nel caos generato, troviamo un ulteriore elemento di tensione in una raccolta firme per il referendum su cui c'è poca trasparenza e comunicazione. Il messaggio politico del taglio è stato dato, ma il fatto che parallelamente si sia creata questa situazione, e che ci sia un gruppo di senatori, di fatto sconosciuti, che lavora per rimettere tutto in discussione, non sta ancora ricevendo la dovuta attenzione.

 

Foto credit: account Twitter Movimento 5 stelle

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